Carlo Maria Martini
La dimensione contemplativa della vita
Lettera Pastorale 1980/81

[Rapporti tra preghiera, silenzio e struttura della persona umana, e rapporti fra preghiera e Eucarestia]
[10] Il SILENZIO.
Se in principio c’era la Parola e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all’inizio della storia personale di salvezza ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c’e il silenzio.
Se, com’è avvenuto per Zaccaria, padre di Giovanni Battista, il secondo miracolo del Verbo di Dio è quello di far parlare i muti, cioè di sciogliere la lingua dell’uomo terrestre ricurvo su se stesso nel canto delle meraviglie del Signore, il primo è quello di far ammutolire l’uomo ciarliero e disperso (cfr. Lc 1, 20-22).
“La Parola zittì chiacchiere mie”: così Clemente Rebora, nobile spirito di poeta milanese dei nostri tempi, descrive con rude chiarezza gli inizi della sua conversione.
Possiamo anzi dire che la capacità di vivere un po’ del silenzio interiore connota il vero credente e lo stacca dal mondo dell’incredulità.
L’uomo che ha estromesso dai suoi pensieri, secondo i dettami della cultura dominante, il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo; tutto è preferibile all’essere posti implacabilmente, quando ogni voce tace, davanti all’orrore del niente. Ogni ciarla, ogni lagna, ogni stridore è bene accetto se in qualche modo e per qualche tempo riesce a distogliere la mente dalla consapevolezza spaventosa dell’universo deserto.
L’uomo “nuovo” – cui la fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena e la carità un cuore capace di amare l’Invisibile – sa che il vuoto non c’è e il niente è eternamente vinto dalla divina Infinità; sa che l’universo è popolato di creature gioiose; sa di essere spettatore e già in qualche modo partecipe dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, di amore, di felicità che sostanzia la vita inesauribile del Dio Trino.
Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva solitario sulle cime dei monti (cfr. Mc 1, 3; Lc 4; 42; 6, 12; 9, 28), aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre.
Nessuno fraintenda, però: l’uomo “vecchio”, che ha paura del silenzio, e l’uomo “nuovo” solitamente convivono, con proporzioni diverse, in ciascuno di noi. Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni, di clamori, che assordano il nostro giorno e perfino la nostra notte; ciascuno è interiormente insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde.
In questo chiasso, l’uomo nuovo che è in noi deve lottare per assicurare al cielo della sua anima quel prodigio di “un silenzio per circa mezz’ora” di cui parla l’Apocalisse (8, 1); che sia un silenzio vero, colmo della Presenza, risonante della Parola, teso all’ascolto, aperto alla comunione.
[11] Preghiera ed ESSERE DELL’UOMO.
Considerata nella sua natura profonda e nel suo momento originario, la preghiera non è attività che si giustappone estrinsecamente all’uomo: sgorga dall’essere, stilla e fluisce dalla realtà di ogni uomo.
Potremmo dire che la preghiera è, in qualche modo, l’essere stesso dell’uomo che si pone in trasparenza alla luce di Dio, si riconosce per quello che è e, riconoscendosi, riconosce la grandezza di Dio, la sua santità, il suo amore, la sua volontà di misericordia, insomma tutta la divina realtà e il divino disegno di salvezza come si sono rivelati nel Signore Gesù crocifisso e risorto.
Prima ancora che parola, prima ancora che pensiero formulato, la preghiera è percezione della realtà che immediatamente fiorisce nella lode, nell’adorazione, nel ringraziamento, nella domanda di pietà a Colui che è la fonte dell’essere.
Emergono e si configurano come contenuti fondamentali, in questa esperienza globale, sintetica, spiritualmente concreta:
– la percezione della vanità delle cose divelte dal progetto di Dio, che si tramuta in supplica ad essere noi stessi salvati dall’insidia dell’insignificanza e della vuotezza;
– la percezione della Presenza di Colui che è pienezza e non è mai assente e lontano là dove c’è qualcosa che veramente esiste;
– la percezione del Cristo vivo nel quale tutto il progetto divino è riassunto e personalizzato (“Ubi Christus, ibi Regnum”, dice Sant’Ambrogio), che fonda il riconoscimento e l’inveramento del rapporto di comunione con Colui che unico è Signore e Salvatore;
– la percezione, in Cristo, della volontà del Padre come norma assoluta di vita, sicché l’orazione non è più il tentativo di piegare la divina volontà alla nostra, ma il tentativo sempre rinnovato di conformare il nostro al volere del Padre (cfr. Mt 6, 10; 26, 39-42);
– la percezione della realtà dello Spirito, sorgente di tutta la vita ecclesiale, che prega in noi (cfr. Rom. 8,19-27), così che il pregare diventa anelito a uscire dalla solitudine e dalla chiusura dell’individualismo e richiesta ad aprirci sempre più al Regno di Dio che si va instaurando nei cuori e fra gli uomini, cioè alla Chiesa;
– la percezione della croce come vittoria sul male che è in noi e fuori di noi, che fa della preghiera attitudine di contestazione del peccato, dell’ingiustizia, del “mondo”, e nostalgia della Gerusalemme celeste dove tutto è santo.
[12] La PERSONA, protagonista di ogni preghiera.
E’ senza dubbio giusto e doveroso sottolineare la vocazione sociale che è inscritta in ogni atto dell’uomo e l’indole ecclesiale della intera vita cristiana. Ma non bisogna mai dimenticare che alla sorgente di tutto sta il mistero della persona, mistero sempre singolare e singolarmente inedito, non sommabile, non raffrontabile.
Anche se costituito in una condizione e in una natura che egli riceve per generazione e condivide con tutti i suoi simili, l’uomo trova la ragione prima della sua grandezza nel fatto di provenire, secondo il nucleo originario e inconfondibile del suo essere, immediatamente dal Dio creatore, che dall’eternità lo ha chiamato per nome; e nel fatto di dover tornare a Colui che è al tempo stesso il suo principio e il suo destino, con una decisione (o, meglio, con una serie di decisioni) di cui egli porta la responsabilità totale, perché non è condizionabile in modo determinante da nessuna creatura diversa da sé.
Pur generato e nutrito in una comunione universale di vita che è la Chiesa, il cristiano ha un pregio inestimabile perché è stato amato personalmente dal Padre, che lo ha voluto suo figlio; è stato personalmente raggiunto dall’azione redentrice di Cristo, che per lui ha versato il suo sangue; è guidato dallo Spirito nella positiva risposta personale alla divina chiamata alla salvezza. Dal “noi” e sul “noi” della Chiesa emerge e si definisce l’io del credente, il quale si apre al “tutto” della cattolicità.
Così la preghiera – anche quando è vocale, liturgica o, comunque, associata – riceve verità e valore solo se trova la sua costante ispirazione nel mistero personale e concreto della adesione di fede, di speranza, di carità che alimenta e caratterizza la vita rinnovata.
Davanti al Padre, che è la sorgente della mia vita e il mio traguardo, davanti al dramma di un destino che è giocato una volta per tutte, davanti ai sì e ai no che decidono della mia sorte eterna, ci sto io, non il gruppo, la classe, la comunità. Non sono solo perché lo Spirito domanda in me e per me ciò che io non so chiedere e il mio Salvatore mi sta accanto, mi avvince a sé, mi partecipa i suoi sentimenti filiali. Ma nessuno può sostituirmi in questa impresa.
Anche se vivo, decido, prego in una comunità di fratelli che mi sostiene, mi rianima e spiritualmente mi dilata, resto sempre io in definitiva a vivere, a correre il rischio della decisione, ad affrontare l’avventura difficile ed inebriante della vita di preghiera.
Fermarci a considerare l’orazione proprio all’atto in cui sgorga silenziosamente e segretamente dal cuore dell’uomo, significa dunque meditare sul mistero stesso di ogni orazione cristiana.
Sia che si mantenga tacita e solitaria, sia che si rivesta di parole esteriormente e anche pubblicamente proferite, sia che raggiunga la dignità di preghiera liturgica e diventi il canto e l’implorazione della Chiesa, ogni sincera invocazione a Dio trova sempre nell’essere personale, che antecede e fonda ogni estrinseca comunicazione, la sua scaturigine prima e possiede nella vita personale di fede, di speranza e di carità la sua anima necessaria e non surrogabile.
[13] La preghiera nasce dunque dal mistero stesso dell’uomo. Ciascuno è invitato a riscoprire nel silenzio e nell’adorazione la sua chiamata ad essere persona davanti a un Tu personale che lo interpella con la sua Parola. Ma il cristiano vive l’esperienza della sua preghiera, anche la più silenziosa e segreta – che egli fa “entrando nella propria camera e chiusa la porta” Mt 6, 6) – come membro di una Chiesa che ha nella Eucaristia la fonte e il culmine della sua adorazione e della sua lode.
In quale rapporto sta la preghiera silenziosa con l’Eucaristia?
[14] EUCARISTIA E CHIESA.
E’ necessario prima di tutto chiarire il rapporto tra Eucaristia e Chiesa. L’Eucaristia, con tutta l’economia sacramentale che essa riassume, è il “segno” voluto da Cristo stesso e da Lui continuamente gestito, addirittura con una presenza personale e reale, per mediare tra quel “segno” definitivo e inesauribile dell’amore di Dio, che è la Pasqua, e il segno che è la Chiesa. Questa infatti è la comunità di coloro che “fanno memoria” di Cristo e del suo mistero pasquale, e che in forza del Cristo stesso che si rende presente tra loro mediante l’Eucaristia, si amano come Egli li ama e, testimoniando l’amore verso tutti, cercano di inserire tutti in questa comunione d’amore che viene da Dio.
Va superata quindi una concezione un po’ impersonale e quasi meccanica del rapporto tra Eucaristia e Chiesa, quasi che la Chiesa, fatta dall’Eucaristia, sia un’entità separata dalla libertà, dall’intelligenza, dalla corrispondenza dei battezzati. Non c’è vera e piena Eucaristia senza la partecipazione personale del credente.
Certo, la presenza del Signore Gesù è assicurata dal servizio sacerdotale che agisce a modo di mediazione “in persona Christi”. Ma tale presenza esige sia che il sacerdote si sforzi di ripetere il gesto eucaristico condividendo l’offerta che il Redentore fa di se stesso, sia che i fedeli presentino al Padre la vittima santa presente sull’altare unendosi ad essa con l’impegno di una vita conforme al Vangelo. Il comando, “Fate questo in memoria di me” non dice solo la ripetizione di un rito, ma anche la partecipazione a ciò che il rito significa, vale a dire l’offerta che Cristo fa di sé al Padre per la salvezza degli uomini.
In questo senso va superata anche una concezione moralistica, sia che essa si esprima in un’enfasi dei doveri che i credenti hanno verso l’Eucaristia (adorazione, culto ecc.), sia che si esprima in un’enfasi dei doveri che i credenti si assumono a partire dall’ Eucaristia: impegno sociale, nuovi rapporti fraterni ecc. Questi atteggiamenti sono giusti, ma vanno vissuti secondo tutta la ricchezza formatrice e plasmatrice che l’Eucaristia esercita sulla vita concreta dei credenti radunandoli nella comunità che è la Chiesa.
[15] Eucaristia e atteggiamento di preghiera silenziosa.
L’Eucaristia è veramente capíta e accolta non solo quando si fanno certe cose verso di essa (la si celebra, la si adora, la si riceve con le dovute disposizioni ecc.) o si fanno certe cose a partire da essa (ci si vuol bene, si lotta per la giustizia ecc.), ma anche e soprattutto quando essa diventa la “forma”, la sorgente e il modello operativo che impronta di sé la vita comunitaria e personale dei credenti. Nell’Eucaristia si rende presente e operante nella Chiesa il Cristo del mistero pasquale. E’ il Figlio in ascolto obbediente alla parola del Padre. E’ il Figlio che nell’atto di spendere la propria vita per amore, trova nella drammatica e dolcissima preghiera rivolta al suo “Abba” (cfr. Mc 14, 36; Lc 23, 46) il coraggio, la misura, la norma del proprio comportamento verso gli uomini.
Pertanto la celebrazione eucaristica realizza se stessa quando fa in modo che i credenti donino “corpo e sangue” come Cristo per i fratelli, ma mettendosi in ginocchio, in attenzione di ascolto e di accoglienza, riconoscendo che tutto questo è dono del Padre, non confidando nelle proprie forze, non progettando il servizio degli altri secondo i propri modi di vedere.
Tutto questo richiede, in concreto, la coltivazione di atteggiamenti interiori che precedano, accompagnino, seguano la celebrazione Eucaristica: ascolto della Parola rivelata, contemplazione dei misteri di Gesù, intuizione della volontà del Padre tralucente dalle parole di Gesù, confronto tra il progetto di vita che scaturisce dalla Pasqua-Eucaristia e le sempre nuove situazioni spirituali in cui le comunità e i singoli credenti vengono a trovarsi.
Per questo, preghiera silenziosa, ascolto della Parola, meditazione biblica, riflessione personale, non sono disgiunti dall’Eucaristia, ma sono vitalmente collegati ad essa.
Di qui l’importanza che si attui la preparazione remota al Congresso Eucaristico facendo in modo che la Diocesi si metta, per così dire, in ginocchio, proponendo il valore della preghiera silenziosa, indicando strumenti concreti per coltivare questo clima contemplativo che è indispensabile per celebrare degnamente l’Eucaristia .
[16] Fede, speranza ed Eucaristia.
I1 collegamento tra preghiera ed Eucaristia appare più chiaro se consideriamo il rapporto tra Eucaristia e virtù teologali.
L’Eucaristia è la forma esemplare che plasma la vita della Chiesa e dei singoli credenti sul modello della Pasqua. In questa luce il frutto fondamentale dell’Eucaristia è la carità come capacità di dare la vita come l’ha data Gesù. Ma il riferimento a Gesù colloca la carità entro le coordinate della fede e della speranza: Gesù dona la vita in nome e in forza di uno speciale rapporto “contemplativo” con il Padre. Questo rapporto di abbandono fiducioso, di ascolto, di obbedienza può essere descritto, nella sua estensione, a ogni credente in Cristo, come rapporto di fede e di speranza. La fede esprime la sicurezza dell’Alleanza, l’affidamento del credente alla fedeltà amorosa del Padre che ha risuscitato dai morti Gesù Cristo. La speranza si estende oltre le insicurezze, i rischi, le contraddizioni di una libertà umana che è sempre tentata di infedeltà. Facendo continua memoria delle promesse di Dio e riconducendo i propri progetti al progetto del Padre, il cristiano si apre al futuro del Regno di Dio, può progettare, può sperare e attendere il compimento definitivo dei suoi desideri.
Ora è proprio attorno ai valori della fede e della speranza cristiana che si costruisce l’immagine cristiana della preghiera:
– sia nella sua motivazione profonda:
la preghiera cristiana è inserzione del credente nel rapporto di comunione filiale che Cristo ha con il Padre, allo scopo di esprimere nella carità il volto del Padre, riflesso nel volto di Cristo;
– sia nelle sue espressioni fondamentali:
in connessione con la fede, la preghiera è lode, adorazione, ringraziamento, riconoscimento del Padre, affidamento a Lui;
in connessione con la speranza, 1a preghiera è intercessione, domanda, implorazione che accoglie in sé i desideri dell’uomo, ma integrati e purificati nel desiderio fondamentale di fare, nella fede, la volontà del Padre. Il cuore si apre alle dimensioni del Regno e alle sue realizzazioni ecumeniche e missionarie.
In questo quadro generale della preghiera cristiana prendono il loro giusto posto i suoi vari aspetti: quello liturgico-sacramentale, quello personale e quello comunitario, quello del cuore e quello delle labbra, quello del silenzio teso all’ascolto e quello della vigilante applicazione di ciò che si è ascoltato al tessuto storico quotidiano.
Non è dunque possibile cogliere il frutto specifico dell’Eucaristia, che è la carità, senza camminare nella via della fede e della speranza. Ma questo suppone un esercizio costante di silenzioso ascolto della Parola di Dio e di abbandono fiducioso al Suo piano di salvezza.