UOMINI NUOVI PER “CAMMINARE IN UNA VITA NUOVA”
(cfr. Rom 6,4)
RIFLESSIONI MISSIONARIE (3)

6. Celebrare gli orizzonti del Regno di Dio
L’incontro con Gesù Cristo nel tempo e nello spazio avviene in modo pieno nella Chiesa, Corpo storico dello stesso Signore (1Cor 12,27), sotto l’azione dello Spirito Santo, che comunica vitalità e coerenza al corpo ecclesiale. Per tanto, la Chiesa è l’ambito, dove si realizza l’esperienza totale della Pasqua, dove viviamo e moriamo per la partecipazione nella croce e risurrezione di Gesù Cristo in favore degli uomini, lottando simultaneamente per la fede e la giustizia, che emana da questa stessa fede.
Per questo, nella Chiesa la missione per il credente non è una “possibilità” tra le altre, ma un’autentica necessità, cioè la missione costituisce la stessa essenza della Chiesa.
La missione, allora, non è solo un “dovere” tra tanti altri, ai quali una diocesi, una parrocchia, un’associazione, un gruppo ecclesiale o una comunità religiosa deve rispondere, dopo essersi preoccupati di assolvere le esigenze della propria vita interna; la missione per i battezzati è il proprio “modo di essere”, il proprio modo di essere presenti nel mondo; la missione è ciò che fa sì che una comunità cristiana risponda o no alla sua consacrazione battesimale, al motivo per il quale Dio la costituì come comunità a immagine della sua Vita Trinitaria. La Chiesa non “fa missione” come se fosse un compito che le viene affidato, ma “è missione”: il suo essere è nello stesso tempo “convocazione” (= comunione e partecipazione nella corresponsabilità) e “invio” (= missione), essere evangelizzata ed evangelizzatrice, salvata e strumento di salvezza.
«La Chiesa è come il bus. Nessuno sale in esso, soltanto per andare in bus, ma per trasferirsi da un posto ad un altro. L’autobus è un mezzo di trasporto. La Chiesa è anch’essa un veicolo che ci conduce al Regno di Dio. La missione della Chiesa non è in essa, ma al di fuori di essa, più in là di essa: annunciare la presenza del Regno di Dio nel mondo degli uomini. Così come nessuno parla a se stesso, ma per essere ascoltato dagli altri, allo stesso modo la Chiesa vive e annuncia il Vangelo per trasformar l’uomo e il mondo (Arcidiocesi di Victoria – Brasile).
Tuttavia bisogna affermare lealmente che, nonostante gli sforzi realizzati nella Chiesa negli ultimi anni, soprattutto per iniziativa di Giovanni Paolo II e in questo momento di Benedetto XVI, questa coscienza ecclesiale missionaria tuttavia non esiste nella maggior parte dei fedeli delle nostre parrocchie, forse dei suoi stessi pastori, dei religiosi e delle religiose. Ciò significa che finché esiste un’accentuata distanza tra l’azione missionaria e la pastorale ordinaria delle nostre comunità cristiane, la dimensione missionaria non è ancora la dimensione normale della loro vita e, per tanto la loro vitalità è in uno stato di stagnazione.
Da qui nasce un domanda urgente: Come introdurre nella pastorale delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie questa coscienza ecclesiale missionaria?
Prima di tutto è evidente che ogni Chiesa locale deve proporsi un “progetto pastorale” capace di segnare la vita di una diocesi intera: è da questi progetti pastorali che può e deve cominciare a prendere corpo l’animazione missionaria. È necessario che tutte le forze ecclesiali si uniscano per affrontare insieme, coralmente, il “come” fare la missione “qui e adesso”, con lo sguardo fisso sull’orizzonte universale della Chiesa e del mondo attuale. Un obiettivo primario per una Chiesa locale è arrivare a creare una struttura pastorale autenticamente missionaria. Se questo non avviene, non si uscirà dal “folklore” missionario, atto per alimentare nobili sentimenti, ma incapace di aprire un autentico cammino missionario nella vita ecclesiale.
I Documenti del Concilio Vat. II, i Documenti che ne sono seguiti e gli interventi dei Papi da Paolo VI a Papa Francesco ci offrono un insieme di piste in vista di dare impulso alla messa in marcia di un’autentica pastorale missionaria d’insieme, che si può riassumere sotto il tema della “testimonianza”.
6.1 Essere testimone oggi
Dall’evento di Pentecoste fino ad oggi e da oggi fino alla fine dei tempi, testimoniare Cristo Gesù rimane la suprema attività dei cristiani sempre e fino agli estremi confini della terra. Essa è la via capace di «rendere la fede più simpatica» e di mostrare «la rilevanza della fede nell’atto stesso di viverla» (Robert Cheaib).
Con quest’attività noi cristiani proclamiamo che la storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’uomo. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva.
La testimonianza è per il cristiano un percorso esistenziale indispensabile in quanto espressione della dinamicità della grazia del Battesimo, che lo rende nella storia strumento della rivelazione di Dio e della sua credibilità. Costituisce, per tanto, l’impegno primario del cristiano che voglia rendere ragione della propria fede in modo responsabile, comprensibile e significativo, dinanzi agli uomini e alle donne del nostro tempo. Si tratta, quindi, di un impegno strettamente legato alle domande e alle sfide che la comunità cristiana affronta nel suo cammino di fede nella storia, e nello stesso tempo legato alla sua capacità di interpretare il mondo e le circostanze concrete in cui è chiamato a vivere la fede. Si tratta di un impegno certamente arduo, giacché oggi la fede cristiana e l’annuncio del Vangelo affrontano grandi provocazioni:
- da una parte la sfida della postmodernità, la secolarizzazione, il pluralismo religioso, la povertà dei due terzi dell’umanità; specificando ancora ci troviamo con l’oscurità e il travaglio dell’ateismo e del neopaganesimo, con la dittatura del relativismo, con le lusinghe provenienti dalla scienza e dalla tecnica, che degenerano nello scientismo e nel tecnicismo e quindi nell’epidemia di vuoto esistenziale diffusa nelle nostre società e di cui nessuna fascia d’età è esente;
- dall’altra si registra oggi una rinnovata ricerca e un nuovo impeto verso il sacro e comincia a risentirsi più vivo l’interesse per l’ascetica e l’esperienza mistica, per la dinamica dello spirito che è un sentiero che cammina verso l’orizzonte infinito per giungere alla pienezza della vita in Dio.
La Chiesa, per tanto, oggi è chiaramente posta dentro al contrasto fra l’incredulità e la ricerca di Dio e la fede in Lui. Da una parte c’è un’incredulità che sta pervadendo ogni vissuto umano, e che vuole distruggere anche la fede della Chiesa, alla quale viene gradualmente negata ogni legittimazione di presenza dentro la vicenda umana. Dall’altra parte c’è la fede dei martiri, la fede dei semplici, la fede «che sconfigge il mondo», alla quale siamo chiamati a unire la nostra. Così il cristiano è posto dentro a questo “scontro” come testimone del progetto del Padre; come testimone di Cristo che lo attua; come testimone della verità circa l’uomo. La sua testimonianza è una vera e propria profezia, senza la quale la vita delle persone finisce, prima o poi, col ridursi ad un vagabondaggio privo di meta.
Come via di uscita di fronte a questa realtà Benedetto XVI continua a indicare al cristiano di oggi il camino del testimone-profeta:
«In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte». (Angelus della I Domenica di Avvento 2012).
Questa testimonianza è conseguenza del nostro “essere-in-Cristo”. Gesù, infatti, è colui che non può essere trattenuto in nessuna parte (Mc 1, 35-39), perché è venuto per andare altrove, la sua missione cioè non conosce limiti geografici o etnici o di classe. Gesù è venuto a incontrare tutti gli uomini. Per questo vuole mettersi su tutte le strade dell’uomo, entrare in casa sua e prendere parte attiva nelle sue aspirazioni e nei suoi drammi, nelle sue gioie e speranze e nelle sue lacrime.
Il Vangelo, se si fa bene attenzione, non é altra cosa che un lungo e continuo camminare nel mondo e per il mondo. Cammina la Vergine Maria, e in fretta, quando si reca a visitare Elisabetta, sua cugina. Camminano Giuseppe e Maria, prima da Nazaret a Betlemme; dopo, da Betlemme in Egitto; più tardi dall’Egitto a Nazaret. Camminano i pastori dalle loro grotte alla grotta di Betlemme…
Cammina Gesù per tutte le strade impolverate della Palestina. E ai suoi discepoli ordina:
Andate e predicate il Vangelo!
Tentarono fermare per sempre i passi di Gesù, inchiodandolo nella croce e sigillando il suo sepolcro. E se lo trovarono poco dopo, camminante infaticabile, facendosi incontrare come pellegrino da quei due sconsolati discepoli che andavano a Emmaus. Niente e nessuno può fermarlo…
«I suoi discepoli lo volevano circoscrivere alla Palestina con la scusa che egli era un ebreo, e se lo trovarono in Antiochia, in Alessandria, in Atene, in Roma prima ancora che gli apostoli vi ponessero piede.
Gli volevano dare la cittadinanza romana, ed egli era già di là, con i barbari.
Gli fabbricarono basiliche stupende di travertino, ed egli aveva già accettato l’ospitalità sotto la capanna del monaco, sulle rive della Mosa, del Reno, del Danubio (e, prima ancora, del Nilo).
Gli avevano fissato come mare il Mediterraneo, ed egli passava l’Atlantico con Colombo.
La cultura greca gli rivestiva di ragione i paradossi del suo Vangelo, ed egli compitava (sillabava) con gli indotti.
Il feudalesimo gli offriva il castello, ed egli faceva casa con i servi della gleba.
I re lo nominavano ciambellano o cappellano di corte, ed egli si faceva galeotto con san Vincenzo de’ Paoli.
I nobili già pensavano di poterlo avvolgere negli stucchi dorati, in mezzo ai santi e agli angeli sotto le volte delle loro chiese barocche, quando la rivoluzione francese lo mandava in esilio.
Dopo averlo deriso, la borghesia è andata in cerca di lui, e la povera gente credette e continua a credere che sia rimasto di là, con coloro che non le vogliono bene, mentre cammina portando le sue pene e le sue speranze» (Mazzolari)1.
Con le navi portoghesi circumnaviga l’Africa, lasciando lungo le coste centri di irradiazione della sua presenza salvifica e con san Francesco Saverio arriva fino all’Estremo Oriente. Più tardi, infiammando con la Carità del suo Cuore divino il cuore di tanti missionari, tra cui eccelle san Daniele Comboni, attraversa il deserto e arriva nell’Africa Centrale, dando avvio a un processo di “rigenerazione” per quelle popolazioni lontane dai benefici della Fede e del legittimo benessere umano …
Per tanto, i cristiani sono gente che segue un Gesù che cammina, che è sempre in cammino in cerca dell’uomo e di tutti gli uomini, senza escludere nessuno, ma impegnato a cercare per primi coloro che la società esclude e mette all’ultimo posto…
La Chiesa in Europa, l’Europa cristiana, sono frutto di questa testimonianza, accreditata in modo particole dal martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo.
A sua volta, lungo la storia, la Chiesa europea ha dato testimonianza di ciò che crede attraverso innumerevoli sacerdoti, religiosi, religiose, missionari e laici, e, in modo speciale dei suoi santi, predicando il messaggio e realizzando la carità che lo effonde in essa e dando testimonianza che il Vangelo ha forza per elevare e dignificare l’uomo fino alla sua promozione integrale.
Ci sono state però anche ombre che hanno offuscato la sua testimonianza. Perciò ha bisogno di purificare la memoria.
Per cogliere la necessità di questa purificazione, ci può essere di aiuto ritornare con il pensiero e rivivere la “Giornata del perdono” celebrata durante il Giubileo e culminata nella Liturgia del 12 Marzo del 20002.
Attraverso questo ricordo possiamo arrivare a cogliere le responsabilità dei cristiani perduranti nel tempo, nelle quali possiamo trovarci coinvolti anche noi oggi, e quindi a individuare possibili cammini di conversione e a farci promotori di effettivi gesti di riconciliazione in quei contesti dove siamo presenti.
In quella circostanza il Papa ha invitato i cristiani alla preghiera, affinché “chiedano perdono per le divisioni che sono intervenute tra i cristiani, per l’uso della violenza che alcuni di essi hanno fatto nel servizio alla verità e per gli atteggiamenti di diffidenza e di ostilità assunti talora nei confronti dei seguaci di altre religioni”.
Questa visione d’insieme offerta dal Papa, è stata poi specificata nella confessione delle colpe durante la celebrazione della Liturgia, in cui sono stati evidenziati: a) colpe commesse usando metodi di intolleranza a servizio della verità; b) peccati che hanno compromesso l’unità del Corpo di Cristo; c) colpe nei rapporti con Israele, d) colpe commesse con comportamenti contro l’amore, la pace, i diritti dei popoli, il rispetto delle culture e delle religioni; e) peccati che hanno ferito la dignità della donna e del genere umano; f) peccati compiuti nel campo dei diritti fondamentali della persona.
Il Papa Benedetto XVI, all’Angelus della Prima Domenica di Avvento 2012, sembra ricordare ancora le responsabilità dei cristiani, parlando di amore e di giustizia:
“La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio”.
Benedetto XVI ci ricorda, quindi, che la condotta dei cristiani deve essere “segno dell’amore di Dio, della sua giustizia già presente e operante nella storia” in una società troppo spesso dissestata.
“In mezzo agli sconvolgimenti del mondo o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte”.
– La testimonianza è legata al fondamentale compito del cristianesimo, quello dell’evangelizzazione.
Ripassando la storia del cristianesimo, si può costatare che la testimonianza è “il primo elemento dell’evangelizzazione e la condizione essenziale in vista dell’efficacia reale dell’evangelizzazione” e, perciò, “è necessario che sia sempre presente nella vita e nell’azione evangelizzatrice della Chiesa” (Puebla 971).
In effetti, il cristianesimo dei primi secoli è cresciuto con la forza della testimonianza delle proprie convinzioni vissute nel quotidiano della vita3.
In realtà non troviamo nessun “braccio secolare” che lo appoggi; le conversioni non sono determinate da vantaggi esterni, materiali o culturali; essere cristiani non è una consuetudine o una moda, ma una scelta controcorrente, spesso a rischio della vita. Per certi versi, è la situazione che è tornata a crearsi oggi in diverse parti del mondo, anche nelle città secolarizzate dell’Europa.
Una volta superata la barriera che divideva gli ebrei dai gentili, gli apostoli diffusero il cristianesimo dal bacino mediterraneo fino ai confini dell’impero romano.
La loro predicazione e la loro testimonianza erano così efficaci e convincenti che verso la fine del III secolo, la fede cristiana era penetrata praticamente in ogni strato della società, aveva una sua letteratura in lingua greca e una, anche se agli inizi, in lingua latina; possedeva una solida organizzazione interna; cominciò a costruire edifici sempre più capienti, segno dell’accresciuto numero di credenti.
Le persecuzioni forgiarono i cristiani, e Costantino non farà altro che prendere atto del nuovo rapporto di forze. Non sarà lui a imporre il cristianesimo al popolo, ma il popolo a imporre a lui il cristianesimo.
Di fronte a un tale successo, nasce in noi spontanea la domanda sul come è stato possibile che un messaggio nato in un oscuro e disprezzato angolo dell’impero, tra persone semplici, senza cultura e senza potere, in meno di tre secoli si estende a tutto il mondo allora conosciuto, soggiogando la raffinatissima cultura dei greci e la potenza imperiale di Roma.
Di certo ha avuto effetto l’amore cristiano e l’esercizio attivo della carità, ma la spiegazione l’aveva già data Gesù stesso nella parabola evangelica del seme di senape, che “quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra” (Mc 4, 30-32).
L’insegnamento che Cristo ci dà con questa parabola è che il suo Vangelo e la sua stessa persona è quanto di più piccolo esista sulla terra perché “non c’è nulla di più piccolo e di più debole di una vita che finisce in una morte di croce”.
Eppure questo piccolo “seme di senape” è destinato a diventare un albero immenso, tanto da accogliere tra i suoi rami tutti gli uccelli che vi si vanno a rifugiare. Questo significa che tutta la creazione, assolutamente tutta andrà a trovarvi rifugio.
Quello che gli storici delle origini cristiane non registrano o a cui danno scarso rilievo è l’incrollabile certezza che i cristiani di allora, almeno i migliori di essi, avevano circa la bontà e la vittoria finale della loro causa.
“Voi potete ucciderci, ma non potete nuocerci”, diceva il martire Giustino al giudice romano che lo condannava a morte. Alla fine fu questa tranquilla certezza che assicurò loro la vittoria e convinse le autorità politiche dell’inutilità degli sforzi per sopprimere la fede cristiana.
È quello che più ci occorre oggi: – ridestare nei cristiani, almeno in coloro che intendono dedicarsi all’opera della rievangelizzazione, la certezza intima della verità di quello che annunciano, così che l’annuncio sia preceduto e accompagnato dalla testimonianza. Nel contesto socio-religioso in cui viviamo rimangono di grande attualità le parole di Polo VI nella Evangeli Nuntiandi (n. 41):
«Per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, […] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». S Pietro esprimeva bene ciò quando descriveva lo spettacolo di una vita casta e rispettosa che «conquista senza bisogno di parole quelli che si rifiutano di credere alla Parola». È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità»
La fede vissuta come incontro con Cristo e testimoniata, fa nasce nella Chiesa il bisogno di far risuonare nel deserto del mondo di oggi l’annuncio chiaro e inequivocabile del Mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio (EN 22).
In effetti, «la nostra situazione è tornata ad essere la stessa, o per lo meno molto simile a quella degli apostoli. Essi avevano davanti a sé un mondo precristiano da evangelizzare; noi abbiamo davanti a noi, almeno per certi aspetti e in certi ambienti, un mondo post-cristiano da rievangelizzare. E dobbiamo ritornare al loro metodo, riportare alla luce ‘la spada dello Spirito’ – come la chiama la Lettera agli Ebrei – che è l’annuncio, in Spirito e potenza, di Cristo morto e risorto per i nostri peccati”4.
Benedetto XVI ha fatto il punto sull’attività evangelizzatrice della Chiesa durante l’Omelia nella chiusura del Sinodo per la nuova evangelizzazione (28 ottobre 2012), sottolineando l’attualità e l’urgenza della missione ad gentes e la necessità di un’attenzione particolare verso le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo:
«Ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa. La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna… I veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità. La nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo… Esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania, i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici… Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia… La Chiesa ha un’attenzione particolare verso le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli».
– Una testimonianza senza frontiere, in cui l’azione evangelizzatrice fluisce dalla preghiera
La testimonianza cristiana nella sua intima natura è destinata a quelli che ancora non conoscono Gesù Cristo, o si dichiarano indifferenti o anche nemici di Cristo. Dare testimonianza di Cristo significa divenire apostolo, missionario senza frontiere, cioè ogni cristiano deve prendere le proprie responsabilità di fronte ai problemi spirituali di coloro che vivono lontani dalla verità e dalla grazia, in primo luogo in non-cristiani, che nel momento presente vivono in grande maggioranza in Asia e Africa, ma che nel mondo globalizzato sono ormai presenti in mezzo agli altri Continenti.
Un’evangelizzazione efficace si ha quando si fa discendere l’azione apostolica dalla preghiera profonda. L’intrinseca relazione tra preghiera profonda e azione apostolica è un dato della storia delle origini dell’attività missionaria della Chiesa, molto chiaro al tempo delle invasioni barbariche e dei grandi monaci che evangelizzarono la nuova Europa5.
Nel 476 dopo Cristo, l’impero romano crolla, i suoi territori sono preda delle popolazioni barbare e così vanno in frantumi le tutte le certezze. Smarrita e travolta dagli eventi, la Chiesa deve prendere una decisione: come gestire la nuova situazione? Da questo scenario emerge quella seconda ondata evangelizzatrice che, non senza fatica, verrà lanciata all’alba del Medioevo dai Papi e da una serie di grandi figure di Santi dell’epoca. Quando nel 410 i Goti mettono a sacco Roma per tanti, come S. Girolamo, sembra arrivata la fine del mondo. Invece, i fatti dimostrano che si tratta “solo della fine di un mondo”. Superato lo smarrimento, da “minaccia” i barbari cominciano ad apparire ai cristiani “un vasto campo di missione”. Ma evangelizzarli farà emergere aspetti nuovi rispetto a quelli del mondo greco-romano:
“Lì, il cristianesimo aveva davanti a sé un mondo colto, organizzato, con ordinamenti, leggi, dei linguaggi comuni; aveva, insomma, una cultura con cui dialogare e con cui confrontarsi. Ora si trova a dover fare, nello stesso tempo, opera di civilizzazione e di evangelizzazione; deve insegnare a leggere e scrivere, mentre insegna la dottrina cristiana. L’inculturazione si presentava sotto una forma del tutto nuova”.
È un’inculturazione alla quale prestano ingegno, coraggio e ansia apostolica “grandi figure di monaci”. Il loro è uno spirito avventuroso, “paolino”, fatto di viaggi in territori mai toccate dal Vangelo. San Benedetto, San Columba, i Santi Cirillo e Metodio portano l’Europa a ricoprirsi di monasteri.
Non è difficile notare come quella stagione presenta “una certa analogia” con la situazione attuale, in cui i grandi deserti sono le grandi città secolarizzate.
“Allora il movimento di popoli era da Est a Ovest, ora esso è da Sud a Nord. La Chiesa, con il suo magistero, ha fatto, anche in questo caso, la sua scelta di campo che è di apertura al nuovo e di accoglienza dei nuovi popoli. La differenza è che oggi non arrivano in Europa popoli pagani o eretici cristiani, ma spesso popoli in possesso di una loro religione ben costituita e cosciente di se stessa. Il fatto nuovo è, dunque, il dialogo che non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile”.
Ma c’è un fatto che l’epoca dell’Europa invasa dai barbari insegna alla nostra, ovvero “l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione”, come dimostrano le numerose esperienze nate anche in tempi moderni, dalla Comunità di Taizé a quella di Bose:
“Non basta, in altre parole, la preghiera ‘per i’ missionari, occorre la preghiera ‘dei’ missionari. I grandi monaci che rievangelizzarono l’Europa dopo le invasioni barbariche erano uomini usciti dal silenzio della contemplazione e che vi rientravano appena le circostanze lo permettevano loro (…) Di questo abbiamo un esempio ben più autorevole dei Santi. La giornata di Gesù era un intreccio mirabile tra preghiera e predicazione”.
Un intreccio che però è oggi in pericolo nella Chiesa, esposto com’è da una parte al pericolo dell’“inerzia” di chi non fa nulla e, dall’altro, a quello di “un attivismo febbrile e vuoto”, di chi dimentica il “contatto con la sorgente della parola”. E alla frequente obiezione per cui non è possibile “starsene tranquilli a pregare” quando “la casa brucia”, si può replicare sena esitare:
“E’ vero, ma immaginiamo cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a sirene spiegate a spegnere un incendio e poi, una volta sul posto, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, neppure una goccia d’acqua. Così siamo noi, quando corriamo a predicare senza pregare. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare”.
Il modello perfetto di chi porta Cristo, del missionario, è certamente Maria:
“Ella portava la Parola nel seno, non sulla bocca. Era piena, anche fisicamente, di Cristo e lo irradiava con la sua sola presenza. Gesù le usciva dagli occhi, dal volto, da tutta la persona. Quando uno si profuma, non ha bisogno di dirlo, basta stargli vicino per accorgersene e Maria, specie nel tempo in cui lo portava in seno, era piena del profumo di Cristo”.
6.2 Elementi per promuovere la coscienza missionaria
Il livello di strutturazione pastorale missionaria, deve essere accompagnato e completato dalla riflessone sistematica con la finalità di evidenziare con forza che cosa significa per la Chiesa essere missione, cioè quali sono gli elementi che una autocoscienza della Chiesa deve possedere. Se si vuole lanciare una pastorale missionaria, è necessario seminare con abbondanza questi elementi, perché si trasformino in mentalità corrente, in un vera e nuova spiritualità, che nelle nostre comunità cristiane prenda il posto del tipo di spiritualità individualista e utilitarista, frutto di una certa visone della Chiesa ripiegata su se stessa con una concezione della salvezza di tipo individualista.
Alcuni di questi elementi fondamentali che bisogna meditare e approfondire sono:
- Il “modo di essere” della Chiesa è di essere estroversa, cioè aperta al mondo, in funzione del Regno di Dio che viene. In effetti, le realtà da tener presenti come componenti della definizione della Chiesa sono due: 1. il mondo, con i suoi drammi e sfide; 2. e Dio che per mezzo dello Spirito del Risorto sta entrando in esso, per giudicare la nostra realtà di peccato e per aprire questa stessa realtà al suo futuro, che è l’alleanza con Dio, la solidarietà, la giustizia, la comunione e la partecipazione tra gli uomini.
Bisogna tener presente che “il Regno di Dio” non è costituito da un luogo o da un insieme di valori, ma è un dinamismo prodotto dall’azione di Dio per mezzo della quale lo stesso Dio entra in possesso del cuore dell’uomo, contrassegnando la sua coscienza; il Regno di Dio viene attraverso la coscienza dell’uomo, quando la coscienza rimane sotto “la signoria di Dio”: Dio regna quando riesce ad imprimere la sua volontà, i suoi criteri, i suoi modi di agire; Dio regna nella misura in cui è accolto nella coscienza della persona e d lì riesce ad “imporsi” e “trasformare” le nostre realtà secondo lo stile della Vita Trinitaria, secondo lo stile dell’amore gratuito e liberatore; e questo a tutti i livelli personali e della società, nell’ambito economico, sociale e politico….
- La missione è il servizio che la Chiesa, con tutta la sua esistenza, è chiamata a essere in vista di questa entrata di Dio-Trinità nella nostra storia. Per questo è un servizio che non conosce limiti: a partire da quelli che già appartengono alla Chiesa e da quelli che aspirano a entrare in essa, si estende oltre le proprie frontiere e abbraccia tutti gli uomini che cercano Dio con cuore sincero e la cui fede la conosce solo Dio. Lo Spirito del Risorto, infatti, sta operando in ogni parte: sta entrando in ogni persona, in ogni popolo, in tutte le culture e in tutti i progetti umani (cfr. LG 17; CJC 781-792; EN 75; DEV 25-26).
Per tanto, la missione deve essere sviluppata anche verso chi non entra ufficialmente nella Chiesa; deve raggiungere anche chi è indifferente e progetta uno stile di vita individuale secondo la propria coscienza; si riferisce anche ai cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa Cattolica, ai credenti di altre religioni e agli uomini o gruppi impegnati in tutti i progetti umani (ES 41; UR 1; EN 77; CJC 755; CT 32-33).
- Per il servizio della missione, soprattutto in una società come l’attuale orientata ormai verso il secolarismo e la “post-modernità”, segnata da una povertà sempre più generalizzata e disumanizzante e dall’accaparramento dei beni materiali e culturali nelle mani di pochi, è fondamentale l’attenzione ai “segni” del Regno di Dio: nella misura in cui ci apriamo di fatto tutti – poveri e ricchi- al suo amore gratuito e liberatore, e accogliamo la sua azione coinvolgente e trasformante, ci convertiamo in “segni” del Regno di Dio. Allora scaturiscono azioni, gesti e opere che sono già vere realizzazioni del Regno, anche se ancora sono molto parziali e limitate: azioni e opere che sono primizie, prove invitanti a realizzare quelle trasformazioni complete e finali verso le quali Dio ci chiama (GS 4; NA 4; PO 9).
Tutte queste realizzazioni umane, nonostante la loro ambiguità, negli aspetti positivi che contengono, sono la prova dell’entrata di Dio e anche di una certa risposta dell’uomo: provano che la forza divina è presente nel mondo e agisce in e attraverso il cuore umano. Dai “segni” il credente riesce a scoprire, per mezzo della fede, la presenza e l’azione del Signore Risorto, che è la fonte nascosta, reale ed efficace, di questa stessa azione.
- La lettura dei segni del Regno di Dio ci offre preziose indicazioni per il metodo della missione. In effetti, il compito dei cristiani, che hanno il dono della fede, è un compito profetico: vivere con tutti gli uomini non in disparte ma solidali, leggere dentro gli avvenimenti, grandi e piccoli, della vita personale, famigliare e dentro la storia del nostro mondo attuale, per scoprire lì gli interventi di Dio, i segni della sua entrata, della sua chiamata e l’accoglienza-risposta dell’uomo, per “celebrare” nella gioia e nel ringraziamento, questi interventi di Dio, che sono sempre una chiamata a lasciarsi coinvolgere sempre più nel suo progetto di salvezza universale.
Sta qui il senso “missionario”di ogni incontro di un credente, sempre e in ogni luogo, con salute o infermità, nelle cose favorevoli e in quelle avverse. Il credente è sempre un inviato, mai si trova per caso in mezzo agli uomini.
- L’attenzione ai segni del Regno di Dio presenti in ogni parte del mondo non può essere considerata in antitesi con la Chiesa, come alle volte avviene. Infatti, la prima forma di servizio che il Regno di Dio esige alle Chiese è che siano segni di Lui con tutta la loro vita (EN 15; 18; 21; CJC 673; AG 24). Le comunità cristiane sono per definizione “il” segno del Regno, il segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito (EN 18).
Lo stato di vita della Chiesa, la sua legge costituzionale, trova il suo principio e modello nella Vita della Trinità, portando a compimento la natura dell’uomo creato da Dio come essere sociale (GS 24-25; Gv 17,21-23). Per tanto, il “modo di essere” della Chiesa, il suo stato di vita, è quello di una radicale appartenenza a Dio-Trinità, libera da ogni meta propria perché faccia “risplendere” davanti agli occhi degli uomini di tutti i tempi e di ogni razza, il volto di Dio, la sua azione salvifica e la sua offerta di alleanza.
Così l’attenzione ai segni del Regno di Dio ci stimola ad approfondire il vissuto della sacramentalità della Chiesa (LG 1), che ci porta a superare la dicotomia tra l’annuncio e l’impegno nel mondo, tra evangelizzazione e solidarietà (GS 1; EN 30-38; CT 10; CJC 287; DEV 60). L’amore di Dio, infatti, non ci raggiunge per miracolo o senza mediazioni umane, ma per via dell’incarnazione, attraverso una persona che ama, cioè, quando una ben determinata persona mette a disposizione di Dio il suo cuore, le sue mani, il suo tempo, la sua vita intera. Nel suo agire generoso e faticoso, nel suo darsi all’altro dimenticandosi di se stesso fino a porre a rischio la propria vita, nonostante i limiti che spesso sperimenta, è Dio stesso che “esprime” il suo amore.
Lo stesso si deve affermare riguardo alla giustizia, alla solidarietà, alla pace. Sono tutte realtà di Dio, doni che egli concede agli uomini. Ma non ha senso chiederli a Lui, se nello stesso tempo non si offre a Lui la propria persona per mezzo della quale Egli li può esprimere e farli diventare realtà nel nostro mondo. Questi doni arrivano storicamente ai popoli del nostro tempo, quando persone, altri popoli, si aprono alla solidarietà verso di essi in modo concreto nel contesto della loro vita e dei loro problemi.
- Per tanto, come base dell’animazione e della pastorale missionaria bisogna mettere questa spiritualità: per compiere la missione di continuare la rivelazione di Dio nel tempo e nello spazio, dobbiamo vivere l’attitudine fondamentale della vita di Gesù, che è l’obbedienza al Padre (Gv 4,31-34; Eb 10,5-10). Ciò comporta mettere la nostra umanità al servizio di Dio, perché attraverso di essa si faccia visibile la sua realtà di Amore creatore e liberatore per gli uomini: permettere alla sua giustizia e alla sua solidarietà, che si trasformino in impegno nostro di conversone; mettere la nostra esistenza personale e comunitaria a disposizione del Disegno salvifico di Dio, in modo tale che la sua chiamata alla comunione e alla partecipazione secondo il modello Trinitario, possa essere presentato ai fratelli attraverso la nostra testimonianza e l’annuncio chiaro e inequivocabile del Mistero di Gesù di Nazaret, Figlio di Dio (EN 22).
6.3 Necessità di rinnovamento permanente
Una vita di autentica testimonianza cristiana comporta la necessità di un serio e continuo rinnovamento della vita, alla luce del Vangelo, che coinvolga tanto la Chiesa gerarchica come il laicato e i religiosi, in modo tale che la Chiesa nel contesto della vita mondiale attuale sia un segno che conduca al desiderio di conoscere la Buona Notizia e testimoni la presenza del Signore in essa.
Questo rinnovamento deve essere tale che porti le comunità alla revisione della loro “comunione e partecipazione nella corresponsabilità”, includendo in questa dinamica i poveri, gli umili e i semplici. Allora sarà possibile che tutti siano ascoltati e accolti nel più profondo delle loro aspirazioni, e tutti insieme creino un ambiente in cui sia possibile discerne, incoraggiare, correggere, lasciando che il Signore li guidi per rendere effettiva l’unità con tutti in uno stesso corpo e in uno stesso spirito.
I mezzi principali per ottenere questo rinnovamento, sono:
- una preghiera assidua; una delle priorità pastorali è la creazione di “scuole di preghiera”;
- la meditazione più profonda delle Scritture, soprattutto la contemplazione dei Misteri della vita del Signore Gesù;
- il distacco intimo ed effettivo secondo il Vangelo dai nostri privilegi, modi egoistici di pensare, ideologie, relazioni preferenziali e beni materiali, ecc.
La testimonianza cristiana non sarà completa finché non arrivi alla testimonianza dell’unità dei cristiani. Per questo è indispensabile “promuovere una testimonianza comune in prospettiva ecumenica, attraverso la preghiera e altre iniziative.
P. Carmelo Casile
Casavatore, 2013
1 Cfr. Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, p 34-35
2 Cf “L’osservatore Romano”, lunedì 13-14 Marzo 2000.
3 Cf. P. Raniero Cantalamessa, Prima meditazione di Avvento, “Andate in tutto il mondo”. La prima ondata di evangelizzazione, Vaticano 2011
4 P. Raniero Cantalamessa, Prima Predica di Avvento 2012
5 Cf. P. Raniero Cantalamessa, Seconda meditazione di Avvento, La seconda grande ondata evangelizzatrice, Vaticano 2011