Domenica del Corpus Christi (A)
Giovanni 6,51-59
51 “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
52 Allora i giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 53 Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Manna, manhu: che cos’è?
don Angelo Casati
Il libro del Deuteronomio -libro affascinante che evoca la marcia faticosa nel deserto e il dono inatteso di un’acqua da roccia durissima, di una manna sconosciuta ai padri- e la parola di Gesù: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, ci salvano da un rischio che non è teorico: quello di ridurre la festa del Corpus Domini all’adorazione di un oggetto: una cosa da guardare estatici e immobili, quasi un reperto archeologico.
A volte ripenso a quella parola, piccola parola, con cui gli Ebrei hanno chiamato quel cibo inatteso dal cielo: Manna, manhu, che significa: che cos’è? E penso che era come una domanda iscritta per sempre, quasi non ci fosse fine alle risposte, alla sorpresa: che cos’è?
E penso anche che la stessa domanda dovrebbe essere iscritta per sempre nell’Eucaristia. E ogni volta che la prendiamo nelle mani e ne mangiamo, chiederci: che cos’è? Ripercorrendo la lettura del libro del Deuteronomio, potremmo innanzitutto dire che l’Eucarestia, come la manna, è dentro un cammino e dentro un ricordare.
Non è primariamente -voi mi capite- non è primariamente un fatto di tabernacoli, tabernacoli della chiesa. O sì, se tabernacolo significasse tenda, la tenda della sua presenza, che si alza e si sposta più in là, quando si parte -e ogni giorno si parte-. Allora sì: Eucarestia nella tenda, nel tabernacolo della vita.
Dunque l’Eucarestia è legata, come la manna, alla storia della nostra vita, storia di traversate; si esce ma non si entra subito. Si esce dall’Egitto, ma non è subito Terra Promessa.
E che cosa ti ricorda la manna? Che cosa ti ricorda l’Eucarestia? Ti ricorda che se vivi, se non sei morto di fame lungo i deserti della vita, se non ti sei fatto tu deserto, se non sei diventato tu terra inospitale, è perché è sceso qualcosa dall’alto.
È come riconoscere, confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo vivi è per un Altro. È come riconoscere e confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo sopravvissuti è per questo dono inatteso, che non è semplicemente un’ostia bianca, ma la presenza di Dio, di cui questa piccola ostia bianca è segno e tramite.
Voi mi capite: questo riconoscimento della nostra pochezza, questa confessione di umiltà: viviamo, sopravviviamo per un Altro. E superiamo così un fraintendimento -ancora molto diffuso- che oggi scandalizza alcuni cristiani e li fa critici: critici nei confronti della lunga fila di coloro che la domenica si accostano alla comunione. E dicono: Ma che? Si sentono tutti santi? Tutti senza peccato? tutti degni?
Ma l’Eucarestia non è per chi è degno: “Signore, non sono degno”: diciamo. L’Eucarestia è una confessione di debolezza e di umiltà. Non è sbandieramento di una virtù, è riconoscimento della nostra pochezza.
Qualcuno dall’esterno potrebbe prenderlo come un gesto magico: ma come, tu, uomo moderno, uomo evoluto, uomo disincantato, vai a prendere un piccolo pezzo di pane bianco? Sì, sei uomo moderno, evoluto, disincantato e riconosci che vivi in forza di un dono che viene dall’alto.
Faccio un passo avanti: ma anche questa piccolezza insegna: una presenza, quella di Dio, legata a cose quotidiane, il pane, il vino, la tavola.
Ci ricorda, l’Eucarestia, che Dio non appare nei segni di una gloria sfolgorante, ma nella semplicità e nella povertà dell’incarnazione. È come se Dio, ogni volta che prendiamo l’Eucarestia, venisse a riabilitare le cose quotidiane, a dare senso alle cose quotidiane. Come dare senso? Col senso che Gesù ha iscritto, iscritto per sempre nell’Eucarestia, nel corpo dato, nel sangue versato.
In questo pane, piccolo pane, splende, sì, splende, ogni volta che lo prendiamo e ne mangiamo, un segno: il segno di un Dio che si dona per la vita del mondo. Un Dio che fa vivere e non distrugge.
E anche tu, nella vita quotidiana, sii tra coloro che fanno vivere, danno segni positivi, non tra gente che distrugge. Un Dio che si offre liberamente “offrendosi liberamente” -è scritto-: liberamente, per la gioia di farlo.
E se imparassimo anche noi da questo pane la gioia di fare il bene, ogni giorno, unicamente per questo, per la bellezza di farlo?
don Angelo Casati
http://www.sullasoglia.it
Solennità del Corpo e Sangue del Signore
Di casa tra gli uomini

Sono lontani gli anni in cui da ragazzini eravamo più che disposti ad accordare un certo credito di fiducia alla suora o alla catechista che tentava di spiegare quanto era “bello accogliere Gesù nel cuore”. E poi, ahimè – non so per voi – la delusione di scoprire che quel pane, almeno al gusto, non aveva nulla di eccezionale. Non sapeva nemmanco di pane. Ma non si poteva contraddire la suora e perciò ci ritrovavamo a confermare che era davvero bello accogliere Gesù nel cuore.
Ho sempre intuito che di questo sacramento ci sfuggivano molte cose. Mistero, l’Eucaristia, da accostare come stando sulla soglia. Soglia troppe volte varcata con la pretesa di essere già entrati in intimità con Dio.
Forse – oggi più che mai – abbiamo bisogno di abbandonare quelle immagini stucchevoli che ci siamo fatti di Dio se vogliamo accostarci al Dio vivo e vero.
L’Eucaristia, infatti, narra chi è Dio, quale volto ha, con quale nome lo si può chiamare.
Nato in una religione dominata dalla legge, fortemente segnata dalla distinzione tra sacro e profano, adoratrice di un Dio geloso che con mano forte aveva assicurato al suo popolo il diritto di uccidere pur di mantenere la sua identità, Gesù vedeva sfigurato il volto del Padre in quella maschera di un Dio garante dell’ordine costituito. Non poteva fare a meno di essere altro e quindi di essere ritenuto lui stesso peccato, fatto maledizione. Non poteva tollerare una religione che chiamava peccatore un cieco, inutile una bambina solo perché femmina, impura una donna mestruata, popolo maledetto chi era colpevole di limitarsi a vivere la legge pur senza averla studiata. E poco alla volta aveva accolto tutti quegli emarginati facendoli sentire preziosi ai suoi occhi e a quelli del Padre rimandandoli nel mondo ad annunciare la tenerezza di Dio.
Aveva avuto gesti di attenzione – unilaterali e incondizionati – per chi di umanità aveva solo brandelli, per soggetti che agli occhi dei più erano ritenuti inaffidabili e impuri, senza alcuna possibilità di avere accesso a Dio. A loro aveva annunciato e fatto sperimentare che ci si può fidare del Padre il quale abbraccia il figlio perduto quando è ancora sporco e maleodorante.
Comprendiamo come questo non poteva che essere parlare di un Dio altro, irriconoscibile per chi aveva passato tutta la vita nella casa paterna senza mai pretendere “un capretto per far festa con gli amici”. Con questo Dio altro, al centro c’è l’uomo, così com’è. Al centro c’è l’amore. A salvarci non sarà una legge ma la fiducia incondizionata nel Padre.
E così a Cafarnao e nell’ultima cena Gesù attesta che Dio è solo ed esclusivamente un pezzo di pane e un sorso di vino. Il pane, lo sappiamo, ha un solo senso: far vivere, nutrire, sostenere. Che Dio si riveli in un pezzo di pane sta a significare che la passione che lo abita è quella di far vivere. Il pane è dono per la vita di chi se ne ciba. Chiunque esso sia! Il solo luogo dove possiamo fare esperienza di Dio è l’uomo che spezza la sua vita per gli altri, per la vita degli altri. Chi vive la sua vita come dono non afferra mai l’altro con violenza, non se ne appropria.
Il vino ha, poi, una sola funzione: rallegrare il cuore dell’uomo. Segno della gioia che si espande, il vino è capace di trasformare un gruppo di uomini in una fraternità in cui ci si fida gli uni degli altri. Che Dio si riveli in un sorso di vino sta a significare che il suo desiderio più vivo è la gioia dell’uomo.
Pane spezzato, vino versato anche quando incontra la misteriosa resistenza degli uomini. Anche allora Dio scende negli inferi della nostra debolezza e si lascia spezzare e versare fino all’estremo. Un amore che per non dissociarsi mai dall’uomo può tutto, anche consegnarsi alla morte. Dio che muore.
Chi si nutre di quel pane e beve di quel vino da creatura amata diventa creatura in grado di amare, capace di diventare a sua volta pane-per-gli-altri, esistenza donata fino alle estreme conseguenze, pur di non spegnere mai la passione della vita nei fratelli.
Il pane spezzato e il vino versato segno di un Dio che vuole stabilire comunione: un Dio che gioisce con chi gioisce, un Dio che si fa povero con i poveri, profugo con chi è straniero, partecipe intimamente della sorte di ogni uomo.
L’Eucaristia è lì a ricordarci che Dio si affida a noi, alle nostre mani, mani di tradimento. Le parti sono rovesciate: questo ci rammenta ogni volta il sacramento che celebriamo. Del resto già Gesù ci aveva abituati a questa inversione di parti quando si identificava con il bisognoso che fatica a vivere e attende aiuto. Un Dio che attende il pane, il vestito, la visita, la liberazione, lo sguardo, l’acqua… L’Eucaristia proclama questa follia di Dio.
Dio nelle mani dell’uomo. Senza uscite di sicurezza e senza corsie preferenziali. Nessuno interviene in suo favore quando Giuda lo consegna e Pietro lo rinnega. E in più non fa nulla per divincolarsi da quelle mani di tradimento. E proprio mentre viene eliminato rivela il senso del suo essere venuto in mezzo agli uomini.
L’Eucaristia: il segno di un Dio che sceglie di abitare tra gli uomini. Un Dio di casa con loro e tra loro. Così come sono.
Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com
Santo Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo
ENZO BIANCHI

La chiesa celebra oggi la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1).
Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte).
Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcuno o a qualcosa con carattere di grandezza, forza, sapienza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé. Gesù dice che lui stesso è pane, un pane per la vita, un pane che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio.
Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo ad accoglierle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre, e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta per amore di noi uomini in questo mondo, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre.
Anche noi, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati di fronte a una tale affermazione: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro, ma con il quale cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna.
Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo:
“la Parola si è fatta carne” (Gv 1,14) in Gesù;
la carne di Gesù si è fatta pane (cf. Gv 6,51);
il pane ci dà la vita eterna (cf. Gv 6,58).
Dove voglio mangiare?
Papa Francesco
«Il Signore, tuo Dio, … ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi» (Dt 8,2).
Queste parole del Deuteronomio fanno riferimento alla storia d’Israele, che Dio ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione di schiavitù, e per quarant’anni ha guidato nel deserto verso la terra promessa. Una volta stabilito nella terra, il popolo eletto raggiunge una certa autonomia, un certo benessere, e corre il rischio di dimenticare le tristi vicende del passato, superate grazie all’intervento di Dio e alla sua infinita bontà. Allora le Scritture esortano a ricordare, a fare memoria di tutto il cammino fatto nel deserto, nel tempo della carestia e dello sconforto. L’invito è quello di ritornare all’essenziale, all’esperienza della totale dipendenza da Dio, quando la sopravvivenza era affidata alla sua mano, perché l’uomo comprendesse che «non vive soltanto di pane, ma … di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3).
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame, una fame che non può essere saziata con il cibo ordinario. E’ fame di vita, fame di amore, fame di eternità. E il segno della manna – come tutta l’esperienza dell’esodo – conteneva in sé anche questa dimensione: era figura di un cibo che soddisfa questa fame profonda che c’è nell’uomo. Gesù ci dona questo cibo, anzi, è Lui stesso il pane vivo che dà la vita al mondo (cfr Gv 6,51). Il suo Corpo è il vero cibo sotto la specie del pane; il suo Sangue è la vera bevanda sotto la specie del vino. Non è un semplice alimento con cui saziare i nostri corpi, come la manna; il Corpo di Cristo è il pane degli ultimi tempi, capace di dare vita, e vita eterna, perché la sostanza di questo pane è l’Amore.
Nell’Eucaristia si comunica l’amore del Signore per noi: un amore così grande che ci nutre con Sé stesso; un amore gratuito, sempre a disposizione di ogni persona affamata e bisognosa di rigenerare le proprie forze. Vivere l’esperienza della fede significa lasciarsi nutrire dal Signore e costruire la propria esistenza non sui beni materiali, ma sulla realtà che non perisce: i doni di Dio, la sua Parola e il suo Corpo.
Se ci guardiamo attorno, ci accorgiamo che ci sono tante offerte di cibo che non vengono dal Signore e che apparentemente soddisfano di più. Alcuni si nutrono con il denaro, altri con il successo e la vanità, altri con il potere e l’orgoglio. Ma il cibo che ci nutre veramente e che ci sazia è soltanto quello che ci dà il Signore! Il cibo che ci offre il Signore è diverso dagli altri, e forse non ci sembra così gustoso come certe vivande che ci offre il mondo. Allora sogniamo altri pasti, come gli ebrei nel deserto, i quali rimpiangevano la carne e le cipolle che mangiavano in Egitto, ma dimenticavano che quei pasti li mangiavano alla tavola della schiavitù. Essi, in quei momenti di tentazione, avevano memoria, ma una memoria malata, una memoria selettiva. Una memoria schiava, non libera.
Ognuno di noi, oggi, può domandarsi: e io? Dove voglio mangiare? A quale tavola voglio nutrirmi? Alla tavola del Signore? O sogno di mangiare cibi gustosi, ma nella schiavitù? Inoltre, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia memoria? Quella del Signore che mi salva, o quella dell’aglio e delle cipolle della schiavitù? Con quale memoria io sazio la mia anima?
Il Padre ci dice: «Ti ho nutrito di manna che tu non conoscevi». Recuperiamo la memoria. Questo è il compito, recuperare la memoria. E impariamo a riconoscere il pane falso che illude e corrompe, perché frutto dell’egoismo, dell’autosufficienza e del peccato.
Tra poco, nella processione, seguiremo Gesù realmente presente nell’Eucaristia. L’Ostia è la nostra manna, mediante la quale il Signore ci dona se stesso. A Lui ci rivolgiamo con fiducia: Gesù, difendici dalle tentazioni del cibo mondano che ci rende schiavi, cibo avvelenato; purifica la nostra memoria, affinché non resti prigioniera nella selettività egoista e mondana, ma sia memoria viva della tua presenza lungo la storia del tuo popolo, memoria che si fa “memoriale” del tuo gesto di amore redentivo. Amen.
Corpus Domini 2014
L’Eucaristia, viatico per la Missione nel deserto del mondo
Romeo Ballan mccj
Nel deserto del mondo (I lettura), Gesù Cristo nell’Eucaristia è il viatico, il Pane di vita (Vangelo), perché la Chiesa viva e annunci la comunione e la fraternità (II lettura). Il linguaggio di Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Vangelo) è realista e insistente: il suo corpo e il suo sangue non sono soltanto ‘cose sacre’, sono Cristo stesso. Egli è il Pane di vita da accogliere e ricevere con fede, per vivere in questa vita e nella futura. Ce lo assicura Colui che ha parole di vita eterna (cfr. Gv 6,68).
Appena liberato dalla schiavitù d’Egitto, il popolo dovette affrontare il deserto (I lettura) “grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua” (v. 15). Nel duro cammino verso la libertà, il Signore accompagna il popolo con i suoi doni, la sua parola e i suoi interventi: in particolare il regalo della manna e dell’acqua dalla roccia durissima (v. 16). Sono doni da ricordare e non dimenticare! (v. 2.14).
Gesù promette un dono superiore alla manna (Vangelo, v. 58). Un dono da scoprire e condividere con altri: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” diceva Gesù alla donna samaritana (Gv 4,10). L’Eucaristia è il dono nuovo e definitivo che Cristo affida alla Chiesa pellegrina e missionaria attraverso il deserto del mondo. È molto più del semplice ricordo di una bella vicenda passata: è, nell’oggi, il dono del Vivente! “Il ricordo biblico introduce nuovamente il fedele nella vicenda della salvezza riattualizzando nell’oggi gli eventi del passato. È questo appunto il valore della parola memoriale che è applicata nel Nuovo Testamento anche all’Eucaristia… L’Eucaristia è ricordo della morte e risurrezione del Cristo, ma è certezza della sua continua presenza come cibo dell’uomo pellegrino, nell’attesa della Sua venuta” (G. Ravasi).
L’Eucaristia è fonte e sigillo di unità (II lettura): essendo comunione con il sangue e il corpo di Cristo, deve portare coloro che vi partecipano a vivere la comunione fraterna. Dall’Eucaristia nasce necessariamente una generosa spinta all’incontro ecumenico e all’attività missionaria, “perché una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra” (Prefazio). La persona e la comunità che fanno l’esperienza viva di Cristo nell’Eucaristia si sentono motivate a condividere con gli altri il dono ricevuto nella Parola e nel Sacramento: la missione nasce dall’Eucaristia e riconduce ad essa.
Il missionario porta nel deserto del mondo l’unica risposta valida, che è Cristo, buona notizia per i popoli. Cristo è sempre buona notizia nel deserto esistenziale e spirituale dell’umanità. Cristo è avvenimento di salvezza e mistero da adorare anche quando un missionario celebra l’Eucaristia nel deserto africano del Sahara, come fecero Daniele Comboni e i suoi compagni nel terribile deserto di Korosko, mentre erano in viaggio dall’Egitto a Khartoum (Sudan) nel 1857.
In tutta la sua persona (corpo, sangue, anima e divinità) Gesù si fa Pane e ci invita con insistenza a mangiare di questo Pane (Gv 6,51.53.54.56). Mangiare il Pane che è Cristo significa assumere il suo progetto, la sua missione, la sfida e la gioia del Vangelo. L’Eucaristia ci insegna ad abbattere le barriere che impediscono o mortificano lo sviluppo della vita: ci dà la forza per difendere la vita di ogni persona, nella convinzione che ‘nessuno è in più’ nel villaggio globale dell’umanità; ci dà la fiducia per vincere la spirale della violenza mediante il dialogo, il perdono e il sacrificio di se stessi; il coraggio per rompere le catene dell’accaparramento dei beni, promuovendo ovunque condivisione e solidarietà. (*)
“Per Gesù ilPadre nostroe ilpane nostrosonoinscindibili: ogni pane che offro ad un affamato lo offro a Gesù stesso… (avevo fame…e mi hai dato … ero malato … e sei venuto a visitarmi, Mt. 25,39). Non possiamo qui in chiesa dire ‘Padre nostro’, e chiedere ‘dacci il nostro pane quotidiano’e poi uscire e rientrare nella cultura del mio: la mia casa, la mia macchina, i miei soldi, la mia città, la mia patria… La logica dell’Eucarestia vuol dire: entrare in chiesa, ogni domenica, come mendicanti della Parola e del pane di Cristo ed uscire per diventare noi, nella vita, un pezzo di pane spezzato, per le persone che incontreremo” (R. Vinco, S. Nicolò, Verona).
Il villaggio globale non può che avere un banchetto globale, al quale tutti i popoli hanno uguale diritto di prendere parte; un banchetto dal quale nessuno può essere escluso o discriminato, per nessuna ragione. Da sempre è questo, e solo questo, il progetto del Padre comune per tutta la famiglia umana (cfr. Is 25,6-9). È il sogno che Egli affida alla comunità dei credenti perché lo portino a compimento.
Corpus Domini: Pane per l’oggi e per la vita eterna
Fernando Armellini
Quando entriamo in un edificio ci rendiamo subito conto a quale funzione è adibito. Un’aula scolastica è arredata in modo diverso da un’infermeria e una discoteca da un’officina. È facile riconoscere una chiesa: gli altari e il tabernacolo per custodire l’eucaristia, i dipinti e le statue di santi, il battistero, le suppellettili sacre permettono di identificare subito l’ambiente dedicato alla preghiera, al culto e alle pratiche devozionali.
Non sempre però la struttura architettonica e l’arredamento eccessivo di alcune nostre chiese suggeriscono l’idea del luogo in cui la comunità è convocata per essere nutrita alla duplice mensa della parola e del pane.
Questo messaggio lo coglie invece immediatamente chi entra nelle cappelle in uso nelle foreste africane: capanne spoglie e disadorne, costruite con fango e paglia. Le ricordo con nostalgia: pali che fungono da sedili, disposti in cerchio per favorire l’unità dell’assemblea e far sì che i partecipanti si guardino in volto e non si volgano le spalle; al centro è posto l’altare: un tavolo, certo il migliore del villaggio, ma semplice e povero e sull’altare un leggio, con il lezionario aperto alle letture del giorno. Null’altro.
Eccoli, inequivocabilmente raffigurati, i due pani o, se vogliamo, l’unico pane in duplice forma oppure la duplice mensa.
Sono questi i segni: l’altare dell’eucaristia, il lezionario della Parola.
Il Concilio Vaticano II lo ha ricordato: “La Chiesa non ha mai tralasciato di nutrirsi del pane di vita, prendendolo dalla mensa sia della parola di Dio, sia del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli” (DV 21).
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il pane materiale mantiene in vita per un altro giorno, la parola di Dio dona vita eterna”.
Prima Lettura (Dt 8, 2-3.14b-16a)
2 Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. 3 Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
14 Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; 15 che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; 16 che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”.
Il Deuteronomio si presenta come una raccolta di discorsi pronunciati da Mosè sul monte Nebo prima di morire; in realtà è stato scritto molti secoli dopo, negli anni immediatamente anteriori alla fine della monarchia e alla distruzione di Gerusalemme. È una riflessione sugli avvenimenti dell’esodo, volta ad illuminare la situazione drammatica che Israele sta vivendo: è circondato da nemici e prossimo alla rovina. Che fare in un momento tanto difficile?
Come un ritornello, nel libro del Deuteronomio viene rivolto al popolo un invito accorato: ricorda, non dimenticare. Guarda al tuo passato, considera ciò che Dio ha fatto, tieni presente i prodigi da lui compiuti in tuo favore, rimangano sempre nella tua memoria le sue opere di salvezza. “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso” (Dt 5,15); “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani; interroga tuo padre e te lo farà sapere, i tuoi vecchi e te lo diranno” (Dt 32,7).
Questa raccomandazione è ripetuta con insistenza anche nella lettura di oggi. Il ricordo delle gravi tribolazioni affrontate nel deserto e degli interventi provvidenziali di Dio, è destinato a infondere fiducia e speranza nel momento presente.
La descrizione delle difficoltà è particolarmente viva: il deserto che si spalancava davanti agli israeliti era “immenso e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua” (v. 15). Se avessero dovuto contare solo sulle loro forze e sulle loro capacità, sarebbero di certo periti. Da dove è giunta la salvezza?
La lettura risponde: da “ciò che esce dalla bocca del Signore” (v. 13). L’espressione, un po’ enigmatica per noi, era invece ben nota in Egitto dove indicava il potere della parola di Dio di creare alimenti completamente nuovi.
Il pane era conosciuto, ma la manna era un cibo misterioso, ignoto e inatteso, era apparsa miracolosamente nel deserto, per questo gli israeliti l’avevano vista come un dono “uscito dalla bocca del Signore”.
Con questo alimento sorprendente egli voleva umiliare e mettere alla prova il suo popolo (vv. 2-3).
Come gli era stato promesso, Israele si era installato in un paese fertile “paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele” (Dt 8,7-8); ma invece di essere riconoscente e di benedire il Signore, lo aveva dimenticato. Dopo aver “costruito case belle e averle abitate”, aver visto “il bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi l’argento e l’oro e abbondare ogni tua cosa” si era inorgoglito e aveva disprezzato il suo Dio (Dt 8,13-14).
Il progresso, la prosperità, le case belle e accoglienti, la vita piacevole ricevono in questo testo un giudizio positivo, ma viene denunciato il pericolo che la ricchezza e il benessere, invece di condurre a Dio, lo facciano dimenticare.
Ecco la ragione dell’invito a ricordare, a tener presente l’esperienza del deserto. Là il Signore ha educato il suo popolo alla semplicità, all’essenziale; gli ha fatto comprendere quali sono i bisogni elementari e quali derivano dalla cupidigia, dall’ingordigia, dalla bramosia del possesso e dell’accumulo. I bisogni indotti, il superfluo, la neghittosità, la vita godereccia allontanano da Dio.
“Tutte queste cose – afferma Paolo – sono state scritte per ammonimento nostro” (1 Cor 10,11). L’invito a ricordare, a non dimenticare è rivolto anche a noi. I quarant’anni trascorsi dal popolo d’Israele nel deserto rappresentano, secondo il simbolismo biblico, un’intera generazione e, dunque, tutta la nostra vita.
Durante il nostro “esodo” verso la “dimora eterna nei cieli” (2 Cor 5,1), il Signore offre anche a noi un cibo completamente nuovo, diverso da quelli che l’uomo ha da sempre conosciuto e sperimentato, un alimento “uscito dalla bocca del Signore”, venuto dal cielo, come la manna: la sua Parola divenuta pane.
Seconda Lettura (1 Cor 10,16-17)
16 Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17 Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
È difficile che nelle comunità cristiane regnino sempre il pieno accordo e la perfetta sintonia. È inevitabile che, pur nell’unità della fede, emergano diversità di vedute, soprattutto quando si tratta di dare interpretazioni teologiche e di fare scelte morali. Succedeva anche a Corinto dove il problema delle carni immolate agli idoli era molto dibattuto.
La comunità era composta da pagani convertiti i cui familiari e amici continuavano a offrire sacrifici agli idoli. Ci si chiedeva se, per non essere considerati degli asociali e per non venire emarginati, si poteva partecipare a queste cerimonie. Si discuteva sulla liceità di comperare al mercato la carne dei sacrifici immolati agli dèi.
A Corinto non c’erano solo opinioni differenti, ma ci si offendeva, ci si scomunicava, ci si malediva. La situazione era divenuta tanto incandescente da indurre Paolo a intervenire. Come convincere i corinti a mantenere l’unità e a rispettarsi, pur nella diversità di opinioni?
L’Apostolo ricorre all’argomento più forte che ha a disposizione: la celebrazione dell’eucaristia. È da quest’unico pane, condiviso dai fratelli, che nasce l’esigenza dell’unità di una comunità: “Il pane è uno solo, così noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (v. 17).
L’eucaristia non è un pane che può essere mangiato da soli, è pane spezzato e condiviso con i fratelli della comunità e questo presuppone che tutti si impegnino ad essere realmente “un cuore solo ed un’anima sola” (At 4,32).
Si noti bene: è il pane diviso a creare l’unità. Mentre stringe i fratelli in un solo corpo, è anche segno di distinzione e invito al rispetto e alla valorizzazione delle diversità.
Più avanti, nella stessa lettera, Paolo inviterà i corinti a considerare segno della benevolenza di Dio e dono dello Spirito il manifestarsi nella comunità di differenti carismi, ministeri e servizi. La diversità serve all’utilità comune e deve condurre all’unità: “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo (1 Cor 12,4-12).
Vangelo (Gv 6, 51-58)
Videocommento
Questo brano costituisce la parte conclusiva del cosiddetto Discorso sul pane della vita, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Il prodigio ha suscitato grande meraviglia, sfociata in incontenibile entusiasmo e in pericolosa esaltazione collettiva: la gente, visto il segno, decide di catturarlo per farlo re (Gv 6,14-15).
Come mai queste folle, stupite e ammirate, cercano Gesù? Verrebbe da rispondere: perché hanno capito che in lui agisce il potere di Dio, dunque credono in lui. In realtà sono vittime di un pericoloso equivoco, sono mosse da una fede immatura: si interessano a Gesù solo perché lo ritengono capace di soddisfare, mediante i miracoli, i loro bisogni materiali.
La fede matura è tutt’altra cosa: è quella di chi capisce che Gesù non compie prodigi per stupire, ma per introdurre in una realtà più profonda. Nella guarigione del cieco nato, il vero credente intuisce che Gesù si presenta come la luce del mondo; nell’acqua tramutata in vino scopre il dono dello Spirito, fonte di gioia; nella rianimazione di Lazzaro comprende che Gesù è il Signore della vita; nel pane distribuito alla gente affamata scorge Gesù, l’alimento che sazia.
A Cafarnao invece la folla non capisce, si ferma all’aspetto esteriore, superficiale dell’avvenimento. Ha bisogno di essere aiutata a passare dalla ricerca del “cibo che perisce” a quello che “dura per la vita eterna” (Gv 6,27). Un’impresa difficile, ma Gesù la tenta.
Comincia presentandosi come il pane della vita disceso dal cielo (Gv 6,33-35). Dichiara che chi ascolta lui, chi assimila il suo messaggio, il suo vangelo, si nutre delle parole di vita. Chi invece si alimenta di altre parole – anche se piacevoli e accattivanti – ingerisce veleni di morte.
La sua affermazione è inaudita. Per i giudei il pane disceso dal cielo è la manna (Sal 78,24) e il cibo che nutre è la parola di Dio (Is 55,1-3). Come può “il figlio di Giuseppe” arrogarsi simili prerogative? – si chiedono indignati – Chi pretende di essere? (Gv 6,42). Anche la samaritana aveva reagito in modo simile: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?” (Gv 4,12).
Invece di mitigare la sua pretesa, Gesù fa una dichiarazione ancora più sorprendente. Il pane da mangiare non è soltanto la sua dottrina, ma la sua stessa carne: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Sono le parole con cui inizia il brano di oggi (v. 51).
Per non equivocarne il significato (per non essere indotti a immaginare un atto cannibalesco), va precisato che, quando nella Bibbia si afferma che “l’uomo è carne” (Gn 6,3), non ci si riferisce al fatto che è rivestito di muscoli, ma che è debole, fragile, precario, soggetto alla morte. Per esempio, di fronte alle miserie morali degli israeliti, Dio – dichiara il salmista con un audace antropomorfismo – placa la sua ira e trattiene il suo furore perché “si ricorda che essi sono carne, un soffio che scompare e più non ritorna” (Sal 78,39). Quando, nel prologo del suo vangelo, Giovanni dice che “il verbo si è fatto carne” (Gv 1,14) si riferisce all’abbassamento del Figlio di Dio, alla sua discesa al livello infimo, sottolinea la sua accettazione degli aspetti più caduchi della condizione umana.
Mangiare questo Dio fatto carne significa riconoscere che la rivelazione di Dio giunge nel mondo attraverso “il figlio del falegname” e accogliere questa sapienza venuta dal cielo.
Anche dopo questa precisazione, tuttavia, l’aspetto scandaloso della proposta di Gesù rimane. Come si può “mangiare la sua persona”? La reazione scandalizzata degli ascoltatori è comprensibile e giustificata: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (v. 52). Capiscono che egli non si riferisce solo all’assimilazione spirituale della rivelazione di Dio, ma anche ad un “mangiare” reale. Cosa intende dire?
Gesù non si preoccupa del loro imbarazzo e riafferma quanto ha già detto, aggiungendovi una richiesta ancora più provocatoria: è necessario bere anche il suo sangue (vv. 52-56). Molti testi biblici proibiscono severamente la pratica di bere sangue “perché la vita della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11) e la vita non appartiene all’uomo, ma a Dio. Si tratta dunque di assimilare la sua vita.
È a questo punto che si inserisce il discorso sull’Eucaristia.
Prima di spiegare il significato che, nel suo discorso, Gesù attribuisce a questo sacramento “fonte e apice di tutta la vita cristiana”, vorrei mettere in guardia da alcune interpretazioni riduttive e anche fuorvianti, derivate da una certa catechesi devozionale e intimistica, non supportata da fondamenti biblici. Mi riferisco a quella spiritualità eucaristica che parlava del “divin prigioniero”, che esortava ad andare in chiesa a “fare compagnia, a consolare Gesù”. L’Eucaristia non ha lo scopo di catturare Gesù per tenerlo più vicino, per avere un’opportunità maggiore di convincerlo a concedere grazie, approfittando del fatto che “è venuto a visitarci”, che “è venuto nel nostro cuore”. È stata istituita come alimento da mangiare e anche quando viene esposta all’adorazione (meglio nella pisside in cui è stata consacrata che nell’ostensorio) è per essere consumata come cibo. Solo così mantiene il suo autentico significato.
Se partiamo dalla constatazione che, per raggiungere l’unione di vita con Cristo, basta la fede nella sua parola, giustamente ci chiediamo: perché è necessario accostarsi a ricevere anche il sacramento? Perché Gesù ha aggiunto una richiesta tanto difficile da comprendere: mangiare la sua carne e bere il suo sangue nei segni del pane e del vino?
Sappiamo che, per mancanza di presbiteri, la domenica la maggioranza delle comunità cristiane non si raduna attorno alla mensa del pane eucaristico, ma attorno alla parola di Dio e siamo certi che, da quest’unico cibo per loro disponibile, esse ricevono abbondanza di vita.
È significativo che, al v. 54, Gesù dica che chi mangia la sua carne e beve il suo sangue ha la vita eterna, esattamente come al v. 47 afferma che lo stesso risultato è conseguito da coloro che credono nella sua parola. Perché allora l’eucaristia?
Anzitutto bisogna sottolineare che questo sacramento – che rende realmente presente il Risorto – non sostituisce la fede nella parola di Cristo. Accostarsi a ricevere la comunione non equivale a compiere un rito magico e l’ostia non è una specie di pillola che agisce automaticamente e guarisce il malato, anche se dorme o ha perso conoscenza.
Non basta fare molte comunioni per ricevere la grazia del Signore. Gesù non ha detto di fare molte comunioni, ma di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”.
Ecco la ragione per cui, prima di ricevere il pane eucaristico, è necessario ascoltare e meditare un brano evangelico. La lettura della parola di Dio è la premessa imprescindibile.
Quando si firma un contratto, quando si stipula un’alleanza, si devono prima conoscere e valutare attentamente tutte le clausole. Chi accetta di divenire una sola persona con Cristo nel sacramento, deve essere cosciente della proposta che gli viene fatta e prendere la ferma decisione di accoglierla. È il senso dell’accorata raccomandazione di Paolo: “Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice”, per non mangiare e bere la propria condanna (1 Cor 11,28-29).
Il gesto di stendere la mano per ricevere il pane consacrato è il segno della disposizione interiore ad accogliere Cristo e a far sì che i suoi pensieri divengano i nostri pensieri, le sue parole le nostre parole, le sue scelte le nostre scelte. Nel segno dell’eucaristia, la sua persona viene assimilata, come accade con il pane.
Il cambiamento, la metamorfosi avverranno molto lentamente, il processo sarà segnato da successi e fallimenti, ma l’umile ascolto della Parola e la comunione con il corpo di Cristo compiranno il miracolo. Un giorno, il discepolo gioirà della trasformazione attuata in lui dallo Spirito che opera nel sacramento e giungerà ad esclamare, come Paolo: Ora “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20) .
