La recensione di Stagi è acuta, ma scivola su un fraintendimento di fondo: non si tratta di «conciliare» scienza e fede, ma di rimettere in discussione il paradigma stesso.
Post-teismo: una critica che parte da un equivoco
In risposta a Pierfrancesco Stagi
ApertaMente
Per gentile concessione dell’autore
Il punto centrale della critica di Stagi — per quanto stimolante e condotta con indubbio acume — mi sembra viziato da un equivoco di fondo che vale la pena chiarire subito: l’uso della parola «conciliazione» per descrivere ciò che il post-teismo propone. Parlare di post-teismo come di un tentativo di accordo tra fede e scienza significa presupporre esattamente ciò che il libro mette in discussione: che il teismo rappresenti la forma normativa, stabile e non problematica del cristianesimo, da aggiornare con qualche accomodamento culturale. Ma questa non è affatto la mia posizione.
Il post-teismo non è una mediazione diplomatica tra due mondi, né un’operazione cosmetica per rendere la fede più digeribile alla sensibilità contemporanea. Non si tratta di «salvare Dio» aggiornando l’apparato scientifico di riferimento — come se bastasse sostituire Newton con la fisica quantistica per conservare intatta l’immagine teistica tradizionale. Il punto è ben più radicale: è proprio quell’immagine — Dio come ente supremo separato dal mondo, causa esterna, soggetto contrapposto all’universo, istanza interventista — a essere oggetto della critica. Per questo il termine «conciliazione» è improprio: evoca un compromesso interno al paradigma teista, mentre qui si tratta di rimettere in questione il paradigma stesso.
Altrettanto insufficiente appare l’idea che la risposta alla crisi del cristianesimo consista semplicemente in una sua «riumanizzazione» etica a partire dagli ultimi. Sia chiaro: nessun cristianesimo è evangelicamente credibile se non prende sul serio il volto dell’escluso, del povero, del vulnerabile. Ma pensare che questo basti significa evitare la questione più radicale. Ogni prassi nasce da un’immagine implicita di Dio e dell’umano. Non esiste un cristianesimo etico neutro dal punto di vista teologico.
Se l’immagine di Dio resta quella di un sovrano separato, legislatore esterno, garante di un ordine verticale, allora anche la prossimità agli ultimi rischia di restare inscritta dentro un paradigma paternalistico: un teismo socialmente più gentile, ma pur sempre teismo. La domanda non è «fare il bene» o «stare con gli ultimi»; la domanda è quale comprensione del reale renda intelligibile quella prossimità. Ridurre il cristianesimo a etica umanitaria significa, paradossalmente, impoverirlo. Gesù non annuncia semplicemente una maggiore umanità nei rapporti sociali; annuncia una trasformazione del modo di comprendere Dio, l’uomo e il mondo.
Gesù è il Dio dal volto umano che guarda gli uomini non come servi ma come amici (Gv 15,15). Dio è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. È il Dio di Gesù di Nazareth. La lettura kénotica che il cristianesimo ha compiuto della propria idea di Dio ha prodotto come suo esito la secolarizzazione, la fine del sacro come ciò che è separato dal profano (il mondo) e la fine della religione come espressione del legame con Colui che è aliud (Dio). La secolarizzazione, afferma Gianni Vattimo, non è solo un tratto distintivo della modernità ma anche un «fatto interno al cristianesimo» (G. Vattimo, Credere di credere, Milano, Garzanti 1996, 33).
A differenza di Stagi, tuttavia, non è sufficiente la decostruzione che Vattimo fa del teismo. Se il monoteismo trinitario è stata la forma relativa e kénotica di un Dio che diventa ateo per parlare da uomo all’uomo, il post-teismo intende orientare l’altro dell’uomo verso l’oltre dell’umano. La forma monista, e non più monoteista, del cristianesimo è l’estrema conseguenza di ciò che già la fede biblica indicava identificando Dio come il Dio “di” Abramo, Isacco e Giacobbe. Il genitivo rivela che il fondo di Dio, la sua divinità, è generatività e relatività. Dio è Dio-di (deus-trinitas) nel suo darsi (zoé) e scaturire (physis). Dio è divinità. Nel suo aspetto trans-personale, Dio è relazionalità pura. Come il monoteismo relativo cristiano rivelò la verità del monoteismo assoluto della tradizione ebraica, così il monismo relativo attua la forma con cui il cristianesimo comprende se stesso nell’età post-secolare.
Per questo la contrapposizione tra post-teismo e «cristianesimo degli ultimi» che affiora nell’articolo di Stagi è, in ultima analisi, una falsa alternativa. Una diversa comprensione di Dio non indebolisce l’opzione evangelica per i poveri: può fondarla in modo più radicale, sottraendola alla logica della semplice obbedienza morale e restituendola alla grammatica della comunione, della partecipazione e della reciproca inabitazione che appartiene al cuore stesso del Vangelo. Il punto non è scegliere tra teologia e ultimi. Il punto è riconoscere che proprio una diversa comprensione di Dio (dal monoteismo al monismo relativo) può fondare in modo più autentico quella prossimità evangelica che — su questo Stagi ha ragione — resta irrinunciabile. Il testo di Sir. 43,27 (“Egli è il tutto!”) e il capitolo 25 di Matteo (“tutto quello che avete fatto a uno solo di questi più piccoli, l’avete fatto a me”) ben descrivono l’orizzonte teoretico del post-teismo, da cui Gamberini (il sottoscritto) non fa un passo indietro (da gambero).