
di Maurizio Salvi
18 Giugno 2026
Per gentile concessione di
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Quattro anni e circa quattro mesi. Tanto è durata finora la guerra provocata dall’invasione dell’esercito russo in Ucraina il 24 febbraio 2022. Nel perdurare di essa ha prevalso unicamente la logica delle armi, motivata da Mosca come gesto “a difesa delle popolazioni russofone gravemente maltrattate in Ucraina” e dalla “pericolosa espansione della Nato verso est”. E da Kiev quale “inevitabile scelta di resistenza di fronte all’aggressione ingiustificata dell’esercito russo che ha minacciato senza giustificazioni la nostra integrità territoriale”. Tuttavia da qualche tempo ci si chiede se non sia stato questo un periodo abbastanza lungo e doloroso per le popolazioni civili da far ritenere che una soluzione negoziata sarebbe in fin dei conti meno costosa della prosecuzione del conflitto. Nelle ultime settimane, aldilà delle scontate dichiarazioni di voler continuare a battersi fino alla vittoria, anche i protagonisti diretti o associati dello scontro, primi fra tutti Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, hanno cominciato a pensarlo. Gli elementi che inducono a ritenere che sia arrivata la volta buona, e che si stia raggiungendo un punto di svolta in questa vicenda, stanno emergendo con chiarezza. Essi e si basano sull’incontro ad agosto scorso di Putin con Trump in Alaska; sul botta e risposta senza precedenti provocato il 4 giugno scorso dalla lettera aperta di Zelensky alla sua controparte russa; dall’attività sempre più intensa del terzetto denominato E3 (Francia, Germania e Gran Bretagna, con l’Italia grande assente) riunitosi a Londra il 7 giugno, e dall’accorato appello di papa Leone XIV che, in viaggio per la sua prima visita apostolica in Spagna, ha invitato le parti a non fermarsi davanti alle difficoltà. “Il messaggio – ha detto – è già nell’enciclica (‘Magnifica Humanitas’). Bisogna promuovere non solo il dialogo, ma anche il negoziato. Si stava già facendo qualche sforzo, ma dobbiamo davvero esercitare pressioni per porre fine alla violenza e alla guerra e trovare una via d’uscita”.
NEGOZIATI CHE SEMBRANO IMPOSSIBILI
Si deve rilevare che il clima è sostanzialmente cambiato da quando Trump, dopo aver fatto di tutto per cercare di aggiudicarsi il merito di una rapida pace, ha presentato al termine del citato vertice in Alaska un piano che è però restato rapidamente lettera morta. Senza aver tenuto un simile incontro diretto con Zelensky, l’ospite della Casa Bianca ha proposto un cessate il fuoco immediato e un’assegnazione alla Russia del grosso dei territori orientali occupati con le armi, ipotizzando solo alcune restituzioni di terre agli ucraini nel sud del Paese. Kiev, inoltre, avrebbe dovuto ritirare subito, senza discutere, le proprie truppe dalle zone conquistate dai russi. Visto lo scarso successo dell’idea, Trump ha allora deciso di sospendere il suo impegno in prima persona nella regione. Ha ridotto fortemente gli aiuti militari e il sostegno finanziario e chiesto di fatto all’Europa di farsi carico dell’assistenza al Paese aggredito. Cosa che gli europei hanno accettato, vista la necessità di assumere d’ora in poi, se necessario, posizioni differenti da quelle statunitensi. Parigi, Berlino e Londra hanno preso in mano il testimone trasmesso da Washington, mentre Roma ha esitato, ed è rimasta al margine delle iniziative volte a trovare una soluzione alla crisi. Guardando un po’ al passato non mancano esempi di guerre di ogni tipo risolte quando ciò sembrava davvero impossibile. L’esempio principale è la Bosnia dove diverse componenti etniche sostennero un cruento scontro a partire dal 1992. All’inizio del 1995, molti osservatori ritenevano che un accordo fosse praticamente impossibile. Le parti si accusavano reciprocamente di atrocità, erano stati commessi massacri, le linee del fronte cambiavano continuamente e i leader coinvolti si rifiutavano spesso di incontrarsi. Dopo il Massacro di Srebrenica operato dai serbo-bosniaci fra l’11 e il 16 luglio, l’idea di una trattativa sembrava addirittura moralmente inaccettabile per molti. Eppure, pochi mesi dopo, si arrivò agli Accordi di Dayton, che posero fine alla guerra. Non perché le parti si fossero riconciliate, ma per tre precise ragioni: nessuno riusciva a ottenere una vittoria decisiva; la pressione internazionale era aumentata; il costo umano ed economico del conflitto era diventato insostenibile. Un altro esempio ancora più sorprendente riguarda il conflitto nell’Irlanda del Nord. Negli anni Settanta e Ottanta sembrava inconcepibile che il Governo britannico e l’Ira potessero arrivare a una intesa politica. Dopo decenni di attentati e violenze, si giunse invece all’Accordo del Venerdì santo. Lo stesso è avvenuto tra Iran e Iraq (1980-1988), nonostante che per anni le parti hanno affermato che avrebbero combattuto fino alla vittoria totale. Alla fine, però, hanno accettato un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite. In conclusione, la lezione storica è che i negoziati spesso iniziano proprio quando sembrano meno probabili, quando come ipotizzavamo all’inizio, i contendenti arrivano alla conclusione che continuare a combattere è una situazione più costosa della faticosa via negoziale. Possiamo immaginare che la lettera aperta di Zelensky a Putin non avesse certo l’obiettivo di ottenere a giro di posta un assenso conciliante, ma l’ufficializzazione aperta di una disponibilità al negoziato da una posizione di dichiarata forza. Vista fra l’altro la crescente capacità mostrata dall’Ucraina di colpire obiettivi all’interno del territorio della Russia. La missiva, inoltre, sottolineava l’esistenza di una debolezza militare che logorava la posizione politica dell’ospite del Cremlino, “la cui stessa vita sarebbe in pericolo”. Nessuno si è sorpreso quindi per il tenore della risposta del capo dello Stato russo che ha trasformato il messaggio epistolare in un’occasione propagandistica. L’ha liquidato come ‘maleducato’ e strumentale, ha ignorato la proposta di cessate il fuoco, e ha risposto con un fervente incoraggiamento alla guerra rivolto ai propri soldati. Fra l’altro per l’occasione è emerso anche che un gruppo di imprenditori russi, guidati dal miliardario Roman Abramovich, è stato in missione segreta a Kiev in maggio. Ha incontrato Zelensky che ha proposto di facilitare un incontro diretto con Putin, rifiutato però da quest’ultimo. Uno degli argomenti spesso ricordati dagli ambienti governativi moscoviti è che la Russia ha intenzione di firmare accordi con l’Ucraina solo con controparti costituzionalmente legittime. Per evidenziare come il mandato del capo dello Stato ucraino sia scaduto il 20 maggio 2024 e che da allora i suoi poteri si reggono solo sulla legge marziale decretata all’inizio del conflitto che vieta di organizzare elezioni.
LE CONDIZIONI DI UNA PACE POSSIBILE
Comunque i leader dell’E3 europeo, nel loro incontro a Londra, hanno definito insieme al presidente ucraino le condizioni per una pace “giusta e duratura”, chiedendo a Putin di accettare un cessate il fuoco “immediato e completo”. Il loro piano prevede uno stop immediato ai combattimenti; l’utilizzo dell’attuale linea del fronte come punto di partenza dei negoziati, e il rispetto dei confini internazionali e del diritto sovrano dell’Ucraina a scegliere le proprie alleanze. In questo ambito, è previsto anche il dispiegamento di una forza militare multinazionale a garanzia della sicurezza di Kiev, sulla scia degli impegni già presi in passato a Berlino e a Parigi. Possiamo intuire che il Cremlino sosterrà di non considerare accettabile questo progetto. Lo ha ribadito il portavoce presidenziale Dmitry Peskov all’agenzia Interfax ricordando il ‘niet’ di Putin durante il Forum economico di San Pietroburgo. Ma di positivo c’è che il primo passo è stato fatto da entrambe le parti, che si parlano; che l’Europa continuerà a esaminare le prospettive del negoziato anche in un vertice dei cosiddetti Volonterosi convocato da Macron a Parigi per il 14 luglio, e che sarà fondamentale l’individuazione di un mediatore di alto profilo che non dovrebbe appartenere alla Ue, che la Russia considera solo un alleato schierato con l’Ucraina.