XI Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 9,36-10,8
- Libro dell’Èsodo 19,2-6a
“Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”». - Salmo 99 (100)
Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida. - Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,6-11
Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. - Vangelo secondo Matteo 9,36-10,8
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Dodici chiamati non tutti degni
di Enzo Bianchi
Gesù percorre le città e i villaggi della Galilea insegnando nelle sinagoghe, annunciando la buona notizia del Regno e prendendosi cura dei malati che incontra (cf. Mt 9,35).
Il suo sguardo pieno d’amore si posa sulle persone che lo seguono, lo ascoltano e gli chiedono di essere guarite dalle loro infermità: «vedendo le folle prova compassione», assume cioè il sentire profondo di Dio (cf. Es 34,6), le sue viscere di misericordia per le situazioni di debolezza e di miseria in cui gli uomini vengono a trovarsi. Qui, in particolare, il motivo della commozione di Gesù consiste nel vedere le folle «stanche e sfinite, come pecore senza pastore». Se Mosè, mosso a compassione, aveva chiesto a Dio di mettere a capo dei figli di Israele dopo di lui «un uomo che li precedesse, in modo che la comunità del Signore non fosse un gregge senza pastore» (cf. Nm 27,16-17), qui Gesù trasforma il proprio fremito interiore innanzitutto in una constatazione: «La messe è molta ma gli operai sono pochi». Egli paragona la folla a un campo di grano pronto per la mietitura, immagine del giorno del giudizio, quando Dio raccoglierà i suoi nel granaio (cf. Mt 3,12): è un campo sterminato, perché assai estesa è la dispersione dei figli di Dio, che Gesù è venuto per radunare in unità (cf. Gv 11,52)…
Poi, senza cedere alla tentazione dello scoraggiamento, egli ordina ai suoi discepoli: «Pregate il Signore della messe perché invii operai nella sua messe». La messe appartiene a Dio e a lui solo spetta l’iniziativa della mietitura, ma i discepoli devono pregare perché Dio mandi operai per realizzare la sua volontà. E la successiva missione dei Dodici – tanti quante le tribù di Israele – appare implicitamente come il risultato di tale preghiera. Conosciamo bene l’evento dell’invio degli apostoli da parte di Gesù «alle pecore perdute della casa d’Israele», primizia dell’invio post-pasquale a tutte le genti (cf. Mt 28,19-20): la loro missione consiste nell’annunciare che in Gesù il Regno si è fatto vicinissimo e nell’usare del potere loro conferito per sottrarre terreno a Satana. In una parola, nel vivere come il loro Signore e Maestro, e nel farlo con estrema gratuità: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Ma questa pagina evangelica ci invita a sostare soprattutto sul fatto che al momento dell’invio in missione il primo comando è la preghiera. Ma perché supplicare Dio per ciò che riguarda lui? Perché chiedere una cosa per lui? Qui si cela il grande mistero della preghiera. È certo che Dio, come Gesù, vede le pecore senza pastore, vede i bisogni dell’umanità e della chiesa: ma egli vuole che noi preghiamo, perché noi ne abbiamo bisogno. Gesù stesso ha chiesto ai discepoli di domandare l’essenziale, cioè il Regno di Dio, promettendo che tutte le altre cose sarebbero state date loro in aggiunta (cf. Mt 6,33); ebbene è proprio nel mistero della venuta del Regno che si colloca anche la preghiera per l’invio degli operai nella messe di Dio! Non a caso nel «Padre nostro» le prime domande che il discepolo fa sono quelle che riguardano la santificazione del Nome, la venuta del Regno e il compimento della volontà di Dio (cf. Mt 6,9-10). Pregare perché il Signore chiami e invii è dunque una specificazione di queste richieste: affinché sia santificato il Nome e il Regno venga occorre che si compia la volontà di vita e di amore di Dio per tutti i suoi figli dispersi e senza pastore…
Davvero non c’è missione autentica che non sia preceduta dalla preghiera, dal desiderio orante della chiesa che il Signore faccia ascoltare la sua voce e nella sua piena libertà chiami uomini e donne. Pregare per le vocazioni significa dunque confessare che non è il singolo a scegliere, non è la chiesa a chiamare in base alle proprie necessità, né tanto meno sono calcoli mondani a suscitare vocazioni. No, ogni vocazione cristiana è vocazione dall’alto, dal Padre, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito santo: la chiamata di Dio è più grande del discernimento di un bisogno e dell’assolvimento di un servizio, è un dono che dev’essere implorato con perseveranza, nella certezza che Dio solo conosce chi e che cosa è necessario per la sua messe!
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Le sei azioni affidate agli apostoli per il mondo
Ermes Ronchi
«Gesù, vedendo le folle ne sentì compassione». Tutto ciò che segue è generato dalla compassione, termine di una carica e intensità infinite: il Maestro prova dolore per il dolore del mondo, il molto dolore dell’uomo. Gesù è la compassione, il pianto di Dio fatto carne. Piangere è amare con gli occhi.
«La messe è molta…» Ciò che il suo occhio guarda non è lo sterminato accampamento umano dove ha piantato la sua tenda, vede invece molti raccolti di dolore, tante messi di paure, e greggi di pecore sfinite perché non hanno pastore. La sua risposta è un dolore che lo prende alle viscere. E chiama i dodici e lo affida loro: dovranno preservare, custodire, salvare la compassione, il con-patire, il meno zuccheroso dei sentimenti. Salvarlo e seminarlo nel mondo, attraverso sei azioni: predicate, guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate.
La missione è duplice: predicare e guarire la vita, o almeno prendersene cura. E il rapporto è sbilanciato, uno a cinque. Cinque opere per guarire, una per narrare. Per proclamare che «Dio è così, si prende cura e guarisce.
Dio è vicino a te, con amore”» Forse ci saremmo aspettati una risposta più risolutiva al dolore delle folle, un soccorso più efficiente: perché il Signore soccorre la fragilità dell’uomo con la fragilità di altri uomini, anziché con la sua onnipotenza? Perché Lui interviene per i suoi figli, attraverso gli altri suoi figli. La risposta di Gesù alla sofferenza del mondo sono io. “Dio salva attraverso persone” (R. Guardini).
«Pregate il Signore della messe perché mandi operai»… e capisco: “manda me, Signore, come operaio della compassione, raccoglitore di dolore. Manda me come lavoratore della pietà, mietitore di sofferenza; manda me, a mangiare pane di pianto con chi piange, a bere calici di lacrime con chi soffre, a lottare con tutti contro il male. Manda me, Signore, con mani che sostengono e accarezzano, con parole che fasciano il cuore”. La compassione di Dio spezza lo schema buoni/cattivi, meritevoli o no. Posa due binari sui quali andare oltre i deserti aridi del paradigma buono/cattivo: sono le mani della pietà e le labbra della preghiera, che rendono l’amore cristiano ciò che deve essere, un amore sempre meno selettivo. Ogni figlio di Dio che ha bevuto alla Fonte Amorosa della vita, merita di bere un sorso al mio piccolo ruscello.
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Scandalo e bellezza: Dio non aspetta di essere riamato, intanto ama; non attende di essere ricambiato, intanto dona. Gesù è il racconto di questo Dio inedito, passione di compassione, annuncio che solo un amore senza condizioni può generare amanti senza condizioni.
Avvenire
Dalla compassione alla Missione
Romeo Ballan, MCCJ
La dozzina di versetti del Vangelo odierno offre un quadro globale della missione di Gesù e dei discepoli: vi troviamo tutti gli elementi della missione della Chiesa, secondo i contenuti e lo stile di Gesù. Il quadro risulta più completo se includiamo il versetto precedente (Mt 9,35), che presenta Gesù, missionario itinerante: “Andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità”. Gesù è l’ideale, il progetto primario di ogni missionario: vicino alla gente, itinerante, maestro, predicatore, guaritore, compassionevole, proteso verso Dio, di cui annuncia il Regno, e appassionato per il bene della gente, soprattutto di coloro che soffrono.
Gesù non passa mai accanto al dolore umano senza sentirne intimamente la sofferenza e senza apportarvi un rimedio, una soluzione. Le folle “erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore” ed Egli “ne sentì compassione” (v. 36). Che è molto di più di un sentimento! La traduzione esatta sarebbe: ‘ne sentì una totale commozione viscerale’. Infatti, il verbo greco sottostante (splanknízomai–esplanknísthe), che è impiegato dodici volte nei Vangeli, esprime la profonda commozione di Dio e di Cristo per l’uomo. La commozione delle viscere (splankna) richiama la commozione totale della madre nel momento del parto. Pertanto questa parola del Vangelo (v. 36) porta alla scoperta del volto materno di Dio. La missione di Gesù -e quindi la missione della Chiesa- affonda le sue radici nella tenerezza e compassione di Dio per l’umanità: “grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio…” (Lc 1,78). Di questo amore misericordioso e missionario, il Cuore di Cristo è segno patente e strumento efficace, come insegna il Papa Benedetto XVI.
Il cristiano che guarda il mondo come faceva Gesù, con occhi e cuore pieni di misericordia, vi scopre immense realtà umane bisognose di missione, bisognose, cioè, di essere illuminate e sanate dal Vangelo. Affinché tutti abbiano la vita in abbondanza (cf Gv 10,10). Rendersi conto che, anche oggi, qui e nel mondo intero, “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai” (v. 37), è già un buon inizio di missione. Gesù ci indica due risposte basilari alle urgenze della missione: pregare e andare. Anzitutto, pregare il signore della messe, per la buona qualità e il numero degli operai nella messe (v. 38): pregarlo, perché è Lui il Signore del Regno. Pregare sì, ma anche andare: Gesù chiama a sé il primo gruppo, i Dodici, li chiama per nome (v. 10,2-4), da loro il potere di predicare, guarire gli infermi, scacciare i demòni e compiere altri segni. Li manda (v. 5) a due a due (in piccoli nuclei comunitari), per una prima missione di prova e di addestramento, limitata nel tempo e nello spazio (v. 5): per adesso i destinatari sono le “pecore perdute della casa d’Israele” (v. 6). Dopo la sua risurrezione e con la forza dello Spirito, Gesù li manderà definitivamente al mondo intero: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). Da quel momento la missione sarà un andare sempre oltre, al di là delle mete acquisite, alla ricerca di altre messi e di altre pecore senza pastore. Ovunque si trovino! Sarà una missione senza frontiere! Con immenso amore!
Il messaggio missionario da portare riguarda il Regno dei cieli ormai vicino (v. 7); per questo è necessario convertirsi e credere nel Vangelo (Mc 1,15: cf Canto al Vangelo). Il Vangelo, però, non è un documento o un codice: è anzitutto una Persona, Gesù Cristo, che ci ha dato gratuitamente il suo amore, la salvezza e la riconciliazione (II lettura), morendo “per noi, mentre eravamo ancora peccatori” (v. 8). Così scopriamo quanto è grande l’amore di Dio per il suo popolo, come Egli lo aveva manifestato già nell’Antico Testamento (I lettura), liberando gli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, anzi sollevandoli “su ali di aquile” (v. 4), facendone “una proprietà particolare tra tutti i popoli… e una nazione santa” (v. 5-6).
Il missionario che ha fatto l’esperienza personale della grandezza e della gratuità dell’amore di Cristo non può non sentirsi chiamato a condividerla gratuitamente con chi ancora non Lo conosce o non Lo ama. Il comando di Gesù di servire il Vangelo gratuitamente, senza servirsene, diventa così un invito gioioso a dare con gratuità (v. 8). Lo aveva compreso molto bene l’apostolo Paolo, il quale, facendo un bilancio della sua vita missionaria, ricordava proprio questa parola di Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20,35). Sempre, la missione nasce e si realizza nell’amore.
Il cristiano anima del mondo
Joseph Ndoum
La parola di Dio di questa domenica ci ricorda anzitutto che siamo inseriti in un piano di salvezza che Dio realizza nella storia, in un alleanza con noi, la quale ha preso avvio col patriarca Abramo (nostro padre nella fede), ha acquistato nuova consistenza con Mosè (il liberatore dall’Egitto e il legislatore dal monte), e ha avuto una svolta definitiva in Cristo (il Verbo incarnato). E’ la grazia di Dio, che ci ha avvicinato a lui e sollevato in un vincolo singolare di amore e comunione. Quest’alleanza è un dono dove risalta la precedenza divina. Cioè Dio sta all’origine della comunità dell’alleanza. Tuttavia è un dono che impegna e che va custodito.
Nella sezione del vangelo di Matteo, il ruolo decisivo di Cristo, nella salvezza del mondo, appare quando egli associa alla sua missione messianica il gruppo dei Dodici inviandoli alle “pecore perdute della casa di Israele”. Ciò che, a prima vista, colpisce in questa lista, è l’eterogeneità del gruppo: pescatori, discepoli del Battista, aderente al movimento anti-romano degli Zeloti (che propugnavano la liberazione della Palestina, anche con la lotta armata), un traditore, ecc. Risulta evidente che non abbiamo una comunità di perfetti o santi; sono uomini presi là dove erano. Questa diversità dei chiamati è segno che nel regno dei cieli c’è posto per tutti, e che il Signore non guarda al passato, ma alle attuali disposizioni del cuore.
Il particolare di Giuda Iscariota “che poi lo tradì” viene sottolineato in tutti i quattro vangeli. Il fatto di non omettere questa vergogna di famiglia, o di essere ricordati in quella compagnia che tradisce il Maestro, è una “memoria” costante di ciò che potrebbero essere anche loro. Cioè i motivi della scelta non vanno ricercati negli virtù degli apostoli, ma nella gratuità dell’amore misericordioso di Dio. Giuda non è certo chiamato per essere traditore, lo diventerà poi. Ognuno rimane con la sua libertà per servire o tradire il Signore. Giuda il traditore non costituisce quindi una parte o missione assegnata in anticipo, ma una possibilità, un modo di rispondere o di non rispondere all’amore gratuito, alla chiamata o all’elezione divina. Non si poteva togliere dalla lista il nome “traditore”, perché Giuda è uno come ognuno di noi. Quel nome può essere il mio/tuo primo o secondo nome. Siamo nel mondo di fronte alla presenza inquietante del “mistero del male”; presenza che posso/puoi ospitare anch’io/tu. Si tratta di stare vigilanti, nella preghiera, nei confronti del “Giuda” che può crescere silenziosamente dentro di noi, pronto a venire fuori al momento opportuno. Le persone più esposte sono quelle che si stimano tranquille e sono convinte della propria fedeltà osservando le infedeltà altrui.
“Vedendo le folle, ne sentì compassione”. Significativo è questo versetto, poiché ripone nella compassione di Gesù il motivo ispiratore della missione affidata agli apostoli. Nel suo vangelo, Matteo usa cinque volte quest’espressione “avere compassione”(Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32;18, 21; 20, 34). Ne mette un accento particolare nell’azione di Gesù. Non si tratta di un vago sentimento o di una sensazione interiore passeggera, ma di un amore-intervento in direzione della miseria dell’umanità. Quindi “avere compassione” significa esercitarla in atto, cioè non limitarsi alle parole, ma produrre segni che il regno di Dio è già una realtà presente, operante, e non più una promessa remota.
Gesù infatti “chiamati a sé i dodici, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità”, segni che il regno di Dio è già presente. Essi sono resi partecipi del potere di Gesù di liberazione e di guarigione. Anche la Chiesa, oggi, ha lo stesso compito dei Dodici, cioè annunziare il regno di Dio e prendersi cura di quanti nella vita sono in difficoltà. Gesù lo dice con la sua autorità divina e ne indica anche le modalità:”gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, ossia con la stessa liberalità di Dio, che dona senza attendere contraccambio. Un pastore è quindi inesistente quando non partecipa di queste dinamiche e quando non si caratterizza per la compassione. Un gregge che ha dei pastori che non hanno compreso il primato della persona, della misericordia-compassione e della bontà, è come se non li avesse. E questa immagine del pastore riguarda anche ogni battezzato (associato alla missione di Cristo) nel suo piccolo.
C’è inoltre il comando di “non andare fra i pagani”.Infatti, per gli inizi, occorre rimanere entro i confini di Israele. Cioè gli eredi della promessa devono rimanere primi destinatari dei segni del regno di Dio. Ma quest’ordine non è definitivo; viene il momento in cui, dopo un rifiuto ostinato, occorrerà spingersi altrove. Di fatto, le porte dei pagani si apriranno ben presto. “Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele”. Inviando i Dodici apostoli, Gesù non intende mandarli a passare in rassegna le pecore vicine e fedeli o docili, devono piuttosto avvicinare quelle perdute (più numerose) che non rispondono all’appello. Quindi l’attività più qualificante dell’apostolo o del pastore è la ricerca.. Non può preoccuparsi esclusivamente della custodia del gregge, delle pecore “docili”, trascurando la ricerca delle pecore abbandonate o allontanate…
Primogenito. Responsabilità non privilegio
Fernando Armellini
“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,5-6). Una strana ingiunzione questa che Gesù dà ai suoi discepoli prima di inviarli in missione. Che significa? È un cedimento ai pregiudizi e al particolarismo esclusivista coltivati dalla maggioranza del suo popolo? Se così fosse, sarebbe inconciliabile con l’ordine che si trova alla fine del vangelo: “Andate nel mondo intero, fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19).
È invece l’espressione della strategia di Dio: per far giungere la salvezza a tutti i popoli, il Signore si è scelto Israele, “il suo figlio primogenito” (Es 4,22), e lo ha costituito nel mondo come segno delle sue premure e delle sue attenzioni; lo ha voluto santo per manifestare a tutti i popoli la sua santità; lo ha reso “luce delle nazioni per portare la sua salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6).
“Dio non ha ripudiato il suo popolo” (Rm 11,2), “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). Gesù è in sintonia con la pedagogia di Dio: si prende cura anzitutto di Israele (Mt 15,24) perché possa adempiere la sua missione di mediatore della salvezza.
Oggi è la comunità cristiana il popolo depositario delle promesse e dell’alleanza fra Dio e l’umanità. La chiesa, chiamata a santificare il mondo, deve anzitutto santificare se stessa; incaricata di proclamare la libertà, l’uguaglianza, la pace, il rispetto della persona, deve vivere al suo interno questi valori; destinata ad essere città posta sul monte e lucerna che illumina la casa, ha bisogno di lasciarsi illuminare, per prima, dalla parola del suo Signore.
Prima Lettura (Es 19,2-6a)
2 Levato l’accampamento da Refidim, arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
3 Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli israeliti: 4 Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. 5 Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! 6 Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Dopo la liberazione dall’Egitto, gli israeliti camminarono nel deserto finché, dopo tre mesi, arrivarono al monte Sinai. Lì il Signore stipulò con loro un’alleanza.
Fare alleanza è come firmare un contratto, è la promessa di rimanere fedeli a un impegno liberamente assunto di fronte a testimoni.
La lettura di oggi riferisce le parole con cui Dio ha proposto agli israeliti di stringere alleanza con lui. Per convincerli, ricorda anzitutto ciò che ha fatto per loro in passato: li ha liberati dalla schiavitù d’Egitto e, come un’aquila che, con le sue ali potenti, trasporta al sicuro i suoi piccoli, li ha condotti fra le montagne del deserto (v. 4).
Dopo questa autopresentazione, fa la sua proposta, elenca le condizioni del patto e le promesse: se vorrete ascoltare la mia voce, se sarete fedeli alla mia alleanza, voi diverrete il popolo che io proteggerò in ogni situazione, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa (vv. 5-6).
Queste ultime parole ci interessano in modo particolare perché sono collegate con il vangelo di oggi. Israele doveva essere “santo” cioè, “separato” dagli altri popoli e riservato al suo Dio. Questo non significa che doveva rimanere materialmente “isolato”, ma che doveva essere diverso dai pagani per la sua vita religiosa e morale. Sarebbe stato anche un popolo di sacerdoti perché ognuno, con la propria vita, avrebbe reso culto al Signore.
Ciò che è accaduto a Israele è l’immagine di ciò che avviene nel nuovo popolo di Dio, la chiesa. Il vangelo di oggi ci parlerà dell’inizio di questo nuovo popolo con la chiamata e l’invio dei dodici apostoli.
Seconda Lettura (Rm 5,6-11)
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9 A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10 Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11 Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.
Due domeniche fa abbiamo introdotto il difficile tema della giustificazione. Dicevamo che essa non si riduce a un colpo di spugna che pulisce dai peccati, ma consiste nel dono di un cuore nuovo, nell’effusione dello Spirito, nell’impulso interiore che porta irresistibilmente al bene. Da questa giustificazione deriva “un comportamento di vita del tutto nuovo” (Rm 6,3). Nel battesimo il cristiano “si è spogliato dell’uomo vecchio che si corrompe, sedotto dalle sue passioni ingannatrici e si è rivestito dell’uomo nuovo, creato ad immagine di Dio” (Ef 4,24).
In realtà però, chi può affermare di aver fatto realmente questa esperienza? Chi sente questo stimolo intimo a vivere secondo Cristo? Non verifichiamo forse, anche dopo il battesimo, che continuano le miserie morali?
Di fronte a questa constatazione, viene da concludere che qualcosa non sta andando per il verso giusto: o la giustificazione non è avvenuta o il Signore ci ha abbandonato e la nostra speranza di salvezza non ha alcun fondamento solido.
Nella lettura di oggi Paolo risponde: la nostra speranza non verrà delusa perché non è fondata sulle nostre opere buone, sulle nostre capacità, sulla nostra fedeltà, ma sull’amore indefettibile di Dio (v. 6). Quando egli inizia un’opera di salvezza, non la interrompe a metà, non si scoraggia, non gli vengono a mancare le forze, ma la conduce sempre a termine.
L’uomo – è vero – può rimanere caparbiamente affezionato al male, ma non c’è da disperare: è proprio da questo attaccamento che Dio ha promesso di liberarci. È impensabile che egli, ad un certo punto, sia costretto a dichiararsi vinto. Se non fosse stato sicuro di riuscire a portarla a compimento, perché mai avrebbe dato inizio alla sua opera di liberazione?
L’amore di Dio, dice Paolo, non è debole, insicuro come quello degli uomini. Questi sanno amare coloro che lo meritano. Possono, raramente, persino giungere a dare la vita, ma solo per persone che ritengono degne di un simile gesto. Dio ama in modo diverso, ama anche i propri nemici e ne ha dato prova quando ha donato loro il suo figlio.
Se Dio ci ha amati quando eravamo suoi nemici, quanto più ci amerà ora che siamo stati giustificati. I nostri peccati non saranno mai più forti del suo amore. Anche se noi lo abbandoniamo, egli non ci abbandona.
Vangelo (Mt 9,36-10,8)
36 Vedendo le folle Gesù ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.
37 Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”.
10,1 Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Videocommento
Preti e suore sono in costante e drammatico calo, le defezioni aumentano, l’età media si alza e le prospettive di una inversione di tendenza sono praticamente nulle. Che fare? La risposta è quasi scontata: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe”.
Indubbiamente bisogna pregare per le vocazioni sacerdotali e religiose, ma restringere a queste categorie di cristiani l’applicazione del brano evangelico che ci viene proposto oggi è scorretto e anche pericoloso: induce a pensare che esse soltanto si debbano impegnare al servizio della comunità e presuppone che il popolo di Dio sia un gregge di “pecore senza pastore”, sia “messe” che non viene raccolta e va persa per mancanza di “mietitori”.
L’obiezione più forte a questa interpretazione nasce dal fatto che non si capisce perché Dio debba essere pregato per mandare pastori per il suo gregge e operai nel suo campo.
Se così fosse, si comporterebbe in modo irritante: noi ci stiamo impegnando allo spasimo, notti e giorni dedicati allo studio della parola di Dio, all’annuncio del vangelo e all’apostolato, mentre egli rimarrebbe a osservare, impassibile, la dispersione delle pecore e la rovina del raccolto. Verrebbe voglia di mollare tutto e pensare ad altro.
I dodici discepoli – diciamolo subito – non rappresentano i preti e le suore, ma tutto il popolo di Dio e, se questa è la prospettiva, l’interpretazione del brano cambia. È ogni discepolo che è chiamato a svolgere una missione nel campo – che è il mondo. Qualunque sia la sua condizione di vita (sposato o celibe, dotto o ignorante, forte o debole…) ognuno deve impegnarsi nella costruzione del regno di Dio.
Ora diviene chiara la ragione per cui è necessaria la preghiera: non si tratta di convincere Dio, ma di cambiare il cuore dell’uomo. All’uomo è chiesto di staccare la propria mente e il proprio cuore dai criteri e dai giudizi di questo mondo, di assimilare i pensieri di Dio e di adottare la vita nuova proposta da Cristo. Come ottenere questa conversione, questa trasformazione radicale? Solo il dialogo con Dio e la meditazione della sua parola possono compiere il prodigio. È questa la preghiera che Gesù raccomanda.
Veniamo ora alla chiamata e all’invio dei dodici.
C’è una differenza notevole fra il comportamento del maestro Gesù e quello dei rabbini del suo tempo. Questi si circondavano di discepoli per farli divenire a loro volta rabbini onorati, serviti e ben retribuiti. Gesù chiama i suoi per un servizio.
Sente compassione del suo popolo perché non vede alcuno che se ne prenda cura: non i capi politici, non le autorità religiose. Tutti sono mossi dalla ricerca dei propri interessi, dei propri vantaggi e da prospettive di fare carriera. Mirano ai privilegi, vogliono migliorare la propria vita e trascurano il popolo che ha fame, è ammalato, vive oppresso, è vittima di abusi.
Gesù è sensibile ai bisogni e al dolore dell’uomo. Ricorre solo dodici volte nei vangeli il verbo splagknizomai ed è sempre impiegato per esprimere l’intima commozione di Dio o di Cristo nei confronti dell’uomo. Qui è applicato ai sentimenti che Gesù prova: non rimane impassibile, non guarda con distacco e disinteresse la condizione in cui si dibatte il suo popolo, ma si commuove; prova un’emozione viscerale (splagkna in greco sono dette le viscere).
Questa compassione lo spinge a intervenire. Dà inizio a un popolo nuovo: chiama i dodici e questo numero fa riferimento alle dodici tribù d’Israele.
A questi discepoli Gesù ingiunge di continuare la sua opera, per questo vuole, anzitutto, che preghino, perché solo nella preghiera possono assimilare i sentimenti di Dio; poi conferisce loro l’autorità di scacciare gli spiriti maligni e di curare i malati.
Non si deve immaginare che i cristiani (e i preti in modo particolare) abbiano ricevuto qualche arcano potere di compiere prodigi, di guarire miracolosamente le persone. I demoni e le malattie sono il simbolo di tutto ciò che si oppone alla vita – fisica, psichica, spirituale – dell’uomo, sono l’espressione di tutte le forme di morte con le quali, in ogni momento, ci si deve confrontare.
L’autorità che Gesù conferisce non è sulle persone, ma sul male, è la forza prodigiosa della sua parola che è capace di debellare il male e di creare un mondo nuovo.
Negli ultimi versetti la missione cui sono chiamati i discepoli è nuovamente richiamata: “Lungo il cammino predicate che il regno dei cieli è vicino; curate gli ammalati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni” (vv. 7-8). Si tratta – come è facile verificare – di ciò che Gesù stesso ha fatto (Mt 9,35; 4,17). I cristiani sono dunque chiamati ad impegnare tutte le loro energie per “riprodurre”, per rendere presente nel mondo il loro Maestro. Egli è il primo operaio inviato nella messe, i discepoli sono i suoi collaboratori, come ha ben compreso Paolo (1 Cor 3,9).
L’ingiunzione con cui si chiude il brano – “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (v. 8) – è la richiesta del completo distacco da qualunque forma di interesse egoistico nello svolgimento dell’azione apostolica.
Il discepolo di Cristo non lavora per ottenere qualche vantaggio personale: per essere conosciuto, stimato, riverito, per arricchirsi. Offre gratuitamente la propria disponibilità, come ha fatto il Maestro. Sua unica ricompensa sarà la gioia di aver servito e amato i fratelli con la generosità con cui ha visto operare Gesù.
Per gentile concessione di
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