
IV. «L’abbiamo trovata!»
1. I primi esploratori
Non sarebbe affatto un’esagerazione dire che quando i fedeli resoconti di Clemens von Brentano circa le “rivelazioni” di suor Anna Katharina Emmerick furono pubblicati, non sollevarono alcun interesse concreto, e così si continuò per molti anni. Fu solo nel 1880 che una copia della vita della santa Vergine Maria di Emmerick-Brentano venne tra le mani di un sacerdote francese, Julien Gouyet. Impressionato dall’affermazione della monaca di aver contemplato nelle sue visioni la casa di Maria vicino a Efeso, don Gouyet decise di partire e andare a rendersi conto di persona.
L’anno successivo partì per Smirne – città a circa settanta chilometri a nord di Efeso – dove fu accolto calorosamente dall’arcivescovo monsignor André Timoni, che lo incoraggiò nella sua ricerca e gli mise a disposizione un giovane aiutante perché lo accompagnasse. Sapendo della pericolosa reputazione che avevano le montagne attorno a Efeso, gli consegnò anche una nota scritta in greco che diceva: «Per favore, risparmiate questo povero viaggiatore, innocuo e senza risorse». Per fortuna la nota fu inutile. E ancor più fortunatamente, don Gouyet trovò le rovine di un’antica casa che corrispondevano esattamente alle descrizioni della Emmerick. Al suo ritorno a Parigi non frappose tempo e subito informò tanto i suoi superiori diocesani quanto il Vaticano di questa importante scoperta. Tutti, però, s’ingegnarono a scoraggiare quanto più possibile don Gouyet dal raccontare al mondo la sua “scoperta”, priva di fondamento e potenzialmente imbarazzante, su una lontana zona montagnosa. Così il tutto rimase nell’ombra per un altro decennio, per riapparire poi nelle circostanze più impensabili.
Un giorno di metà novembre 1890, suor Marie de Mandat Grancey, superiora delle Suore della Carità, che gestivano l’Ospedale Francese di Smirne, domandò a un sacerdote in visita presso di loro se desiderava, dopo cena, leggere qualche libro di suo gradimento. Il sacerdote, padre Poulin, accettò di buon grado e passò in biblioteca a prendere qualcosa. Ritornato in camera, con disappunto si rese conto che, inspiegabilmente, tra i libri che aveva preso c’era La vita e la dolorosa passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo le visioni di Anna Katharina Emmerick. Per comprendere la sua reazione, va detto che Eugène Poulin, padre lazzarista, oltre che direttore del Collegio Francese del Sacro Cuore a Smirne, era anche un appassionato studioso dei classici, profondamente contrario a ogni forma di misticismo. Nondimeno diede una scorsa al libro della Emmerick, finché si accorse, con sua stessa sorpresa, di leggerlo con un interesse sempre crescente. Decise quindi di procedere e, in seguito, anche di parlarne con i suoi confratelli presso l’ospedale per vedere la loro reazione. Ne sorse un vivace dibattito, dove ognuno espresse il suo scetticismo più o meno grande sul valore di quelle visioni. Le letture e le discussioni continuarono oltre un mese. Poi una sera, alla fine di dicembre, padre Poulin fu avvicinato da uno dei preti più anziani dell’ospedale, padre Dubulle, che gli chiese se aveva mai letto la Vita della santa Vérgine Maria della Emmerick. Rispose di no, e anzi di non essere neppure al corrente della sua esistenza. Padre Dubulle gliene porse una copia.
La lettura di questo libro, con le descrizioni della casa di Maria, della sua vita, morte e sepoltura a Efeso, suscitò una controversia ancor più grande del libro precedente. Anche questa volta gli scettici erano in maggioranza. Di questi, il più deciso nella denuncia delle visioni di Katharina Emmerick fu il cappellano dell’ospedale, padre Jung, illustre studioso di ebraico e anche professore di scienze al Collegio del Sacro Cuore. Avversario accanito di mistici e visionari, egli mise in ridicolo le visioni definendole «sogni a occhi aperti, tipici delle ragazze». Alla fine, per risolvere la questione, si suggerì che un gruppo di loro andasse a Efeso durante le vacanze estive per cercare di stabilire la verità. Tutti furono d’accordo e in un momento di ispirata allegria fu anche deciso che padre Jung avrebbe diretto la spedizione.
Il gruppo partì da Smirne un lunedì mattina, il 27 luglio 1891, e prese il treno per Ayasoluk (ora Selçuk), la fermata più vicina a Efeso. Del gruppo facevano parte l’ancora poco entusiasta capo della spedizione, ossia padre Jung; padre Benjamin Vervault, un lazzarista dell’isola di Santorini di passaggio a Smirne, che sulle “visioni” mistiche era quasi altrettanto freddo quanto padre Jung; un greco di nome Pelecas, amico di padre Jung, che un tempo era stato capostazione di Ayasoluk e quindi conosceva bene la zona di Efeso; e Thomaso, un persiano che aveva lavorato al Collegio del Sacro Cuore e il cui compito era di occuparsi del bagaglio. Ad Ayasoluk si unì ad essi un quinto membro della squadra, un turco musulmano nero di nome Mustafà, che fu assunto come guida di montagna e insieme come guardia del corpo.
2. Una falsa pista
Dopo aver trascorso tutta la mattinata del lunedì a ispezionare le rovine di Efeso, essi ritornarono ad Ayasoluk per mangiare e programmare le mosse per il giorno successivo. Il programma veniva complicato dal fatto che in precedenza, a febbraio, nel corso di una visita alla vicina Aydin, padre Poulin aveva incontrato un certo padre Philippe Pasel, che aveva pure lui intrapreso una ricerca della casa di Maria, e sosteneva di averla trovata a Dermen-Dérési, vicino ad Azizé (ora Çamlik), più lontano a sud. E così decisero di prendere il treno per Azizé l’indomani mattina presto e continuare poi a piedi. Si può solo pensare che abbiano preso quella decisione senza tener conto né del racconto di suor Emmerick né degli orari ferroviari: se la suora parlava di un viottolo stretto presso Efeso, l’orario ferroviario avrebbe annunciato un’ora di viaggio da Efeso prima di poter vedere, eventualmente, anche uno solo di simili viottoli!
L’indomani mattina, alle 4.30, erano tutti in piedi e pronti a partire. Dopo una leggera colazione, pulirono le armi – avevano con sé un piccolo arsenale, comprendente quattro fucili e cinque pistole, per proteggersi contro i banditi che notoriamente si aggiravano sulle montagne intorno – e quindi si avviarono alla stazione. Alle sei salirono su un treno merci diretto a sud; alle sette erano ad Azizé. Dopo aver trovato un viottolo stretto che andava nella direzione che a loro parve quella giusta, essi lo presero e lo percorsero per due ore e mezzo, prima di entrare in un villaggio che sembrava stranamente abbandonato. Mentre Mustafà andava avanti a cercare qualcuno che sapesse come giungere a Dermen-Dérési, gli altri sostarono all’ombra di un albero.
Mentre stavano discutendo sulla possibilità di trovare Dermen-Dérési, le porte nel villaggio si spalancarono e comparvero delle donne, poi uscirono alcuni bambini a giocare. Mustafà ritornò con un uomo grosso dalla rossa barba, che li guardava tutti con sospetto, finché non fu sollevata e risolta la questione del compenso, e a quel punto fu più felice che mai di accompagnarli a Dermen-Dérési, nonché di aiutare Thomaso a portare i bagagli. Dopo altre due ore di cammino e aver oltrepassato altri due villaggi, raggiunsero Dermen-Dérési. Lungi dall’essere quella cima di montagna descritta dalla Emmerick, era una gola profonda, dove l’unica casa in vista non erano rovine antiche di una modesta abitazione ma un grande monastero greco-ortodosso sulla riva di un fiume.
Essi furono accolti cordialmente dai monaci, che li invitarono a fermarsi per il pranzo, che si rivelò – come scrisse più tardi padre Vervault – «una festa luculliana», comprendente una zuppa di riso, un piatto di cipolle, una portata di pesce fresco, vari formaggi, il tutto innaffiato da generoso vino. Dopo il pranzo padre Jung constatò con soddisfazione che non c’era ragione di fare ulteriori ricerche nella zona e propose di andare direttamente verso Scala-Nova (ora Kusadasi), dove avrebbero potuto prendere una carrozza con cavalli per tornare ad Ayasoluk. Partirono alle tre, dopo aver mandato avanti Thomaso con un asino che trasportava i bagagli, e cominciarono la lunga camminata pomeridiana verso Scala-Nova nella cocente calura di mezza estate. A un certo punto del cammino Pelecas ebbe un collasso, e questo li rallentò nella discesa, ma alla fine, benché esausti, giunsero a Scala-Nova prima delle sei. Dopo essersi rimessi in sesto in un caffè in riva al mare, trovarono carrozza e cavalli per rientrare ad Ayasoluk, un viaggio di oltre due ore a causa dei cavalli e della carrozza – vecchi gli uni, vecchia anche l’altra – che di tanto in tanto dovevano fermarsi. Era molto tardi e al ritorno alla loro locanda di Ayasoluk erano assai provati.
3. La scoperta seguendo le indicazioni della Emmerick
L’indomani mattina, mercoledì 29 luglio, nessuno si alzò di buonora, e ugualmente nessuno mosse obiezioni quando fu proposto che, questa volta, avrebbero seguito da vicino le indicazioni della Emmerick. Dopo che padre Jung ebbe trasmesso a Mustafà indicazioni per l’acquisto di rifornimenti, e dopo averli inviati avanti fino a un piccolo caffè ai piedi della Collina degli Usignoli, si mossero tutti, con gli arti indolenziti, seguendo verso sud la vecchia strada per Gerusalemme finché girava attorno al confine orientale di Efeso, dove lasciarono la strada e cercarono un viottolo che si inerpicasse su per la montagna. Passò più di un’ora prima di riuscire a trovarne uno praticabile, e a quel punto il sole era già alto nel cielo. Graffiati dai rovi che soffocavano l’angusto sentiero e inzuppati di sudore che incollava i vestiti alla pelle, salirono su per la montagna lentamente, sostando abbastanza spesso per tirare il fiato e bere acqua dalle borracce. Quando l’acqua fu esaurita, Pelecas si lasciò cadere a terra e dichiarò che sarebbe morto piuttosto che andare avanti ancora. Solo con notevole difficoltà gli altri della comitiva riuscirono a convincerlo ad alzarsi e a continuare.
Giunsero presto in un pianoro dove alcune donne stavano lavorando in un campo di tabacco. Pelecas immediatamente cominciò a gridare: «Nerò» (“acqua”, in greco). Le donne dissero di non avere acqua, ma che c’era una sorgente proprio sulla cima della montagna, «presso il monastero». In meno di quindici minuti padre Jung e la sua banda assetata trovarono la sorgente e «il monastero», che non era molto più di un ammasso di macerie circondato da rozze capanne di varie forme e misure. Stranamente, quelle traballanti strutture sembravano disabitate. Ma dopo che i nuovi arrivati si furono rinfrescati alla sorgente, cominciarono a comparire alcune persone, che diedero un timido benvenuto.
In prima fila tra loro c’erano Andreas e Yorgy, che si dimostrarono molto cordiali, una volta appurato che i nuovi arrivati non erano funzionari governativi. Andreas si offrì immediatamente di andare a prendere qualcosa da mangiare, mentre Yorgy chiacchierava amabilmente con Pelecas. Mustafà si fèce prestare un cavallo per andare a prendere i rifornimenti che al mattino aveva lasciato in basso. Intanto padre Jung cominciò a curiosare tra le modeste rovine che si trovavano al centro del luogo. Dopo aver frugato tra le pietre, improvvisamente si rese conto che la configurazione delle rovine corrispondeva quasi esattamente alla descrizione di Anna Katharina Emmerick a proposito della casa di Maria. Forse, senza rendersene conto, si erano imbattuti nell’oggetto della loro ricerca? Padre Jung chiese a Yorgy se un po’ più su fosse possibile vedere sia Efeso che il mare. Yorgy rispose di sì, che Bülbül Dagi era l’unico posto dal quale si potevano vedere entrambi, e si offrì di mostrarglieli. Padre Vervault e Thomaso, rendendosi conto del significato di tutto questo, ben volentieri si unirono a padre Jung e a Yorgy nella breve salita. Quando raggiunsero la cima, lì, al di sotto di loro, a nord si stendeva la piana di Efeso e ad ovest s’innalzava la montagnosa isola di Samo, esattamente come suor Emmerick aveva detto.
Sulla via del ritorno, padre Jung chiese a Yorgy se nelle vicinanze ci fossero delle tombe. «Certo, – rispose Yorgy – tombe molto antiche». Padre Jung gli chiese se per caso sapesse dove si trovava la tomba della Vergine Maria. Yorgy rispose di no, ma che avrebbe potuto fargli vedere la tomba di Maria Maddalena, visto che tutti sapevano dove si trovava. Si può immaginare che all’udire queste cose l’austero padre Jung si permettesse quantomeno un accenno di sorriso…
Poco dopo il loro ritorno alla base, dove Pelecas si stava ancora riposando dalle sue fatiche mattutine, comparve Andreas con una grossa coscia di cinghiale, che fu immediatamente posta sul fuoco. Poi Mustafà arrivò con i rifornimenti, e così il picnic si trasformò in banchetto. Mentre erano seduti a terra sotto un platano, Andreas spiegò che aveva costruito lui tutte le baracche di legno che vedevano attorno. Una era abitata da lui e dalla sua famiglia solo durante la stagione della coltivazione del tabacco: egli non lontano aveva un campo di tabacco che aveva preso in affitto. Un’altra capanna era per Yorgy, il suo aiutante. Le altre baracche più grandi servivano a immagazzinare i raccolti, a custodirvi gli attrezzi agricoli, le scorte e, in inverno, ad alloggiarvi gli animali. La sua casa vera e propria si trovava a Kirinca, a circa cinque ore di cammino sulle montagne, dove i suoi antenati cristiani si erano rifugiati al momento dell’invasione dei Turchi Selgiùchidi, molti secoli prima.
Dopo il pranzo, Andreas tirò fuori alcuni materassi di paglia e li collocò sotto gli alberi in modo che tutti potessero fare la siesta, al riparo dalla calura pomeridiana. Alle 5.30 padre Jung annunciò che per il suo gruppo era giunta l’ora di partire. Andreas offrì i servigi personali come guida e quelli del suo asino come bestia da soma per qualsiasi ulteriore esplorazione essi potessero prevedete: un’offerta che fu accolta con gratitudine. Egli poi mostrò loro un viottolo migliore per scendere dalla montagna, che seguiva le mura di Lisimaco fino ad Ayasoluk.
Non c’è modo di sapere quale genere di pensieri passassero per la testa esigente, da “scienziato vero”, di padre Jung quel pomeriggio, mentre scendevano per la prima volta lungo la Collina degli Usignoli, ma un indizio illuminante lo si può trovare nel diario tenuto da Benjamin Vervault. Questi ricorda che, a un certo punto della loro discesa, videro un lupo su uno spuntone di roccia prestare grande attenzione a un gregge di capre più sotto. Improvvisamente e imprevedibilmente, padre Jung imbracciò il fucile e sparò al lupo. Poi entrambi, sia lui che il lupo, continuarono a fare quello che facevano prima, come se nulla fosse successo.
4. Altre scoperte: una «Via Crucis»
Quando, quella sera, il piccolo gruppo degli esploratori raggiunse la locanda ad Ayasoluk, padre Vervault sintetizzò gli eventi di quella giornata nel suo diario con l’eloquenza diretta che nasce dal trionfo e dalla fatica: «Abbiamo cercato… e l’abbiamo trovata!».
Purtroppo per i posteri, padre Vervault dovette partire verso Smirne l’indomani per poter essere di ritorno a Santorini la settimana successiva, mentre padre Jung partì in direzione opposta, per Azizé e Dermen-Dérési, per informare i monaci su quello che avevano trovato. E fu solo nel pomeriggio del giorno successivo, venerdì 31 luglio, che padre Jung e i suoi compagni tornarono sul luogo della loro scoperta. Questa volta cercarono di prendere un altro sentiero, ma si dimostrò una cattiva idea: era ancora più impegnativo di quello preso la volta precedente, tanto che lo stesso padre Jung si sentì male a poche centinaia di metri dalla casa. Thomaso andò a prendere un po’ di acqua fresca e, dopo pochi minuti, cercò di rianimarlo. Erano le due pomeridiane quando raggiunsero la casa
Padre Jung trascorse la maggior parte del pomeriggio a studiare le rovine, e poi l’insieme del sito borbottando di tanto in tanto fra sé. Contemplò gli otto stupendi platani che circondavano la casa, collegati l’uno all’altro, al di sopra dei ruderi scoperchiati, da viti imponenti e venerande per l’età. Davanti alla casa, un po’ più in basso, su un’area a terrazza, scoprì i resti di una cisterna rotonda, collegata mediante un canaletto artificiale all’angolo della casa dove affiorava la sorgente. Cosa più importante: sopra, dietro la casa, egli ritrovò alcune rocce con iscrizioni in ebraico. Katharina Emmerick aveva detto che alcuni coloni ebrei vivevano nella zona montagnosa prima dell’arrivo di Maria, e che Maria stessa aveva usato pietre con iscrizioni in ebraico per crearsi la sua «Via Crucis». Se c’era bisogno di testimonianze chiare, non ce n’era una più evidente di questa.
Una testimonianza meno tangibile, ma non meno importante, si manifestò quella sera. Padre Jung e i suoi uomini avevano previsto di trascorrere la notte sulla montagna, e la cena con Andreas e la famiglia fu un’ottima occasione per sondare la tradizione orale sulla casa. Venne a sapere, tra l’altro, che Andreas veniva lì da trent’anni e che prima di lui era venuto suo padre, e la gente del suo villaggio era sempre venuta lì a pregare in memoria della santa Vergine. Padre Jung volle sapere se il luogo fosse conosciuto localmente con qualche nome particolare. Sì, disse Andreas, era conosciuto dalla gente del suo villaggio come Panaghia-Capouli, la «Porta della Tutta Santa». Aggiunse ancora che essi erano le uniche persone che si arrischiavano a venire lì. Tutti gli altri si tenevano alla larga per paura dei pericolosi briganti che infestavano le montagne.
Alla fine di un’altra giornata pesante ma piena di soddisfazioni, tutti dormirono bene sotto il grande baldacchino dei platani, ad eccezione di Thomaso, che sedette tutta la notte con il fucile in grembo, facendo la guardia e prestando attenzione al più piccolo rumore.
Trascorsero il sabato mattina sulla montagna, così che padre Jung poté fare un ulteriore giro d’ispezione, poi scesero a valle e quindi salirono sul treno per Smirne nel tardo pomeriggio. Il giorno successivo padre Jung andò a trovare padre Poulin per riferirgli del loro viaggio. Il suo rapporto si concluse con l’opinione di aver trovato davvero la casa dove era morta la Vergine Maria. Padre Poulin non fece nulla per mascherare il suo stupore nell’udire questo. Padre Jung – per tutti la «voce della ragione», l’intransigente sostenitore del metodo scientifico, l’avversario dei mistici – stava effettivamente dando ragione a quei «sogni ad occhi aperti, tipici delle ragazze», che un tempo aveva denunciato con tanto accanimento?
In tal caso, annunciò padre Poulin, non restava che andare a vedere di persona questa casa che stava provocando tanto scompiglio. Preferibilmente presto, piuttosto che tardi.
Padre Jung prese la palla al balzo: mercoledì sera 12 agosto 1891, i due preti-studiosi s’incontrarono all’Ospedale Francese e cenarono per tempo, poi si ritirarono a dormire qualche ora prima di prendere il treno merci che partiva da Smirne poco dopo la mezzanotte. Su insistenza di suor Grancey essi presero con loro il giardiniere dell’ospedale, Constantin Grollot, che aveva fama d’essere un buon tiratore e quindi poteva imbracciare il fucile in loro difesa. Fu un viaggio penoso. Non c’erano sedili né panche nel vagone; la notte, senza luna, era fresca ed essi erano costantemente sballottati di qua e di là ad ogni fermata del treno, che sostava anche nelle più piccole stazioni del tragitto. Quando finalmente arrivarono a destinazione, giunse quasi come una liberazione l’arrampicata mattutina su per la montagna.
Erano appena arrivati presso la casa che padre Poulin cominciò a esaminare il sito e a cercare tutto il possibile per confrontarlo con i particolari riferiti dalla Emmerick: la dimensione e la forma della casa, la sistemazione delle stanze, il piccolo ruscello, le formazioni della roccia sulla collina dietro la casa, la vista del mare e anche di Efeso dalla cima. Un po’ alla volta, particolare dopo particolare, i suoi dubbi cominciarono a sciogliersi come neve al sole. Ma continuava a porsi degli interrogativi. Ad esempio:dove si trovava il focolare che divideva la stanza principale? Padre Jung lo fece mettere dove suor Emmerick aveva indicato, poi lessero i passaggi di rilievo che trattavano di altri aspetti della casa in rapporto ad esso: tutto quadrava! Ma cosa era avvenuto della seconda stanzetta, dall’altra parte rispetto alla camera da letto di Maria? Certo, non c’era più, ma rimanevano i segni di un passaggio ad arco che doveva essere stato l’entrata a qualcosa. E infine, il piccolo vestibolo all’entrata della casa: perché suor Emmerick non ne aveva parlato? Impossibile dare una risposta, ma, nel contesto tanto della casa quanto delle visioni, si trattava di qualcosa sicuramente marginale.
Quella sera, di ritorno alla locanda di Ayasoluk, dove trascorsero la notte prima di ritornare a Smirne, padre Poulin non era ancora disposto ad ammettere di aver sciolto tutti i suoi dubbi sulla Collina degli Usignoli, ma ne aveva risolti quel tanto che bastava per sapere che ora avevano la sacrosanta responsabilità di occuparsi di quello che avevano scoperto, di qualunque cosa si trattasse.
5. Acquisto del terreno su cui sorge la casa di Maria
Di conseguenza, padre Jung organizzò immediatamente una terza spedizione sulla montagna. Diversamente dalle precedenti, ne avrebbero fatto parte solo dei laici, a eccezione di padre Jung stesso, e avrebbero trascorso una settimana intera accampati sulla montagna con l’obiettivo, questa volta, di non lasciare una sola pietra inesplorata e, quindi, non documentata, non disegnata, non misurata o non fotografata. Per quanto dipendeva da padre Jung, la spedizione sarebbe stata decisiva nel determinare se da allora in poi quelle pietre sarebbero diventate note come rovine di un «monastero», come indicato dalle donne che lavoravano nei campi di tabacco; o come parte della «Porta della Tutta Santa», come erano conosciute da Andreas e dai cristiani che abitavano il villaggio di Kirinca; oppure fossero quello che, in modo sconcertante, aveva detto Anna Katharina Emmerick: la casa dove aveva trascorso gli ultimi anni e infine era morta la Vergine Maria.
La loro settimana di ricerche produsse, oltre a una documentazione molto abbondante e precisa, due successi principali. Il primo fu la scoperta, a circa milleduecento metri dalla casa, delle rovine di un castello…, e suor Emmerick aveva detto che nelle vicinanze c’era un castello. Il secondo successo fu la conseguenza di un’ispezione ravvicinata delle presunte stazioni della «Via Crucis», ciascuna delle quali si dimostrò più accuratamente segnata e simmetricamente delimitata di quanto non fosse stato osservato in precedenza. In particolare, la stazione più elevata era disposta in una successione tale e collocata in un luogo così particolare, che padre Jung si sentì di battezzarla come stazione del Calvario. L’unico disappunto fu quello di non riuscire a trovare la tomba di Maria.
Domenica 23 agosto 1891 presso la casa venne celebrata la prima messa in latino. Fu una cosa molto semplice: Andreas aveva improvvisato un altare mettendo insieme pezzi di legno. Poi, assistito da Andreas con moglie e figlie, e anche dai compagni laici, padre Jung celebrò la messa. Questo toccò talmente i greci presenti che implorarono padre Jung di rimanere fino al 27 agosto onde celebrare la messa per la loro festa dell’Assunta. Sfortunatamente doveva essere di ritorno a Smirne il giorno 26 per l’inizio del ritiro annuale dei Lazzaristi.
Era trascorso appena un mese da quella prima scettica esplorazione, organizzata in modo piuttosto riluttante, alla ricerca del… santo tesoro, che già l’interesse si spostava dall’identificazione della casa – sulla questione si stava rapidamente formando un consenso – a come trovare un modo per proteggere un bene che ormai era considerato unico al mondo.
Il modo più sicuro era quello di acquistarlo. Ma si frapponevano grossi ostacoli a questa soluzione: trovare il proprietario del terreno, poi trovare il denaro per comprarlo e infine convincere il proprietario a vendere. Il primo problema fu superato con facilità sorprendente e con un colpo di fortuna. Il 27 gennaio 1892 i padri Poulin e Jung, assieme a un amico pratico di affari, monsieur Binson della Compagnia Imperiale Ottomana del Tabacco, stavano viaggiando in treno verso Ayasoluk per fare indagini discrete sulla proprietà del terreno attorno a Efeso, quando nel loro compartimento entrò un giovane greco. Per una felice coincidenza Binson conosceva il datore di lavoro del giovane, e per una coincidenza ancora più felice il giovane sapeva che il terreno in questione era di proprietà congiunta del Bey di Arvaia, un nobile turco assai noto, e del suo dissoluto nipote Ibrahim. Ma non solo, egli era anche al corrente che proprio in quel periodo entrambi avevano bisogno di soldi.
Senza perdere tempo, appena giunti ad Ayasoluk, i due religiosi e Binson presero appuntamento con il Bey, che li ricevette quel pomeriggio. Dopo un elaborato scambio di cortesie e una chiacchierata rituale durata ore, Binson, l’unico dei tre ospiti in grado di parlare turco, sollevò la questione dell’acquisto della proprietà del Bey presso Efeso. Il Bey disse che ci avrebbe pensato.
Dopo aver felicemente risolto con un solo viaggio uno e mezzo dei tre problemi, i visitatori ritornarono a Smirne con le buone notizie. Lì furono accolti con notizie ancora migliori. Suor Marie de Mandat Grancey, che aveva creduto nella casa di Maria fin dall’inizio, era disposta a mettere mano al suo patrimonio privato per acquistare la proprietà. Perciò il 27 febbraio essa depositò 45.000 franchi nella sede di Smirne del Crédit Lyonnais, su un conto speciale aperto proprio per l’acquisto. Ormai non rimaneva che aspettare le decisioni del Bey.
E fu necessario aspettare… Per mesi l’astuto e anziano signore turco non fece che tessere la sua ragnatela, ricorrendo a ogni tattica dilatoria immaginabile, provando da una parte a rilanciare sul prezzo e dall’altra cercando finanziamenti alternativi. Diverse volte l’accordo sembrò sul punto di essere siglato, con il Bey che si ritirava all’ultimo momento. Finalmente il 15 novembre 1892 l’attesa si concluse. Era la festa di padre Poulin e quella mattina, mentre usciva da messa alle 8.30, gli fu consegnato un telegramma, che diceva semplicemente: Bonne fête. Affaire terminée. Binson (Buona festa. Affare concluso. Binson).
Binson era riuscito a chiudere l’affare il pomeriggio precedente. Il prezzo finale ammontava a 31.000 franchi. La proprietà, che comprendeva un totale di centotrentanove ettari, era lunga due chilometri e aveva una larghezza media di un chilometro. Essa fu registrata sotto il nome di suor Marie de Mandat Grancey.
Due settimane più tardi, padre Poulin decise che fosse giunto il momento di fare qualcosa che aveva sempre rimandato da sedici mesi. Andò a Smirne, dall’arcivescovo Timoni e gli parlò della scoperta sulla Collina degli Usignoli. Anziché mostrarsi perplesso a queste notizie inattese, come padre Poulin si aspettava, l’arcivescovo si mostrò affascinato. Disse di aver sempre pensato che Maria fosse morta a Efeso. Di fatto, fu così entusiasta per le notizie che annunciò immediatamente la sua intenzione di guidare al sito una delegazione ufficiale. E già l’indomani creò una commissione d’inchiesta comprendente dodici dignitari (sette uomini di Chiesa, tra cui i padri Poulin e Jung, e cinque laici) che lo accompagnasse a Efeso. A padre Poulin, sorpreso da questa decisione davvero inattesa, toccò il compito di fare tutti i preparativi necessari.
Il giovedì mattina, 1° dicembre 1892, la delegazione guidata dall’arcivescovo Timoni, più Pelecas e Constantin Grollot, arrivò alla stazione di Ayasoluk, dove fu accolta da Binson, che aveva procurato dei cavalli per tutti. Anche Andreas e Mustafà erano nella compagnia. Il gruppo lasciò la stazione e si diresse verso la nuova proprietà di suor Grancey, che venne raggiunta verso le undici. Dopo diverse ore trascorse a esaminare i ruderi della casa di Maria e i dintorni e a confrontarli con la descrizione di Anna Katharina Emmerick, e dopo aver conferito a lungo tra di loro, l’anziano prelato e i suoi compagni fecero ritorno a Smirne. Lì l’arcivescovo Timoni redasse un lungo documento che descriveva in dettaglio le loro scoperte e mostrava che esse corrispondevano esattamente alle descrizioni della Vita della santa Vérgine Maria di Anna Katharina Emmerick. Il documento, che fu sottoscritto da tutti i membri della commissione, concludeva che «le rovine di Panaghia-Capouli sono veramente i resti della casa abitata dalla Vergine Maria».
Finalmente la Chiesa aveva parlato.