di Davide Fiscaletti
18 Giugno 2026
Per gentile concessione di
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Sulla base delle nostre percezioni, viviamo in un mondo che possiamo vedere, toccare, ascoltare e siamo convinti che sia pienamente reale. La fisica moderna, tuttavia, ci insegna che, a un livello più profondo, la realtà è diversa da come appare: i corpi che osserviamo derivano da campi quantistici elementari, da un vuoto quantistico invisibile, una schiuma frastagliata di micro-eventi connessi in modo non-locale, in cui tutto è intrecciato in un’unità onnicomprensiva e la separazione non esiste. Alcune teorie suggeriscono inoltre che il mondo sia un ologramma, un complesso di forme d’onda che i sensi trasformano in illusioni tridimensionali. Se materia, spazio e tempo non sono fenomeni reali, cosa si nasconde dietro il film delle nostre esperienze?

L’ALTRO LATO DELLE COSE: IL RETROSCENA

Nel 1946 il matematico Francesco Severi scrisse che l’invisibile trama che pervade il tutto è una sorta di materia pura: non differenziata, senza forma, senza qualità, impalpabile e fuori dal tempo. Questa matrice sarebbe il fondo da cui i corpi emergono come increspature di un’onda. Poco dopo, il chimico-fisico Francesco Pannaria sviluppò l’idea del mondo di retroscena: l’universo come teatro con due dimensioni distinte ma interconnesse. I fenomeni si svolgono alle luci della ribalta, cioè nel mondo di scena, ciò che percepiamo con i sensi; ma le azioni compiute dagli attori del cosmo derivano da un’attività che si colloca dietro le quinte, ovvero nel retroscena, fatto di materia pura non direttamente percepibile. Il mondo di scena, caratterizzato da masse tangibili e variazioni, ci fa percepire il tempo lineare; ma è la proiezione virtuale di un livello più profondo, dove il tempo non scorre, nulla diviene e regna la materia pura. Oggi la scienza si concentra soprattutto su ciò che possiamo osservare e misurare, trascurando i limiti intrinseci dei nostri sensi. Sappiamo però che percepiamo solo il 5% di ciò che esiste, mentre il 95% è costituito da entità, denominate materia oscura ed energia oscura, con cui non riusciamo ad interagire direttamente. Sulla scorta di queste considerazioni, Massimo Citro Della Riva, nel recente libro Illusione, invita a riflettere sul fatto che le cose possiedono un lato invisibile, non percepibile dai sensi. La ricerca dovrebbe quindi occuparsi soprattutto del retroscena, dell’altro lato delle cose. Secondo questa visione, la vita può essere interpretata come un grande sogno collettivo: l’universo tangibile sarebbe una realtà virtuale per le coscienze che vi partecipano (proprio come, quando giochiamo ad un videogame, ci immedesimiamo nel personaggio di quella realtà virtuale). Il mondo esiste come costruzione del cervello, interpretazione di frequenze provenienti da altre dimensioni. Se la fisica quantistica ci insegna che esistono diversi livelli della realtà e se – come suggerito da Severi e Pannaria – il mondo percepito è la proiezione di un retroscena più profondo, invisibile, senza tempo, diventa naturale chiedersi: a quale mondo apparteniamo realmente? Qual è la nostra vera dimensione?

ESSERI SPIRITUALI O CORPI FISICI?

Alcune prospettive contemporanee cercano di pensare realtà, coscienza e vita in modo unitario. Il fisico Federico Faggin, ad esempio, propone una visione in cui la realtà ultima è un “Uno” dinamico da cui emergono unità di coscienza che, combinandosi, generano strutture sempre più complesse. In questa prospettiva, siamo entità spirituali incarnate in corpi fisici, che tendono a identificarsi con il corpo, ma che – al momento della morte del corpo fisico – potranno riconoscersi parte di una realtà più vasta e profonda. In modo analogo, la cosmobiologia sviluppata dal mio gruppo di ricerca interpreta il vuoto quantistico come uno sfondo atemporale caratterizzato da diversi stati vibrazionali, da cui emergono i fenomeni fisici e mentali. In questa visione, la consapevolezza umana sarebbe una forma di partecipazione a livelli più profondi della realtà, in un processo evolutivo che coinvolge non solo la vita biologica, ma anche la coscienza. Pur nella diversità dei linguaggi e delle ipotesi, queste prospettive condividono l’idea di una realtà unitaria e dinamica, in cui materia, vita e coscienza risultano profondamente intrecciate. Ciò invita a ripensare il rapporto tra sapere scientifico e ricerca spirituale come ambiti non separati, ma potenzialmente complementari. Nell’ambito dei nostri tentativi di scoprire la vera dimensione a cui apparteniamo, alcune importanti suggestioni provengono dalle tradizioni religiose. Per esempio, nei Vangeli Gesù afferma che siamo “nel mondo, ma non del mondo”, suggerendo un’appartenenza a una dimensione diversa da quella puramente materiale. Da qui scaturisce una domanda fondamentale: siamo esseri materiali dotati di anima o esseri spirituali che temporaneamente si esprimono attraverso un corpo? L’interpretazione più profonda dell’insegnamento cristiano suggerisce che la nostra natura autentica sia spirituale: siamo anime di un’altra dimensione e il corpo rappresenta lo strumento attraverso cui facciamo esperienza del mondo fenomenico. Questa visione trova un’interessante analogia nella teoria quantistica dei campi, secondo cui le particelle sono manifestazioni di campi sottostanti. Proprio come nelle misure di laboratorio i campi fisici assumono lo statuto di particelle, in maniera analoga entrando nella dimensione terrena l’anima potrebbe credere di essere l’organismo in cui si è incarnata. Si può allora ipotizzare che la vita sulla terra sia una fase di un processo più ampio: una sorta di passaggio all’interno di una realtà più vasta, in cui dimensione materiale e dimensione spirituale si alternano e si integrano. L’esperienza terrestre sarebbe una scuola dell’anima, mentre nascita e morte rappresenterebbero transizioni tra diversi livelli dell’esistenza. Come suggerisce Faggin, potremmo dover attraversare più volte questa esperienza per evolvere spiritualmente. Accogliere questa visione può avere conseguenze profonde sul piano etico ed esistenziale: la consapevolezza di una natura non esclusivamente materiale può trasformare il nostro modo di vivere, orientandoci verso il bene, la crescita interiore e la bellezza. Il significato della vita non consisterebbe solo nel prolungare l’esistenza, ma nel contribuire a un processo più ampio di evoluzione spirituale.

LA LOGICA DELLA SALVEZZA

In questo quadro si inserisce il tema della salvezza, intesa come compimento del percorso umano. Secondo Vito Mancuso, le religioni mostrano che la realtà non si esaurisce in ciò che appare e che è possibile trascendere il piano della storia. Concetti come Dio, anima e salvezza rimandano a una dimensione più profonda e originaria. In tale prospettiva, la salvezza non dipenderebbe da eventi storici specifici, in particolare dalla vicenda di incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù, né dall’azione di Gesù come rivelatore di Dio, ma dalla capacità di ascoltare la voce della nostra coscienza, che – provenendo dal retroscena, l’altro lato delle cose – ci orienta verso il bene. Se il mondo che percepiamo con i sensi è solo una manifestazione parziale, se la nostra vera realtà è la dimensione profonda del retroscena, allora il principio fondamentale dell’esistenza non è il peccato, ma la possibilità del bene e la libertà di realizzarlo. Anche la morte in croce di Gesù può essere riletta in questa visione, non tanto come evento di redenzione, ma come espressione della dinamica complessiva dell’universo, in cui ordine e caos coesistono. Dietro la vicenda della morte in croce di Gesù c’è la logica del mondo, la prospettiva che interpreta il mondo come creazione continua, dove vita e storia sono un processo in atto, non privo di tensioni e possibilità di fallimento. La compresenza della dimensione visibile e del retroscena profondo a cui la nostra coscienza può accedere suggerisce che la realtà contenga una logica salvifica, intesa come armonia relazionale. Vivere secondo questa logica significa orientarsi al bene nelle scelte concrete. In questo senso, la fede può essere interpretata non tanto come adesione a un sistema di credenze, quanto come pratica vissuta. Ne deriva allora una visione inclusiva della moralità: non solo Gesù, ma anche Socrate, Confucio e Buddha, così come tutti coloro che insegnano a vivere secondo la logica del bene, possono essere considerate figure cristiche, guide spirituali che indicano, in modi diversi, come entrare in relazione con la dimensione profonda della realtà che si cela oltre le apparenze. In questa prospettiva, si può approfondire in modo fecondo il parallelismo tra salvezza e retroscena: se il mondo di scena è il livello visibile in cui viviamo, la salvezza è un progressivo riallineamento consapevole con il retroscena, con quella dimensione più profonda, atemporale e unitaria da cui tutto ha origine. Non si tratta di fuggire dal mondo, ma di abitarlo con maggiore consapevolezza e responsabilità, riconoscendo che ciò che vediamo non esaurisce la realtà. In questo senso, la coscienza morale – così centrale nella riflessione di Vito Mancuso – rappresenta il punto di contatto tra l’apparenza e l’altro lato delle cose: è lì che la profondità del reale si manifesta come orientamento al bene. Fare il bene non significa solo seguire regole, ma lasciar emergere nella vita l’armonia più profonda che regola tutte le cose. Ne deriva che la salvezza non è qualcosa di straordinario o riservato a pochi, ma una possibilità sempre presente, una proprietà intima del mondo al suo livello più profondo: è il progressivo emergere, nella dimensione visibile, dell’ordine relazionale che caratterizza il retroscena e che come tale ci sostiene. Vivere secondo questa logica significa rendere la vita più “trasparente” a tale profondità, lasciandola esprimere nelle relazioni, nelle scelte e nella storia. In definitiva, la logica della salvezza coincide con la “logica del retroscena”: una logica che non annulla la libertà, ma la rende significativa, affidando a ciascuno il compito di tradurre nella concretezza della vita l’armonia del reale e che ci insegna, sul piano dell’esistenza, ciò che il retroscena descrive sul piano più profondo, ovvero il legame tra ciò che vediamo e ciò che lo rende possibile.