Attirerò tutti a me” (Gv 12,32).
L’eucarestia al centro della comunità e della sua missione
Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini
Attirerò tutti a me
Lettera Pastorale
1982-83

Attirerò tutti a me” è la terza lettera pastorale che l’Arcivescovo Carlo Maria Martini invia nel 1982 alla Diocesi ambrosiana, dopo “La dimensione contemplativa della vita” (1981) e “In principio la Parola” (1981 – 82), all’interno di una lunga serie di lettere pastorali che si snoda tra il 1980 e il 2001.

[54] L’analisi delle nostre difficoltà nei riguardi dell’Eucaristia ci suggerisce di accostarci al suo mistero senza anticipare idee, schemi, progetti, che ci impediscano di coglierne la pienezza.

Dovremmo quindi rimeditare tutto ciò che la dottrina cattolica insegna circa l’Eucaristia. Ce lo ha raccomandato anche il Santo Padre nella udienza del 14 novembre dello scorso anno, parlandoci dell’importanza e della finalità del Congresso Eucaristico: “E’ essenziale approfondire la dottrina riguardante l’augusto mistero dell’Eucaristia, in modo da acquistare e mantenere integra la certezza circa la natura e la finalità del Sacramento, che si può dire giustamente il centro del messaggio cristiano e della vita della Chiesa”.

A tale fine sono molto utili il “Documento Teologico” e gli altri sussidi per la catechesi editi a cura del Centro Direttivo del Congresso. In questa lettera mi limito ad alcuni punti indispensabili. Qualche riflessione sarà inevitabilmente un po’ ardua, perché ci obbligherà a interrogarci sull’uomo, sul suo mistero, sul fine ultimo della sua vita, oltrepassando il campo delle cose immediate in cui noi ci muoviamo con maggiore disinvoltura.

[55] D’altra parte non possiamo accantonare queste domande. Infatti la centralità dell’Eucaristia chiede di essere capita anche a questa profondità umana. Direttamente essa riguarda la vita e la missione della Chiesa; ma essa chiama in causa anche i modi e i criteri con cui l’uomo scopre e sceglie il centro della propria esistenza.

In particolare occorre comprendere in che rapporto stanno tra loro la asserita centralità dell’Eucaristia e la centralità che l’uomo d’oggi attribuisce a se stesso.

Inoltre, siccome l’uomo contemporaneo è molto diffidente dinanzi a ciò che sembra intaccare i valori della dignità e della libertà umana, occorre far vedere che la centralità riconosciuta all’Eucaristia non toglie nulla a questi valori umani, anzi offre loro il vero fondamento e il modo vero di attuarsi.

Infatti, configurandoci pienamente a Cristo l’Eucaristia ci rende partecipi di quella pienezza umana che risiede in Gesù e da Gesù viene comunicata a ogni uomo mediante lo Spirito Santo. Cristo compie tutto questo valorizzando le nostre capacità, il nostro entusiasmo, la nostra genialità nei vari settori di impegno verso le persone e le cose. Nel medesimo tempo, Gesù è paziente di fronte alle nostre pigrizie, alla nostra mediocrità, alle nostre paure e ci educa progressivamente agli ideali esigenti, che va proponendo.

Quanto spesso Giovanni Paolo II ci ricorda la centralità del problema dell’uomo nell’annuncio cristiano! Ma si tratta dell’uomo che è pieno di stupore davanti all’amore di Dio e che apre a Cristo le porte della sua vita personale e sociale.

[56] Nei mesi scorsi, nell’adempimento del mio ministero pastorale, sono dovuto ritornare più volte su questo argomento. Ho cercato di meditare sul modo in cui una riflessione sull’Eucaristia s’intreccia con una riflessione sull’uomo.

In particolare nella relazione all’Assemblea della CEI, dell’aprile scorso, ho cercato di illustrare come una riflessione sull’Eucaristia (itinerario eucaristico) ha, come fondamento, una riflessione sulla singolarissima vicenda di Gesù Cristo (itinerario cristologico) e, come esito, una riflessione sulla comunità cristiana (itinerario ecclesiologico); ma ancor più ampiamente, esige, all’inizio, una riflessione sull’uomo aperto al mistero (itinerario antropologico) e, al termine, una riflessione sulla testimonianza dell’amore di Dio all’uomo d’oggi (itinerario missionario).

Questi itinerari rispondono all’esigenza teorica di collocare l’Eucaristia nel suo contesto antropologico e storico-salvifico, ma potrebbero venire incontro anche alla esigenza formativa e catechistica di esporre per gradi successivi il mistero dell’Eucaristia, seguendo i ritmi dell’anno liturgico.

In questo senso l’avvento si presta per sviluppare l’itinerario antropologico; le celebrazioni del Natale e della Pasqua favoriscono lo sviluppo dell’itinerario cristologico; il tempo pasquale è adatto per l’itinerario eucaristico, mentre la Pentecoste e il tempo ordinario invitano ad approfondire gli itinerari ecclesiologico e missionario .

Riprendo qui le riflessioni sopra indicate, tenendo presente come quadro di riferimento il cap. 21 del Vangelo di Giovanni.

Questa pagina evangelica, letta congiungendo la preoccupazione esegetica con un intento spirituale, si rivela ricca di singolare forza evocativa.

[57] Il racconto dell’apparizione di Gesù ad alcuni discepoli dopo la pesca infruttuosa sul lago, nel suo svolgimento narrativo, condensa i temi principali della storia della salvezza.

L’avvio del racconto è una suggestiva descrizione della condizione umana. Sta sullo sfondo il buio della notte, che trapassa nella luce mattutina. Ma è una luce ancora incerta, che non permette una visione nitida delle cose. In consonanza con questa situazione ambientale è la situazione spirituale dei discepoli. Partono col piglio ardito e sicuro, espresso nella proposta di Pietro: “Io vado a pescare” (v. 3).

Ma non prendono nulla. Toccano con mano che non c’è una identità piena e certa tra i beni intesi dall’uomo e i beni effettivamente raggiunti. Nella ricerca della felicità e della gioia, la libertà umana deve fare i conti anche con fattori ad essa estranei. Deve mettere in programma anche l’attesa, la pazienza, l’insuccesso. Deve imparare a sperare, a chiedere, ad accogliere.

[58] Quello che i discepoli hanno cercato invano con la fatica infruttuosa della notte, viene loro concesso miracolosamente da Gesù. Egli colma lo scarto che separa il desiderio umano dal suo oggetto. Il gesto miracoloso provoca i discepoli a chiedersi chi è il misterioso personaggio apparso sulla riva del lago. Ma il miracolo suscita un cammino di fede: il cammino che il discepolo prediletto compie con i rapidi passi del cuore e che è percorso da Pietro a nuoto tra le onde del lago.

Il punto cruciale di questo cammino sta nel riconoscere che il Gesù risorto, che compie i desideri dell’uomo, è ancora il Gesù crocifisso, che ha affidato al Padre il compimento dei propri desideri. Ha uniformato la propria volontà alla volontà del Padre. Ha accettato di perdere la propria vita sulla croce, per compiere la missione di proclamare all’uomo peccatore e separato da Dio che il Padre non lo abbandona al fallimento, non lo rifiuta anche se è rifiutato; anzi gli dona il proprio Figlio, per mostrare che neppure il peccato impedisce a Dio di amare l’uomo e di attrarlo a sé in un gesto di perdono, che vince il peccato e la morte.

Tutto questo è implicitamente contenuto nel grido del discepolo prediletto, che rompe il silenzio del mattino: “E’ il Signore” (v. 7). Questa espressione, infatti, rievoca le professioni di fede della Chiesa primitiva. Gesù, che si è umiliato nella morte, in obbedienza al Padre e per amore degli uomini, è stato glorificato dal Padre ed è stato proclamato Signore, cioè colui che reca pienamente in sé la forza d’amore e di salvezza che è propria di Dio stesso.

[59] Gesù manifesta la sua capacità e volontà di comunicare agli uomini l’amore salvifico del Padre anche attraverso un gesto simbolico. Egli mangia con i discepoli.

L’umile, quotidiano gesto del mangiare è ricco di potenzialità espressive. Può prestarsi ad esprimere la comunicazione di beni sempre più grandi e misteriosi, che approfondiscono il bene fisico del cibo e il bene psicologico della conversazione, scambiati durante il pasto comune.

Gesù assume questo gesto umano e lo carica di prodigiose potenzialità. Il pasto descritto nel cap. 21 di S. Giovanni non risulta essere un convito propriamente eucaristico. Rievoca però il convito di Jahwe col popolo degli ultimi tempi, annunciato nell’Antico Testamento. Si ricollega ai conviti messianici fatti da Gesù con i discepoli o con le folle. Allude all’Ultima Cena o ad altri conviti di Gesù risorto, che hanno caratteri più propriamente e chiaramente eucaristici e comportano quindi il trapasso dal generico simbolismo conviviale nella reale comunione col Signore, che si rende presente trasformando il pane e il vino nella viva e misteriosa realtà del corpo donato e del sangue versato.

[60] Questa comunicazione d’amore attrae gli uomini a Cristo e costituisce la comunità di coloro che corrispondono all’amore di Cristo. Nel dialogo che Gesù fa con Pietro dopo aver mangiato, si allude alla doppia modalità secondo la quale Gesù è il centro della comunità cristiana. Fondamentale è la modalità interiore: la Chiesa è la comunità di coloro che mettono Cristo al centro del loro amore, come fa Pietro con la triplice, sofferta, appassionata professione di amore. Ma c’è anche una modalità esteriore, visibile, istituzionale: i ministeri pastorali provengono direttamente da Gesù e vengono svolti nel suo nome e con la sua autorità, come appare dall’incarico di pascere il gregge, che Gesù affida a Pietro.

[61] I compiti ecclesiali, per il profondo rapporto che hanno con Cristo stesso, sono animati dallo stesso dinamismo di amorosa obbedienza al Padre, che ha ispirato tutta la vita di Gesù e, in particolare, il sacrificio pasquale. Proprio per questo diventano un servizio per i fratelli, una missione verso gli uomini. Sono una testimonianza. Il cap. 21 di Giovanni ricorda la testimonianza di Pietro, che si suggellerà con il martirio, e la testimonianza del discepolo prediletto, che si attuerà nel proclamare con le parole e con gli scritti evangelici i fatti riguardanti Gesù. In tutti e due i tipi di testimonianza è sottolineata la totale disponibilità: Pietro dovrà lasciarsi cingere e portare dagli altri e il discepolo prediletto dovrà accettare di fare quello che il Signore vorrà.

Si ritorna in qualche modo all’impotenza umana descritta nella pesca infruttuosa, da cui l’episodio aveva preso l’avvio. Ma là era una impotenza subita con rassegnazione o con disperazione. Qui è un’impotenza capita e accettata come segno di obbedienza e di amore. Nella debolezza dell’uomo si rivela la potenza di Dio. Rinunciando ai propri progetti, il discepolo di Cristo testimonia il progetto del Padre. La sua missione nel mondo consiste appunto nel proclamare agli uomini che le loro opere hanno senso e pienezza solo nella grande opera di Dio.

Dobbiamo ora riprendere questi temi per riflettervi in relazione al mistero dell’Eucaristia e al modo di annunciarlo all’uomo d’oggi.

Seguiamo i cinque momenti del racconto di Gv 21: l’uomo in ricerca nella notte; l’incontro con il Cristo crocifisso e risorto; il pasto comune; la Chiesa e i ministeri; la missione e la testimonianza .

[62] Nella notte i discepoli si affaticano a pescare, ma non prendono nulla (Gv 21, 3). Tuttavia la loro speranza rimane aperta, così da accogliere favorevolmente l’invito misterioso, che giunge loro verso l’alba, di ritentare ancora (Gv 21, 6).

Per comprendere l’Eucaristia è indispensabile che l’uomo contemporaneo superi la sua disaffezione ad aprirsi al mistero di Dio.

La libertà non ha in se stessa il proprio bene, ma lo trova affidandosi.

Nella lettera pastorale su “La dimensione contemplativa della vita” ho proposto qualche spunto sull’uomo “come aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto, che soltanto in una incondizionata dedizione all’imprevedibile piano di Dio trova le condizioni per realizzare la propria autenticità” (pp. 14-15).

Quando l’uomo si apre così al mistero di Dio, scopre se stesso e tutto ciò che lo circonda come dono e si mette in un atteggiamento di gratitudine. Una certa dimensione “eucaristica” accompagna l’esistenza dell’uomo, che ha scoperto veramente se stesso: eucaristia vuol dire, appunto, rendimento di grazie.

Tale atteggiamento si esprime, poi, come domanda di perdono, per tutte le volte che esso è stato rinnegato, e come richiesta di aiuto per poter usare responsabilmente i doni ricevuti.

[63] Questi atteggiamenti dell’uomo verso Dio devono continuamente rinascere dalla libertà dell’uomo; ma sono così importanti che non possono essere lasciati all’improvvisazione del momento o a una totale spontaneità.

Vengono allora in aiuto le tradizioni religiose proprie di ogni civiltà, le forme di celebrazione del mistero che coinvolgono anche la corporeità, i riti variamente espressivi delle diverse sensibilità culturali. Questi fatti danno una certa consistenza e stabilità alle espressioni religiose nelle quali l’uomo dice il senso di tutta la propria esistenza. Il rito plasma i gesti religiosi; questi, a loro volta, esprimono, in modo più esplicito, quella generale attitudine a celebrare il mistero di Dio, la quale permea tutta l’esistenza.

Purtroppo queste connessioni possono essere infrante: il rito può diventare ritualismo esteriore e formale, che genera gesti religiosi separati dalla vita e incapaci di esprimere l’orientamento religioso dell’esistenza.

Questi rischi, però, non devono gettare un discredito generale sulla dimensione rituale e celebrativa dell’uomo.

Nelle sue forme autentiche essa è un aspetto fondamentale del nostro essere, perché ci aiuta a dare consistenza esplicita e rilevanza storica a quella perenne e intima apertura al mistero che è presente nelle profondità della persona e anima i rapporti dell’uomo con le altre persone e con le cose.

Sorgono qui delle domande impegnative. Quali sono le forme autentiche del rito? Quali valori e quali ambiguità erano presenti nella diffusa ritualità dei tempi passati? Perché l’uomo contemporaneo, almeno in occidente, sembra che vada perdendo la ritualità della vita? Quali surrogati di essa ha trovato nelle mode e nelle esaltazioni di massa? Come si può ridargli il senso del rito?

Non è possibile affrontare ora problemi così complessi. Occorre, però, almeno tenerli presenti, perché hanno un rapporto con l’Eucaristia. Questa, come vedremo, è una celebrazione del tutto originale, perché è la ripresentazione di quell’evento singolare che è la Pasqua di Gesù. Tuttavia è una celebrazione e quindi deve avvalersi delle risorse e deve tener conto delle difficoltà che sono presenti in quella fondamentale attitudine dell’uomo che è la celebrazione del mistero.

[64] L’uomo pienamente aperto al mistero di Dio trova in Gesù la Parola vivente del Padre, colui nel quale Dio ha rivelato pienamente il proprio amore per l’umanità: “Allora quel discepolo, che Gesù amava, disse: E’ il Signore!” (Gv 21, 7).

Questa pienezza di rivelazione raggiunge il suo culmine nella Pasqua.

Anche su questo tema ho suggerito alcuni spunti nella lettera pastorale “In principio la Parola” (pp 42-43). Vorrei aggiungere alcune precisazioni in ordine all’Eucaristia.

Talvolta ci limitiamo a collegare l’Eucaristia con la Pasqua in maniera generica e ci accontentiamo di spiegare l’efficacia della Pasqua affermando che essa ha una potenza salvifica infinita, perché è un gesto di Dio stesso. Ma non dobbiamo dimenticare che questo gesto di Dio si compie in Gesù di Nazaret. Ha quindi una struttura umana, che deve essere compresa, se poi vogliamo comprendere la sua ritualizzazione nell’Eucaristia.

Nel sacrificio pasquale Gesù vive in modo pieno la sua obbedienza al Padre e la sua partecipazione alla vicenda degli uomini, perché ha lo scontro definitivo, mortale, con il peccato del mondo.

Anziché lasciarsi attrarre dalla spirale dell’odio e della violenza, Gesù vive la vicenda della morte in croce lasciandosi attrarre dall’amore del Padre, con il quale egli, nelle profondità del suo essere, è una cosa sola. Egli obbedisce, ama, perdona, prega, spera, mentre sperimenta fino in fondo, con un dolore mortale, che cosa significa, da un lato, essere pienamente partecipe dell’amore di Dio per l’uomo e, dall’altro, essere solidale con un uomo che è peccatore e separato da Dio.

Nel medesimo tempo, l’amore umano di Gesù è l’attuazione perfetta dell’amore dell’uomo verso Dio. E’ un amore che non viene meno, anzi si intensifica, si arricchisce di confidenza, di obbedienza, di dedizione, proprio attraverso la sofferenza e la morte.

Dice la Lettera agli Ebrei: “Benché fosse il Figlio di Dio, tuttavia imparò l’obbedienza da quel che dovette patire. Dopo essere stato reso perfetto, egli è diventato causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono” (5,8-9).

[65] Nella Pasqua, Gesù, da un lato rivela il mistero dell’amore di Dio per l’uomo; dall’altro lato, celebra e attua nel modo umanamente più perfetto l’amore, l’obbedienza, l’affidamento dell’uomo a Dio. L’aspetto singolare, eccezionale, unico del sacrificio pasquale è che la rivelazione e la celebrazione-attuazione sono una sola cosa, così come nell’essere di Gesù, Dio e l’uomo, pur rimanendo distinti, diventano una sola cosa.

La Pasqua di Gesù, proprio perché è quella manifestazione-celebrazione dell’amore di Dio ora descritta, tende a raggiungere ogni uomo, sia per manifestargli l’amore di Dio, per annunciargli che il suo peccato è perdonato, per dargli speranza di vita e di gioia oltre la sofferenza e la morte; sia per attrarre ogni uomo nello stesso movimento di celebrazione del mistero, di adorazione di Dio, di conformazione alla volontà del Padre, che ha animato tutta la vita di Gesù suggellata nella Pasqua.

L’Eucaristia è appunto la modalità istituita da Gesù nell’Ultima Cena per attuare questa intrinseca intenzione salvifica della Pasqua.

[66] “Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro” (Gv 2Z, 18). Questa comunione di mensa tra Gesù e i suoi, anche se non è una Eucaristia propriamente detta, come si è notato sopra, riprende il vocabolario eucaristico del Nuovo Testamento e ci invita a riflettere sulla Cena e sull’Eucaristia.

L’Eucaristia, così come è accolta nella fede della Chiesa, presenta un aspetto sorprendente che sconvolge l’intelligenza e commuove il cuore. Siamo di fronte a uno di quei gesti abissali dell’amore di Dio, davanti ai quali l’unico atteggiamento possibile all’uomo è una resa adorante piena di sconfinata gratitudine.

L’Eucaristia, non è solo, come già si è detto, la modalità voluta da Gesù per rendere perennemente presente l’efficacia salvifica della Pasqua. In essa non è presente soltanto la volontà di Gesù, che istituisce un gesto di salvezza. In essa è presente semplicemente (ma quali misteri in questa semplicità! ) Gesù stesso.

Nell’Eucaristia Gesù dona a noi se stesso. Solo lui può lasciare in dono a noi se stesso, perché solo lui è una cosa sola con l’amore infinito di Dio, che può fare ogni cosa.

[67] Certo, occorre badare anche agli strumenti umani, di cui Gesù si serve. Poiché la Pasqua rivela e insieme celebra l’amore di Dio che attrae l’uomo a sé, troviamo plausibile che Gesù nell’Ultima Cena abbia valorizzato la tensione alla comunione con Dio espressa nel gesto del mangiare insieme e soprattutto abbia fatto riferimento al valore commemorativo dell’alleanza, che era proprio della liturgia pasquale veterotestamentaria. E’ quindi normale e doveroso che la Chiesa, nel configurare concretamente la liturgia eucaristica, abbia assunto nel passato e debba assumere e aggiornare continuamente le espressioni celebrative provenienti dalla nativa ritualità umana e dalla liturgia veterotestamentaria.

Ma tutto questo è percorso e oltrepassato da una novità assoluta: è tale la forza di camminare manifestata e attuata nel sacrificio della croce, che essa rende presente nell’Eucaristia il Cristo stesso nell’atto di donarsi al Padre e agli uomini, per restare sempre insieme con loro.

Gesù, che già in molti modi attrae a sé la Chiesa con la forza del suo Spirito e della sua Parola, suscita nella Chiesa la volontà di obbedire al suo comando: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22, 19).

E quando la Chiesa, nell’umiltà e nella semplicità della sua fede, obbedisce a questo comando, Gesù, con la potenza del suo Spirito e della sua Parola, porta l’attrazione della Chiesa a sé al livello di una comunione così intensa, da diventare vera e reale presenza di lui stesso alla Chiesa: il pane e il vino diventano realmente, per misteriosa trasformazione che è chiamata “transustanziazione”, il corpo dato e il sangue versato sulla croce; nei segni conviviali del mangiare, bere, festeggiare si attua la reale comunione dei credenti col Signore; le funzioni sacerdotali si svolgono non per designazione o delega umana, ma per una reale assunzione dei ministri umani nel sacerdozio di Cristo, secondo le modalità stabilite da Cristo stesso.

L’Eucaristia si presenta così come la maniera sacramentale con cui il sacrificio pasquale di Gesù si rende perennemente presente nella storia dischiudendo ad ogni uomo l’accesso alla viva e reale presenza del Signore.

Si tratta di prodigi che fioriscono su quel prodigio di inesauribile amore, che è il mistero pasquale. D’altra parte si potrebbe dire che si tratta della cosa più semplice: Dio, nell’Eucaristia di Gesù, prende sul serio la propria volontà di alleanza, cioè la decisione di stare realmente con gli uomini, di accoglierli come figli, di attrarli nell’intimità della sua vita.

[68] “Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?” “…Pasci i miei agnelli”” (Gv 21, 15).

Queste parole ci invitano ad approfondire il rapporto tra Eucaristia e Chiesa. Da un lato, l’Eucaristia è celebrata nella e dalla Chiesa: accade solo all’interno della fede della Chiesa, che è fedele al comando di Gesù.

Dall’altro, è l’Eucaristia, in quanto presenza perenne della Pasqua, a fare la Chiesa.

Per comprendere questi aspetti complementari, dobbiamo pensare alla complessiva “attrazione” con cui Gesù costituisce e raduna attorno a sé la Chiesa, mediante lo Spirito Santo e la Parola.

Per certi aspetti, l’Eucaristia si colloca “entro” questa attrazione, per altri aspetti, la “genera”. E’ una particolare intensificazione di questa attrazione e insieme ne è l’attuazione più piena e la continua rigenerazione. Possiamo utilizzare l’immagine del Vaticano II, che presenta l’Eucaristia come “vertice e sorgente” di tutta la vita della Chiesa (cfr. soprattutto Sacrosancturn Concilium 10, Lumen Gentium 11, Presbyterorum Ordinis 5).

[69] Per farci un’idea semplice e concreta di questa attrazione, che costituisce la Chiesa e si attua in modo privilegiato nell’Eucaristia, ritorniamo al cap. 21 del quarto Vangelo. Pensiamo alla triplice professione di amore da parte di Pietro (Gv 21, 15-17). Essa è carica di risonanze psicologiche, di sofferta consapevolezza umana, di sentimenti appassionati e intensi. Ma ultimamente non è il prodotto delle energie umane.

Si può senz’altro estendere a questa professione di amore del cap. 21 di Giovanni quello che è detto della professione di fede del cap. 16 di Matteo: è un dono che viene dall’alto, è iniziativa del Padre (Mt 16, 17).

In questo amore di Pietro per Gesù è adombrato il mistero della Chiesa. Essa è la sposa innamorata di Cristo. Il suo amore per Cristo è ricco di concretezza, impegna le energie più belle della libertà, crea iniziative generose e aperte. Però la Chiesa sa di poter amare perché è amata.

Del resto in ogni autentico amore vibra un impulso di affidamento. Il cristiano, pertanto, si lascia amare da Cristo e fa consistere il suo amore nella risposta fedele all’amore di Gesù. L’Eucaristia è appunto l’attuazione di questa fedeltà.

[70] Vorrei indicare due sottolineature che l’Eucaristia introduce nella fedeltà della Chiesa a Gesù.

La prima sottolineatura riguarda quello che si potrebbe chiamare il carattere “oblativo” o “offertoriale” della carità cristiana, da cui appare il suo collegamento con il sacerdozio comune di tutti i cristiani.

La carità cerca il bene di ogni uomo, e sa che sono un bene il cibo, il vestito, la casa, la salute, la serenità familiare, il lavoro, la giustizia sociale, la pace entro e tra le nazioni.

Vede, però, tutte queste realtà come beni donati da Dio all’uomo e affidati alla sua responsabilità e operosità. Essi quindi entrano in un cammino spirituale, con cui l’uomo cerca la volontà di Dio, chiede perdono per i propri egoismi, si impegna a condividere questi beni con tutti i figli di Dio, offre a Dio se stesso e il mondo. Si tratta dunque di una carità “oblativa” e “sacerdotale”.

L’Eucaristia richiama con vigore e produce efficacemente questa caratteristica della carità, perché ci presenta Gesù che dona il corpo e il sangue, cioè tutto se stesso, in piena solidarietà con la situazione concreta dell’uomo peccatore, ma nel medesimo tempo, con una profonda attenzione al cuore del Padre, ai suoi desideri, alla sua volontà e con un abbandono filiale alla onnipotenza misericordiosa del Padre, che sa risvegliare la vita oltre la morte.

Il cristiano, proprio attraverso la celebrazione eucaristica, impara a imitare la carità di Gesù in tutta questa ampiezza sacerdotale e riconosce che la propria capacità di offrirsi al Padre dipende radicalmente dall’offerta che Cristo ha fatto di tutto se stesso.

[71] Si inserisce qui la seconda sottolineatura, che riguarda la duplice forma del sacerdozio presente nella Chiesa, quella di tutti i fedeli e quella dei ministri ordinati. Abbiamo visto che la carità sacerdotale dei cristiani dipende dal sacerdozio di Gesù. Questa dipendenza si esprime e si attua in vari modi. Anzitutto Gesù abilita i credenti a offrirsi al Padre nella carità attraverso il dono della Parola e dello Spirito.

Inoltre il popolo che celebra l’Eucaristia viene preparato da Cristo stesso a svolgere le funzioni sacerdotali mediante il sacramento del Battesimo, completato con il sacramento della Confermazione. Se qualcuno, poi, peccando, si esclude da questo popolo, viene riammesso attraverso un altro gesto di Cristo, cioè attraverso il sacramento della Riconciliazione.

Tra i membri di questo popolo sacerdotale alcuni ricevono un particolare sacramento, cioè il sacramento dell’Ordine. Attraverso di essi Cristo intende proclamare ulteriormente la dipendenza del sacerdozio del popolo cristiano dal proprio sacerdozio. Il sacerdozio dei ministri ordinati è dunque distinto dal sacerdozio di tutti i fedeli, ma è ad esso finalizzato, nel senso che aiuta a capire e a vivere il sacerdozio dei cristiani come un dono che proviene radicalmente da Cristo. Lo speciale rapporto con Cristo, che hanno i ministri ordinati, li abilita a presiedere la celebrazione, a perdonare i peccati nel sacramento della Riconciliazione, a garantire l’autorevolezza dell’annuncio della Parola, a consacrare l’Eucaristia.

[72] Questi cenni invitano a riflettere sui diversi ministeri in cui si esprime il sacerdozio del popolo di Dio.

Per esempio dobbiamo chiederci se davvero tutta la ricchezza ministeriale e carismatica del popolo cristiano viene sviluppata nelle sue potenzialità, con particolare riferimento alla figura e alla funzione della donna nella Chiesa.

Inoltre, poiché il ministero ordinato si presenta nella forma episcopale, presbiterale e diaconale, dobbiamo chiederci se l’attuale configurazione ed esercizio del diaconato esprime sufficientemente le ricchezze che esso può recare alla vita e al bene della comunità.

Infine va chiarito che la configurazione più articolata dei ministeri ecclesiali non può essere vista come un’alternativa o una supplenza del ministero presbiterale, anche se può trovare nell’attuale scarsità di clero uno stimolo contingente di riflessione e di rinnovamento.

Senza i ministri ordinati, in particolare senza i presbiteri, il popolo cristiano non può vivere il proprio sacerdozio come pienamente derivante da Cristo. Pertanto non si può rimanere inerti davanti alla scarsità delle vocazioni sacerdotali. Poiché Gesù non cessa di chiamare al ministero sacerdotale, è urgente verificare quanto nella nostra vita ecclesiale non sia favorevole al sorgere e al perseverare delle risposte positive. Come si pensa e si parla del sacerdozio nelle comunità cristiane? Abbiamo ancora la fede e il coraggio di proporre ai giovani questo ideale di vita?

L’anno conclusivo del Congresso Eucaristico deve invitare i preti a ritrovare la propria fisionomia ministeriale e spirituale: pur tenendo conto delle vorticose trasformazioni della società attuale e dell’insignificanza a cui il prete sembra condannato nel mondo d’oggi, occorre riscoprire la necessità e la bellezza del ministero presbiterale, approfondendo i valori cristiani descritti sopra.

Occorre, poi, che sia aggiornata e intensificata la pastorale vocazionale.

Riprenderemo alcuni di questi spunti nelle proposte operative.