Forse era questo il segreto: che certe cose belle non si tengono. Si incontrano. Per un momento sono tue — anzi, sei tu che sei loro, che sei del prato, del vento, di quella luce obliqua di settembre che fa brillare tutto. Poi volano via. E il bello non scompare con loro. Rimane dentro, come un sapore.

Paolo Gamberini
23 giugno 2026
ApertaMente
Per gentile concessione dell’autore
C’era una volta, in un villaggio ai piedi di una montagna verde, un ragazzo di nome Elia.
Elia aveva una passione: le farfalle. Non per studiarle, non per ammirarle — per tenerle. Appena ne vedeva una, correva con il retino, la catturava, la metteva in un barattolo di vetro con il coperchio forato. La sua stanza era piena di questi barattoli, uno sopra l’altro, allineati sul davanzale, sulle mensole, sul pavimento.
Ogni mattina si alzava e le contava.
Quarantadue. Cinquantasette. Sessantanove.
Ma più ne catturava, meno le vedeva davvero. Entrava in un prato e non sentiva più il profumo dell’erba bagnata, non ascoltava il ronzio delle api, non alzava gli occhi al cielo. Vedeva solo prede possibili. Quella blu con le punte arancio — non ce l’ho ancora. Quella grande, laggiù — devo essere veloce.
Un giorno sua nonna lo vide tornare a casa di corsa, sudato, con un nuovo barattolo in mano. Dentro, una farfalla bianca che sbatteva le ali contro il vetro.
— Nonna, guarda! Non ne avevo ancora una così bianca.
La nonna non disse nulla. Si avvicinò al barattolo, lo tenne in mano un momento, poi lo posò sul tavolo e disse:
— Elia, quand’è l’ultima volta che hai guardato una farfalla volare?
Lui ci pensò. Non riusciva a ricordare.
— Volare come? Le guardo ogni giorno.
— No — disse lei — le insegui ogni giorno. Guardarle è un’altra cosa.
Elia non capì, o forse capì e non voleva ammettere di aver capito. Andò a letto con il suo nuovo barattolo sul comodino.
La mattina dopo, la nonna lo portò su per un sentiero nel bosco, fino a un piccolo prato aperto sul versante della montagna. Era settembre, l’aria aveva già un odore di resina e di fine. Si sedettero sull’erba.
— Adesso non fare niente — disse lei.
— Niente?
— Niente. Tieni le mani in grembo.
Elia obbedì, anche se le mani gli prudevano.
Per i primi minuti non vide nulla di interessante. Poi, lentamente — come quando gli occhi si abituano al buio — cominciò a vedere. Una libellula che si posava su uno stelo e ripartiva. Un piccolo uccello nascosto tra i rami che cantava una sola nota, ripetuta, precisa. L’ombra di una nuvola che attraversava il prato come una mano enorme e silenziosa.
E poi, all’improvviso, una farfalla gialla — grande, lenta, indifferente a tutto — che attraversò il prato da un bordo all’altro con una grazia talmente inutile da sembrare un regalo.
Elia la guardò fino in fondo, fino a quando sparì tra gli alberi.
Non aveva il retino. Non aveva il barattolo. E fu la farfalla più bella che avesse mai visto in vita sua.
Tornò a casa in silenzio. Nel pomeriggio aprì tutti i barattoli, uno per uno, sul davanzale aperto.
Alcune farfalle uscirono subito, come frecce. Altre indugiarono, incerte. Una rimase ferma sul bordo del barattolo per quasi un minuto, poi aprì le ali — lentamente, come chi si stiracchia dopo un lungo sonno — e volò via.
La stanza sembrava più vuota. Elia aspettava di sentirsi triste.
Invece si sentì leggero.
Da quel giorno Elia continuò ad andare nei prati. Ma ci andava diversamente — con le mani in grembo, come gli aveva insegnato la nonna. E le farfalle, stranamente, sembravano non aver paura di lui. A volte gli si posavano su un ginocchio, su una spalla, sulla punta di un dito.
Un pomeriggio, mentre una piccola farfalla arancione riposava sul suo polso, Elia pensò che forse era questo il segreto: che certe cose belle non si tengono. Si incontrano. Per un momento sono tue — anzi, sei tu che sei loro, che sei del prato, del vento, di quella luce obliqua di settembre che fa brillare tutto.
Poi volano via.
E il bello non scompare con loro. Rimane dentro, come un sapore.
Chi stringe troppo, non sente più nulla tra le dita. Chi apre la mano, a volte, riceve il mondo.