Per gentile concessione dell’autore
Paolo Gamberini
23/6/2026
ApertaMente

La questione del ruolo dei laici nella Liturgia della Parola sta ormai rivelando le contraddizioni interne della teologia liturgica contemporanea. Da un lato, la celebrazione della Liturgia della Parola “senza sacerdote o diacono” manifesta l’esigenza pastorale di garantire la continuità della vita comunitaria anche in assenza di ministri ordinati (https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/donna-e-parroco/); dall’altro, la riaffermazione dell’ontologia sacramentale del ministero ordinato come condizione costitutiva degli atti della Liturgia della Parola, come è ben espresso nella risposta del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti al quesito posto dai vescovi tedeschi, che vieta a laici qualificati di tenere l’omelia.  Nella lettera si legge che la proclamazione della Parola nella celebrazione liturgica è inseparabile dalla missione ricevuta sacramentalmente.

Questa tensione non è un fatto isolato: essa trova un parallelo significativo nella distinzione introdotta da Fiducia supplicans tra benedizioni “liturgiche” (ufficiali) e benedizioni “pastorali” (non ufficiali) rivolte a coppie irregolari o dello stesso sesso. In entrambi i casi, la Chiesa sembra oscillare tra due modelli ecclesiologici: un modello funzionale pastorale e un modello sacramentale ontologico.

L’oscillazione genera ambiguità, e talvolta contraddizioni, che meritano di essere analizzate.

1. La logica della supplenza e la flessibilità pastorale

Nella celebrazione della Liturgia della Parola “senza ministro ordinato” abbiamo a che fare con un laico che guida una Liturgia della Parola. La prospettiva è chiaramente pastorale. La guida della celebrazione può essere affidata a un laico; la proclamazione delle letture è permessa; una “riflessione” o “monizione” può essere offerta, purché non sia chiamata “omelia”.

La distinzione tra omelia e riflessione appare qui come una distinzione di etichetta, non di natura. L’atto del commentare la Parola è ammesso, purché non venga formalmente identificato con l’omelia. La logica è quella della funzionalità: ciò che conta è che la comunità sia radunata e nutrita dalla Parola, anche in assenza del ministro ordinato.

2. La risposta del Dicastero per il Culto Divino (2026)

In questo testo si afferma con forza che l’omelia non è una norma disciplinare, ma un atto derivante dalla natura stessa della liturgia; essa è inseparabile dalla proclamazione del Vangelo; è esercizio del munus docendi conferito sacramentalmente.

Qui la distinzione non è più funzionale, ma ontologica. L’omelia non è un “commento qualificato”, ma un atto liturgico che appartiene alla struttura sacramentale della Chiesa. Non può essere delegata, neppure in casi eccezionali, neppure con indulto.

3. La contraddizione: due modelli ecclesiologici incompatibili

Emerge una contraddizione, precisamente nel modo in cui si comprende la Liturgia della Parola. Nel primo caso, la Liturgia della Parola è trattata come una struttura modulabile, in cui alcune funzioni possono essere supplite da un laico. La distinzione tra omelia e riflessione è presentata come una distinzione di grado.

Nel secondo caso, invece, la Liturgia della Parola è un atto sacramentale unitario, in cui la proclamazione del Vangelo e l’omelia costituiscono un’unica azione, inseparabile dal ministro ordinato. La distinzione tra omelia e riflessione è di natura, non di grado.

Se l’omelia è parte costitutiva della Liturgia della Parola, allora una Liturgia della Parola guidata da un laico non può essere considerata una “Liturgia della Parola” in senso pieno, ma solo una celebrazione della Parola in forma derivata. Nel primo caso, si presuppone una ecclesiologia della supplenza; nel secondo, una ecclesiologia della sacramentalità.

4. L’analogia con Fiducia supplicans: benedizioni ufficiali e non ufficiali

La stessa ambiguità emerge nella distinzione introdotta dalla Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, approvata da Papa Francesco nel dicembre 2023, che autorizza le benedizioni per le coppie “irregolari”, comprese quelle formate da persone dello stesso sesso.

Le benedizioni liturgiche (ufficiali) sono quelle inserite nei libri liturgici e riservate a situazioni conformi alla dottrina sacramentale cattolica (il matrimonio); le benedizioni pastorali (non ufficiali) sono, invece, rivolte anche a coppie irregolari o dello stesso sesso, purché non assumano forma rituale né imitino un sacramento.

La logica è sorprendentemente parallela a quella della celebrazione della Liturgia della Parola. L’atto “ufficiale” è riservato al ministro ordinato e ha una natura sacramentale o dei sacramentali; l’atto “non ufficiale” è ammesso per ragioni pastorali, purché non assuma forma rituale né sia confuso con l’atto ufficiale

Come nel caso dell’omelia, anche qui per la benedizione la distinzione rischia di essere solo formale: una benedizione “non ufficiale” è comunque una benedizione; una riflessione “non omiletica” è comunque un commento alla Parola. La differenza è definita non dal contenuto, ma dal contesto rituale e dalla intenzione ecclesiale. Ciò genera inevitabilmente ambiguità pastorali e interpretative.

5. Una radice comune: la tensione tra pastorale e ontologia

La contraddizione tra i due casi della celebrazione della Liturgia della Parola e l’ambiguità di Fiducia supplicans rivelano una tensione che è profonda nella Chiesa contemporanea. Da un lato, l’esigenza pastorale di accogliere, accompagnare, supplire, includere tutti (todos, todos, todos); dall’altro, la necessità di preservare la natura sacramentale del ministero e degli atti liturgici.

Questa tensione produce categorie ibride: riflessione che non è omelia ma le somiglia; benedizione pastorale che non è liturgica ma è comunque una benedizione. La Chiesa sembra così oscillare tra due poli senza riuscire a integrarli pienamente.

Conclusione

La contraddizione e l’ambiguità presentate rivelano una medesima tensione ecclesiologica: la difficoltà di conciliare la flessibilità pastorale con l’inflessibilità strutturale dei sacramenti e della liturgia.

In entrambi i casi, la distinzione tra atti “ufficiali” e atti “non ufficiali” rischia di essere più nominale che reale, generando confusione teologica e pastorale. La questione rimane aperta: come articolare, senza contraddizioni, la partecipazione dei laici e la natura sacramentale del ministero ordinato? Come evitare che la pastorale crei spazi di supplenza che la teologia non riesce poi a giustificare?

La Chiesa è chiamata a una riflessione più profonda, capace di superare la logica della mera distinzione formale e di elaborare un modello realmente integrato, in cui pastorale e sacramentalità non siano più percepite come poli in tensione, ma come dimensioni complementari dell’unico mistero ecclesiale. Ancora una volta, si presenta la necessità di una ecclesiologia battesimale che riconosca la ministerialità dei fedeli laici, uomini e donne, nella struttura sinodale.