XIV Domenica
Tempo Ordinario (A)
Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Nel cuore di Dio l’alfabeto della vita
Ermes Ronchi
Il Vangelo registra uno di quegli slanci improvvisi che accendevano di stupore le parole di Gesù: i piccoli, i bambini, le donne, i poveri lo capiscono subito. In tutta la Bibbia l’economia della piccolezza esce diretta del cuore di Dio e attraversa come uno spartiacque la nostra storia: Dio scommette su coloro sui quali il mondo non scommette.
E Gesù ne è felice. Nonostante il brutto momento: Giovanni il Battista è arrestato, i capi religiosi e politici lo braccano, i villaggi attorno al lago, dopo la prima ondata di entusiasmo, si sono allontanati. Ed ecco che in quell’aria di sconfitta, Gesù, anziché deprimersi, si stupisce, si incanta di Dio: una meraviglia.Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro: le sue mani, dove appoggiare la stanchezza e riprendere il fiato del coraggio.Imparate da me… Andare da Gesù è andare a scuola di vita. Quest’uomo senza poteri ma regale, libero come il vento, che nessuno ha mai potuto comprare o asservire e fonte di libere vite, insegna a vivere bene.
Imparate da me che sono mite e umile di cuore…Il maestro è il cuore. Andare tutti a scuola di cuore! Tutti a imparare il cuore di Dio! Dove c’è l’alfabeto della vita. Dio stesso non è un concetto, ma il cuore dolce e forte della vita. Imparate da me, dal mio modo, delicato, senza violenza e senza arroganza. Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero. Un giogo: che cosa è oltre che un oggetto da museo della civiltà contadina? Oltre il ricordo degli animali da tiro, la loro grande fatica? È una metafora che non sentiamo amica: abbiamo fatto di tutto per scuoterceli di dosso, i gioghi. Gesù però dice: il mio giogo, un giogo che rimane suo, non ce lo butta addosso, con il duro della vita. Il giogo resta il suo, lui continua aggiogato allo stesso legno.
A me dice: «amico d’avventura, siamo in due; non sei solo, inchiodato alla fatica del vivere, del prenderti cura di qualcuno; siamo insieme allo stesso solco, allo stesso aratro». Don Tonino Bello immaginava: «Siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo abbracciati». Gesù è l’altra mia ala, il mio ‘cireneo’, aggiogato ai miei amori, alla mia fatica, ai miei sogni, il vero maestro che non dà ulteriori obblighi, ma ulteriori ali. Prendete il mio giogo, cioè prendete su di voi l’antica novità del vangelo, che è ossigeno, che non ferisce mai ciò che sta al cuore dell’uomo, non proibisce mai ciò che all’uomo dà gioia e vita. E coglierete la legge profonda, la corrente calda che scorre sotto tutte le pagine del libro dell’esistenza, le feconda, le colora. E le fa profumare d’universo.
Prova a guardare la vita più a fondo
Antonio Savone

Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli di Cafarnao e di Betsaida non servono, eppure, nel pieno della crisi, Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi, ai piccoli.
Ora, le parole con cui si apre il brano evangelico odierno: “Ti benedico, Padre…”, sono introdotte nel testo originale in un modo un po’ strano: “In quel tempo rispondendo Gesù disse…”. Prima di questo versetto non c’è nessuna domanda e perciò la nostra versione CEI ha comodamente omesso quel rispondendo. Non più, Gesù rispondendo disse, ma Gesù disse. È vero che nessuno ha rivolto domande a Gesù, ma in questo caso c’è qualcosa di più grande a fare domanda. Quante volte anche per noi sono le situazioni a fare domanda, è la vita, è ciò che accade ad aprire le domande. E in genere si tratta delle domande più difficili.
Da quale situazione viene Gesù? Da diverse situazioni di delusione e amarezza. Lo ricordavamo all’inizio: il Battista in carcere, anch’egli sfiorato dal dubbio: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”; poi l’incontentabilità della gente: era venuto il Battista ma non le andava bene perché troppo austero, era venuto Gesù e neanche lui andava bene perché era “uno che mangia e beve con i peccatori”; infine, le città nelle quali erano stati compiuti invano tanti miracoli. È tutto questo ad aprire una domanda nel cuore di Gesù. Per questo rispondendo disse. E che cosa risponde? Qualcosa che ci spiazza. Solitamente il nostro modo di rispondere a una situazione di delusione è il lamento, il mugugno. Quanto diversa la risposta di Gesù: “Ti benedico, Padre”. E il verbo originale potrebbe anche essere tradotto con: “Ti riconosco, Padre”.
È come se ci venisse detto, attraverso la vicenda di Gesù: guarda che la prima risposta alle situazioni dolorose della vita, quella più immediata è il lamento. Ma tu prova a guardare più a fondo la vita! Stando al criterio delle grandezze umane quello che registri è un insuccesso, non così dal punto di vista di Dio.
“Ti benedico, Padre”. Per fare nostra una simile esperienza dipende dal punto di osservazione. E per Gesù il punto di osservazione è il piccolo, sono le trame quotidiane della vita.
Il vangelo conosce una predilezione evidente per tutto ciò che è piccolo, umile. Non è possibile ignorare l’amore di Gesù per le creature fragili e oscure, per gli inizi incerti eppure tenaci, per il segreto di vita che è racchiuso nelle piccole cose. E allora ecco la predilezione per il bambino, il povero, il piccolo seme gettato, il granello di senapa. Tutte realtà che dietro un’apparente insignificanza, portano delle potenzialità segrete e promettenti.
Tuttavia, difficilmente, noi risuoniamo per delle cose insignificanti, umili. Per questo un giorno Gesù dovrà dire: “e beato chiunque non sarà scandalizzato di me”. Come a dire: non lasciatevi prendere troppo dall’immagine di un Messia potente, perché poi rimarreste delusi, scandalizzati di fronte a un Messia che non restituisce la vista a tutti i ciechi, che non fa camminare tutti gli zoppi della Palestina, un Messia che non apre le porte del carcere in cui è rinchiuso il Battista.
Di un Dio debole ci si può scandalizzare. Di un Dio forte no. È ovvio, è secondo le aspettative di tutti che Dio sia forte, potente.
Ma il Dio di Gesù Cristo non è e non sarà mai un Dio ovvio. Lo avvertiamo anche oggi, in questa liturgia, se ci misuriamo con le pagine della Scrittura che ci consegnano immagini e messaggi tutt’altro che ovvi e magari patiamo lo scandalo. Così come patiamo lo scandalo della debolezza di Dio, quasi quotidianamente, nella vita, quando vediamo la menzogna e l’arroganza vincenti, il povero senza voce, una giovane vita stroncata, l’amica che vive il dramma della separazione… e il miracolo? Il miracolo, semplicemente, non accade.
“E beato chiunque non sarà scandalizzato di me”.
Mi domando se non è da leggersi come un segno d’amore questo indebolimento di Dio, quasi un ritrarsi per far spazio ad altri.
Dio si è fatto debole forse anche per questo: perché nel cuore di ogni debolezza là dove un giorno saresti arrivato, tu trovassi il suo nome e il suo mistero. E dunque non scandalizzarti della tua debolezza. E non scandalizzarti della debolezza altrui.
Ma tu prova a guardare più a fondo la vita!
Realtà nascoste agli intellettuali ma rivelate ai piccoli
Enzo Bianchi
Dopo il discorso missionario rivolto da Gesù ai discepoli (cf. Mt 10), nel vangelo secondo Matteo leggiamo una sezione narrativa che ci testimonia l’esistenza intorno a Gesù stesso di un clima di tensione e di contraddizioni alla sua persona (cf. Mt 11-12).
“In quel tempo Gesù disse…”. Così inizia il testo evangelico di questa 14a domenica del tempo per annum. Ma noi dobbiamo anche sapere qualcosa di “quel tempo”, per poter contestualizzare le parole di Gesù.
Siamo alla fine del capitolo 11 del vangelo secondo Matteo, un capitolo che potremmo definire carico di giudizi da parte di Gesù, un capitolo tragico. Gesù ha ormai iniziato il suo ministero da un po’ di tempo e registra però il fallimento, l’insuccesso della sua predicazione. Giovanni Battista, che era stato il suo maestro, che l’aveva battezzato e l’aveva presentato quale servo di Dio ai discepoli e alle folle accorse a lui, ora in carcere è assalito da dubbi sull’identità dello stesso Gesù. Per questo manda alcuni suoi discepoli a chiedergli, pronto all’assoluta obbedienza alla sua risposta: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3).
La gente che segue Gesù costituisce uno strano uditorio: ascoltano ma non obbediscono. Non hanno obbedito a Giovanni, un asceta del deserto, e hanno concluso che era “indemoniato” (Mt 11,18); è venuto Gesù, “che mangia e beve” nella convivialità, e hanno concluso che “è un mangione e un beone, un amico di prostitute e di pubblici peccatori” (Mt 11,19). Poi Gesù guarda anche alle città in cui aveva predicato e operato – Corazin, Betsaida, Cafarnao –, e da profeta le giudica con severità (cf. Mt 11,20-24). Certo, molti di noi restano perplessi di fronte a queste parole violente, ma Gesù è un profeta e con diritto alza la voce per fare un appello alla conversione; minaccia, avverte con voce alta e forte, affinché avvenga la conversione. (Pier Paolo Pasolini nel “Vangelo secondo Matteo” ha ben rappresentato questo grido di Gesù, vero culmine artistico del suo meraviglioso film!).
Se le parole sono dure e il clima è quello del giudizio, in Gesù non c’è però abbattimento, scoraggiamento, dunque neppure nessun cinismo, tentazione in cui invece noi saremmo tentati di cadere. Anche nel fallimento e nel rifiuto incontrato dalla sua missione, Gesù non ha paura, non teme, ma si affida con fiducia al Padre. Non importa se la gente non ascolta, non importa se egli deve subire scacco e ostilità, perché c’è colui che è rifugio, che è fonte di forza e di saldezza: Dio. E così Gesù si rivolge a lui, innalzando una lode al Creatore, Signore del cielo e della terra, che si rivela a chi vuole. Lo chiama “Padre” dall’inizio alla fine della preghiera, ed esprime la sua lode a lui che rivela le cose del Regno ai piccoli e le nasconde agli intellettuali e ai sapienti.
Questo è il paradosso della venuta del Regno, che non è scacco per Dio, ma invece gioia e benevolenza. Solo gli umili e i poveri vedono che Dio alza il velo per loro sulle realtà del Regno, ma per chi si sente sapiente, per chi pensa di conoscere da sé la realtà, tutto è velato, nascosto… Sovente, infatti, l’intelligenza umana induce a essere orgogliosi, porta a una sorta di cecità, perché si è infatuati di ciò che si sa, ci si compiace delle proprie capacità. Le realtà del Regno e della fede cristiana stanno in una logica diversa da quella del sapere umano, addirittura possono collocarsi in una logica folle, quella della croce (cf. 1Cor 1,18; 2,1-2); i piccoli, i poveri, i semplici accedono a questa rivelazione, mentre agli altri è chiusa la porta della conoscenza del mistero del regno dei cieli (cf. Mt 13,11-17; Is 6,9-10).
Ecco allora la rivelazione dell’identità di Gesù: tutto gli è stato dato dal Padre, solo lui conosce il Padre e il Padre può essere conosciuto solo da colui al quale il Figlio lo rivela. Ancora una volta, ma questa volta nel vangelo secondo Matteo, ci viene detto lo specifico del cristianesimo (espresso altrove dal famoso exeghésato di Gv 1,18): solo Gesù può rivelare a noi il Padre, Dio, nessun altro può farlo! Dunque solo conoscendo Gesù di Nazaret come i vangeli ce lo testimoniano, possiamo conoscere il Dio vivente e vero.
Se questa è la rivelazione, ecco allora l’invito di Gesù, invito rivolto a quelli che sono piccoli e poveri, qui intravisti come coloro che faticano a essere credenti, schiacciati sotto il peso di tanti gioghi imposti dagli uomini e dalla religione. Essi vadano da Gesù, perché il suo giogo non è più quello della legge, ma è un giogo leggero e facile da portare. Andare da Gesù e diventare suoi discepoli significa trovare un uomo “mite e umile di cuore”, capace di accoglienza e di ospitalità, un uomo che ci lava i piedi, un uomo che ci perdona e non ci castiga, un uomo che ci ama anche se noi non lo meritiamo. Proprio così quest’uomo, Gesù, narrava Dio, mostrava Dio, e consentiva di trovare nella sua umanità le tracce di Dio, perché lui era il Figlio di Dio, la sua Parola fatta carne (cf. Gv 1,14).
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“In quel tempo Gesù rispondendo disse…”
Angelo Casati

Le parole di Gesù che oggi abbiamo ascoltato sono introdotte nel testo greco in modo un po’ strano e oscuro. Dice il testo greco: “In quel tempo Gesù rispondendo disse…”. Ma siccome prima non c’è nessuna domanda, la versione CEI trova comodo eliminare la difficoltà, eliminando il verbo: non più “Gesù rispondendo disse”, ma “Gesù disse”. Sì, è vero, non c’è nessuna domanda rivolta a Gesù, né dai discepoli, né dalla folla. Ma forse si dimentica che a volte sono le situazioni che fanno domanda, è la vita, è ciò che accade che apre domande. E spesso sono le domande più difficili, quelle a cui è più difficile dare una risposta. E allora ci chiediamo: da quali situazioni viene Gesù? Se ripercorriamo i passi che precedono, ci accorgiamo che Gesù veniva da situazioni di delusione e amarezza.
Giovanni, il Battista, in carcere, anche lui sfiorato dal dubbio: “sei tu colui che viene o dobbiamo aspettarne un altro?”. E la gente: l’incontentabilità della gente. Non le andava bene il Battista, profeta austero, non le va bene ora il Cristo, “uno che mangia e beve coi peccatori”. E poi le città, le molte città in cui erano avvenuti miracoli e non avevano creduto. Ditemi voi se tutto questo -questo panorama di situazioni- non dovesse aprire domande non solo nella gente, ma ancor prima nel cuore di Gesù! Perché? “Rispondendo Gesù disse”. Quale la risposta di Gesù? È stupefacente. Perché il nostro modo normale di rispondere a una situazione di delusione è il lamento o il pessimismo. La risposta di Gesù è: “Ti benedico, Padre”. Il verbo greco potrebbe significare anche “ti riconosco (evxomologou/mai,), Padre”.
Perché ti benedico? e perché ti riconosco? “Perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate agli infanti. Sì, o Padre, così è piaciuto a te”. È come se Gesù a se stesso e poi anche a noi dicesse: la prima risposta, alla vita, alle situazioni dolorose della vita, la risposta più facile è il lamento, è il pessimismo. Ma guardate più a fondo la vita! Certo, se uno giudica secondo il criterio delle grandezze umane è vero: è un insuccesso: “forse che qualcuno dei capi ha creduto in Lui?” dissero i farisei alle guardie mandate a catturare Gesù. E aggiunsero: “Ma solo questa folla, che non conosce la legge e sono maledetti!” (Gv. 7,48). Ma, vedete, questi -la folla, i maledetti- sono il punto di vista di Dio, la gente comune, quella di cui si dice: “non conoscono la legge”. Gesù era attento non a coloro che sono innamorati di se stessi, della propria intelligenza,ma alla gente comune. Quanta sapienza, quanta sapienza di Dio, nella gente comune e quanta disponibilità segreta, quanti gesti segreti, sconosciuti. Hai rivelato queste cose agli infanti, cioè a quelli che non parlano, nemmeno hanno gli strumenti per parlare. Sono altri che parlano dai giornali, dalla radio, dalle televisioni, sono altri. Proprio ieri una donna carissima che ha più di ottant’anni, mi diceva il suo disagio di essere cresciuta nei campi e nessuno che insegnasse a parlare, bisognava solo lavorare.
Eppure -mi dicevo- eppure, come parlano queste creature, quanta luminosità nei loro occhi, quanta sapienza nella loro vita.
Ecco, Gesù si incantava davanti a loro. “Ti benedico, Padre…”.Certo dipende dal punto di osservazione. E se il punto di osservazione fosse il piccolo? e le trame quotidiane della vita? Non avremo sbagliato noi cristiani il punto di osservazione, quando cediamo ai nostri facili pessimismi, quando diamo sfogo alla cantilena dei nostri lamenti?
Prova ad entrare nelle case, negli ospedali, nelle scuole e negli uffici, e forse anche nelle chiese. Va per le strade e se ti riesce prova a entrare nel cuore della gente… . Avrai di che benedire Dio. “Ti benedico, Padre…”: il verbo può anche significare “ti riconosco” e cioè in loro, in questa gente comune, io ti riconosco, perché tu non sei un Dio che ci schiacci dall’alto della tua onnipotenza.
Il tuo Figlio, la pienezza della tua rivelazione, è passato in mezzo a noi come un uomo mite, un uomo umile. Ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Non ha aggiunto peso a peso, prescrizione a prescrizione: Il suo giogo è leggero, ci ha liberato dai pesi insopportabili. Ha detto: “Guai a voi dottori della legge, che caricate la gente di pesi insopportabili, pesi che voi non toccate nemmeno con un dito” (Lc. 11,46).Leggero il suo giogo, perché è una legge di libertà.
Scrive l’apostolo Giacomo: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, -la legge della libertà- e le resta fedele non come un ascoltatore smemorato, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc. 1,25).
Don Angelo Casati
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Gesù inaugura la Missione dalla pace, piccolezza e povertà
Romeo Ballan, MCCJ
Questo brano del Vangelo di Matteo va letto in parallelo con quello dell’evangelista Luca (10), il quale colloca questo passaggio della vita di Gesù in un contesto missionario: cioè, il ritorno gioioso dei discepoli dopo la loro prima esperienza di missione. Sia pur limitata nello spazio e nel tempo, era stata un’esperienza efficace, capace di sottomettere anche i demoni. Gesù invita i discepoli a non rallegrarsi per questo, quanto piuttosto perché i loro nomi “sono scritti nei cieli”, cioè nella mano e nel cuore di Dio. Luca continua: “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra…» (10,20-22). Queste brevi parole sono una ulteriore rivelazione della Trinità Santa: Padre, Figlio e Spirito!
Il testo di Matteo (11) si trova nel cuore del suo Vangelo e viene definito dagli studiosi come una grande manifestazione del mistero di Dio, un inno di giubilo nella Trinità Santa. È il Magnificat di Gesù, un’espressione del suo mondo interiore, come il Magnificat lo è per Maria (Lc 1). In effetti, questa preghiera di Gesù, riportata da Matteo y Luca, riprende tutto il programma delle Beatitudini (Mt 5,3s), con particolare attenzione ai poveri, miti, afflitti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati… La pagina di Matteo ci offre uno sguardo panoramico su tutto il Vangelo di Gesù, che qui viene riassunto intorno ad alcuni temi fondamentali: la lode al Padre, Signore e Creatore (v. 25); la vita di intima comunione della Trinità (v. 27); l’atteggiamento compassionevole ed operoso di Gesù verso la sofferenza umana, offrendo ristoro a quanti sono “stanchi e oppressi” (v. 28); la nuova scuola e lo stile del Maestro, che dice a tutti: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita ” (v. 29-30). Siamo alla scuola di un Maestro speciale: se lo contempliamo nella povertà di Betlemme e nell’umiliante sconfitta del Calvario, comprenderemo quanto siano diversi i cammini umani e i cammini di Dio (Is 55,8-9).
Dopo un periodo di polemiche con scribi e farisei, dopo gli abbandoni da parte di alcuni discepoli, dopo il dubbio di Giovanni Battista e dei suoi discepoli sull’identità di Gesù, dopo il rimprovero di Gesù alle città di Corazín, Betsaida, Cafarnao per la loro incredulità, il bilancio umano del nuovo Maestro era certamente deludente, fallimentare. Gesù, però, lungi dallo scoraggiarsi, dall’abbandonare la sua missione o ritirarsi, si conferma nel cammino iniziato, loda e ringrazia il Padre per aver scelto i piccoli, gli ultimi, come destinatari privilegiati delle Sue straordinarie rivelazioni (v. 25-26).
Gesù risponde allo scarso interesse suscitato dalla sua persona, dalla sua predicazione, dalle sue opere. E vi risponde con la preghiera, addirittura una preghiera di ringraziamento (“Ti benedico, Padre”). Gesù integra nella preghiera l’insuccesso, mette tutto davanti al Padre e conferma il suo “sì”, il suo “amen”, la sua decisione irrevocabile di adesione a Lui. Il suo “sì” al Padre non è condizionato dal successo della sua missione, ma è un’adesione radicale che anche situazioni sfavorevoli o contraddittorie non intaccano. Il “no” che la sua persona e il suo ministero hanno ricevuto, confermano, nella sua preghiera il suo “sì” al Padre. Con la preghiera anche il fallimento, o ciò che noi giudichiamo tale (il fallimento pastorale, l’assenza di frutti del lavoro, la sterilità della predicazione, il rifiuto o il disinteresse degli altri…; possiamo aggiungere anche le strettezze e i danni della pandemia…) diviene non causa di scoraggiamento o di abbandono, ma momento di conferma della fedele sequela del Signore.
L’ideale della Chiesa è di farsi discepola e missionaria di Cristo, tanto nel messaggio come nello stile, fino al punto di poter dire a tutti i popoli: venite a me, voi tutti “stanchi e oppressi” di tutti i tempi e luoghi… imparate da me che sono mite e umile… troverete ristoro, il giogo vi si farà leggero… È questo il volto autentico ed attraente della Chiesa, l’unico che interessa alle moltitudini, e che i missionari e l’intera comunità cristiana sono chiamati a incarnare e proporre. Fra le più belle immagini della Chiesa vi sono queste due: la locanda e la casa di Paolo. La locanda, casa per tutti (pandokeion), alla quale il buon samaritano portò quel poveraccio incappato nei briganti (Lc 10,34); e la casa di Paolo, il quale, giunto prigioniero a Roma, viveva in una casa affittata, dove accoglieva tutti, annunziava il Regno di Dio e insegnava Gesù Cristo con franchezza (Atti 28,30-31). Due immagini che parlano di apertura e accoglienza, annuncio nella povertà e umiltà, coraggio evangelico (parresía).
“Piccolo”, l’unico titolo onorifico
Fernando Armellini
Nelle assemblee liturgiche, nei pasti comuni, nei viaggi in carovana, durante le riunioni pubbliche, in ogni occasione, presso la società giudaica si poneva il problema di chi fosse il più grande, a chi spettasse l’onore maggiore.
In questa corsa ai primi posti erano stati coinvolti anche i beati del cielo – che venivano catalogati in sette classi, con a capo i martiri – e lo stesso Dio d’Israele, che non poteva essere da meno delle divinità orientali, greche ed egiziane alle quali era invariabilmente attribuito il titolo di “grande”. Per questo Salomone proclamava: “Grande è il nostro Dio, più di tutti gli dèi” (Es 18,11) e Mosè assicurava gli israeliti: “Il Signore vostro Dio è il Dio degli dèi e Signore dei signori, è Dio grande, forte e terribile” (Dt 10,17).
Negli ultimi secoli prima di Cristo, le affermazioni sulla grandezza di Dio si erano moltiplicate a dismisura. Egli era “l’altissimo, il grandissimo” (Est 8,12q); “il Signore grande e glorioso, mirabile nella sua potenza e invincibile” (Gdt 16,13) e ci si attendeva, di conseguenza, anche una manifestazione della sua grandezza: “Attendiamo la manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore” – leggiamo nella notte di Natale (Tt 2,13).
Egli è apparso, in tutta la sua grandezza: un bambino debole, povero, indifeso, “avvolto in fasce” da una dolce e premurosa mamma quattordicenne. È stato solo l’inizio della sua manifestazione che ha avuto il culmine sulla croce.
Da quel giorno tutti i criteri di grandezza sono stati capovolti.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Solo i piccoli sono in grado di cogliere i misteri del regno di Dio”.
Prima Lettura (Zc 9,9-10)
9 Esulta grandemente figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d’asina.
10 Farà sparire i carri da Efraim
e i cavalli da Gerusalemme,
l’arco di guerra sarà spezzato,
annunzierà la pace alle genti,
il suo dominio sarà da mare a mare
e dal fiume ai confini della terra.
Questa profezia è stata pronunciata quando Israele non era nemmeno più una nazione indipendente. Non era in guerra con nessuno, ma era un popolo insignificante sullo scacchiere internazionale; era colonizzato, sfruttato e oppresso da potenze straniere. Il periodo storico è quello immediatamente successivo alle conquiste di Alessandro Magno.
In questo tempo difficile, la figlia di Sion, la figlia di Gerusalemme è invitata a rallegrarsi grandemente e a giubilare (v. 9). Sion era il nome della collina sulla quale era sorta la città di Davide; in seguito era divenuto sinonimo di Gerusalemme. Con l’espressione figlia di Sion o figlia di Gerusalemme si indicava il quartiere più povero della città, il suburbio che era sorto a nord (come una propaggine, una figlia della capitale) quando erano giunti i fuggiaschi provenienti da Samaria, distrutta dagli assiri nel 721 a.C..
È a questi sfollati, a queste persone indigenti e disagiate che il profeta si rivolge per annunciare loro gioia e speranza: un re giusto e vittorioso sta per venire e inaugurerà un’era di pace e di prosperità.
La dinastia di Davide era scomparsa da secoli. Il re che “libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, che avrà pietà del debole e del povero, salverà la vita dei suoi miseri e li riscatterà dalla violenza e dal sopruso” (Sal 72,12-14), non poteva essere un uomo, ma doveva essere Dio stesso.
Fin qui nessuna novità rispetto a quanto promesso da altri profeti. “Il Signore ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te”, aveva già predetto Sofonia (Sof 3,15). La sorpresa viene ora: il salvatore non giungerà a capo di un forte esercito, montando focosi destrieri, guidando carri da guerra, calpestando i nemici fatti prigionieri, ma entrerà in Gerusalemme “umile, cavalcando un asino, sopra un puledro figlio d’asina” (v. 9).
Dotare l’esercito di un’impetuosa cavalleria era sempre stato il sogno dei re d’Israele che, per procurarsela, erano giunti a vendere i figli del loro popolo come schiavi e mercenari degli egiziani (Dt 17,16). Dio invece vuole porre fine a queste manie di potere e di grandezza: “Distruggerò i tuoi cavalli in mezzo a te e manderò in rovina i tuoi carri” – aveva predetto per bocca di Michea (Mic 5,9).
Nella seconda parte della lettura (v. 10) viene descritto il regno pacifico inaugurato dal Signore: l’arco di guerra sarà spezzato e la pace sarà annunciata a tutte le genti. Il regno si estenderà dal Mediterraneo al golfo Persico e dal fiume Eufrate fino alle estremità della terra. Secondo la geografia del tempo questi erano i confini del mondo.
Con questa profezia Zaccaria rovescia il concetto di regalità: il sovrano non è colui che è servito, ma colui che mette gli altri al centro delle sue attenzioni. Non sono i deboli ad essergli sottomessi, è lui che si mette al loro servizio. La sua forza è quella che gli uomini considerano debolezza.
Gesù realizzerà alla lettera questa profezia quando entrerà in Gerusalemme cavalcando un asino. Con quel gesto mostrerà di essere lui il re pacifico annunciato da Zaccaria.
Seconda Lettura (Rm 8,9.11-13)
9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 11 E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
12 Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13 poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Gli uomini muoiono e anche Gesù, essendo un uomo, è morto, doveva morire. Egli però è risuscitato. Quale forza lo ha fatto risorgere?
Nella lettura di oggi Paolo dice che questo è accaduto perché egli aveva in sé in pienezza lo Spirito, la potenza di Dio (v. 11).
La vita dell’uomo ha un inizio ed ha una fine, ma la vita di Dio non ha avuto inizio e non avrà fine. Gesù è morto alla vita materiale, ma lo Spirito che era in lui lo ha risuscitato, lo ha fatto continuare a vivere della vita di Dio.
Da questa verità Paolo deduce che, avendo noi ricevuto in dono questo stesso Spirito, non possiamo più morire. Quando giungerà il momento in cui la nostra vita biologica si concluderà, lo Spirito che ha risuscitato Gesù risusciterà anche i nostri corpi mortali (v. 11).
Nella seconda parte della lettura (vv. 12-13), l’Apostolo indica quali sono le conseguenze morali che derivano dalla nuova condizione in cui è entrato chi ha ricevuto il battesimo: deve compiere opere che siano in sintonia con la vita di Dio, con gli impulsi dello Spirito; se continua a “vivere secondo la carne” fa scelte di morte.
Vangelo (Mt 11,25-30)
25 In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
Videocommento
All’inizio della sua vita pubblica, lungo il lago di Galilea, Gesù ha suscitato parecchi entusiasmi e ha avuto un notevole successo; presto però sono cominciati i conflitti, le incomprensioni e le ostilità. Molti discepoli, sconcertati dalle sue proposte, si sono scoraggiati e lo hanno abbandonato (Gv 6,66). Persino i suoi familiari si sono sempre mostrati piuttosto diffidenti (Gv 7,5). Con lui è rimasto soltanto un gruppo sparuto di discepoli appartenenti alle classi più povere e disprezzate della società giudaica (Gv 6,67-69).
Il nostro brano costituisce l’epilogo di un capitolo carico di tensioni e polemiche. Si è aperto con la crisi di fede del Battista che ha inviato alcuni discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt 11,3); è continuato con il pesante giudizio di Gesù sulla sua generazione (Mt 11,16-19) e con le minacce: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida” (Mt 11,21-24).
A metà della vita pubblica il bilancio non poteva che essere considerato deludente. Di fronte a un simile fallimento noi avremmo lasciato cadere le braccia, Gesù invece si rallegra e benedice il Padre per quanto è accaduto.
L’esclamazione solenne con cui inizia il vangelo di oggi è una delle poche preghiere di Gesù riportate dai vangeli: “Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti ed agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (v. 25).
I sapienti e gli intelligenti sono spesso citati insieme nella Bibbia e, molte volte, in senso peggiorativo. Sono coloro che si professano ricercatori devoti della sapienza, che pensano addirittura di averne il monopolio, mentre in realtà si arrovellano in stoltezze e si dilettano con vane disquisizioni. Contro di loro il profeta Isaia aveva sentenziato: “Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti” (Is 5,20-21). Gesù non li dichiara esclusi dalla salvezza, si limita a constatare un fatto: i poveri, gli umili, le persone emarginate hanno accolto per primi la sua parola di liberazione. È normale – dice – che questo accada perché sono i piccoli che, più d’ogni altro, sentono il bisogno delle tenerezze di Dio, hanno fame e sete della giustizia, piangono, vivono nel lutto e attendono che il Signore intervenga per sollevare il loro capo e colmarli di gioia. Sono beati perché per loro è giunto il regno di Dio. Poi aggiunge: questo fatto rientra nel progetto del Padre: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (v. 26).
È profondamente radicata la convinzione che Dio sia amico solo dei buoni e dei giusti, che prediliga chi si comporta bene e sopporti a fatica chi pecca. Questo è il Dio creato dai “saggi” e dagli “intelligenti”, è il prodotto della logica e dei criteri umani. Il Padre di Gesù invece va a riprendersi coloro che noi gettiamo nella spazzatura, predilige chi è disprezzato, chi non è considerato da nessuno, i peccatori pubblici (Mt 11,19) e le prostitute (Mt 21,31) perché sono i più bisognosi del suo amore. I ricchi, i sazi, chi è orgoglioso del proprio sapere non sentono il bisogno di questo Padre, si tengono stretto il loro Dio. Giungeranno anch’essi alla salvezza, certo, ma solo quando si saranno fatti “piccoli”. Il guaio per loro è quello di arrivare in ritardo, di perdere tempo prezioso.
Nella seconda parte del brano (v. 27) viene introdotta un’importante affermazione di Gesù: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, come nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
Il verbo conoscere nella Bibbia non significa aver incontrato o contattato alcune volte una persona, vuol dire “avere avuto di lei un’esperienza profonda”. Viene impiegato, per esempio, per indicare il rapporto intimo che intercorre fra marito e moglie (cf. Lc 1,34).
Una conoscenza piena del Padre è possibile solo al Figlio. Tuttavia, egli può comunicare questa sua esperienza a chi vuole. Chi avrà la disposizione giusta per accogliere la sua rivelazione? I piccoli, naturalmente.
Gli scribi, i rabbini, coloro che sono istruiti fin nei minimi dettagli della legge sono convinti di possedere la piena conoscenza di Dio, ritengono di saper discernere ciò che è bene, si presentano come guide dei ciechi, come luce di coloro che sono nelle tenebre, come educatori degli ignoranti, come maestri dei semplici (Rm 2,18-20); costoro, finché non rinunceranno al loro atteggiamento di “saggi” e “intelligenti”, si precluderanno la vera e gratificante esperienza dell’amore di Dio.
L’ultima parte del brano (vv. 28-30) si riferisce all’oppressione che i “piccoli”, il popolo semplice della terra, i poveri subiscono da parte dei “saggi e intelligenti”. Questi (gli scribi e i farisei) hanno strutturato una religione complicatissima, fatta di regole minuziose, di prescrizioni impossibili da osservare, hanno caricato sulle spalle della gente ignorante “pesi insopportabili che essi non toccano nemmeno con un dito” (Lc 11,46).
La legge di Dio è sì un giogo e il saggio Siracide raccomandava al figlio: “Introduci i tuoi piedi nei suoi ceppi, il collo nella sua catena; piega la tua spalla e portala… alla fine troverai in lei il riposo” (Sir 6,24-28), ma la religione predicata dai maestri d’Israele l’ha trasformata in un giogo opprimente. Per causa sua i poveri non si sentono solo disgraziati in questo mondo, ma anche rigettati da Dio ed esclusi dal mondo futuro. Sanno di non essere capaci di osservare le disposizioni dettate dai rabbini e per questo si sono convinti di essere impuri. “Questa gente che non conosce la legge è maledetta”, dichiarava il sommo sacerdote Caifa (Gv 7,49).
A questi poveri, smarriti e disorientati, Gesù rivolge l’invito a liberarsi dalla paura e dalla religione angosciante che è stata inculcata in loro. Accogliete – raccomanda – la mia legge, quella nuova che si riassume in un unico comandamento: l’amore al fratello. Non propone una morale più facile e permissiva, ma un’etica che punta diritta all’essenziale e non fa sprecare energie nell’osservanza di prescrizioni “che hanno una parvenza di sapienza”, ma che in realtà non hanno alcun valore (Col 2,23).
Il suo giogo è dolce. Anzitutto perché è il suo: non nel senso che è stato lui ad imporlo, ma perché è lui ad averlo portato per primo. È alla volontà del Padre che Gesù si è sempre inchinato; l’ha liberamente abbracciata, mentre non si è mai lasciato imporre precetti umani (Mc 7). Il suo giogo è dolce perché solo chi accoglie la sapienza delle beatitudini può sperimentare la gioia e la pace.
Infine l’invito: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore!” (v. 29). Forse questa affermazione ci lascia un po’ perplessi perché sembra un’autocelebrazione, meritata, certo, ma poco opportuna.
Queste parole sono tutt’altro che una vanteria!
“Imparate da me” significa semplicemente: non seguite i maestri che la fanno da padroni sulle vostre coscienze, che predicano un Dio che non sta dalla parte dei poveri, dei peccatori, degli ultimi e insegnano una religione che toglie la gioia con le sue pignolerie e assurdità.
Gesù si presenta come mite ed umile di cuore. Sono i termini che troviamo nelle beatitudini e che non indicano i timidi, i mansueti, i tranquilli, ma coloro che sono poveri e oppressi, coloro che, pur subendo ingiustizie, non ricorrono alla violenza.
A tutti questi poveri della terra Gesù dice: io sto dalla vostra parte, sono uno di voi, anch’io sono povero e rifiutato!
Il brano del vangelo di oggi è motivo di riflessione sia personale che comunitaria. Qual è il Dio in cui crediamo: è quello dei “sapienti” o quello rivelatoci da Gesù? Per chi è segno di speranza la nostra comunità: per chi è convinto di meritare i primi posti o per chi si sente indegno di varcare la soglia della chiesa.