dare da dire agli assetati

37In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


La legge dell’amore in un bicchiere d’acqua
Ermes Ronchi

Un Dio che pretende di essere amato più di padre e madre, più di figli e fratelli, che sembra andare contro le leggi del cuore. Ma la fede per essere autentica deve conservare un nucleo sovversivo e scandaloso, il «morso del più» (Luigi Ciotti), un andare controcorrente e oltre rispetto alla logica umana.
Non è degno di me. Per tre volte rimbalza dalla pagina questa affermazione dura del Vangelo. Ma chi è degno del Signore? Nessuno, perché il suo è amore incondizionato, amore che anticipa, senza clausole. Un amore così non si merita, si accoglie.
Chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà! Perdere la vita per causa mia non significa affrontare il martirio. Una vita si perde come si spende un tesoro: investendola, spendendola per una causa grande. Il vero dramma per ogni persona umana è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena mettere in gioco o spendere la propria vita.
Chi avrà perduto, troverà. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, come la donna di Sunem della Prima Lettura, che dona al profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada e riceverà in cambio una vita intera, un figlio. E la capacità di amare di più.
A noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, dall’impegno di dare la vita, di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca, non perderà la sua ricompensa.
Il dare tutta la vita o anche solo una piccola cosa, la croce e il bicchiere d’acqua sono i due estremi di uno stesso movimento: dare qualcosa, un po’, tutto, perché nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c’è amore più grande che dare la vita!
Un bicchiere d’acqua, dice Gesù, un gesto così piccolo che anche l’ultimo di noi, anche il più povero può permettersi. E tuttavia un gesto non banale, un gesto vivo, significato da quell’aggettivo che Gesù aggiunge, così evangelico e fragrante: acqua fresca.
Acqua fresca deve essere, vale a dire l’acqua buona per la grande calura, l’acqua attenta alla sete dell’altro, procurata con cura, l’acqua migliore che hai, quasi un’acqua affettuosa con dentro l’eco del cuore.
Dare la vita, dare un bicchiere d’acqua fresca, ecco la stupenda pedagogia di Cristo. Un bicchiere d’acqua fresca se dato con tutto il cuore ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua.
Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.
Amare nel Vangelo non equivale ad emozionarsi, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, un verbo fattivo, di mani, il verbo dare.

Avvenire


Degni di Lui
Clarisse Sant’Agata

Se l’evangelo della scorsa domenica si apriva con la grande e rassicurante esortazione “non temete”, quello di questa settimana raccoglie una serie di detti di Gesù piuttosto duri, rivolti ai suoi discepoli. Non è una novità che talvolta il Signore si rivolga ai suoi con parole difficili da digerire. Nell’evangelo di Giovanni infatti, sono proprio i discepoli, dopo il lungo discorso del pane, ad affermare con forza: “questa parola è dura, chi può comprenderla?” (Gv 6,60). E la lettera agli Ebrei dice che “la Parola di Dio è viva ed efficace, più penetrante di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,4) . Anche nell’evangelo di oggi le Parole del Signore richiedono uno sforzo di comprensione per entrare in quel dinamismo nel quale vogliono condurre la vita di ogni discepolo.

Gesù sta parlando a coloro che sono stati inviati ad annunciare l’evangelo e dopo averli istruiti su come annunciare (Mt 10,5-16), e su come vivere la persecuzione (Mt 10,17-32), consegna loro le misure della Parola che annunciano: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34), la stessa spada di cui appunto ci parla la lettera agli Ebrei. Dunque si ha a che fare con una Parola che separa, una spada a doppio taglio che chiede di prendere posizione. Una Parola che, messa sulla bilancia, ha un peso e chiede il suo corrispondente, “una misura buona, pigiata, scossa e traboccante”. (Lc 6,38)

A questa immagine della bilancia si riferisce il versetto con cui si apre il vangelo di oggi: “chi ama padre o madre più di me non è degno di me” (Mt 10,37). L’espressione “non è degno di me” ricorre tre volte nei primi due versetti, a conclusione di tre detti molto esigenti nell’ottica della sequela che ci pongono non poche domande. Prima fra tutte: cosa sta veramente dicendo Gesù? E’ forse possibile “essere degni di Lui”? Davvero è sufficiente di impegnarci ad amarlo più di padre e madre, più del figlio e della figlia, più della nostra stessa vita per essere degni di Lui? E lo scorrere dei nostri giorni, non ci testimonia forse che da questo sforzo immane ne usciamo sempre perdenti? Cosa dunque vuole veramente dire “essere degni di Lui”?

Il vocabolo “axios”, tradotto in italiano con “essere degno”, in greco non vuole dire in primo luogo sforzarsi di meritare qualcosa, come viene in mente immediatamente a ciascuno quando si pronuncia questa parola. Non è una prestazione da dare con quanta più cura è possibile per accedere ad un premio. Il vocabolo evoca piuttosto, come accennavamo all’inizio, l’immagine della bilancia. “Essere degni” vuol dire “pesare il giusto peso”. In una bilancia a due piatti, se da una parte il peso è l’Amore del Signore Gesù che ha dato la sua vita fino alla fine, dall’altra parte occorre un Amore altrettanto “pesante”, altrimenti la bilancia non trova equilibrio.

Questo allora vuole dire “essere degni”, pesare il giusto peso. Se l’amore di padre e madre, di figlio e figlia è “più di me”, la bilancia si ribalta perché il peso non è sufficiente. Se non si prende la nostra croce ogni giorno il “peso” della nostra sequela è insufficiente all’equilibrio della bilancia. Non che si parli di amore sbagliato, ma di amore non sufficiente. E’ una immagine molto bella e molto chiara che svela il senso di questi versetti, soprattutto se associata ad un altro testo nel Nuovo Testamento nel quale ritroviamo il nostro vocabolo: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono” (Ap 4,11). E ancora: “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,8). Il dono che il Signore fa della sua vita lo rende “sufficientemente pesante” per ricevere la gloria, l’onore e la potenza, ma soprattutto per aprire il libro della storia di ogni uomo e leggerlo.

Dunque non si tratta di ingaggiare una lotta che dura tutta la vita per sforzarci di essere quello che non siamo, ma di riconoscere a quale misura ci chiama l’Amore di Colui che per noi ha dato se stesso e vivere secondo questa misura. Cosa questo concretamente significhi ce lo rivelano i versetti del Vangelo di oggi che seguono: “chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà e chi avrà perduto la propria vita per causa mia e del vangelo la troverà”; e ancora: “chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato” e “chi avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua… riceverà la sua ricompensa” (Mt 10, 39-42). Perdere la vita, accogliere, dare un bicchiere d’acqua: gesti concreti che ci dicono che “pesare il giusto peso” non chiede grandi sforzi, ma solo un’attenzione alla vita concreta di cui sono fatte le nostre giornate e una consapevolezza maggiore che i nostri gesti quotidiani sono il luogo dove la bilancia torna in equilibrio oppure si ribalta.

Quello dell’evangelo di oggi è allora un invito ad avere uno sguardo attento non a ciò che immediatamente ed evidentemente lo attira, ma a quei gesti silenziosi e nascosti nei quali possiamo trattenere la vita per noi o possiamo invece scegliere di donarla, i piccoli gesti che ci fanno “degni di Lui”.

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Il radicalismo cristiano
Enzo Bianchi

“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”
Enzo Bianchi

Con il brano evangelico odierno si conclude la lettura del «discorso missionario» indirizzato da Gesù ai Dodici, un discorso che riguarda da vicino tutti i cristiani, chiamati ad annunciare con la loro vita e le loro parole che in Cristo «il Regno si è fatto vicinissimo» (cfr. Mt 10,7).

Per portare Gesù Cristo agli altri occorre prima accoglierlo quale Signore della propria vita. Affinché questo sia chiaro, Gesù rivolge a chi lo segue parole estremamente radicali e rigorose, che spengono entusiasmi troppo facili e sintetizzano bene il caro prezzo della sequela. Nei versetti che precedono immediatamente il testo liturgico egli afferma: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34), la stessa spada della parola di Dio (cfr. Eb 4,12). Certamente il regno di Dio portato da Gesù, Messia mite e disarmato, è un regno di pace (cfr. Mt 21,5), ma di una pace non mondana, bensì dello shalom contenente in sé anche il giudizio di Dio, fattosi presente nella persona stessa di Gesù. Per dirla con le parole usate dall’anziano Simeone di fronte al bambino Gesù, quest’ultimo è sempre «un segno che viene contraddetto» (Lc 2,34), perché di fronte a lui occorre prendere posizione: o lo si accetta o lo si rifiuta, ma non si può rimanere neutrali…

Anche la famiglia viene attraversata, come da una spada, dalla persona di Gesù (cfr. Mt 10,35-36), che dunque può dire con audacia: «Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me», ossia, come si legge nel brano parallelo di Luca, «non può essere mio discepolo» (Lc 14,26-27). L’adesione fiduciosa a Gesù, l’amore per lui da parte del discepolo deve prevalere su ogni altra relazione, anche quelle di sangue. Gesù lo ribadirà poco più avanti quando, mandato a chiamare dai suoi familiari, dirà chiaramente: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», quella volontà che è sempre stata il desiderio profondo di Gesù, «egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). Ma per vivere con Gesù non basta relativizzare i legami di sangue. Occorre prendere le distanze anche da se stessi, da quell’istinto egoistico che ci spinge a preservare la nostra vita a ogni costo, senza e contro gli altri; in questa libertà propria di chi non ha più nulla da difendere si può «prendere la propria croce», cioè lo strumento della propria condanna a morte, e «seguire Gesù».

A questo punto Gesù pronuncia quelle parole che, con lievi variazioni semantiche, risuonano più volte nei vangeli: «Chi avrà trovato la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (cfr. Mt 16,25; Mt 8,35; Lc 9,24; 17,33; cfr. anche Gv 12,25). È un’affermazione che può suonare folle, assurda, soprattutto agli orecchi dei non cristiani, ma che, insieme a quella precedente, va ribadita in tutta la sua salvifica paradossalità: Gesù ha preteso da chi lo seguiva non l’amore del suo messaggio, bensì l’amore per lui; a chiesto a uomini e donne di non fare riserve della loro vita, di perderla per lui, promettendo che in questo modo essi l’avrebbero trovata e salvata…

Chi accoglie veramente Gesù nella propria vita, chi lascia che sia Cristo a vivere in lui (cfr. Gal 2,20), assume sempre più i tratti del suo Signore. Ecco perché se fino a questo punto del discorso Gesù aveva sottolineato soprattutto le ostilità a cui sarebbero andati incontro i suoi inviati (cfr. Mt 10,16-23.28), il suo sguardo conclusivo si posa sul risultato positivo della loro missione, che va oltre ogni aspettativa: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Sì, il vero discepolo è chiamato a essere «sacramento» di Gesù, il quale a sua volta lo è del Padre (cfr. Gv 1,18). E questa realtà così grande si manifesta nelle relazioni più quotidiane, si esprime e a sua volta suscita uno stile di vita che, nella sua semplicità, rivela la volontà di accogliere in modo premuroso Cristo nei suoi inviati: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca (non solo di acqua!) a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa».

La spada e la divisione portate da Gesù contengono dunque in sé la promessa di una grande ricompensa, quella che per noi cristiani ha un solo nome: comunione. Comunione in Gesù Cristo, comunione umanissima attraverso l’amore per lui, comunione destinata a non avere fine e che si traduce in amore fraterno, come egli stesso dirà chiaramente: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

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Missione come accoglienza:
di Gesù e dei Suoi
Romeo Ballan, MCCJ

Nella conclusione del “discorso missionario” (Mt 10), Gesù dispone l’animo dei suoi discepoli ad assumere due atteggiamenti necessari per chiunque è inviato ad annunciare il Regno: la vocazione con le sue esigenze e la missione come accoglienza. Un messaggio che tocca da vicino ogni cristiano, non soltanto i ‘missionari’. Anzitutto, la vocazione vissuta nell’amore. Gesù parla chiaramente di amore (v. 37) e di vita (v. 39). È in gioco la scelta per un amore più grande. L’amore ai familiari – doveroso, legittimo e benedetto – va visto insieme e confrontato con l’amore per Gesù. Solo alla luce dell’amore e della vita hanno senso le esigenze di una vocazione di servizio alla missione di Gesù; solo per amore è possibile fare scelte ardue, che risultano incomprensibili per chi è fuori di questa logica. Davanti al bene supremo – che è sempre e solo Dio – si dà il giusto peso anche a valori umani importanti, quali gli affetti familiari o gli interessi professionali, riservando, però, a Dio il primo posto, la prima scelta.

Il linguaggio di Gesù (‘prendere la croce’, ‘perdere la vita’) è scandaloso, sembra addirittura crudele, ma è l’unica parola che libera dalle illusioni e che ci fa trovare veramente la vita (v. 39); la via della croce è l’unica che sbocca nella vita vera: la risurrezione. Sono sempre attuali le parole di San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita”. Questo messaggio riguarda sia il missionario che annuncia il Vangelo sia coloro ai quali egli lo annuncia. A questa radicalità fa appello anche S. Paolo (II lettura): per il Battesimo siamo chiamati a “camminare in una vita nuova” (v. 4), perché “siamo morti con Cristo” e “vivremo con Lui” (v. 8.11).

Il secondo grande tema missionario di questa domenica è l’accoglienza. È esemplare l’ospitalità che la donna di Sunem e suo marito offrono al profeta Eliseo (I lettura), ma lo è anche la gratitudine di questo ‘uomo di Dio’ verso quella coppia sterile: dopo aver consultato il suo servo Giezi, Eliseo profetizza che presto avranno un figlio. Si tratta di uno scambio di doni, offerti nella gratuità. Gesù loda il gesto semplice, gratuito, di “chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca” (Mt 10,42). Da notare il dettaglio dell’acqua fresca, particolarmente gradita nei paesi caldi. La missione come accoglienza ha il suo fondamento nell’identità che Gesù stabilisce tra Sé e i suoi: “Chi accoglie voi accoglie me” (v. 40); parole che riecheggiano il test del giudizio finale: “Avevo sete e mi avete dato da bere” (Mt 25,35).

Accogliere in casa o nel proprio paese chi è nel bisogno, o chi scappa da guerre, o è alla ricerca di condizioni più dignitose per sé e la famiglia, è sempre stata una meritevole opera di misericordia, ancora secondo le parole di Gesù: “ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). Oggi, purtroppo, il complesso problema dell’accoglienza ai migranti-rifugiati-profughi è diventato un acceso tema politico a livello nazionale, europeo e mondiale, materia di continui dibattiti pubblici, carichi spesso di ideologie contrapposte. Lo scarso coinvolgimento di privati, associazioni e governi nel cercare soluzioni adeguate alle migrazioni è, almeno in parte, alla base di numerose tragedie e morti in terra e in mare, anche di donne, mamme e bambini.


Il termine casa in ebraico non indica solo l’edificio, ma anche la famiglia, la cellula della società in cui, specialmente nei tempi antichi, l’individuo trovava asilo, si sentiva accolto e protetto.

Di questa duplice casa l’uomo non può fare a meno: “Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo” (Sir 29,21), per questo in Medio Oriente l’ospitalità è sempre stata sacra, come attestano le insistenti raccomandazioni della Bibbia: “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4,9); “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

A chi vuole dare inizio a una nuova famiglia è però richiesto il distacco dalla propria casa: “L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna” (Gn 2,24). È un abbandono che porta a un incontro destinato a dare continuità alla vita.

Anche Gesù un giorno ha abbandonato la sicurezza che gli era offerta dalla dimora di Nazareth: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20); ha lasciato anche la famiglia: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli ha detto: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli” (Mt 12,48-50).

A chi lo vuole seguire chiede la stessa disponibilità: il coraggio di compiere uno stacco per spiccare il volo verso una realtà superiore, per essere introdotti in una nuova casa, in una nuova famiglia, quella dei figli di Dio.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Nel discepolo è Gesù che bussa alla nostra porta e chiede ospitalità”.

Prima Lettura (2 Re 4,8-11.14-16a)

8 Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. 9 Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. 10 Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”.
11 Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e vi si coricò. 14 Eliseo replicò: “Che cosa si può fare per lei?”. Ghecazi disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. 15 Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. 16 Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.

Su un clivo sempre soleggiato, là dove la collina di Moré degrada verso la fertile pianura di Esdrelon, favorita da un’abbondante sorgente d’acqua, sorgeva, fin dai tempi più remoti, la città di Sunem. Era famosa soprattutto perché in essa si erano accampati i filistei prima di battere Saul (1 Sam 28,4) e per aver dato i natali ad Abisag, l’avvenente fanciulla che si era presa cura del vecchio Davide (1 Re 1,3). Al tempo di Eliseo, Sunem era abitata da proprietari terrieri benestanti ed è proprio nella casa di uno di questi che va ambientato l’episodio narrato nella lettura.

Il profeta, che era solito passare da questa città, aveva stretto amicizia con una coppia di sposi, già avanti negli anni e senza figli. Era soprattutto l’anziana signora che nutriva stima e affetto per l’uomo di Dio. Sapendo che veniva da lontano e che era senza casa e senza famiglia, provava per lui una grande tenerezza; condivideva la sua missione e lo accoglieva con le premure di una mamma. D’accordo con suo marito aveva fatto costruire per lui una piccola stanza al piano superiore, in muratura, vi aveva posto un letto, un tavolo, una sedia e una lampada.

La signora, evidentemente abbastanza ricca, avrebbe potuto limitarsi a dare un po’ di soldi ad Eliseo per poi lasciarlo andare per la sua strada. Invece – ed è questo l’aspetto da sottolineare – non si limitava a porgergli un aiuto, lo accoglieva nella propria casa, voleva che si sentisse membro della sua famiglia.

Piacque a Dio il gesto di questa donna e, per mostrarle quanto avesse apprezzato la sua solidarietà con il profeta e quali benedizioni egli riservi a coloro che collaborano con chi annuncia la sua parola, le concesse la gioia più grande cui potesse aspirare: le diede un figlio.

Eliseo rappresenta gli apostoli che, anche oggi, lasciano la loro terra, la famiglia, una vita forse agiata e tranquilla e scelgono di dedicarsi totalmente al servizio di Dio e del vangelo. Più che dell’appoggio materiale, hanno bisogno di sentire la presenza amica di persone che condividono i loro ideali, di persone che, specialmente nei momenti di difficoltà, di scoraggiamento e di solitudine, sappiano sostenerli e stare loro vicino.

Seconda Lettura (Rm 6,3-4.8-11)

3 O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4 Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.
8 Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9 sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10 Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. 11 Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Il battesimo era un rito molto comune al tempo di Gesù. Venivano battezzati coloro che seguivano il Battista, coloro che rinunciavano al paganesimo e sceglievano la religione d’Israele, coloro che entravano in una setta religiosa e anche gli schiavi ai quali i padroni concedevano la libertà. Era un gesto che indicava un cambiamento radicale della vita: una morte al passato e una rinascita.

Anche il battesimo cristiano ha, fondamentalmente, il medesimo significato. Lo si comprende meglio se si tiene presente che, nella chiesa primitiva, erano soprattutto gli adulti che, nella notte di Pasqua, venivano battezzati. Si trattava di pagani che, con l’immersione nell’acqua di una vasca, intendevano seppellire un passato caratterizzato da violenze, odi, adulteri, furti, corruzione, immoralità e, risalendo dall’acqua, mostravano di essere persone nuove, pronte a seguire il cammino di Cristo.

Le acque del fonte battesimale erano considerate le acque del grembo materno della comunità che generava nuovi figli di Dio.

Si comprende così ciò che afferma Paolo nell’importante brano che ci viene proposto nella lettura: “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti con Cristo nella morte, perché possiamo camminare in una vita nuova” (v. 4). Il passaggio dalla morte alla vita è stato percorso anzitutto da Cristo, poi, dietro di lui, da ogni discepolo.

Nell’ultimo versetto, l’Apostolo indica le conseguenze pratiche di questo evento: se il battesimo è il giorno della rinascita, segna anche l’inizio di una vita morale completamente nuova; il cristiano non può continuare a compiere le azioni di prima, deve considerarsi “morto al peccato e vivo per Dio, in Cristo Gesù” (v. 11).

Vangelo (Mt 10,37-42)

37 “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Videocommento

Il secondo dei cinque discorsi di Gesù che si trovano nel vangelo di Matteo sviluppa i temi legati all’invio dei discepoli in missione. Oggi ci viene proposto il brano conclusivo.

Nella prima parte (vv. 37-39) sono presentate, in tutta la loro durezza, le esigenze della sequela. Vengono richieste rinunce di una radicalità inaudita e, come se non bastasse, ognuna di esse è accompagnata da una severa e drastica dichiarazione, scandita come un ritornello, non è degno di me!. Nessun rabbino ha mai preteso tanto da chi lo seguiva e forse anche per questo un giorno i giudei hanno chiesto a Gesù: “Ma tu chi pretendi di essere?” (Gv 8,53).

Dal discepolo egli esige anzitutto il distacco radicale anche dagli affetti più intimi e più naturali, quali l’amore per i genitori e per i figli.

La sua richiesta va inserita nel contesto delle immagini paradossali impiegate nell’ultima parte del discorso. Ha appena affermato di non essere venuto a portare la pace, ma una spada (Mt 10,34).

Dopo aver dichiarato beati i costruttori di pace (Mt 5,9) e aver invitato ad amare i nemici (Mt 6,44), Gesù non può certo incitare all’aggressione fisica nei confronti dei nemici. La spada che provoca divisioni e conflitti è la sua parola, quella che l’autore della Lettera agli ebrei definisce “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). È la spada cui faceva riferimento Simeone nella profezia fatta a Maria (Lc 2,35).

Gesù non intende smentire la Toràh di Mosè che ordina di onorare il padre e la madre, anzi ne ha ribadito più volte il comandamento (Mt 15,4), tuttavia è cosciente di essere venuto “per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Sa che la sua parola provocherà incomprensioni, contrasti e tensioni all’interno delle stesse famiglie.

Matteo scrive il suo vangelo in un tempo di persecuzione. I discepoli hanno fatto spesso l’esperienza che, per rimanere fedeli a Cristo, hanno dovuto accettare anche la rottura dei legami con le persone più care. I rabbini avevano preso la decisione di espellere dalle sinagoghe, di escludere dal popolo eletto chi ritenesse Gesù il messia; avevano ordinato che chi aderiva alla fede cristiana, considerata eretica, fosse ripudiato dai propri familiari. Le conseguenze di questa esclusione erano gravi e dolorose, non solo dal punto di vista affettivo, ma anche sociale ed economico.

Gesù esige dal discepolo il coraggio di rimanere senza appoggi, senza protezione e senza sicurezze materiali per amore del suo vangelo; poi continua con un’altra richiesta, ancora più drammatica: la disponibilità non solo a perdere tutto, ma anche a rinunciare alla propria vita.

L’immagine della croce si riferisce alle conseguenze inevitabili cui va incontro chi vuole vivere secondo i dettami del vangelo: come il Maestro, andrà incontro alla croce, cioè all’ostilità del mondo. Anche se la vita non gli verrà tolta con il martirio, dovrà donarla in un costante e generoso sacrificio di sé.

“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). È stata questa la risposta dell’uomo alla richiesta d’ospitalità rivoltagli da Dio. È una sorte che è toccata spesso a Gesù (Lc 9,53) ed è quella che attende anche i discepoli da lui inviati (Mt 10,14).

Nella seconda parte del brano (vv. 40-42) è contenuta una promessa straordinaria a coloro che accolgono i predicatori del vangelo.

“Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (v. 40). Non si tratta semplicemente dell’ospitalità materiale, come quella offerta dalla donna di Sunem a Eliseo, ma dell’accoglienza del messaggio. Dicevano i rabbini: “L’inviato di un uomo è come quell’uomo stesso”. Gesù intende affermare l’autorità da lui conferita al suo discepolo: nelle parole del discepolo risuona la voce del Maestro e, tramite lui, quella del Padre.

 È a questo punto che viene ripreso il tema introdotto dalla prima lettura. Chi accoglie il profeta, per il fatto di essere un profeta, riceverà la ricompensa del profeta. Anche un gesto d’amore semplice come quello di offrire un bicchiere d’acqua fresca a un discepolo, anche se piccolo, senza alcuna apparenza, senza titoli prestigiosi, non rimarrà senza ricompensa.

Non tutti hanno ricevuto da Dio le medesime qualità e gli stessi doni. Tuttavia, in modi diversi, ma con la stessa generosità, ogni vero credente è chiamato a dare il proprio contributo e il proprio appoggio a chi si dedica direttamente all’annuncio della parola di Dio. Prima ancora dell’aiuto materiale queste persone hanno bisogno di sentire che i loro sforzi sono apprezzati dai fratelli di fede e che il loro messaggio viene assimilato.

Questa accoglienza deve manifestarsi in modo particolare nei confronti di coloro che hanno rinunciato a farsi una “casa”, a costruirsi una famiglia, non per fuggire, per vivere isolati e lontani dal mondo, ma per appartenere ad ogni famiglia, per essere completamente disponibili a Cristo e ai fratelli. Come è valutato il loro servizio? Come sono inseriti nella nostra comunità? Ogni famiglia li considera suoi membri o li ritiene degli estranei? Come viene manifestata la gratitudine nei confronti del lavoro che generosamente svolgono?

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