Due santi diversi, ma entrambi infiammati dall’amore di Cristo che li ha resi capaci di farsi ultimi per incontrare tutti.
Per gentile concessione dell’autore
fra Massimiliano Patassini
Direttore editoriale
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Donatello, sculture in bronzo che raffigurano, da sx, san Francesco, la Madonna col Bambino, e sant’Antonio, XV secolo, Altare Maggiore, Basilica del Santo, Padova.
© Michele Cardea / Archivio MSA
Siamo abituati a chiamarlo sant’Antonio di Padova o semplicemente il Santo, ma in realtà è probabile che al suo tempo fosse conosciuto come frate Antonio da Lisbona, luogo in cui è nato. Non ci lasciamo sfuggire l’appellativo «frate», perché ci ricorda che la storia di Antonio non è quella di un individuo solitario, ma di un uomo che appartiene a una fraternità, a una famiglia. La santità nella Chiesa, infatti, non è un’esperienza isolata, non si può essere cristiani da soli: c’è sempre una comunità che genera alla fede e che accompagna nel cammino. Certo, con dei limiti e delle carenze che a volte sembrano condurre alla rovina: ecco che però il Signore non manca di suscitare persone che spendano la propria vita per il Vangelo.
Francesco d’Assisi ne è un esempio: «Va’ e ripara la mia casa» è l’invito del Crocifisso di san Damiano. E così inizia un percorso, non solitario, ma subito arricchito dal dono dei fratelli: la prima fraternità è piccola, ma presto saranno migliaia a condividere l’esperienza di Francesco. In tal modo comincia la vita dei frati minori, che altro non è che osservare il Vangelo del Signore Gesù Cristo. Proprio da questa forma semplice di testimonianza evangelica rimane affascinato il giovane canonico agostiniano Fernando de Bulhões, attraverso l’incontro con i frati minori che di lì a poco sarebbero stati martirizzati in Marocco: siamo nel 1220 e Fernando decide di diventare frate Antonio.
Un tratto che accomuna Francesco e Antonio è l’ardore di carità che li infiamma: l’incontro vivo con il Signore li spinge a spendere la propria vita per gli altri, fino al desiderio di emulare i santi martiri, «nei quali niente poté estinguere la fiamma dell’amore o indebolire la fortezza dell’animo» (cfr. FF 1169). Nessuno dei due muore martire, ma il Signore conduce per altre vie la loro testimonianza, che si concretizza nella cura verso gli ultimi e gli emarginati della società: pensiamo ai lebbrosi per Francesco, oppure ai carcerati e alle vittime dell’usura per Antonio.
La predicazione è un altro aspetto da loro condiviso: Francesco risponde fin da subito all’invito del Signore di andare e annunciare il Vangelo, predicando la conversione a partire dalla propria esperienza, con semplicità… forse anche troppa, perché i primi frati vengono scambiati per eretici o ignoranti. La Chiesa chiede che ci sia una preparazione adeguata, anche da un punto di vista teologico, e Antonio è proprio l’uomo giusto: ha studiato, conosce e ama le Scritture e sa parlare bene, non solo agli istruiti, ma è capace di usare il linguaggio di chi ha davanti e di toccare il cuore di ciascuno. Forse è proprio grazie ad Antonio che Francesco può accogliere questa richiesta: il rischio, dal suo punto di vista, era quello di tradire l’intuizione iniziale di lasciare tutto per seguire il Signore, finendo per accumulare libri e sapere, buoni in sé, ma possibile fonte di superbia (cfr. Ammonizione VII, FF 156). Così, nell’unica corrispondenza tra i due che ci è pervenuta, Francesco scrive che ha piacere che Antonio insegni teologia, che sia lui a formare i frati, purché non estingua lo spirito della devozione e dell’orazione (cfr. FF 252).
Infine, la cura amorevole verso i fratelli è un elemento distintivo di Francesco, che dà l’esempio, ponendosi come minore, ai piedi degli altri, pur essendo il fondatore dell’Ordine. Anche Antonio, chiamato a ricoprire l’incarico di ministro provinciale del Nord Italia e della Francia, «non sembrava un prelato, ma un compagno – afferma la biografia detta Rigaldina – […] puliva i piatti e le stoviglie della cucina, lavava i piedi ai fratelli e poi li baciava con devozione». Due santi diversi, ma entrambi infiammati dall’amore di Cristo che li ha resi capaci di farsi ultimi per incontrare tutti.