Tre racconti dello Spirito
Lettera pastorale per verificarci sui doni del Consolatore

Carlo Maria Martini
Chiesa di Milano
Anno Pastorale 1997 – 1998
Tre racconti dello spirito 1997-98 – Chiesa di Milano
II. Lo Spirito racconta
Non è facile parlare dello Spirito santo: è invisibile ed è dappertutto, pervade ogni cosa ed è al di là di ogni cosa. Tutto ciò che di bello e di positivo avviene nel mondo è opera sua, tutto ciò che di santo e di vero si fa e si dice nella Chiesa è opera sua. Ma per parlare di lui la cosa più facile è lasciar parlare lui, ascoltare il suo racconto.
La dottrina teologica si è messa in ascolto di quanto racconta lo Spirito e ha trovato tante verità profonde da dire sulla sua vita come persona della Trinità, come colui che con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Rimandiamo per questo alla Enciclica Dominum et vivificantem (1985), alle pagine del Catechismo della Chiesa cattolica e di La verità vi farà liberi (il Catechismo per gli adulti della Conferenza Episcopale Italiana). Qui vorremmo dire qualcosa che parte dal racconto 1. di ciò che è e fa lo Spirito per Gesù; 2. di ciò che lo Spirito è e fa per l’uomo; 3. di ciò che lo Spirito è e fa per il mondo.
(Potrebbe essere interessante richiamare alla luce di queste tre tematiche successive, quanto scritto nei programmi pastorali In principio la Parola – 1981, Attirerò tutti a me – 1982, Partenza da Emmaus – 1983).
1. Ciò che è lo Spirito è per Gesù traspare dalle parole ascoltate da Giovanni Battista presso il fiume Giordano: “L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo” (Gv 1,33). Parlare dello Spirito santo è parlare di un uomo su cui lo Spirito è disceso in pienezza, rimane, dimora, riposa, si trova a suo agio come a casa sua. “Lo Spirito del Signore è sopra di me” dirà Gesù all’inizio della sua missione (Lc 4,17). Lo Spirito ha espresso se stesso “al meglio” nella vita di Gesù, figlio del Padre (“Tu sei il mio figlio prediletto”, Lc 3,22), Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), che grida “Padre” nella esultanza dello Spirito (cf. Lc 10,21). Lo Spirito di Gesù è lo spirito di figliolanza.
2. Parlare di ciò che è lo Spirito santo per l’uomo è parlare di ciò che egli compie in ciascuno di noi per farci essere e vivere come Gesù, cioè da “figli” e del suo agire negli uomini per farli “Chiesa”, cioè una cosa sola in Gesù, il “corpo” di Gesù. Lo Spirito non fa altro in noi che conformarci a Gesù, renderci come lui “figli” del Padre che è nei cieli, permetterci di gridare “Abbà” (cf. Gal 4,6: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”).
3. Ciò che fa lo Spirito per il mondo può essere letto nelle parole del Signore a Paolo che si sentiva solo e abbandonato a Corinto: “Io ho un popolo numeroso in questa città” (At 18,10). Parlare dello Spirito santo è riconoscere la sua azione nel cuore di ogni uomo, nel cuore delle nostre città e della nostra storia, per suscitare in esse persone e gruppi che siano come Gesù, che come lui pensino, agiscano, soffrano da veri figli di Dio e come lui donino la vita per i fratelli.
1. Lo Spirito e Gesù
Il rapporto tra il Signore Gesù e il Consolatore è sottolineato fin dalla nascita (Lc 1,35: “Lo Spirito santo scenderà su di te”; cf. Mt 1,20: “quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo”), è richiamato nel battesimo presso il Giordano (cf. Mt 3,16), è implicito nei racconti delle opere potenti di Gesù, ma si manifesta specialmente nel mistero pasquale.
Nell’ora della resurrezione lo Spirito è colui che dà vita all’Abbandonato del Venerdì santo, stabilendolo in una comunione con Dio Padre che ormai abbraccia anche coloro a cui il Crocefisso si è fatto solidale sulla Croce, cioè tutti i peccatori e tutta l’umanità. Effuso sul Figlio “addormentato nella morte” e “disceso agli inferi”, lo Spirito di santificazione lo resuscita (cf Rm 1,4) e con lui porta in Dio Padre i peccatori e i lontani, che il Cristo morto ha unito indissolubilmente a sé.
Lo Spirito di Pasqua è allora Spirito di riconciliazione e di unità, Spirito della pace, che unisce il Padre e il Figlio nella comunione vittoriosa della resurrezione, e fa entrare in essa i separati da Dio e i lontani. Si fonda qui la tradizione teologica soprattutto occidentale che vede lo Spirito come “vincolo della carità eterna”, amore ricevuto e donato che unisce l’Amante all’Amato, il Padre al Figlio, e in Lui unisce il Padre a coloro di cui il Figlio si è fatto fratello. Secondo questa lettura teologica lo Spirito è amore, non l’Amore fontale, che è il Padre, né l’Amore accogliente, che è il Figlio, ma l’Amore personale, donato dall’Uno all’Altro, ricevuto in totale accoglienza reciproca, così forte da coinvolgere i peccatori riconciliandoli col Padre.
In tanto però ha senso la riconciliazione pasquale, in quanto c’è stata l’esperienza dolorosissima della lacerazione della Croce: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi… perché noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede” (cf. Gal 3,13-14). Lo Spirito è presente nell’ora della separazione della Croce: “Chinato il capo, (Gesù) consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Tale consegna ha un profondo significato teologico: è l’atto per cui il Figlio consuma il suo sacrificio. Perciò la lettera agli Ebrei afferma che Cristo “con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9,14). Come fa osservare Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Dominum et vivificantem (nn. 39 e 41), questi testi della “consegna” ci autorizzano a cogliere nella sofferenza e morte del Crocefisso l’icona di un mistero insondabile che si consuma in Dio, Padre, Figlio e Spirito, mistero inseparabilmente di amore e di dolore, di sofferenza liberamente scelta per amore delle creature.
2. Lo Spirito e l’uomo
In base all’evento della consegna dello Spirito al Padre da parte di Gesù in Croce, lo Spirito di unità e di pace viene effuso su ogni carne. E’ lo Spirito che grida in noi: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6 e Rm 8,15), facendoci figli nel Figlio, riconciliati, nel suo amore crocefisso, con Dio e tra noi. E’ lo Spirito del battesimo e della confermazione, quello che fa il pane e il vino Corpo e Sangue di Cristo, quello che ci fa Chiesa. Lo Spirito fa sì che ognuno che lo accoglie possa dire come Paolo: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). La Chiesa è il Corpo di Cristo perché è tempio dello Spirito, la comunità dell’alleanza eterna che è in persona il Signore Gesù reso vivo e vivificante nello Spirito. Ecco perché, accanto alla tradizione soprattutto occidentale che vede nello Spirito il vincolo della carità che unifica, si è potuta sviluppare un’altra tradizione, particolarmente in Oriente, che vede lo Spirito come l’”estasi di Dio”, colui che rende possibile l’”uscita” di Dio da sé, la Sua apertura all’altro. Questa tradizione trova conferma nel fatto che tutte le volte che l’Eterno si esprime “ad extra” nella storia della salvezza lo fa nello Spirito, che aleggia sulle acque della prima creazione, scende sui profeti, copre la Vergine Maria, unge il Verbo incarnato e scende a Pentecoste a costituire la Chiesa dei discepoli, unificata nell’amore.
Si potrebbe dire, allora, che lo Spirito è sia colui che unifica i diversi, stabilisce ponti di riconciliazione e di pace, sia colui che apre e diversifica, suscitando la varietà dei doni e dei carismi, spingendo continuamente i discepoli a uscire da se stessi per andare verso l’altro e accoglierlo.
L’azione dello Spirito santo sull’uomo e sulla Chiesa può allora caratterizzarsi in due direzioni. Da una parte, il Consolatore è principio invisibile dell’unità, che supera le divisioni e le frammentazioni, dà pace ai cuori, li salda nella gioia della comunione col Padre e col Figlio in lui, è l’anima dell’unità della Chiesa e fa di questa unità segno, strumento e profezia dell’unità del mondo. Dall’altra parte, lo Spirito suscita la ricchezza dei doni e dei ministeri i più diversi e spinge a vivere la vita nuova dei risorti come servizio e missione: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,4-7). Spirito di unità, il Consolatore è non di meno sorgente di varietà carismatica e ministeriale, fonte di doni e servizi differenti chiamati tutti a contribuire alla crescita comune nell’unico Corpo di Cristo, che è la Chiesa.
La comunione ecclesiale, vivificata dallo Spirito, si presenta pertanto come un insieme di diversità riconciliate, una varietà unificata nella carità e nella reciprocità, a immagine di quel “reciproco abitare l’uno nell’altro e compenetrarsi l’uno nell’altro” (pericoresi), per cui ciascuna delle tre Persone nella Trinità è se stessa eppure totalmente inabita nelle altre e accoglie le altre in sé, nella perfetta unità del Dio unico. Gesù ci fa percepire qualcosa di questo abisso di differenze in comunione quando -soprattutto nel vangelo secondo Giovanni – rapporta la comunione dei discepoli alla sua comunione col Padre: è il “come” giovanneo che illumina il rapporto tra la Trinità e la Chiesa, consentendoci di riconoscere nella vita trinitaria l’origine, il modello e la meta della comunione ecclesiale. “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12; cf. 13,34). “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola… siano come noi una cosa sola” (Gv 17,21.22).
Sotto l’azione dello Spirito la Chiesa vive di un’unità profondissima, frutto della partecipazione alla vita eterna di Dio, senza però che l’unità significhi massificazione, esprimendosi anzi in una varietà di volti, di carismi e di servizi che ha qualcosa di analogo alla varietà esistente fra le stesse Persone divine. Lo Spirito dunque unifica il diverso e diversifica l’unito, riconcilia il distinto e distingue nella comunione dei riconciliati. Vivere secondo lo Spirito richiede perciò la piena accoglienza della sua duplice azione: rifiuta lo Spirito tanto chi opera divisione, quanto chi volesse massificare e appiattire le diversità. Accoglie invece lo Spirito chi promuove e rispetta valorizzandola la diversità da lui suscitata, ma si adopera perché tutto concorra all’utilità comune e serva per l’edificazione dell’unico Corpo del Signore Gesù, che è la Chiesa della Trinità (per alcune piste di lavoro in questa direzione durante l’anno liturgico, cf. Lavorare insieme 1997/98, pp. 7 – 15).
3. Lo Spirito e il mondo
Il Signore Gesù è vivo e presente in tutte le più diverse situazioni del tempo e dello spazio mediante lo Spirito santo: riempito di Spirito nell’atto del suo risuscitamento dai morti (cf. Rm 1,4), il Risorto dona lo Spirito a ogni carne e si presenta vivo e vivificante nello stesso Spirito a tutte le generazioni degli uomini. L’abisso dei secoli che ci separa dalla storia del Figlio nella carne è scavalcato grazie all’azione del Consolatore: nello Spirito Gesù prende possesso oggi dei cuori che si aprono a Lui sia nell’ascolto della Parola e nella partecipazione ai sacramenti, sia più in generale nell’accettazione del mistero della vita e della morte e nell’esperienza della carità, della solidarietà e della giustizia. Lo Spirito santo è la memoria potente di Cristo, il Signore che dà la vita perché rende presente qui ed ora il Vivente al di là di tutte le barriere sociali, razziali, culturali, religiose.
Alla luce di questo racconto della rivelazione – qui appena evocato – diventa allora necessario chiederci se e in che misura le nostre comunità ecclesiali sono capaci di vivere, nel loro interno e nei rapporti rispettosi e amicali tra le varie aggregazioni, la profonda comunione che le unisce nell’unico Signore e nell’unico Spirito, accogliendosi reciprocamente nella carità intorno al ministero dei pastori, a partire dal ministero unificante del Vescovo. Non di meno si profila l’urgenza di domandarci se e come esse riconoscano la diversità dei doni dello Spirito non solo al loro interno e nella più ampia comunità ecclesiale, ma pure nell’ordinarietà della vita di tanti uomini e donne che sono tempio dello Spirito, a volte perfino al di là della loro consapevolezza.
Occorre insomma riconoscere lo Spirito, che soffia dove vuole, dovunque egli soffi, senza rigidezze e sclerotizzazioni, senza pregiudizi e forzature, senza chiusure ed indebite assolutizzazioni della propria appartenenza, anche dell’appartenenza al corpo visibile della Chiesa cattolica: “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). Come affermavo all’inizio, lo Spirito c’è, opera dappertutto, c’è e opera prima di noi, meglio di noi, più di noi. Una delle tentazioni più sottili e perfide del Maligno è quella di farci dimenticare la presenza dello Spirito, di farci cadere nella tristezza come se Dio ci avesse abbandonato in un mondo cattivo, con il quale lottiamo ad armi impari, perché l’indifferenza, l’egoismo e la dimenticanza di Dio hanno a poco a poco il sopravvento. E’ questo un grave peccato “contro lo Spirito santo” (cf. Mt 12,31s), che nega in pratica la sua forza e la sua capacità pervasiva, la sua penetrazione come vento e come soffio in tutti i meandri della storia. Al contrario, la fiducia nel Signore che “ha un popolo numeroso in questa città” (At 18,10) promuove un discernimento realistico sulle condizioni positive e negative della fede nel nostro mondo, senza indulgere né a vuoti ottimismi né a sterili pessimismi. Lo Spirito santo fa intravvedere quella rete di relazioni di amore che lui sta formando nel mondo e che è riflesso di quella rete di relazioni di amore che è la Trinità santa.
Tali considerazioni mi introducono già alla terza e ultima parte della Lettera pastorale, dove vorrei appunto coniugare il racconto della mia esperienza, narrato nella prima parte, con il racconto che lo Spirito fa di sé in questa seconda parte, per tracciare alcune linee che aiutino la revisione di vita di tutte le comunità cristiane che costituiscono la nostra Chiesa – siano esse parrocchie, movimenti, gruppi o associazioni – e analogamente la revisione dei nostri atteggiamenti personali rispetto al racconto che facciamo oggi dell’agire dello Spirito in noi e nella storia.