Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Salmo 64
Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli...

Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti»…


Catechesi di Silvano Fausti

Iniziamo il capitolo 13 del vangelo di Matteo. Ci introduciamo in questo capitolo nuovo che sostanzialmente, se non esclusivamente, è composto da parabole; sono sette parabole per l’esattezza. In Matteo si alternano sezioni di discorsi, di parabole e sezioni di racconti, di fatti e miracoli.

Gesù racconta questa parabola che è una tra le più note per chiarire a se stesso e comunicare anche ad altri quello che è l’enigma, o la spiegazione del mistero della sua vita, della sua vicenda. E di riflesso allora, anche quello che può essere il fatto enigmatico, misterioso della nostra vicenda, della nostra vita.

Che cos’è una parabola? La parabola è un racconto verosimile, cioè che è successo, può succedere: dice una cosa che è abbastanza nota, abbastanza conosciuta che però, attraverso ciò che è noto e conosciuto allude, fa riferimento a contenuti che sono più profondi, misteriosi anche.

In un certo senso tutto quanto è parabola, cioè parabola che, dapprima può avere un aspetto un po’ enigmatico, misterioso e però dentro porta un significato. Nel caso di Gesù, tutto quello che succede è davvero una parabola; la parabola di Gesù il Figlio che muore e risorge. È segno anche del Figlio dell’uomo che entra nel cuore della terra che è ogni uomo; terra e uomo in ebraico hanno le stesse lettere.

Sembra che il male vinca, sembra che il bene perda. Ci si può domandare: finiscono proprio così le cose? Gesù attraverso la parabola raccontata, legge in profondità quello che succede e concluderà che non così finisce. In questo piccolo discorso della speranza, lo stile di Gesù vince il male, ma non dribblandolo, cioè evitandolo, trovando scorciatoie, bensì attraversandolo, attraversando la debolezza, la difficoltà, attraversando la morte stessa Noi istintivamente, come anche per Gesù in un certo senso, vorremmo che le cose si svolgessero in un modo lineare, una storia lineare bella, una specie di novella. Invece no, occorre attraversare le difficoltà.

Ci sono da prima quattro parabole che hanno come destinatario il popolo o come diceva la traduzione, le folle. Sono le parabole del seminatore, della zizzania, della senape, del lievito. Poi, ci sono tre parabole, dal versetto 35 al 53, che hanno come destinatari i discepoli e sono le parabole del tesoro scoperto nel campo; della perla di grande valore che un commerciante trova e poi della rete che è gettata in mare.

Una seconda cosa. Queste parabole sono chiamate di contrasto tra il bene e il male; il contrasto tra il terreno buono e il terreno cattivo; tra il seme buono e il seme cattivo; tra la piccolezza e la grandezza. Però parabole anche di speranza, contro ogni speranza. Cioè l’immediata lettura della vicenda e come si mettono le cose indurrebbe a pessimismo. Invece, la lettura profonda che ne fa Gesù, l’interpretazione di questo enigma porta a speranza. Cioè hanno una soluzione positiva, una soluzione incredibilmente positiva, quasi assurda: il mistero della croce, l’umiltà, la debolezza, la sconfitta di Dio per riferirci alla vita, alla vicenda di Gesù, sono la sua forza, la sua gloria, la sua vittoria.

Questa parabola dice delle difficoltà, ma soprattutto della sorpresa di uno frutto insperato in contrasto con difficoltà pesanti, perché su quattro situazioni presentate tre sono di fallimento. Gesù dice che nella sua situazione, come nella nostra si può avere fiducia, si può avere speranza, anzi certezza a tutta prova.

Il seminatore uscì a seminare. Il seminatore è Gesù che è uscito dal Padre per seminare: il fatto e l’annuncio della paternità di Dio, il fatto e l’annuncio della fraternità tra gli uomini. Ma Gesù come è il seminatore, così è anche il seme; la Parola di Dio ci fa figli. Eppure Gesù è anche il raccolto.

Alcuni semi caddero sulla strada e vennero gli uccelli e li divorarono. Qui comincia l’avventura o la sventura del seme, perché in ben tre situazioni finisce male.

Questo seminatore che è Gesù non sceglie il terreno, non fa discriminazioni. Gesù parla a tutti, non sta a ipotecare il risultato, butta abbondantemente il seme. È una cosa che costa sacrificio: uno butta via quello che potrebbe servirgli anche immediatamente come cibo, lo butta via però, in una speranza. Il Signore è così butta via nella speranza, nella certezza che qualcosa verrà.

Altri caddero in luogo sassoso, dove non c’era molta terra... La seconda situazione: anche essa è con un finale negativo. Nel primo caso si diceva che il seme scompare prima di attecchire; in questo secondo caso è che i semi attecchiscono, però seccano subito.

Ora altri caddero sulle spine e le spine crebbero e li soffocarono. Si presenta la terza situazione negativa. Però Gesù sa e lo dice, che non è questa l’ultima parola. Cioè il fallimento, fin qui realizzato e qui prospettato proprio come soluzione finale, non è l’ultima parola. Il campo ha sentieri, sassi, rovi, ma è il suo campo, è il campo di Dio.

Ora altri caddero sulla terra buona e davano frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Il seme, il Figlio dell’uomo, che scende nel cuore della terra, nel cuore dell’uomo, trova a un certo punto una terra che è propizia, una terra che è buona, che è bella. In noi anche in ciascuno di noi, ogni cuore ha una zona almeno di terra buona, di terra bella per accogliere il seme. Allora, davvero ogni cuore ha almeno una zona di terra bella, in cui si produce questo frutto che è prospettato in termini veramente esagerati. Perché normalmente in Palestina la corrispondenza fosse questa sette o otto per uno, massimo dieci o dodici per uno; con fertilizzanti, o altro si arriva al trenta per uno. Qui Gesù spara grosso trenta, sessanta, cento per uno; un frutto insperato, prodigioso.
Estratti da una catechesi di Silvano Fausti

Il seminatore, colui che avvia la primavera del mondo
Ermes Ronchi

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole
Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio. Il seminatore uscì a seminare. Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.
Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.
Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.
Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.

Avvenire


In questa e nelle prossime due domeniche ascoltiamo il capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, che raccoglie alcune parabole con cui Gesù annuncia «i misteri del regno dei cieli».

Gesù, uscito dalla casa di Cafarnao in cui era solito ritirarsi con la sua comunità, si reca presso il mare di Galilea, dove lo raggiunge una folla numerosa. Egli decide dunque di sedersi su una barca e da lì rivolge il suo insegnamento alle persone radunate ai bordi del lago. Gesù non fa discorsi lunghi e complicati ma, come suo solito, si serve di brevi parabole, creazioni sapienziali e letterarie che nascono dalla sua capacità di gratuità e di contemplazione del reale, dal tempo trascorso a ripensare gli eventi quotidiani che egli osserva. Siamo qui al cuore della singolarità di Gesù quale maestro: è con le sue parabole che egli proclama in modo semplice «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo» (Mt 13,35; cf. Sal 78,2).

La prima parabola, quella che narra del seme caduto sui diversi tipi di terreno, è la più importante e da essa dipendono le successive. È infatti una sorta di parabola in atto: quando Gesù afferma che «il seminatore esce a seminare» sta parlando del suo seminare «la parola del Regno» in quanti lo ascoltano sulla riva e, dunque, sta descrivendo la loro accoglienza o il loro rifiuto di tale parola. Per questo rivolge all’intelligenza dei loro cuori l’esortazione: «Chi ha orecchi, ascolti!». Secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato: il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce. Così – dice Gesù – una parte del seme cade lungo la strada, dove viene divorata dagli uccelli; un’altra parte cade tra i sassi e subito germoglia ma poi, allo spuntare del sole, secca per mancanza di radici; un’altra parte cade tra le spine, che ben presto la soffocano; un’altra parte cade infine sulla terra buona e porta frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.

Poi Gesù rientra in casa (cf. Mc 4,10) e ai discepoli, in disparte, spiega il significato di ciò che ha appena narrato, ammaestrandoli su come ascoltare la parola di Dio da lui annunciata con abbondanza. Ma i quattro terreni di cui parla Gesù sono tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro unico cuore, sono quattro possibili risposte alla Parola! Occorre in primo luogo interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione, altrimenti il Maligno subito la rapisce dal nostro cuore: un ascolto superficiale non è un vero ascolto, è infruttuoso come il seme seminato lungo la strada. Occorre inoltre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre anche lottare contro i seducenti idoli mondani, in particolare quello dell’accumulo di ricchezze, altrimenti la Parola viene soffocata come il seme dalle spine e non giunge a portare il frutto di una fede matura. Infine – dice Gesù – «il seme seminato nella terra buona è colui che ascolta la Parola e la comprende; egli dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta». Questo è l’ascolto della Parola fatto «con un cuore bello e buono» (Lc 8,15), che si oppone a quella che per la Scrittura è la malattia più pericolosa: la durezza di cuore (cf. Dt 10,16).

Un quotidiano esercizio di ascolto che però non va inteso come uno sforzo meritorio, bensì come un predisporre tutto affinché la parola di Dio possa operare in noi. Bisogna infatti essere consapevoli che la Parola è sempre efficace (cf. Is 55,10-11; Eb 4,12-13) e nella sua potenza non lascia mai ciò che incontra nella situazione di partenza. Di fronte ad essa non si può restare neutrali e indifferenti: o la si accoglie e ci si converte oppure, se essa viene respinta, indurisce il cuore di chi la rifiuta, come Gesù dice ai discepoli citando il profeta Isaia (cf. Is 6,9-10). È ciò che accade anche di fronte alla persona di Gesùè lui, Parola divenuta uomo, «il mistero del regno dei cieli»; è dalla comunione con lui che dipende la fecondità della nostra vita.

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Missione con la speranza di Dio,
seminatore prodigo e ostinato
Romeo Ballan, MCCJ

Poche cose nella natura sono così piccole, quasi invisibili, eppure così potenti e sorprendenti come i semi delle piante. Ce ne sono a miriadi e di ogni specie, entrano dappertutto, li calpestiamo o si attaccano ai vestiti senza che ce ne accorgiamo; sembrano insignificanti, eppure sono forti, resistenti, con capacità enormi di sviluppo. Tutte le piante del bosco, orto, frutteto o giardino hanno origine da un pugno di semi: in essi la Natura ha concentrato potenzialità di sviluppo quasi infinite. Nella parabola odierna – detta del seminatore – (Vangelo), Gesù, da bravo Maestro e attento osservatore della natura, tesse il suo noto e straordinario insegnamento partendo proprio dai semi. Tre sono le angolature sotto cui si può studiare questa parabola: il seminatore, il seme e i terreni; tutti e tre con una proiezione di universalità.

Anzitutto, il seminatore sorprende per la sua prodigalità. Agisce da sprovveduto, ‘inesperto’, ‘sprecone’, getta il seme dappertutto, quasi senza voler accorgersi dove finisce: sulla strada, tra i sassi, le spine, e finalmente sul terreno buono. Il seminatore è simbolo di speranza: spes in semine (la speranza è nel seme) si dice. Il seminatore è immagine del Dio di vita, di speranza e misericordia; un Dio contadino prodigo e ostinato nella distribuzione dei suoi doni, capace di trasformare un cuore di pietra in cuore di carne e di far fiorire un seme dalla roccia. Un Dio che ama tutti, vuole che la sua parola arrivi a tutti, “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4). Nessuno è discriminati, nessuno escluso dalla semina divina. Il nostro Dio è come il contadino: paziente, tenace, fiducioso, spera sempre, sa aspettare, rispetta i tempi di maturazione di ciascuno. E così nella vita e nelle culture di tutti i popoli, anche se non ancora evangelizzati, si trovano doni e valori che hanno la loro origine e pienezza nel Dio che è Padre di tutti e datore di ogni bene.

Il seme è la Parola di Dio, è Gesù stesso, Verbo e dono del Padre, Dio in carne umana, Cristo, che è la pienezza del Regno. L’annuncio missionario del Vangelo di Gesù fa crescere i valori presenti nelle culture, li purifica e li porta alla perfezione. A ragione, già San Giustino (+ 165) chiamava tali valori i ‘semi del Verbo’. Parola efficace del Padre, il Verbo è come la pioggia (I lettura) che scende dal cielo per irrigare la terra, fecondarla e far germogliare nuovi frutti (v. 10). Questo Seme divino ha una potenzialità infinita: offre a tutti salvezza; non vi sono barriere capaci di impedire che la salvezza arrivi ovunque, a chiunque, compresi i più disperati. Nel mondo, che è il campo del Padre – sempre bello da contemplare! – (Salmo responsoriale), non vi sono persone o realtà irrecuperabili. Questo è il fondamento dell’ottimismo cristiano: tenace, al di sopra di ogni resistenza. Questa è la speranza che sostiene il missionario: egli crede alle sorprendenti potenzialità della Parola che va seminando, spera sempre che il seme produca frutti, mette in gioco la sua vita per salvare se stesso e gli altri.

Dio ha scelto di lasciarsi condizionare dai terreni diversi. Nel cuore di ogni persona ci sono sassi e spine, ma anche un po’ di terra buona, capace di far germogliare i semi di Dio. Siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi. Egli offre generosamente la sua salvezza a tutti, ma non forza nessuno, rispetta e si affida alla libertà umana. I terreni diversi, cioè ogni persona, ognuno di noi, abbiamo la capacità di accogliere o di rifiutare il seme. Questo è il dramma dell’esistenza umana, con la sua facoltà di scegliere tra essere strada, sasso, spine, o terra buona. E anche quest’ultima con diversi gradi di risposta: produrre il 30, il 60, il 100 per uno (v. 8.23). L’etica del Vangelo non cerca campi perfetti, ma fecondi; la potenza della Parola è capace di trasformare anche i cuori duri e farli produrre, anche se almeno parzialmente. Dentro i meandri del cuore umano si inserisce l’opera dello Spirito (II lettura), che è presente anche nella creazione che geme e soffre in attesa della salvezza piena dei figli di Dio (v. 23).

Nella storia delle missioni e nell’attività di evangelizzazione si fa spesso la grata scoperta di tesori di santità e di grazia anche là dove tutto sembra arido, sassoso, prematuro. Alcuni esempi lo confermano. Nel profondo Darfur (regione occidentale del Sudan, da decenni devastata da violenze senza fine) Dio ha fatto brillare la grandezza di una ex-schiava, santa Bakhita. Altri esempi. In mezzo agli orrori della guerra civile del Congo (1964), Dio ha acceso la luce della beata Clementina Anuarite, martire della castità e del perdono. Tra le testimonianze recenti di terreni buoni possiamo ricordare anche: santa Maria Goretti, la santa Madre Teresa di Calcutta, Gandhi e tante altre persone conosciute a livello delle Chiese locali. A proposito di terreni, la storia mostra che ci sono vicende alterne e mutevoli secondo i tempi e gli avvenimenti: epoche di accoglienza e di buoni frutti, seguite da chiusure, rifiuti, o nuovi ritorni.

Non dimentichiamo che nella parabola odierna Gesù parla del seminatore, non del raccoglitore. Nella società e nella Chiesa molti preferirebbero il compito di mietitori e vendemmiatori piuttosto che di seminatori; ma l’invito di Gesù è a diventare seminatori di vita, solidarietà, compassione, speranza. Oggi la Chiesa ci fa chiedere al Padre, con la potenza dello Spirito, “la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace”. (Orazione colletta).


Che affidabilità offre la parola dell’uomo?

Non molta. Sconsolato e deluso, il salmista andava ripetendo: “ È scomparsa la fedeltà tra gli uomini. Si dicono menzogne l’un l’altro, labbra bugiarde, parlano con cuore doppio” (Sal 12,1-2). Oggi la parola continua ad essere svalutata: non si crede alle promesse, ci si sente garantiti solo dai documenti scritti e firmati; “fatti e non parole”, ci sentiamo ripetere.

 È così anche la parola di Dio?

Per dieci volte nel primo capitolo della Genesi viene ripetuto questo ritornello: “Dio disse… e così avvenne”. “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli. Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,6.9). La sua parola non è come quella dell’uomo; è viva ed efficace, attua ciò che annuncia, non mente e non delude.

La mistica greca proponeva di entrare in rapporto con Dio attraverso visioni, estasi, rapimenti, trans parossistici; la spiritualità biblica pone invece al primo posto l’ascolto, perché è convinta dell’assoluta affidabilità della parola del Signore.

“Ascolta Israele”, è la preghiera più cara alla pietà giudaica (Dt 6,4). “Ascolta la parola del Signore”, raccomandano i profeti (Is 1,10; Ger 11,3). “Ascoltare è meglio che offrire sacrifici”, dichiara Samuele (1 Sam 15,22). “Sacrifici e offerte tu non gradisci, le orecchie mi hai ben aperto”, afferma il salmista (Sal 40,7).

Nella Bibbia ascoltare non significa ricevere una comunicazione o un’informazione, ma aderire a una proposta, accogliere, custodire nel proprio cuore e mettere in pratica. Equivale ad accordare fiducia a Dio.

Chi ascolta la sua parola con queste disposizioni è beato (Lc 11,28).

Prima Lettura (Is 55,10-11)

Dio è in cielo e l’uomo sulla terra (Qo 5,1). Al Signore salgono le suppliche, egli le ascolta e risponde inviando la sua parola, operatrice di prodigi (Sal 147,15-18). Docili, gli esseri inanimati obbediscono a Dio. “Egli dispone come gli piace delle schiere del cielo” (Dn 4,32), “invia la luce ed essa va, la richiama ed essa obbedisce con tremore. Chiama le stelle ed esse rispondono: ‘Eccoci!’ e brillano di gioia per colui che le ha create” (Bar 3,33-35).

Non così con l’uomo. Negli esseri liberi la parola di Dio può agire solo se viene accolta, se cade in un terreno fertile che le permette di produrre frutti.

Il brano che chiude il libro del Deuteroisaia, e che oggi ci viene proposto, è un inno all’efficacia vivificante della parola di Dio. Per comprenderlo e gustarlo, è necessario collocarlo nel contesto storico in cui è stato composto.

Siamo nella seconda metà del VI secolo a.C.. Già da molti anni gli israeliti si trovano a Babilonia e, con crescente insistenza, si pongono la domanda: potremo mai un giorno tornare a rivedere la nostra terra?

A queste persone stanche e abbattute è inviato un profeta per annunciare l’imminente liberazione.

Passano alcuni anni, ma non accade nulla e il ritardo accresce la delusione e lo sconforto. Come mai – ci si chiede – la parola di Dio non si realizza? Anch’egli, come gli uomini, non mantiene più le sue promesse?

A questo dubbio il profeta risponde con un’immagine. La parola di Dio è come la pioggia e come la neve: cadono dal cielo e non vi ritornano senza aver prodotto ciò cui erano destinate; possiedono un dinamismo irresistibile, un’energia che feconda e fa germogliare il grano, l’erba verde e i fiori. La parola inviata dal cielo non ritorna mai a Dio “a mani vuote”, porta sempre con sé qualche frutto. I risultati, certo, dipendono anche dalla terra in cui cade, ma, dove giunge, nulla rimane come prima.

L’immagine della pioggia e della neve e il richiamo al ciclo delle stagioni e alla lenta crescita del seme è un invito a non attendersi risultati immediati. La parola di Dio agisce spesso in tempi lunghi perché deve fare i conti con le reazioni, le scelte, le decisioni e anche con l’indurimento, la cocciutaggine dell’uomo. Sono necessarie la pazienza, la capacità di attendere, la lungimiranza, unite all’incrollabile fiducia nella forza vivificante di questa parola.

Gli israeliti deportati a Babilonia seppero aspettare, mantennero ferma la convinzione che “retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (Sal 33,4) e, dopo alcuni anni, un primo gruppo di loro potè lasciare la Mesopotamia e tornare nella terra dei padri.

Chiunque si fida della parola del Signore un giorno ne verificherà gli effetti prodigiosi.

Seconda Lettura (Rm 8,18-23)

Chi si trova in un labirinto pensa e si arrovella, gira e si dispera, ma finisce per ritrovarsi sempre al punto di partenza. Solo un paio d’ali che lo sollevino verso l’alto gli permetterebbero di contemplare, dall’alto, la posizione in cui si trovava e di scoprire il cammino verso la libertà.

Ciò che accade sulla terra, l’agitarsi degli uomini, il susseguirsi di eventi spesso assurdi, i drammi rimangono inspiegabili enigmi finché non si sale fino al cielo, fino a Dio. Se, con il Signore, si scorgono gli orizzonti più lontani, si riesce a dare un senso a ciò che avviene nel mondo. La realtà in cui viviamo presenta innegabili motivi per essere pessimisti, ma chi entra nella prospettiva di Dio recupera, anche se spesso con fatica, la serenità e la speranza.

La creazione – dice Paolo – è stata sottomessa alla caducità, alla schiavitù, alla corruzione e grida il suo dolore. È stata coinvolta in un progetto assurdo, opposto a quello di colui che l’ha fatta. Il peccato, l’egoismo l’hanno stravolta. Ora l’uomo è colto dallo spavento di fronte alle conseguenze dei suoi errori: vede minacciate la fertilità della terra, la salubrità dell’aria, la sanità dell’acqua; constata i danni provocati alle piante, e agli animali, sa di aver riempito i fondali marini di rifiuti tossici e di bombe… Questa creazione attende di essere redenta: vuole essere ricondotta nel progetto di Dio che, all’inizio, aveva contemplato con compiacimento quanto aveva fatto, perché “era molto buono” (Gn 1,31).

Paolo invita a non disperare e a non interpretare il grido di dolore del creato come quello di un morente. È piuttosto simile a quello della partoriente che sta per dare alla luce una nuova vita.

 I cristiani non rimangono insensibili al gemito del creato, ma non si abbattono perché sono certi che, nonostante le apparenze contrarie, la parola di Dio porterà a compimento la nuova creazione.

Vangelo (Mt 13,1-23)

Videocommento

I teologi e i predicatori espongono sapientemente verità molto profonde, ma a volte usano un linguaggio complicato, ostico, involuto. Danno quasi l’impressione di non preoccuparsi che la gente capisca, che si mostri interessata, si appassioni o si stia annoiando. Gesù aveva un approccio pedagogico diverso: anche quando affrontava temi impegnativi, impiegava sempre un linguaggio semplice, ricorreva a paragoni e a immagini, raccontava storie ambientate nella vita dei pastori, dei pescatori, dei commercianti, degli esattori d’imposte e, soprattutto, dei contadini in mezzo ai quali era nato e cresciuto.

La parabola – dicevano i rabbini – è come lo stoppino di una candela: costa pochi spiccioli, eppure, per quanto fioca sia la sua luce, può far scoprire un tesoro.

Oggi Gesù introduce il tema teologico più difficile, l’enigma al quale le menti più acute e gli spiriti più nobili dell’umanità hanno tentato invano di dare una risposta: “Perché il male?”, “Perché il regno di Dio incontra tante difficoltà per affermarsi?”. Lo affronta con il suo solito metodo: la parabola.

Il brano è chiaramente diviso in tre parti. La prima (vv. l-9) è costituita dalla parabola; la seconda (vv. 10-17) contiene alcuni detti di Gesù di non facile interpretazione, infatti sembrano insinuare che egli non voglia che i suoi ascoltatori si convertano; la terza (vv. 18-23) è un’applicazione della parabola alla vita della comunità.

Prima di commentare ciascuna delle tre parti, facciamo una premessa. I biblisti sono concordi nel riconoscere che la spiegazione della parabola, benché sia posta sulla bocca di Gesù e rifletta perfettamente il suo pensiero, non sia stata pronunciata direttamente da lui. Da chi allora?

I primi cristiani, quando facevano catechesi nelle loro comunità, non erano preoccupati di trasmettere alla lettera ciò che Gesù aveva detto; si sforzavano, piuttosto, di rendere comprensibile ed efficace il suo messaggio, applicandolo alle situazioni concrete della loro vita. Erano convinti che gli evangelizzatori non dovevano comportarsi da semplici ripetitori; per essere fedeli alla parola del Maestro, dovevano attualizzare il suo messaggio. Chi infatti ripete in modo esatto le parole di una persona non sempre riferisce in modo autentico il suo pensiero.

I primi cristiani, dunque, alcune volte hanno modificato un po’ l’una o l’altra parabola, oppure hanno aggiunto una spiegazione per adattarla alla situazione delle loro comunità.

 È ciò che è accaduto con la parabola che ci viene proposta oggi. Gesù l’ha raccontata per dare un insegnamento ai suoi ascoltatori e i primi cristiani l’hanno riletta e applicata ai problemi concreti della loro vita, problemi che non erano propriamente gli stessi di quelli dei discepoli che avevano ascoltato Gesù. Così è nata la catechesi “attualizzata” che si trova nei vv. 18-23.

Iniziamo chiarendo il senso e il messaggio che aveva la parabola sulla bocca di Gesù, poi, dopo aver interpretato i difficili versetti centrali, spiegheremo la lettura che di essa hanno fatto le comunità di Matteo.

Uno strano modo di seminare (vv. 1-9)

Nella parabola c’è un particolare che subito richiama l’attenzione: lo spreco della semente che viene sparsa in grande quantità in un terreno sterile. Stupisce il comportamento dell’agricoltore che pare agire in modo poco accorto. Tre quarti esatti del racconto sono dedicati al grano che va a finire sulla strada, in luoghi sassosi o tra le spine ed è divorato dagli uccelli, rimane bruciato o viene soffocato.

 L’insistenza sullo spreco, sull’insuccesso, sulle prospettive deludenti è un elemento importante: riflette la realtà del mondo in cui il male appare molto più forte, più efficiente del bene. Si noti il suo progressivo, incalzante strapotere: il seme non spunta, quello che spunta non cresce, quello che cresce è soffocato.

Da chi dipende? Perché questo accade? Se Dio è buono perché il suo regno non si sviluppa incontrastato? Questi sono gli interrogativi cui Gesù voleva dare una risposta.

Per comprendere la parabola occorre tenere presente che in quel tempo la semina non era fatta dopo che il campo era stato preparato, ma prima. Il contadino, non cominciava ad arare, zappare, sradicare i rovi, togliere i sassi, ma, prima seminava e dopo passava con l’aratro. Si capisce allora come parte del seme potesse cadere fra le pietre, in mezzo alle erbacce, fra le spine o sopra quei piccoli sentieri che si formano nei campi quando vengono attraversati durante il lavoro della mietitura oppure nel periodo in cui i campi rimangono incolti.

Chi osserva l’agricoltore della parabola è portato a pensare che stia lavorando invano, che sprechi il seme e le energie. È difficile credere che, in un campo ridotto in quello stato, possa germogliare qualcosa. Invece, dopo la semina, ecco passare l’aratro: i sentieri scompaiono, le spine e l’erba vengono tolte, le pietre spostate e il campo che sembrava improduttivo, dopo poco tempo, si copre prima di steli di grano, poi di bionde spighe. Un autentico miracolo!

Gesù racconta questa parabola in un momento difficile della sua vita: a Nazaret è stato scacciato, a Cafarnao lo hanno preso per pazzo, i farisei lo vogliono uccidere, i discepoli lo abbandonano. Sembra proprio che tutta la sua predicazione sia caduta invano; le condizioni sono troppo sfavorevoli, la sua parola pare destinata a morire (cf. Mt 11-12).

Con questa parabola voleva lanciare un messaggio ai discepoli scoraggiati che lo interrogavano sull’utilità del lavoro apostolico che stava svolgendo: malgrado tutte le contraddizioni e gli ostacoli, la sua parola avrebbe dato frutti abbondanti perché ha in sé una forza di vita irresistibile.

Contrariamente a tutte le attese, la venuta del messia non è stata clamorosa, non ha avuto grande risonanza. Il suo passaggio in questo mondo è sembrato tra i più insignificanti: non ha cambiato nulla nella vita sociale e politica del suo popolo. Più famoso di lui è stato il Battista. Gesù è scomparso nella terra come un piccolo seme, debole, quasi invisibile, eppure, dopo poco tempo, questo seme ha iniziato a germogliare. Il vangelo ha fatto lievitare l’umanità e noi, oggi, possiamo verificare che il messaggio della parabola del seminatore si sta realizzando.

Tutti noi qualche volta ci siamo chiesti se vale la pena annunciare la parola di Dio in un mondo e in una società corrotti come quelli in cui viviamo, se ha ancora senso oggi parlare di beatitudini evangeliche e fare catechesi a persone che non ascoltano, che hanno il cuore indurito, pensano solo al denaro, ai divertimenti, a ciò che è caduco, fugace, effimero. Gli evangelizzatori, i catechisti non staranno forse seminando invano?

Quando sorgono questi pensieri è il momento di professare la propria fede nella forza divina contenuta nella parola del vangelo.

Perché Gesù parla in parabole? (vv. 10-17)

A metà della sua vita pubblica Gesù fa un bilancio e constata che ben poche persone hanno accettato il suo messaggio. C’è da meravigliarsi di questo fatto? No, risponde. Anche i profeti dell’AT non venivano ascoltati. Al tempo di Isaia, per esempio, la gente si tappava le orecchie per non ascoltare la parola di Dio e induriva il cuore per non convertirsi (vv. 14-15).

Ecco la ragione per cui egli ricorre alle parabole: fa un nuovo tentativo per sbloccare la situazione. Pensa che, con questo linguaggio semplice e concreto, sarà più facile far breccia nei cuori dei suoi ascoltatori. La parabola obbliga a riflettere, a cercare il significato recondito, fa pensare, fa cadere in se stessi e può quindi ottenere la conversione.

Questi versetti sono un invito ad aprire al più presto gli occhi, le orecchie e il cuore altrimenti le parabole rimangono racconti enigmatici e non producono alcun frutto.

I quattro tipi di terreno (vv. 18-23)

L’applicazione della similitudine alla vita delle comunità ha lo scopo di aiutare i discepoli a identificare le difficoltà che la parola di Dio incontra in ognuno. La scarsità dei risultati non dipende né dal seme né dal seminatore, ma dal tipo di terreno.

C’è anzitutto un cuore duro, reso tale – come accade col suolo di una strada – dalle molte persone che l’hanno calpestato. Rappresenta il cuore impenetrabile alla parola di Cristo perché ha assimilato il modo di ragionare di questo mondo, si è adattato alla morale corrente, ha fatto propri i valori proposti dagli uomini. Questo è il maligno, il demone devastante che si insinua nei pensieri e nei sentimenti, colmandoli di meschinità, di frivolezze, di proposte di vita insensata, di ragionamenti dissennati.

Poi c’è un cuore incostante che si entusiasma facilmente, ma, dopo pochi giorni, torna quello di prima. È come un sasso coperto da un leggero strato di terra: se vi si pianta un seme, questi germoglia, ma immediatamente secca.

C’è anche un cuore inquieto che si agita per i problemi di questo mondo, che rincorre il successo e la ricchezza, che alimenta sogni meschini. Queste preoccupazioni sono come spine: soffocano il seme della parola.

Infine c’è un cuore buono nel quale il vangelo produce frutti abbondanti.

Non si tratta di quattro categorie di persone, ma di quattro disposizioni interiori che si ritrovano, in proporzioni diverse, in ogni uomo. Inutile che l’evangelizzatore, per lanciare il prezioso seme della parola, attenda di trovare il terreno ideale, quello perfettamente fecondo. Terra buona, spine, sassi e suolo arido saranno sempre insieme. Per qualcuno questo sarà un motivo di scoraggiamento, ma per i veri apostoli, per i catechisti autentici diverrà uno stimolo a una semina più abbondante. Molti sforzi saranno vani, ma un giorno, puntualmente, la spiga farà la sua comparsa, in ogni uomo.

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