Tre racconti dello Spirito
Lettera pastorale per verificarci sui doni del Consolatore

Carlo Maria Martini
Chiesa di Milano
Anno Pastorale 1997 – 1998
Tre racconti dello spirito 1997-98 – Chiesa di Milano
III. Raccontiamo insieme
1. L’amico importuno e lo Spirito
Vorrei iniziare la terza parte con un’icona evangelica che prendo dalla parabola detta dell’”amico importuno”. Gesù racconta: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza” (Lc 11,5-8). Gesù stesso interpreta così la parabola: “Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!” (vv. 9-13).
Immaginiamo che l’amico importuno sia chi bussa alle porte delle nostre comunità cristiane, direttamente o indirettamente, chiedendoci il pane della Parola di Dio. Potremmo trovarci nella difficoltà in cui si trova il personaggio della parabola: la porta è chiusa, i piccoli sono a letto, la notte è già avanzata. Tutto, insomma, è al suo posto, e ci costa scomodare le cose mettendo a soqquadro l’intera casa, come avveniva nelle abitazioni dell’epoca di Gesù, dove si dormiva per terra sulle stuoie, e si occupava il pavimento dell’ambiente di ingresso che fungeva normalmente anche da camera da letto. Un gruppo o una comunità che non si lasciasse scomodare dall’amico importuno, che preferisse la propria ordinata organizzazione dei tempi e degli spazi all’apertura generosa all’altro, realizzerebbe il contrario di ciò che Gesù fa fare al personaggio del racconto. Non solo: ma l’uomo che si lascia disturbare e soddisfa la fame dell’amico importuno è assunto niente di meno che a immagine del Padre celeste, che non nega lo Spirito a chi con insistenza glielo chiede. Dunque, una comunità, un movimento, un gruppo che si apre all’accoglienza dell’altro ed è disponibile a lasciarsi disturbare e perfino a lasciarsi mettere in questione dall’urgenza della carità e della comunione, diventa icona vivente del Padre che dà lo Spirito, sorgente di quella vita e di quella gioia che solo dallo Spirito vengono.
Come fare in modo che tutte le nostre comunità siano così ricche di Spirito santo da esser pronte ad accogliere la sfida dell’amico importuno? Come mantenerci così vigilanti da saper scoprire e valorizzare il dono dell’inopportunità, rappresentato dall’altro e dal diverso da noi? A questo esame di coscienza vorrei chiamare tutte le nostre comunità – parrocchie, istituzioni, associazioni, gruppi, movimenti -, perché si sottomettano volentieri e con generosità al giudizio della Parola di Dio e si aprano al soffio dello Spirito.
2. Lo Spirito racconta Gesù in noi
Mi lascio aiutare da una dottrina tradizionale: quella dei doni dello Spirito santo. Essa ha il suo fondamento biblico nella descrizione del virgulto messianico (virgulto in ebraico è “nezer”, donde verrebbe anche la parola Nazaret e l’aggettivo Nazareno riferito a Gesù, che è il virgulto messianico su cui riposa lo Spirito del Signore, secondo Is 61,1-2 [cf. anche 60,21] citato in Lc 4,18-19): “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,1-2). A sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza e timore di Dio, la tradizione teologica e spirituale, basandosi sul testo dei LXX e della Vulgata, aggiunge il dono della pietà. Sono i doni che lo Spirito ha dato in pienezza a Gesù, che risplendono nelle sue azioni e nelle sue parole e che suscitano in noi i sentimenti e i gesti di Gesù.
La riflessione teologica – in particolare quella di San Tommaso d’Aquino – ha collegato i sette doni alle tre virtù teologali e ha messo questo quadro globale in correlazione con le otto beatitudini (Mt 5,1-10), sviluppando un’articolata descrizione della vita dell’uomo nuovo, vivificato e trasformato dallo Spirito santo. La fede è parsa così l’anima dell’intelletto, della scienza e del consiglio. La speranza è stata vista come la sorgente del timor di Dio e della fortezza, mentre alla carità sono state rapportate la pietà e la sapienza. A sua volta poi la fede può essere collegata con la beatitudine dei puri di cuore, di coloro che piangono, dei misericordiosi; la speranza con la beatitudine dei poveri in spirito, degli affamati di giustizia, dei perseguitati; la carità con quella dei miti e degli operatori di pace. Non si tratta di classificazioni rigide, bensì di un modo per evocare la ricchezza, la spontaneità, la libertà filiale con cui si muove il cristiano sotto l’azione dello Spirito: “infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). Come dice un grande autore spirituale “chi si lascia guidare dai doni dello Spirito santo si può paragonare a una nave che voga a piene vele, con il vento in poppa; chi invece si lascia guidare dalle sole virtù e non dai doni, a una scialuppa che si fa avanzare a forza di remi, con più lentezza e molta maggior fatica e rumore” (L. Lallemant, La dottrina spirituale, IV, 3, 2, § 2).
Seguendo i dieci frutti dell’azione del Consolatore e le beatitudini loro connesse mi è sembrato di poter delineare quasi un decalogo della vita secondo lo Spirito, che deve ispirare le nostre comunità perché siano aperte all’amico importuno e legate l’una all’altra da una comunione che sia immagine fedele della comunione trinitaria. Come lo scorso anno ho proposto una Regola di vita del cristiano ambrosiano, così quest’anno offro come uno specchio perché ciascuna comunità possa verificarsi sui doni del Consolatore e sulla propria qualità di “comunità alternativa” aperta ai doni dello Spirito e docile alle sue ispirazioni (cf. Lettera di presentazione del Sinodo 47°, n. 5-9 e Ripartiamo da Dio, n. 3.1).
1. La fede è la virtù teologale per la quale ci si affida perdutamente a Dio e si vede ogni situazione ed ogni rapporto nella luce del Trascendente. Essa dà il cuore nuovo per consentire alla Verità, che ci ha visitato personalmente in Gesù Cristo, e gli occhi nuovi capaci di discernere in tutto i segni della Sua presenza e della Sua chiamata. Grazie alla fede la comunità risponde alla Parola di Dio e si lascia convocare e plasmare da essa. Senza fede non c’è convocazione intorno al Signore risorto, non c’è comunità delle donne e degli uomini che si riconoscono e vogliono essere suoi discepoli. Si potrebbe dire che è la fede che ci fa Chiesa, radunandoci come popolo di Dio, che appartiene a Lui e Gli obbedisce.
La prima caratteristica che fa di un gruppo, di un movimento o di un’associazione una comunità ecclesiale è la professione di fede, non solo oggettivamente in sintonia con quella della Chiesa nella sua cattolicità, ma esistenzialmente e soggettivamente attuata nell’esperienza del Mistero proclamato, celebrato e vissuto.
A ciascuna delle nostre comunità porrei allora la prima domanda: è la tua fede quella della Chiesa cattolica? vivi intensamente l’adesione al Dio vivente che la Chiesa ti ha fatto incontrare? sei una comunità che ascolta la Parola con fede, che celebra la divina liturgia e testimonia il Vangelo del Signore Gesù? Come vivi la beatitudine dei puri di cuore, degli afflitti, dei misericordiosi?
In forma di esortazione direi a ciascuna delle nostre aggregazioni:
Sii anzitutto una comunità di fede, nutrita della fede di tutta la Chiesa e vivi nell’adesione incondizionata del cuore e della vita al Dio vivente, che ha parlato a noi in Gesù Cristo. Coltiva la rettitudine delle intenzioni, sii gioiosa nell’afflizione, pronta nella misericordia verso i lontani e i vicini!
2. La fede illumina l’intelligenza: essa dà cuore e occhi per consentire e credere alla verità. Perciò una comunità di fede si apre all’intelligenza spirituale, a quello scrutare la rivelazione che può essere vissuto veramente solo sotto l’azione dello Spirito santo. Il dono dell’intelletto va quindi invocato e accolto per avere quel “contuitus mysteriorum” che ci permette di abbracciare in unità la molteplicità dei misteri rivelati, di avere uno sguardo sintetico e penetrante su tutto l’insieme di ciò che leggiamo nella Scrittura e riceviamo dalla Tradizione vivente della Chiesa. Il dono dell’intelletto ci fa penetrare nell’intimo del mistero di Dio, cogliendo la radice unitaria da cui scaturiscono Creazione e Redenzione, l’alleanza, la predicazione del Regno e la morte e risurrezione, la Scrittura e la Tradizione. Questo dono di uno sguardo profondo, affettuoso e unificante lo si riceve e lo si sviluppa sottomettendosi di continuo al giudizio della Parola di Dio quale è proclamata, spiegata e testimoniata nella comunione della fede ecclesiale e perseverando nella preghiera contemplativa e nella lectio divina.
A ciascuna comunità cristiana chiederei allora: come vivi l’intelligenza spirituale? sei pronta a sottometterti alla Parola di Dio? ti lasci mettere in discussione da essa? Sei al tuo interno “scuola di preghiera” e di lectio divina? aderisci sinceramente al magistero dei Pastori? misuri l’intelligenza legata al tuo carisma e ai maestri a te interni con l’intelletto della fede cattolica e con la guida all’intelligenza delle Scritture offerta dal Papa e dal Vescovo?
Sottomettiti alla Parola di Dio nella preghiera interiore e nella comunione con i tuoi Pastori, per essere una comunità ricca di intelligenza spirituale, capace di fare sintesi in mezzo alla frammentazione e confusione del nostro tempo!
3. Al dono dell’intelletto è connesso quello della scienza: mentre il primo ci fa comprendere la verità che viene da Dio, il secondo ci aiuta a vedere in lui l’insieme del mondo e della vita. La scienza spirituale è la visione della realtà che consegue all’incontro col Signore che cambia il cuore e la vita. L’intelligenza intende la verità nel suo offrirsi, la scienza abbraccia sotto la luce della verità l’orizzonte vitale di ciascuno e della comunità. Grazie al dono della scienza sono nate le grandi sistemazioni teologiche della storia della fede, e il cristianesimo è capace di contribuire alla ricerca del significato ultimo e delle urgenze penultime di fronte alle questioni e alle sfide culturali ed etiche più diverse. Grazie alla scienza della fede è possibile cogliere i segni dei tempi e i fermenti evangelici presenti dappertutto, anche nelle situazioni apparentemente più chiuse alla luce della verità rivelata. Grazie alla scienza è possibile comprendere i bisogni concreti di una determinata comunità e tracciare per essa un adeguato progetto pastorale.
In tutte le nostre comunità è necessario aprirsi a questo dono dello Spirito santo, in comunione con tutta la Chiesa: sei una comunità che si nutre della scienza della fede? curi la formazione catechistica e teologica dei tuoi membri? ti preoccupi di ascoltare i maestri di teologia e di esperienza spirituale, che lo Spirito suscita nella Chiesa e che essa ti propone o raccomanda? sei attenta ai progetti pastorali?
Sii una comunità desiderosa di crescere nella scienza della fede, nutrita di solidi maestri, che siano voce della sinfonia della verità che illumina e salva, quale essa è presente nella varietà e ricchezza di testimoni donati all’intera comunione cattolica, nel tempo e nello spazio, nel passato come nel presente! Sii una comunità che scrive e attua un piano pastorale in fedeltà allo Spirito!
4. Dall’intelletto e dalla scienza, illuminati dalla fede, deriva pure il dono del consiglio che conduce a scegliere bene di fronte alle diverse alternative che la vita ci propone. Il consiglio ci guida nella provvisorietà e nell’incertezza a non fare passi falsi, ci aiuta a discernere, a non essere precipitosi, a non assolutizzare nulla di ciò che è meno di Dio. Forma pratica del dono del consiglio è la direzione spirituale, che aiuta la persona a orientare e vivere la propria vita secondo Dio in ogni situazione.
Nelle nostre comunità il dono del consiglio va tenuto in gran conto, e va ricercato ed accolto attraverso cammini interiori in cui non si scarichi mai sull’appartenenza al gruppo o al movimento o sulla presunta volontà del capo ciò che deve essere oggetto di libera maturazione personale, sotto la luce dello Spirito santo.
Il consiglio è allora la condizione della libertà spirituale: sei una comunità dove tale dono è apprezzato e promosso? gli itinerari di maturazione personale delle coscienze sono in te rispettati e valorizzati, anche quando possono creare fatica al comune cammino? incoraggi i tuoi membri alla pratica della direzione spirituale, vissuta possibilmente con persone che siano sufficientemente libere rispetto alla tentazione di assolutizzare l’appartenenza al gruppo? sei consapevole che il tuo movimento o gruppo è “una via”, una delle tante vie nella Chiesa? che questa “via” è veramente ecclesiale solo quando riconosce che altre “vie” sono o possono essere vocazioni di Dio e che senza di esse il piano salvifico, nell’oggi della Chiesa, non è completo?
Sii una comunità docile al dono del consiglio, rispettosa dei cammini personali di maturazione spirituale e pronta ad aiutare ciascuno a vivere nella libertà le proprie scelte sotto l’azione del Consolatore e la guida di persone sagge e interiormente libere!
5. Come l’intelletto, la scienza e il consiglio si rapportano alla virtù teologale della fede, così il timor di Dio e la fortezza si radicano nel dono della speranza. La speranza è l’attesa di un bene futuro, arduo, ma possibile a conseguirsi: in quanto tale, quando è attesa del bene sommo della vita eterna, essa non può essere frutto di un desiderio umano, ma è dono dall’alto, è accoglienza delle promesse che Dio fa in Gesù Cristo. Solo in lui ci è data infatti la speranza che non delude, perché ci è anticipata e promessa la vita che vince il peccato e la morte per sempre. La speranza apre allora la vita del credente al futuro di Dio, alle sue novità e alle sue sorprese.
Una comunità cristiana è per vocazione e grazia testimone della speranza, pronta a rendere ragione a chiunque della speranza che è in lei (cf. 1 Pt 3,15). La Chiesa intera presenta in tal senso un’indole escatologica, è cioè popolo della speranza teologale, in cammino verso il compimento definitivo delle promesse fatte dal Padre nel Figlio morto e risorto per noi.
Sei una comunità ricca di speranza? davanti ai tanti mali del tempo presente, mantieni alta la capacità di guardare sempre e comunque all’orizzonte dell’avvenire di Dio per noi? testimoni speranza a quanti ti incontrano? vivi la gioia di quanti sperano nel Signore? Vivi la beatitudine dei poveri in spirito, degli affamati di giustizia, dei perseguitati?
Sii una comunità viva nella speranza, capace di testimoniare a tutti e sempre l’eccedenza delle promesse di Dio, che ci libera da ogni prigionia dei mali presenti e dalla paura della morte, e ci fa guardare avanti con fiducia, con distacco dai beni terreni e dai soldi, con una certezza più forte di ogni fallimento o persecuzione o sconfitta!
6. Dalla speranza teologale deriva il timor di Dio: esso nasce dalla consapevolezza di doversi misurare non solo col corto orizzonte delle cose che passano, ma con l’orizzonte ultimo e definitivo della vita eterna che non passa. Il timor di Dio è allora l’atteggiamento che ci fa vivere costantemente sotto lo sguardo del Signore, preoccupati di piacere a Lui piuttosto che agli uomini. Dio che ti guarda è sì il Dio giudice, ma questa espressione va ben capita, perché non ha nulla a che vedere con una sorta di occhio maligno o severo puntato su di te solo per coglierti in fallo: si tratta del Dio Padre che ti conosce e ti ama come nessun altro e vuole per te il bene vero. Agire come a Lui piace è allora per te il bene più grande, la consolazione più profonda, anche quando sul momento dovesse costarti. Il timore di Dio è un timore filiale, reverente, affettuoso, che teme soprattutto di dispiacere al cuore del Padre.
Una comunità che vive nel timore di Dio evita ogni logica umana di potere e di successo, diffida della mondanità che continuamente tenta i discepoli del Signore, non fa calcoli per vincere o affermarsi a danno di altri, ma ha come solo scopo quello di seguire Gesù che in tutto ha fatto la volontà del Padre, anche quando ciò dovesse significare abbracciare la sua Croce e seguirlo nella sua passione.
Quale posto dai al timor di Dio nelle tue valutazioni e nei tuoi progetti? sei una comunità che si lascia giudicare dal Signore, preoccupata di piacere a lui in ogni cosa? ti misuri sulle esigenze del Vangelo e della sequela di Gesù o ti lasci a volte ammaliare da calcoli di riuscita terrena?
Sii una comunità che vive sotto lo sguardo di Dio, desiderosa di piacere in tutto a lui solo, e perciò vigile ed operosa nel timore del Suo santo nome, libera da calcoli e valutazioni solo mondane!
7. La speranza teologale offre l’orizzonte su cui si costruisce l’atteggiamento del timor di Dio e motiva al tempo stesso la fortezza nelle scelte e nei comportamenti: essere forti secondo Dio significa essere fedeli e perseveranti nella fede, senza lasciarsi sviare da opinioni peregrine, da mode seducenti ed egoiste, da calcoli di opportunità o di successo. La fortezza è l’atteggiamento di chi è saldo e costante nell’obbedienza amorosa al Signore, e sopporta per lui prove e desolazioni, senza abbandonare la via a volte oscura e dolorosa della sua sequela.
La Chiesa – che, come dice Agostino, “avanza fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” – non deve lasciarsi allontanare dalla via di Cristo né dalla paura, né dalla lusinga. Il discepolo non crede all’adulazione, né si piega davanti alla minaccia se ha accolto e coltivato in sé il dono spirituale della fortezza.
Sei una comunità forte nella speranza della fede? sei costante nei tuoi cammini, perseverante nella tua fedeltà alla chiamata di Dio? sei affidabile? mantieni fede agli impegni assunti, anche se questo dovesse costarti e chiederti sacrifici non indifferenti?
Sii una comunità forte nella speranza, perseverante nella via che Dio ha tracciato per te e la Chiesa ha confermato attraverso i suoi Pastori, libera e coraggiosa nella fedeltà e nella testimonianza, anche a caro prezzo, liberante per tutti i tuoi membri e per chiunque ti avvicina, nel dono della libertà vera che viene dal Signore!
8. La carità è la virtù teologale che rende presente in noi l’amore con cui Dio stesso ama: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Nella carità tutti i doni dello Spirito si collegano l’uno all’altro nella verità dell’uomo nuovo. Grazie alla carità il nostro cuore diventa accogliente nei confronti degli altri, ne rispetta la diversità e la libertà, ne cerca il bene vero ed è reso capace di sacrificarsi per esso. La carità “è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Vivere nella carità significa allora per una comunità cristiana essere aperta, accogliente e generosa verso l’altro, specialmente verso l’amico importuno della nostra parabola. Questa apertura accogliente e generosa è necessaria anzitutto all’interno della comunione ecclesiale, che a immagine della Trinità è unità di diversi: guai a una comunità che si separasse o chiudesse in se stessa, che escludesse gli altri o non si sforzasse di essere in comunione con tutti intorno al Vescovo, segno e strumento di unità.
Sei una comunità aperta? sei accogliente e generosa? sei rispettosa delle diversità che esistono nella Chiesa, non solo a parole, ma coi fatti e nella verità? e sei aperta e accogliente con chi dal di fuori si avvicina a te, specie con chi è in cerca del volto di Dio e desidera incontrare Gesù Cristo? sei pronta a non servirti della Chiesa, ma a servirla, perché cresca il Regno di Dio, anche se tu dovessi scomparire? Quale la tua mitezza di fronte alle incomprensioni e alle offese? Quale il tuo servizio alla comprensione e alla pace?
Sii una comunità viva e operosa nella carità, aperta, capace di gesti concreti di riconciliazione, accogliente e generosa verso tutti i fratelli e le sorelle nella fede, anche se diversi da te, pronta a far spazio all’altro, chiunque sia e da qualsiasi parte venga, per riceverlo con rispetto e amore e offrirgli con gratuità il dono che Dio ti ha fatto. Perdona largamente con gioia, opera con tutte le forze per la pacificazione dei cuori!
9. Alla carità si riferiscono in particolare i doni spirituali della pietà e della sapienza: la pietà è l’orientamento del cuore e della vita intera ad adorare Dio, a prestargli il culto che lo riconosca come sorgente e meta di ogni dono autentico. La pietà è la tenerezza per Dio, l’essere innamorati di lui e il desiderare di rendergli gloria in ogni cosa. La misericordia del Signore è stata talmente grande con noi che egli desidera la nostra carità verso di lui! Grazie alla pietà il cristiano non cerca solo le consolazioni di Dio, ma desidera fargli compagnia nella sua gioia e nel suo dolore per il peccato del mondo.
Una comunità di fede, di speranza e di carità si lascia riconoscere allora in modo particolare dalla sua pietà. Sei una comunità tesa ad adorare e venerare Dio in ogni tua scelta? nutri nei tuoi membri questa tenerezza per Dio, che è frutto di un grande amore, ricevuto dall’alto e donato con gratuità? dai testimonianza in questo mondo dell’urgenza di amare il Signore al di sopra di tutto, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il nostro essere?
Sii una comunità ricca di pietà, innamorata di Dio e desiderosa di rispondere al suo amore con un amore umile, ma tenero, appassionato e disposto a far compagnia al suo dolore e alla sua gioia in ogni momento!
10. La sapienza è infine il dono per il quale ogni cosa è misurata, nella sua verità e consistenza, sulla carità di chi ci ha amato fino alla morte di croce. E’ il valutare in base all’amore e il sapere che spesso il senso ultimo non è rivelato se non a un cuore che ama. Sapiente è chi si lascia amare da Dio e sa che in questo grembo accogliente dell’amore eterno è custodita – sia pur nel silenzio – la risposta ultima a tante domande penultime, che alla mente appaiono senza risposta. Sapiente è chi non vuol convincere con la sola forza della ragione, ma – pur utilizzando l’intelligenza e amandone l’esercizio – sa che la verità si irradia anzitutto per mezzo della carità.
Una comunità è ricca di sapienza spirituale quando sa dare alla carità il primo posto in tutte le sue scelte e i suoi rapporti, quando cioè non esclude nessuno, non rigetta nessuno, non giudica e non misura soltanto sui criteri della propria appartenenza. Una comunità è sapiente quando contagia con la vita l’amore più grande che viene da Dio e porta a Dio.
Sei una comunità che vive la sapienza dell’amore e la sapienza della Croce? attui in tutto il primato della carità? ti lasci amare da Dio per essere in ciascuno dei tuoi membri accogliente e generosa nell’amore?
Sii una comunità ricca di sapienza spirituale, capace di misurare e vivere ogni cosa sotto il primato della carità, che viene da Dio e ci fa partecipi della vita di Dio: fa’ strada a lui e al suo amore infinito, piuttosto che farti strada in questo mondo!
Ci aiutino nella contemplazione dell’opera dello Spirito nella sua Chiesa e in questo esame di coscienza, le parole ispirate con cui sant’Ambrogio esaltava la ricchezza terrestre e celeste dei doni promananti dallo Spirito: “Anche fiume è stato detto lo Spirito santo, secondo quanto è stato letto: ‘Dal suo seno proromperanno fiumi di acqua viva. Ma questo lo diceva dello Spirito che avrebbero ricevuto coloro che stavano per credere in lui’ (Gv 7,38-39). Dunque, un fiume è lo Spirito santo, e fiume grandissimo, poiché… scaturì dall’intimo di Gesù, come apprendiamo dalla profezia di Isaia. Grande è questo fiume che scorre sempre e non viene mai meno, e non è solo fiume, ma anche fiume di vasto impeto e di straordinaria grandezza, come anche David disse: ‘L’impeto del fiume allieta la città di Dio’. La ‘città di Dio’, la famosa Gerusalemme, non viene bagnata dal corso di qualche fiume terreno, ma quello Spirito santo, che procede dalla fonte di vita e che ci sazia con un piccolo sorso, scorre, mi sembra, in quei celesti ‘troni, dominazioni e potenze’, angeli e arcangeli, con più grande abbondanza, ribollente nel suo corso pieno delle sette virtù spirituali. Se, dunque, il fiume straripa dopo aver superato la sommità degli argini, quanto più lo Spirito, che sovrasta ogni creatura, se da un lato sfiora gli altri campi più bassi, e cioè quelli della nostra mente, dall’altro letifica la natura delle creature celesti con una più ampia ubertà di santificazione! E non ci preoccupi il fatto che qui disse ‘fiume’ o altrove sette spiriti. Con queste santificazioni si intende, come disse Isaia, la pienezza delle sette virtù spirituali: lo spirito di sapienza e di intelligenza, lo spirito di consiglio e di fortezza, lo spirito di conoscenza e di pietà, lo spirito del timor di Dio. Uno, dunque, è il fiume, ma molti sono i corsi dei suoi doni spirituali. Questo fiume, dunque, esce dalla fonte della vita” (Lo Spirito santo, I, 156-159).
Giovanni Paolo II, nella sua Epistola apostolica Operosam diem all’Arcidiocesi milanese, per il XVI centenario della morte di sant’Ambrogio, riassume con le parole “sobria ebbrezza dello Spirito” questa ricchezza di insegnamenti del nostro Patrono: “Con l’espressione ‘sobria ebbrezza dello Spirito’ Ambrogio sembra voler sintetizzare la sua concezione della vita spirituale. Ci fa comprendere così che essa è ebbrezza, gaudio e pienezza di comunione con Cristo, ci insegna altresì che non si traduce in una esaltazione scomposta ed entusiasta, ma esige piuttosto una sobrietà operosa; ricorda soprattutto che essa è dono dello Spirito di Dio. Coloro che attingono diligentemente alle Sacre Scritture, ricevono questa ebbrezza che ‘rinsalda i passi di una mente sobria’ e che ‘irriga il terreno della vita eterna che ci è stato donato’” (n. 28).
Conclusione
Ecco le riflessioni che propongo alla Diocesi nell’anno pastorale 1997-98, che sarà per noi il secondo anno di preparazione al grande Giubileo. Lo scorso anno, dedicato alla centralità di Gesù Cristo Figlio di Dio e per noi anche anno santambrosiano, ho proposto una Regola che servisse per rivedere la vita come sequela battesimale di Gesù e insieme applicasse al cammino di ogni cristiano la lettera e lo spirito del nostro Sinodo 47°. Quest’anno, anno dello Spirito santo, invito a rivedere il nostro volto di comunità cristiana su quello che chiamerei un “decalogo” della vita secondo lo Spirito, esposto nella terza parte di questa Lettera. E’ un invito rivolto a tutte le parrocchie, le istituzioni, le aggregazioni e i movimenti operanti in Diocesi e che può considerarsi esteso, nell’ambito delle regole e tradizioni di ciascuna, anche alle comunità religiose e a tutte le esperienze di vita consacrata. Si tratta infatti di criteri spirituali nei quali ciascuno si può rispecchiare.
La presente Lettera non intende di per sé riprendere i cosiddetti “criteri di ecclesialità” che sono stati enunciati nella Christifideles laici del 1988 (nn. 28-31) e dalla nota pastorale dei Vescovi italiani del 1993 (Le aggregazioni ecclesiali nella Chiesa) e che rimangono validi, ma vuole aiutare ogni comunità, anche parrocchiale, a rileggersi alla luce della dottrina dello Spirito santo, nell’atteggiamento di conversione propiziato dalla preparazione al grande Giubileo.
Quali le condizioni e le occasioni più favorevoli per questa revisione di vita? I tempi dell’anno liturgico, così come sono presentati in Lavorare insieme 1997/1998 (pp. 9-14), e gli appuntamenti diocesani (ivi, pp. 23-27) costituiscono un ambito privilegiato per il percorso. L’insegnamento che ho esposto può essere utile in particolare per momenti di esercizi spirituali, parrocchiali o di gruppo, per giornate di ritiro o Quarantore, per campi scuola ecc. Potrà anche essere opportuno ritrovarsi insieme come membri di diverse aggregazioni. Un’occasione rilevante sarà quella degli Esercizi spirituali alla Diocesi che terrò, sui doni dello Spirito santo, dal 13 al 17 ottobre prossimo (cf. Lavorare insieme 1997/98, p. 24). L’importante è mettersi nella condizione di docilità allo Spirito che è presente e all’opera prima di noi, più di noi e meglio di noi e che guiderà ciascuno “alla verità tutta intera” (Gv 16,13).
A Maria, discepola fedele dello Spirito di amore, per le mani di sant’Ambrogio, grande dottore dello Spirito nella Chiesa occidentale, affido questa Lettera e le persone e i gruppi a cui essa è indirizzata, nella fiducia che anche per mezzo della loro preghiera e della loro vita chiunque li avvicini sia portato a riconoscere il Dio vivente e a esclamare: “Veramente Dio è in mezzo a voi!” (1 Cor 14,25).
Festa dei Santi Martiri Protaso e Gervaso
18 giugno 1997