Quale che sia la data esatta della morte di Maria, essa avvenne in un momento cruciale per Efeso e anche per la Chiesa. Da una pare, Efeso stava entrando nel suo periodo aureo. Tra la metà del I secolo e la fine del II secolo d.C. la città era tutto uno splendore di marmi: templi, teatri, scuole, stadi, fontane, terme, ville sempre più sontuose, strade, porte monumentali e la straordinaria Biblioteca di Celso furono tutti costruiti in quell’arco di tempo. Per quanto riguarda la Chiesa, invece, a partire dal martirio di Paolo e Pietro – rispettivamente nel 64 e nel 67 – essa era entrata in un periodo di persecuzioni.

Tuttavia il futuro non era poi tanto luminoso per Efeso e neppure così difficile per la Chiesa, come sarebbe potuto apparire all’epoca. Efeso, pur in mezzo all’esuberanza delle sue opere pubbliche, non aveva ancora risolto il secolare problema dell’interramento del porto. Nel 61 d.C. le autorità municipali avevano fatto uno sforzo decisivo per dragare il porto, ma il limo trasportato dal fiume Caistro continuava a minacciare di separare la città dal mare, cioè dalla fonte principale della sua ricchezza. Quando l’imperatore Adriano, nel 129 d.C., visitò la città, assicurò il suo sostegno entusiasta a un progetto massiccio di ripulitura del porto. Gli efesini, però, combattevano una battaglia che erano destinati a perdere.

1. Declino di Efeso e affermazione del cristianesimo

Nel frattempo, lontano dai clamori, il cristianesimo stava mettendo radici e diffondendosi ovunque. Al tempo della morte di Giovanni (fine del I secolo d.C.) si registravano una ventina di chiese tra Efeso e l’Asia Minore, ed esisteva già un significativo corpo di Scritture cristiane con cui sostenere i fedeli ed educare i pagani che si convertivano, cioè gli scritti che formano il Nuovo Testamento.

Ma non era solo il limo a minacciare la prosperità di Efeso. C’era anche un nemico invisibile: l’inflazione. Alla morte di Nerone, nel 68 d.C., la proporzione d’argento presente nel denarius era scesa al 74%, a fronte del 94% dei tempi di Augusto, e la moneta aveva perso mezzo grammo di peso. La combinazione tra un porto che andava sia pur lentamente scomparendo e una moneta che si stava rapidamente svalutando, alla fine avrebbe sicuramente soffocato Efeso. Inoltre, nel 262 d.C. la città subì un colpo dal quale non si sarebbe mai ripresa completamente: una flotta di cinquecento navi, raccolta dai Goti in Crimea, scese dal Bosforo e attaccò la città, saccheggiandola e distruggendo il tempio di Artemide. Un secolo più tardi, nel 365 e nel 368, due spaventosi terremoti misero fine al periodo d’oro dell’epoca romana e alla gloria architettonica di Efeso.

Ma già prima di queste calamità Efeso aveva cominciato a riprendere vita in altro senso, particolarmente come una delle culle, o centri di diffusione, del cristianesimo. Dopo che nel 313 l’editto di Milano aveva decretato la tolleranza ufficiale nei confronti del cristianesimo, l’antico Mouséion, l’edificio più grande di Efeso, fu trasformato in chiesa e dedicato alla Vergine Maria (all’epoca si contavano centosessantacinque chiese cristiane tra Efeso e l’Asia Minore, contro le settantasette in Italia e le ventiquattro in Palestina). Successivamente, sulla tomba di san Giovanni fu costruita una grande basilica, sulla collina di Ayasoluk, poco a nord di Efeso. Quando nel 380 il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero romano, Efeso era certamente riconosciuta come uno dei luoghi della sua irradiazione, ma anche come luogo della morte della Madre di Cristo.

Il riconoscimento più grande avvenne nell’estate del 431, quasi esattamente quattro secoli dopo la crocifissione di Gesù, quando le supreme autorità ecclesiastiche decisero di tenere il III Concilio Ecumenico a Efeso, presso la chiesa della Vergine Maria. In quell’occasione i Padri del Concilio proclamarono Maria Theotokos, vocabolo greco che significa “genitrice di Dio”: Maria è vera Madre di Dio perché Gesù, nato da lei, è il Figlio di Dio. Per sottolineare ulteriormente la ragione per cui era stata scelta Efeso come luogo per confermare la maternità divina di Maria, alla fine del Concilio l’assemblea dei vescovi inviò una lettera al clero che metteva in risalto come Efeso fosse «il luogo dove vissero Giovanni il teologo e la beata Vergine Maria».

Sembrerà strano che i Padri del Concilio, riuniti a due passi dalla casa sulla Collina degli Usignoli, non abbiano approfittato dell’occasione per interessarsi alle testimonianze rimaste della presenza di Maria a Efeso. In realtà, non siamo informati di nulla. Ma, in fondo, i Padri erano troppo occupati in gravi questioni teologiche per lasciarsi attirare da considerazioni di altro ordine. O forse furono gli stessi cristiani di Efeso a influenzare il loro atteggiamento dichiarando: «Maria non è più qui».

2. La casa di Maria diviene la casa di Giovanni

Da allora in poi fu sempre san Giovanni a essere associato a Efeso. Nel VI secolo l’imperatore Giustiniano fece costruire un’imponente basilica sopra la tomba di Giovanni e la precedente basilica del IV secolo. Lunga oltre 157 metri e larga 78, con sei cupole alte 35 metri, la chiesa copriva l’intera sommità della collina di Ayasoluk. Solo Santa Sofia a Costantinopoli, completata nel 532, rivaleggiava con essa in magnificenza (tra l’altro, la maggior parte del marmo usato nella sua costruzione proveniva dalla demolizione dello Stadio di Efeso, dove un tempo i cristiani venivano esposti alla morte). All’epoca, però, il riempimento del porto aveva trasformato il tutto in acquitrino malsano, con il risultato che quasi tutta la parte restante della popolazione di Efeso si era spostata sul terreno più elevato che circonda la collina di Ayasoluk.

E così, quando il collegamento di Efeso con il mare fu definitivamente interrotto dal fango del fiume Caistro, anche il collegamento storico di Maria con Efeso scomparve sotto il fango dei secoli. Quando Gregorio di Tours, che scrive nel VI secolo, si riferisce esplicitamente alla casa «sulla cima di una montagna nelle vicinanze di Efeso [che aveva] quattro muri senza un tetto», aggiunge solo che «Giovanni era vissuto lì». Un secolo più tardi san Willibaldo, vescovo di Eichstadt, fece un pellegrinaggio a Efeso dove – così scrive – salì sulla montagna alla casa «dove Giovanni evangelista era solito pregare». La casa di Maria era diventata la casa di Giovanni.

Maria fu ulteriormente separata dal suo passato terreno dalla celebrazione che prese avvio nel VII secolo: la festa dell’Assunzione (o Dormizione, come allora era chiamata), il 15 agosto. Poi, nel IX secolo, papa Leone IV (847-855) fece precedere la festa da una vigilia e seguire da un’ ottava, solennizzandola in questo modo sopra altri giorni di festa. Infine, papa Nicola I (858-867) elevò l’Assunzione allo stesso livello del Natale e della Pasqua, mettendo così in parallelo l’assunzione di Maria in cielo con la risurrezione di Cristo. Di conseguenza, Maria cominciò a essere dipinta nell’arte bizantina con prerogative regali, come la regina del cielo, in trono e con lo scettro. In Europa le furono dedicate chiese e cattedrali, tanto che le campane che suonavano l’Angelus – diventato nel frattempo preghiera abituale rivolta a Maria – si potevano udire dalle Isole Britanniche fino al Medio Oriente. Davvero, alla fine del primo millennio, Maria aveva fatto molta strada partendo dalla casetta sulla Collina degli Usignoli!

All’inizio del secondo millennio il cristianesimo si era diffuso in Grecia, Italia, Francia, Spagna, Isole Britanniche, Germania, Polonia, Boemia, Moravia, Serbia, Bulgaria e Russia. Ma il primo secolo del nuovo millennio vide anche sorgere, in Oriente, una nuova minaccia per i cristiani: i Turchi Selgiùchidi si erano riversati nell’Asia Minore, mettendo in rotta l’esercito bizantino nel 1071 a Manzikert, vicino al Lago Van, nell’attuale Turchia orientale. Nel giro di pochi anni i Selgiùchidi raggiunsero la costa del Mar Egeo, obbligando i cristiani di Efeso – per citare solo un esempio, ma molto importante – a rifugiarsi sulle montagne dove fondarono il villaggio cristiano di Kirinca.

In parte come risposta a questa nuova minaccia, e in parte come conseguenza della costante frustrazione dei cristiani nel vedere Gerusalemme sotto il dominio dell’islam, papa Urbano n, nel 1095, lanciò un appello perché partissero per la Terra Santa e combattessero per liberare Gerusalemme. Dire che l’invito ebbe successo, sarebbe dire poco. L’anno seguente vide l’avvio della prima Crociata e, con essa, due secoli di incessanti lotte nelle quali i cristiani cercarono di tornare alle loro radici con la forza.

3. L’arte cerca la «Madre di Gesù»

Alla fine del secolo XIII la figura di Maria cominciò a subire una trasformazione nell’arte occidentale: si prese a raffigurarla in forme meno distanti, meno regali e più umane, con gesti ed espressioni più familiari. Il punto di svolta si ebbe probabilmente con i meravigliosi affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, nel corso del primo decennio del XIV secolo. Il suo approccio venne poi adottato dai pittori della scuola fiorentina, dopo di che, nel corso dei due secoli successivi, la Madre di Dio reclamò l’altro suo ruolo di Madre di Gesù, mentre la raffigurazione della sua immagine passò nelle mani dei grandi maestri del Rinascimento: Beato Angelico, Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Piero della Francesca, Mantegna, Dürer, Holbein, Bellini, Lippi, Lucas Cranach, Giorgione, Raffaello, Leonardo, Michelangelo e Tiziano, tra gli altri. Tra molti altri: alla fine del XVI secolo Maria era quasi sicuramente la figura più rappresentata nell’ arte del mondo occidentale, se non del mondo intero. Allo stesso tempo la devozione a Maria si era affermata nelle immense cattedrali gotiche che allora dominavano i territori dell’Europa: slanciati inni di pietra elevati alla gloria della vera fede, dove l’omaggio alla Vergine risuonava tra le volte svettanti, specialmente dopo il 1568, quando l’Ave Maria, grazie al Rosario, divenne la preghiera mariana più abituale e più diffusa tra i cattolici.

Ma che cosa era avvenuto della Maria efesina, la mite, anziana “signora” che aveva trascorso il suo tempo in ambienti così umili da essere quasi completamente dimenticati? In realtà, nonostante gli sforzi congiunti anche se non deliberati di teologi e di artisti, né lei né Efeso erano state completamente dimenticate. Nel 1650, il frate francescano Francesco Quaresmi scrisse che quando san Giovanni «partì per predicare il vangelo in Asia Minore, egli prese con sé la santa Madre di Dio e visse a Efeso». Poco tempo dopo lo storico ecclesiastico francese Louis de Tillemont scrisse: «Riteniamo che non ci siano dubbi sul fatto che Maria sia vissuta a Efeso e vi sia anche morta». Nel secolo successivo il papa Benedetto XIV (1740-1758) si pronunciò sul caso in modo ancora più enfatico, annunciando chiaramente che «la beata Maria aveva concluso la sua vita a Efeso ed era salita al cielo».

Voci come queste avrebbero probabilmente continuato a farsi sentire finché le sabbie del tempo – metaforiche e insieme reali – non avessero definitivamente sepolto le ultime tracce della Maria terrena, se non fosse stato per un’altra voce, uscita dalla fonte meno probabile e immaginabile, che avrebbe parlato e posto fine per sempre all’esilio di Maria nei lontani recessi della storia.

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