V. Scavando più a fondo nel passato

La casa era ormai in mani sicure e, a quel punto, la priorità assoluta era renderla più accessibile con la costruzione di una strada, ancorché primitiva. Fu deciso che la strada salisse più o meno direttamente da Ayasoluk, tagliando in mezzo la piana di Efeso. Dai villaggi vicini furono reclutati più di sessanta lavoratori, e l’opera cominciò quasi immediatamente sotto la direzione di Constantin Grollot.
l. Lavori in corso sulla Collina degli Usignoli
La priorità successiva fu di sistemare la casa stessa senza manometterla. A questo scopo rimpiazzarono la fatiscente porta d’accesso con una nuova e solida; installarono un piccolo cancello di metallo sull’accesso esterno della camera da letto, per tener fuori cani e altri animali; rimossero i detriti e lo strato di terra che ricoprivano il pavimento; applicarono convenienti mani di cemento ai muri per prevenire ogni ulteriore deterioramento; sovrapposero un tetto provvisorio all’intera struttura per proteggere dalle intemperie la struttura stessa e gli operai; e cominciarono a piantare gli ulivi che ancora costeggiano il percorso pedonale che conduce alla casa.
All’inizio dell’estate 1894 questi lavori preliminari erano ormai in buona parte completati. Poi, dopo una lunga e frustrante serie di rifiuti e di dilazioni, le autorità turche finalmente diedero il permesso di costruire altri edifici sul sito per assicurare una sistemazione stabile per Andreas (che, con la sua famiglia, avrebbe continuato a vivere lì per badare ai suoi lavori e fare il custode), e per notabili religiosi e pellegrini in visita. Subito il versante della montagna brulicò di attività, con gli uomini che conducevano asini su da Efeso carichi di mattoni e da altri punti della montagna trasportando piccoli blocchi di calcare per i forni; mentre i muratori e i manovali lavoravano alacremente a erigere le nuove case, intanto che altri si affaticavano a completare la strada e a posare le pietre pavimentali per la terrazza. Il tutto sotto l’occhio vigile di Constantin Grollot, che pattugliava il luogo con un piccone in una mano e un fucile nell’altra. A metà settembre il lavoro era finito.
Come risultato di questo febbrile lavoro, gli uomini di Grollot non solo diedero un aspetto completamente nuovo al sito, ma in corso d’opera scoprirono anche alcuni affascinanti scorci dell’aspetto che aveva secoli prima. Un momento di grande agitazione si ebbe quando i picconi degli operai, che stavano livellando una parte del terreno più lontano sulla collina, colpirono ripetutamente una pietra di grandi dimensioni un po’ sotto la superficie. Dissero a Grollot che pensavano di aver trovato una tomba. Grollot immediatamente convocò padre Jung che esaminò la pietra e stabilì che, molto probabilmente, era stata posta in loco a mano. Chiese agli operai di andare a scavare per un po’ altrove, quindi con l’aiuto di Grollot delicatamente spostò la pietra. Al di sotto c’era la parte superiore di un muro sotterraneo. Gli operai furono richiamati e fu detto loro di riprendere a scavare, con attenzione, lungo la sagoma del muro. Essi si trovarono sopra altri due muri, ad angolo retto e nel mezzo una grossa giara di terracotta che doveva esser servita in qualche modo da bacile. Qualunque cosa fosse quello che avevano scoperto, forse un atrio, sicuramente non era una tomba.
2. La casa di Maria luogo di culto per secoli
A compensare questa delusione, negli anni immediatamente successivi una serie di scoperte provarono in maniera definitiva che per molti secoli la casa di Maria era stata un luogo singolare di culto e di venerazione. Tanto per cominciare, ci si accorse che la casa era stata restaurata diverse volte, anche se non era mai stata ingrandita o “migliorata”. Ogni restauro era avvenuto seguendo rigorosamente il disegno originale e sopra le fondamenta originali: una chiara indicazione che l’edificio stesso era considerato venerando. A conferma di ciò venne la scoperta, nelle vicinanze della casa, di due sarcofagi di terracotta, ognuno dei quali conteneva uno scheletro completo con il capo in direzione della casa in un gesto di rispetto postumo. Tra le ossa di uno scheletro c’era una moneta risalente al regno di Costante II (641-648 d.C); mentre insieme all’ altro fu trovata una moneta del regno di Giustiniano II (685-695 d.C).
Ma è interessante il fatto che queste non sono certamente le monete più antiche trovate nel luogo. Sulla più antica di quelle rinvenute è raffigurata la testa di Anastasio I, che regnò dal 491 al 518 d.C: in altre parole, da sessant’anni dopo che il III Concilio Ecumenico aveva proclamato Maria Madre di Dio, fino a quarant’anni prima del completamento della grande basilica dedicata a san Giovanni. E così la casa di Maria, mentre sembrava sfuggire all’attenzione dei prìncipi tanto della Chiesa quanto dell’Impero, continuava a essere importante nella vita di cristiani ordinari e meno ordinari intorno a Efeso.
Chi erano queste persone che per secoli si erano prese la briga di preservare la casa come luogo santo? Evidentemente, i discendenti dei primi cristiani vissuti sulle falde della montagna avevano sentito come loro dovere proteggere la casa come meglio potevano. Ma i ritrovamenti venuti alla luce tra il 1894 e l’inverno 1898-1899 suggerivano anche la presenza di una comunità religiosa più formale. Partendo dalle volte ad arco, colonne, mosaici, urne funerarie (una conteneva le ossa di un neonato), canaletti della sorgente, oggetti di vetro e di ceramica, vasi, monete di bronzo, lampade funerarie e altri manufatti, si arrivò alla conclusione che in quel sito doveva essere stato presente un monastero. Questa conclusione risultò notevolmente rafforzata quando si venne a sapere che negli antichi registri catastali ottomani la casa di Maria era segnata come il «Monastero a tre porte della Tutta Santa». Questo poteva spiegare perché le donne del campo di tabacco, incontrate dai primi “esploratori”, ne avessero parlato come del «monastero», e perché gli abitanti del villaggio di Kirinca chiamassero la località Panaghfa-Capouli, la «Porta della Tutta Santa».
Questi sviluppi non passarono inosservati in Vaticano. Nel 1895 papa Leone XIII inviò a Efeso padre Eschbach, direttore del Pontificio Seminario Francese di Roma, per incontrarsi con padre Jung e ispezionare il sito. Padre Jung, dopo aver accompagnato l’ospite sul luogo, gli diede alcune foto che aveva scattato di persona proprio il giorno della scoperta della casa nel luglio 1891. Padre Eschbach le prese con sé per mostrarle al papa, il quale fu così commosso da trattenerle. L’aprile successivo Leone XIII dichiarò la casa di Maria luogo di pellegrinaggio. Nel giro di un mese al sito arrivarono più di mille pellegrini, mentre la stampa francese, anche se tardivamente, riferiva con emozione le scoperte avvenute sulla Collina degli Usignoli.
Ma la scoperta più sorprendente doveva ancora arrivare.
Giovedì 24 agosto 1898, alle 3.30 del pomeriggio, gli operai che toglievano la terra dalla stanza principale della casa di Maria, improvvisamente si imbatterono in alcuni frammenti di marmo anneriti a mezzo metro sotto la superficie. Scavando ulteriormente vennero alla luce altre pietre annerite. Siccome era il posto esatto dove suor Katharina Emmerick aveva localizzato il focolare, i lavori furono sospesi fino a quando un esperto potesse esaminare le pietre. Il giorno successivo arrivò da Smirne un archeologo, il professor Weber, il quale fece un esame accurato del materiale che era stato scoperto. Egli annunciò che l’annerimento era stato causato sicuramente dalla fuliggine e, siccome era così concentrato, l’unica conclusione possibile era che lì un tempo ci fosse stato un focolare.
Per quelli che da anni lavoravano a salvare la casa di Maria dall’oblìo, era come se il fuoco nel cuore di quella casa non si fosse mai spento.