Zanchi riprende McLuhan per invitare a riappropriarsi del vero significato dell’ultimo libro della Bibbia
La Stampa – Tuttolibri – 23 maggio 2026
Per gentile concessione dell’autore
Enzo Bianchi
Non pochi osservatori e intellettuali interpretano, a ragione, questi nostri tempi come i “giorni di Apocalisse”, come una “rivelazione” del potere tecnologico che sfrutta la paura per imporre un nuovo ordine globale. In un luminoso articolo apparso nelle scorse settimane su La Stampa, Massimo Cacciari interpreta l’uso di simboli apocalittici da parte dei potenti, citando Peter Thiel, non come distruzione fisica, ma come rivelazione della natura radicale dei nostri tempi. Tali categorie religiose svelano per Cacciari il potere teologico-politico nascosto dietro la tecnologia, evidenziando una crisi dell’ordine mondiale liberale.
Condivido appieno il pensiero dell’amico Cacciari e da biblista confermo che già l’incipit dell’ultimo libro del canone neotestamentario – “Rivelazione di Gesù Cristo” – dovrebbe bastare a smentire l’interpretazione divenuta ormai corrente per cui “apocalisse” è sinonimo di catastrofe, per cui l’Apocalisse di Giovanni sarebbe il libro che concerne la fine del mondo e annuncia i disastri e le calamità che l’accompagnano. In quanto “rivelazione di Gesù Cristo” l’Apocalisse non rivela nulla più di quanto già è stato rivelato da Dio nel Cristo morto e risorto, semplicemente applica tale rivelazione alla storia umana nella sua interezza. L’interesse basilare dell’Apocalisse non è infatti l’al di là della storia, ma la storia di questo mondo, la storia dell’umanità, in cui si muovono le comunità cristiane destinatarie dello scritto: la storia letta alla luce dell’evento pasquale che è avvenuto nella storia e ha ri-significato la storia stessa.
L’Apocalisse non è dunque il libro della fine del mondo, bensì la celebrazione dell’evento pasquale confessato come chiave ermeneutica e principio dinamico di una storia che è tutta nelle mani di Dio. L’evento decisivo e centrale della storia di salvezza non è da attendersi in un futuro incerto, ma è già avvenuto, ed è la Pasqua di Cristo.
Questa considerazione consente di comprendere come l’Apocalisse possa essere intesa quale messaggio di speranza. Più che incutere paura, questo libro incoraggia e infonde speranza ai cristiani che alla fine del I secolo conoscevano situazioni di persecuzione sotto l’impero romano. In verità, più che di una fine, l’Apocalisse parla di un fine, di un télos: non annuncia lo scacco, ma il compimento del mondo, il suo senso, il suo futuro. Infatti, se la storia è il tempo dotato di senso, per l’Apocalisse ciò che dà senso al tempo è l’evento pasquale. La vittoria della vita sulla morte configura la storia come storia di salvezza e come luogo di speranza perché abbracciata da «Colui che è, che era e che viene» (non «che sarà», il futuro dell’essere di Dio si manifesta nel suo venire), che è «l’Alfa e l’Omega», dunque dal Signore della storia e del tempo.
«Non sono mai stato un ottimista o un pessimista. Sono soltanto un apocalittico. La nostra sola speranza è l’Apocalisse. L’Apocalisse non è l’oscurità. È la salvezza. Nessun cristiano potrà mai essere ottimista o pessimista: questo è solo uno stato d’animo secolare». Con queste parole fulminanti di Marshall McLuhan, Giuliano Zanchi dà inizio a un bel saggio sull’ultimo libro della Bibbia, dal titolo Il bene che vince, L’Apocalisse libro di speranza, edito da Vita e Pensiero. Da cattolico convertito, nel 1977 McLuhan vedeva nell’Apocalisse non l’oscurità, ma la salvezza perché essa rappresenta l’incontro con la verità. In un mondo dominato dal rumore dei media, la “fine” di quel sistema è l’unico modo per tornare a una dimensione spirituale autentica. Il cristiano non si deprime né si esalta per le fluttuazioni del mondo, perché la sua speranza risiede in una realtà che trascende il tempo e la tecnologia.
Per Zanchi «McLuhan ha ragione: un cattolico non può in certa misura che avere lo sguardo proiettato lontano oltre i confini della storia terrena». Se l’Apocalisse di Giovanni oggi è sulla bocca di tutti e negli occhi di molti, per Zanchi lo è troppo spesso in modo non evangelico, in un accoppiamento poco giudizioso fra catastrofismo tardo-occidentale e letteralismo apocalittico della Scrittura, non di rado anche da parte di credenti cristiani che predicano di lasciare il mondo al suo triste destino e ritenere la storia ormai perduta.
Giuliano Zanchi offre un percorso di rilettura intensa senza essere specialistico e al tempo stesso chiaro e accessibile – quasi un’introduzione per principianti – per riappropriarsi del vero significato dell’Apocalisse che non è un libro di condanna ma un libro di speranza. Quella di Giovanni è certamente apocalittica, ma apocalittica evangelica e cristiana. «L’Apocalisse di Giovanni non parla della fine del mondo, ma del posto centrale che l’evento di Gesù occupa nella logica della storia e nella stoffa della creazione».
Un percorso capace anche di una sapiente attualizzazione del testo biblico non poteva evitare il nostro presente, specie lo strumentale utilizzo dell’Apocalisse da parte delle escrescenze ideologico-religiose dei nuovi strapoteri delle tecniche, dichiaratamente apocalittiche. Riferendosi esplicitamente a Peter Thiel e i tecnopoteri del momento, per Zanchi «nell’attuale trasformazione delle energie geopolitiche, sembra tornata in scienza la forza dirompente degli “Imperi”, quelle concentrazioni di potere che il libro dell’Apocalisse descrive come una bestia che sale dalla terra», della quale si rende complice «la bestia che sale dal mare», che è il potere religioso indicato dall’Apocalisse. L’alleanza tra queste due “bestie” produce effetti devastanti: sacralizzazione del potere, controllo delle coscienze, esclusione dei dissidenti.
La riflessione di Zanchi traccia un confine netto tra l’apocalisse culturale, intesa come catastrofe e dominio tecnologico, e l’Apocalisse evangelica, intesa come svelamento e speranza. Il messaggio che emerge con forza, è un invito alla resistenza spirituale e intellettuale. Se il potere moderno – il “nuovo Impero” tecno-politico – utilizza il linguaggio della fine per paralizzare l’uomo nel timore e nel conformismo, l’Apocalisse di Giovanni agisce al contrario come un antidoto alla paura. Essa non annuncia il naufragio della storia, ma ne rivela il baricentro: l’evento pasquale che sottrae il tempo al caos e lo consegna a un fine di salvezza.
Per le nuove generazioni, questa eredità si traduce in un dovere di lucidità critica nei confronti del potere. Riconoscere le “bestie” del nostro tempo non serve a disperare, ma a riappropriarsi di una cittadinanza attiva e consapevole, capace di dire “no” alle derive totalitarie della tecnica e “sì” a una storia ancora e sempre nelle mani dell’uomo e di Dio. Essere apocalittici oggi significa rifiutare il pessimismo del mondo per abbracciare la verità del senso, testimoniando che il bene, lungi dall’essere sconfitto, è il principio dinamico che guida il mondo verso il suo compimento. Sì, è il bene che vince.