Le seguenti riflessioni missionarie si sviluppano intorno ai due Misteri fondamentali della nostra fede cattolica:

  1. Unità e Trinità di Dio;
  2. Incarnazione – Passione – Morte – Risurrezione di Gesù Cristo.

La contemplazione di questi due Misteri introduce il cristiano nella comprensione del Piano di Dio sull’uomo. Questa comprensione dà una dimensione cattolica (= universale) alla coscienza cristiana e diviene per il cristiano un’esigenza, una decisione, un impegno, un fermento d’azione, una militanza per l’avvento del Regno di Dio. Questo Regno di Dio è già vita eterna in questo mondo e, quindi, è anche affermazione che questo mondo, mediante lo sforzo umano in comunione con la SS. Trinità, è destinato a divenire un mondo differente, nuovo. Da questo punto di vista, un aspetto molto significativo del peccato è la rassegnazione. In effetti, se il peccato consiste nel voler essere più che un uomo, allo stesso modo consiste nel voler lasciare da parte la forza che proviene dal dinamismo della fede e accettare di essere meno che un uomo, scaricando la propria responsabilità su Dio stesso, gli altri, i condizionamenti storici, ecc. La gran forza del cambiamento del mondo risiede nell’interiore dell’uomo, nel suo cuore vivificato dalla fede in Dio, la quale, quando è vera fede cristiana, è un fermento di azione e fa dell’uomo un militante convinto, sperando secondo la promessa di Dio “cieli nuovi e terra nuova”, un mondo dove regnerà la giustizia (2Pt 3,13), finché Dio sarà tutto in tutti in tutti (1Cor 15,28).

1. DIO E L’UOMO

Ci sono delle domande che certamente si fanno tutti. Tutti quelli per i quali ogni giorno della vita è un vero problema. Un problema a volte così asfissiante che non lascia tempo per cercare la risposta adeguata al “problema”, che è il problema fondamentale, quello decisivo. È il problema che è sollevato da quelle domande a volte ridicolizzate, come se fossero proprie di adolescenti e non di persone adulte: Chi sono?, da dove vengo?, dove sono incamminato?, esiste un futuro per noi esseri umani, al di là della linea dell’orizzonte impreciso?. O meglio, sarà che noi siamo pacchetti e campioni senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino per la sepoltura?

E se un “Al di là” esiste, qual è l’autentico volto di Dio? Qual è il Piano di Dio sull’uomo? perché Dio mi chiamò all’esistenza? Qual è il significato delle realtà terrestri, del mondo in cui sono inserito, della storia? (cfr. GS 10).

La risposta a queste domande è possibile solo quando rivolgiamo il nostro sguardo di fede verso lo stesso Dio e gli domandiamo: «Chi sei tu?, qual è la tua natura?, che cosa fai?, che cosa pensi di fare degli uomini e dell’universo?».

Per capire qualcosa dell’uomo e del suo destino, abbiamo bisogno di capire qualcosa di ciò che Dio è in se stesso e nel suo rapporto con gli uomini. L’esatta comprensione del mistero dell’uomo incomincia dalla comprensione del Mistero di Dio, cioè dalla comprensione dell’essenza della vita divina (GS 22).

2. IL DIO DEI FILOSOFI E IL DIO DELLA RAGIONE UMANA

La ragione umana arriva alla conoscenza dell’esistenza di Dio e ci dice anche qualcosa della sua natura, concependolo come l’Essere Supremo e Perfettissimo, il Trascendente, totalmente superiore e essenzialmente differente dagli esseri umani, il totalmente Altro, l’Altro Assoluto.

Per i filosofi greci e romani, Dio era una Idea, l’idea del Bene, non una persona viva; l’idea non soffre non si “appassiona”. Di fatto di questo Dio si dice che “non può mescolarsi con l’uomo” (Platone Symp. 203a), che al più può essere “amato”, ma mai “amante”; egli muove il mondo in quanto è amato, come causa finale – dice Aristotele – non in quanto ama ed è il primo ad amare. Sarebbe declassato, se così facesse, giacché si sottometterebbe a ciò che è mutevole e particolare. Dio è motore immobile, cioè colui che muove tutto, ma rimanendo egli stesso immobile e impassibile.

Da questa concezione e rappresentazione di Dio, che s’infiltrò nella mentalità cristiana, deriva, nella maggior parte dei casi, l’immagine di un Dio “solitario”, “individualista”, “Monarca assoluto”, e, a volte, perfino “totalitario” e contrario alla felicità degli uomini.

Tra Dio e l’uomo esiste un “abisso ontologico”; tra l’essere divino e l’essere umano esiste una distanza infinita, a causa della natura di ciascuno di essi: Dio è l’Assoluto, la fonte di tutto l’essere, il creatore; l’uomo è la creatura, colui che riceve il suo essere, assolutamente dipendente. Il dialogo, per tanto, tra i due è possibile; ma non può essere un dialogo intimo, famigliare, di amicizia. Sì, Dio s’interessa del mondo, da lui stesso creato, e vuole aiutare l’essere umano, ma si tratta di un interesse freddo, frutto della sua onnipotenza e del dominio assoluto, che gli compete sulle creature: Dio è il Dio delle altezze, separato dagli uomini.

Secondo questa concezione di Dio, il fine dell’uomo non è Dio stesso, ma “qualcosa che Dio dà”: benessere e piaceri terreni o gaudio spirituale o perfino una certa contemplazione di Dio. Per tanto, raggiunge il fine dell’esistenza chi riesce a “ottenere” queste cose di Dio.

Questa separazione tra Dio e l’uomo si riflette necessariamente anche nel modo di concepire le relazioni degli uomini tra loro: gli uomini sono esseri isolati e ciascuno arriva al suo fine da solo, per conto proprio; nell’altra vita riceverà individualmente da Dio il premio o il castigo, secondo la condotta vissuta in questa terra.

Con la mentalità individualista nasce la mentalità “razzista, elitista, classista”, l’individualismo di gruppo, con il conseguente dominio dei gruppi più forti sui deboli, con la tragica storia dello sfruttamento dell’uomo per mezzo dell’uomo, frutto dell’immagine di un Dio “impassibile” di fronte alla condizione dell’uomo. Sorge così una “parete che separa l’uomo dall’uomo” (Sartre).

Forse qualcosa di questa concezione religiosa si può intravvedere anche nel sistema religioso degli Incas. Il principio basico è il Sole, e da lui discende la famiglia regnante, di origine divina: Il primo Inca o imperatore, Manco Capac, era figlio del Sole, che gli aveva affidato il compito di diffondere tra gli uomini le leggi, la civilizzazione e le arti.

Ma, a un certo momento, questo primato del Sole sembra messo da parte, e viene riconosciuto un posto superiore a un’altra entità divina più antica, di nome Viracocha.

Viracocha è, in effetti, la divinità creatrice più importante tra le divinità del mondo inca. Il suo nome può significare: Signore Altissimo, Raggio del Lago, Creatore di tutte le cose. Era la fonte di tutto il potere divino e si serviva di tutti gli esseri soprannaturali per governare la sua creazione, come il Sole, dio maschio, che proteggeva e maturava le messi. Una volta che terminò la sua opera creatrice, entro nel mare con i suoi servi e camminarono attraverso le acque increspate come se fosse una pianura solida, si allontanarono e nessuno seppe più niente di loro. Per questo si dice che Viracocha significa anche Spuma del Mare.

Il sistema mitologico e religioso incaico è ben elaborato intellettualmente e organizzato praticamente e presenta le caratteristiche fondamentali del “Dio dei filosofi”. In effetti, Viracocha è un Dio trascendente, perché non è incluso nel quadro del creato; è creatore e demiurgo spirituale e, per tanto, invisibile. La figura umana con la quale viene rappresentato è appena un’incarnazione temporanea per mantenere sveglia l’attenzione degli uomini. È un Dio che appare tardivamente nell’organizzazione religiosa degli Incas, in occasione di un’alleanza con alcuni gruppi vicini, quando già è delineata la concezione del mondo, quando nell’altare maggiore del tempio di Cuzco (Inti Huasi), erano collocati vari dèi e nella parte superiore stava il Sole. Viracocha ottiene il posto più alto nella mappa celeste nella quale erano collocate le immagini degli dèi degli Incas: è la causa ultima di tutto. Tuttavia chi governa il mondo è la più potente opera del suo potere creatore, il Sole, attraverso l’Inca, figlio del Sole, giacché, terminata l’opera, Viracocha si allontanò e nessuno ha saputo più niente di lui…, lasciando il cammino libero alla religione solare, nel quale domina l’individualismo personale e di gruppo dei “saggi e intelligenti” e l’arretramento dei “semplici”.

La religione solare, infatti, significa uno stadio molto superiore all’animismo e al totemismo; da qui nacque uno stato intensamente teocratico, nel quale avevano un predominio assoluto i sacerdoti e soprattutto la famiglia imperiale degli Incas, che portavano il titolo di Intip Churi ossia Figli del Sole, ed erano gli unici che potevano pronunciare il suo nome, proibito alle genti del popolo.

“La religione dello stato incaico era interessata maggiormente all’organizzazione, e in particolare alla somministrazione di viveri e ai riti, più che a essere interessata al misticismo e alla spiritualità”.

La classe sacerdotale si divideva in una complessa organizzazione d’incarichi; quelli di categoria superiore erano eletti tra i membri della famiglia imperiale (il sommo sacerdote era fratello dell’Inca) e dell’alta nobiltà, che riuniva così nelle sue mani il potere civile, militare e religioso, in una delle organizzazioni politiche più assolutiste che abbia conosciuto l’umanità.

Gli atti rituali erano molto complicati, solenni e con un fastoso cerimoniale, organizzati secondo un calendario liturgico, che aveva carattere civico-religioso, riflesso delle tradizioni di una società marcatamente teocratica.

Dietro questo gruppo privilegiato, che si era impossessato del Sole creato da Viracocha, e che usava distintivi e abiti speciali oltre i ricchi paludamenti e i gioielli degli atti di culto, veniva il resto degli infimi esseri umani, privati della partecipazione diretta in questo mondo religioso superiore. Questi, spinti dal loro istinto religioso fanatico e magico, ricorrevano ad una infinità di indovini, fattucchieri e guaritori, che prosperavano a fianco del culto ufficiale.

3. LA MORTE DI DIO

Nel nostro tempo, l’uomo sta facendo il tentativo di liberarsi totalmente di Dio e di dare senso alla sua vita al di fuori della realtà divina, cioè senza aver bisogno di uscire da se stesso e aggrapparsi a Dio, a un «Al-di-là». Ma non ci riesce: la certezza della morte si gli presenta come un continuo guasta feste, il massimo enigma (cfr. GS 18).

«Anche se per l’umanità il futuro fosse più felice, anche se fosse costituito un paradiso di fratellanza e di libertà, rimarrà aperta per ogni essere umano quella porta tenebrosa che egli passerà con tanto maggior rammarico quanto più quello stato sarà felice e l’umanità più perfetta. Anche se la scienza riuscisse a trovare qualcosa per allungare di molto la vita umana, su questa terra potrà sempre accadere di tutto. Non si è sicuri della propria vita. Né della propria felicità. Né del senso della propria esistenza» (Catechismo Olandese, Elle Di Ci, p. 16).

L’uomo non può chiudersi nel suo mondo senza distruggere se stesso. La morte di Dio coincide con la morte dell’uomo. L’uomo per vivere ha bisogno di essere sempre unito a Dio.

A questo riguardo è significativa l’affermazione di Plutarco contro l’epicureo Colote:

«Andando per il mondo, potresti trovare città che manchino di mura di difesa, di lettere, di re, di case, di ricchezze, di denaro; città dove non siano conosciuti palestre e teatri; ma una città sprovvista di templi e di divinità, che non pratichi orazioni, giuramenti, oracoli, che non offrano sacrifici per ottenere benefici, che non allontani i mali attraverso riti sacri, una città di questo genere nessuno la vide giammai. Penso che si possa costruire una città senza posto, più che una comunità si unisca e si mantenga unita, se le venisse a mancare la fede negli dèi».

Per questo il Concilio Vat. II afferma:

«L’aspetto più sublime della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. … la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola quella divina» (GS 19a; 22e).

Ma quest’unione non può essere sentimentale e incoerente, come se Dio fosse un giocattolo o una “scappatoia” per i momenti di angoscia o per il momento della fine della vita; l’unione con Dio dà vita, quando è una unione di autentico impegno e alleanza con Lui, in modo tale che sia una unione vitale, mediante la quale Dio sia il mio “tutto”, il “tutto” che dà significato pieno alla mia vita. Affermare per esempio “io sono credente ma non praticante”, significa entrare nel cammino dell’incoerenza che vanifica la fede che si proclama e che in fin dei conti equivale a dichiarare la morte di Dio…

4. IL DIO DELLE RIVELAZIONE

L’uomo, servendosi delle sue capacità intellettive e morali, cercò una soluzione a questo problema fondamentale della sua vita: la sua vocazione divina. Di fatto, arrivò a scoprire l’esistenza di un Essere Supremo e alcune caratteristiche e attributi di questo stesso essere, per es. che è unico, onnipotente, eterno, creatore ….

Ma con le sue capacità umane, l’uomo non riuscì a scoprire niente circa la “struttura intima” della vita di Dio; mai vi riuscì. Cicerone poteva affermare degli uomini del suo tempo: «Non esiste popolo così primitivo e così barbaro che non ammetta l’esistenza degli dèi, anche se si inganni circa la loro natura» (De natura deorum, I,16).

D’altra parte è un fatto evidente che le relazioni dell’uomo con Dio, anche se in modo molto incerto, tendono a stabilire un contatto più diretto e intimo con Lui, superando il semplice atteggiamento di supplica e di richiesta di aiuto e, per tanto, di dipendenza interessata e servile (= religione utile, mercantile).

Nel mondo antico questa speranza era particolarmente sviluppata nelle “religioni dei misteri”: culti mitologici ma pieni di fede e di speranza, che speravano dalla partecipazione in riti misteriosi un contatto salvifico con la divinità. Provenienti dall’Oriente, questi culti si erano diffusi in tutto il mondo greco-romano perché venivano all’incontro di quel desiderio di Dio che sempre è stato presente nella religione greca. Sebbene fossero credenze leggendarie ed erronee, la disposizione fondamentale di apertura a Dio fece di queste religioni uno dei mezzi preparatori più efficaci per la diffusione del cristianesimo. In quest’ambito, vale la pena ricordare la testimonianza che ci lascia Platone nel Fedone, che è un libro di filosofia e poesia altissima ma anche di fede che si nutre della religione greca. In quest’opera, si può leggere con particolare emozione un passo circa il formidabile problema dell’ «Al-di-là». Partendo dall’indagine filosofica sul problema del nostro destino dopo la morte, afferma che se non si riesce a trovare una soluzione razionale perfetta, alla fine bisogna confidare in una rivelazione divina:

«In casi simili (= circa il problema del destino dopo la morte), non c’è che una cosa sola da fare di queste tre: o apprendere da altri dove sia la soluzione; o trovarla da sé; oppure, se questo non è possibile, accogliere quello dei ragionamenti umani che sia se non altro il migliore e il meno confutabile, e, lasciandosi trarre su codesto come sopra una zattera, attraversare così, a proprio rischio, il mare della vita: salvo che uno non sia in grado di fare il tragitto più sicuramente e meno pericolosamente su più solida barca, affidandosi a una divina rivelazione (o a una parola divina)» (Fedone, XXXV,85).

Di fatto Dio decise di rivelarsi agli uomini con la sua parola amichevole:

«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).

Avendo deciso di rivelarsi, Dio ha parlato agli uomini e ha preso il linguaggio umano dell’amicizia con una finalità molto precisa, quella della comunione di vita dell’uomo con Lui. Questa rivelazione che ha avuto inizio con la chiamata di Abramo e l’elezione di Israele, culmina nella persona di Gesù Cristo, con il quale nasce il nuovo Israele, la Chiesa, che è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, (LG 1), che è “come fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio” (GS 40b).

4.1 Il “Dio di Abramo, di Isacco, e di Giacobbe”

Il Dio di Abramo, …, del popolo di Israele e dei Profeti dell’Antico Testamento, è il Dio che “soffre una passione d’amore”, “pieno di longanimità, di misericordia e di pietà “(Origene) e che, nello stesso tempo, si addolora in cuor suo (cfr. Gn 6,6) e si rattrista (cfr. Sl 78,40); è un Dio-Amore e per questo è il Dio della vita, il Dio che entra nella esistenza turbolenta degli uomini, interessandosi per la loro sorte.

In effetti, nell’Antico Testamento, dall’inizio alla fine, risuona una specie di accorato lamento di Dio, che si esprime in quel grido: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi» (Mi 6,3).

La ragione profonda di questo lamento è l’amore del Padre tradito: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me» (Is 1,2). Ma Dio non si rattrista per sé, come se gli mancasse qualcosa; si rattrista per l’uomo che, comportandosi così, si perde. Si rattrista, dunque, per puro amore. La Bibbia non ha paura di mettere in luce una certa “impotenza” di Dio, causata dal suo amore per l’uomo. Gli uomini fanno di tutto per provocare Dio con i loro idoli e con la loro ribellione; secondo giustizia, Dio dovrebbe distruggerli, tuttavia assistiamo a un dibattito, a un certo dramma, che si verifica in Dio stesso, rivelato da queste parole pronunciate per mezzo di Osea: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira» (Os 11, 8.9).

Anche quando Dio è obbligato a ricorrere al castigo perché il suo popolo si penta e sia purificato dalle sue iniquità, come durante l’esilio, è scritto che «contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo» (Lam 3,33). Se l’uomo soffre, anche Dio soffre, perché deve agire contro il suo desiderio. In un commento rabbinico sulla distruzione del Tempio si legge che in quel giorno «pianse il Santo» e, rivolgendosi verso Geremia, disse: «Oggi sono come un uomo, al quale è morto il suo unico figlio, precisamente nel giorno delle sue nozze: e tu non senti dolore per me e per mio figlio?». Nelle Lamentazioni è Dio stesso che si lamenta, non solo il profeta.

La collera di Dio, della quale tanto spesso si parla nella Bibbia, incluso il Nuovo Testamento, è pura manifestazione di amore, giacché è sempre collera contro il peccato, mai contro il peccatore: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18,23). Dio colpisce e intimorisce il peccatore precisamente per salvarlo dal peccato, lo colpisce nel tempo per salvarlo per l’eternità, anche se quest’ultima verità non è stata compresa chiaramente in forma immediata e fin dall’inizio della rivelazione. In realtà egli «ha compassione di tutti e non prova disgusto per nessuna delle cose che ha creato; se corregge e ammonisce, lo fa perché, messa da parte ogni malizia, gli uomini credano in lui» (cfr. Sap 11,23-12,2). La collera è in Dio un momento della manifestazione della sua trascendente santità.

Di fronte a questa inaudita rivelazione su Dio, affiancata dal pensiero ebraico sul tema della trascendenza di Dio e della gloria divina, gli antichi filosofi manifestano il loro scandalo, giacché sapevano bene che se Dio ama gli uomini e si interessa per la loro sorte, allora non è «impassibile e tranquillo». E non è solamente uno scandalo di ordine intellettuale, ma anche di ordine pratico nel campo dell’etica, perché si rendevano conto che questo Dio li tirava fuori dalla propria tranquillità e li spingeva alla solidarietà verso la grande maggioranza della povera gente.… Per questo negarono positivamente che egli ama, dicendo che soltanto può «essere amato». Ma i cristiani non potevano accettare questa conclusione senza smentire di un colpo tutta la Bibbia, per questo si sono aperti al Mistero di un Dio che “soffre una passione di amore”, cioè, una passione che procede dal fatto che Egli ama e ama davvero: Si tratta di una svolta decisiva nella visione di Dio che non è in primo luogo “potenza assoluta”, ma “amore assoluto”, la cui sovranità non si manifesta nel tenere per sé ciò che gli appartiene, ma nel suo abbandono» (H. V. von Balthassar).

Certamente il termine “passione”, “sofferenza”, applicate a Dio, hanno un significato analogico, differente da quello che hanno nell’ambito umano. In Lui si tratta di una passione infinitamente libera, non soggetta a nessuna necessità o fatto, che non distrugge gli altri attributi divini, ma che li conferma, nonostante che noi non riusciamo a vedere come ciò avvenga. È la “passione dell’impassibile” (S. Gregorio Taumaturgo; cfr. R. Cantalamessa, La vita nella signoria di Cristo, Ed. Ancora; La vida en el señorío de Cristo, pp. 117-136)

4.2. Il Dio e Padre di Gesù Cristo: Dio-Comunità Trinitaria

Il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio», Parola divina, che viene in mezzo a noi, facendosi uomo come ognuno di noi (cfr. Eb 1,1-3; Gv 1,14).

Nella persona di Gesù di Nazaret, il grande inviato, principio e fine di tutto, Dio-uomo e Dio, il Dio amore dell’Antico Testamento si rivela all’umanità nella sua “struttura più intima” e nelle sue relazioni con gli uomini.

Il Dio che Gesù ci rivela è un Dio-Amore, cioè che non solamente “soffre una passione di amore” per l’uomo, ma che Egli stesso non è un individuo solitario, perché è una “comunità”: Dio è Tre Persone, che si conoscono e si amano reciprocamente e appassionatamente. Per Dio vivere o esistere significa prima di tutto amare all’interno della Comunità Trinitaria.

Ma come si realizza questa “intima comunione” in Dio?

È chiaro che l’uomo soltanto con le sue forze mai sarebbe arrivato a questa conoscenza.

E c’è un’altra certezza, che è molto importante e che non bisogna perdere di vista, per capire ciò che Dio ci dice di se stesso: non prese l’iniziativa di manifestarsi all’uomo per soddisfare la sua curiosità intellettuale. Al contrario, Dio si rivela nella storia, cioè nella misura in cui si fa presente nella vita dell’uomo, per stabilire un contatto intimo di amicizia con lui, fino a portarlo a entrare e partecipare della sua vita più intima, cioè introdurlo nel circuito ineffabile di amore che unisce il Padre e il Figlio nella comunione dello Spirito. È nella Storia della Salvezza che Dio si manifesta all’uomo come una Presenza trascendente e salvifico-liberatrice, che lo accompagna nel suo cammino e che è “Amore-Comunione-Trinità”.

Come si realizza questa “comunione” intima in Dio, che costituisce la sua natura “trinitaria”?

L’unica risposta è Gesù Cristo stesso, la sua esperienza religiosa, il suo insegnamento.

Andrea e Giovanni cercano qualcosa di definitivo che dia senso alla loro vita e domandano a Gesù: «Maestro, dove dimori»? (Gv 1,38). L’evangelista Giovanni, riferendo la sua domanda “Dove abiti?”, non pensa solo né prima di tutto in questa grotta o umile abitazione che è il rifugio passeggero di Gesù. Negli scritti di san Giovanni, infatti, l’uso costante del verbo “dimorare” per designare l’unione intima di due persone (Gesù e il Padre o Gesù e gli uomini) lascia capire chiaramente che, per Giovanni e il suo compagno, si tratta di scoprire queste “dimore” di Dio, delle quali hanno nostalgia. Di questa nostalgia lo stesso san Giovanni contempla l’epilogo nell’Apocalisse (21,3): «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio».

La risposta esplicita di Gesù si trova in Gv 15,10, dove dichiara che abita nell’amore del Padre: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». Ma già nel Prologo dice: «Il Figlio unigenito è nel seno del Padre» (Gv 1,18). Il “seno” (cfr. “il seno di Abramo”) è un’espressione ebraica che significa intimità e prossimità. Quale intimità e prossimità?: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). E anche: «Tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21). «Andarono e videro dove egli dimorava» (Gv 1,39). Il suo rifugio provvisorio importa poco. Ciò che importa e che «chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14, 9), e « questa è la vita eterna. Che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).

Captiamo qui lo specifico della vita cristiana, che è unirsi a Gesù, Figlio, nel cuore dello stesso Padre; è “vedere Dio”, conoscere il Padre e il suo Inviato; è con Cristo e in Cristo come il cristiano raggiunge Dio e il suo amore, si lascia prendere (“vi prenderò con me”: Gv 14,3) e introdurre nell’Abbraccio Trinitario, cioè nel circuito ineffabile di amore che unisce il Padre e il Figlio nella comunione dello Spirito Santo e lo annuncia al mondo (cfr. 1Gv 1,1-4).

Prendendo come punto di partenza l’esperienza e l’insegnamento di Gesù, possiamo tentare di balbettare qualcosa su questo Dio-Amore in questi termini:

Da sempre e per sempre Dio Padre pensa con amore infinito e si dà tutto al Figlio (proprio per questo chiamato il “generato” dal Padre o il “Verbo”, cioè il Pensato dal Padre, il suo Pensiero, la sua Parola).

E da sempre e per sempre il Padre che ama il Figlio, è dal Figlio corrisposto nell’amore: questo amore reciproco è così forte e intenso che si concretizza in una persona: lo Spirito Santo, che è precisamente l’amore di donazione che fluisce tra il Padre e il Figlio.

Per tanto, Dio-Amore è Trinità ed esiste da sempre come Trinità: il Dio unico e vero è talmente ricco nella sua realtà interna che deve possedere se stesso tre volte, in tre modi distinti di esistenza, vive come Padre, come Figlio e come Spirito Santo, vive come Amore nella Comunione Trinitaria.

– crf. La lluvia y el manatial, P. Paul de la Croix, pp.29-36

4.3. Conseguenze pratiche

4.3.1. Da questa rivelazione di Dio-Trinitario, nasce nell’uomo credente una visione nuova della natura e dello stesso uomo: gli uomini sono creature fatte in modo tale che possono essere chiamate a partecipare nella “comunione di vita e di amore delle Tre Persone”.

Il destino degli uomini consiste nel partecipare già in questa vita terrena, il più intimamente possibile alla vita divina delle Tre Persone. Nel cristianesimo il fine dell’uomo è “lo stesso Dio”, ciò che è il più intimo di Lui e non “le cose di Dio”. Per tanto, raggiunge il fine della sua esistenza colui che entra il più intimamente possibile in comunione con la Trinità, nella comunione di vita dei Tre, nella sua famiglia, “nel suo Regno”.

4.3.2. In questa prospettiva non c’è posto per una concezione “individualista” dell’uomo: se gli uomini sono tutti così intimamente uniti a Dio-Comunità di amore, sono anche uniti tra loro riflettendo questa comunità, e così tutti formano un’unità in Dio. L’esistenza non è un vivere “ciascuno per se stesso” o “ciascuno con il suo partner”, ma è un “con-vivere”, noi e gli altri nel circuito di Amore che è la Trinità, cioè la Famiglia dei Tre; è un “vivere-per-gli-altri”, secondo la tendenza o il dinamismo di donazione che i Tre collocano o imprimo in noi. Quando si vive nel circuito di amore dei Tre, si partecipa del loro stesso amore e dei loro stessi aneliti salvifici-missionari: l’anelito di ognuno è far sì che tutti entrino in questa comunità di amore, nel Regno, insegnando a vivere il “noi inclusivo”, superano quindi l’ “io solo” e il “noi esclusivo”, secondo il principio “uno per tutti e tutti per uno”.

In effetti, se gli uomini sono inseriti nella corrente viva che fluisce tra le Tre Persone, anche la loro vita umana dovrà essere semplicemente una vita di donazione senza limiti e senza frontiere; scaturisce da qui l’esigenza della vita comunitaria come vera comunione e partecipazione nella corresponsabilità, della cattolicità e dell’impulso missionario della vita cristiana.

4.3.3. Una meditazione attenta sulle relazioni reciproche delle Tre Persone nella Comunità divina, ci aiuta a scoprire la natura delle relazioni che devono esistere nella comunità umana in generale, nella Chiesa universale e nelle Chiese locali (diocesi, parrocchie, comunità religiose, comunità ecclesiali di base, associazioni di fedeli di vario genere). Il “mistero della distinzione delle Persone divine nella sua “unità” è di fondamentale importanza in relazione al modo di concepire la vita dell’uomo:

  • La dignità della persona umana trova il suo fondamento più solido, con tutte le conseguenze che ne derivano: esigenza della personalizzazione, che ogni persona sia il primo responsabile del suo destino, della promozione dei diritti umani.
  • Si definisce il senso di ogni autorità, che mai può essere dispotica ma servizio per la crescita delle persone e della comunione e partecipazione tra loro nella comunità.
  • Nasce il dinamismo senza frontiere della solidarietà, dell’unificazione degli uomini in una grande famiglia, la famiglia di Dio sulla terra, a somiglianza della Famiglia Trinitaria.

Così gli uomini siamo chiamati a vivere qui sulla terra e nel tempo, quella comunione divina di vita che vivono le Tre Persone fin dalla eternità; un Dio “comunione”, “Comunità di amore”, uomini “in comunione, una felicità divina comune, vissuta in comunione, da cominciare già sulla terra, qui e ora, in una tensione per il dono di se stesso agli altri: ecco la sintesi del cristianesimo che il Documento di Puebla presenta come cammino di comunione e partecipazione nella corresponsabilità.