Domenica della
Santissima Trinità (A)
Giovanni 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio»
(Esodo 34, 4-6.8-9; Deuteronomio 3,52-56; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18).
Domenica scorsa, con la solennità della Pentecoste, si è concluso il tempo di Pasqua, e con lunedì si è ripreso il tempo ordinario, ossia il tempo della Chiesa (quando i sacerdoti sono vestiti di colore verde), tempo durante il quale siamo chiamati a vivere, nella normalità della vita quotidiana, il vangelo, testimoniando la gioia di essere discepoli di Gesù crocifisso e risorto. Se ci soffermiamo un attimo e volgiamo indietro lo sguardo, possiamo cogliere un unico disegno. Dal balcone del Cielo Dio Padre ha colto quanto gli uomini, dopo il peccato di Adamo ed Eva (Gn 3), si sono smarriti, incapaci di ritrovare la strada per tornare al Cielo: ha mandato i profeti per aiutarli a ritrovare la via, e non solo non hanno dato loro retta, ma li hanno uccisi (cfr Mt 23,29ss). Alla fine, mosso da compassione, ha mandato il suo unico Figlio, “E Dio si è fatto carne, e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14, Natale). Gesù, il Figlio di Dio, ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana, aiutandoci a far memoria che siamo creati da Dio, siamo suoi figli e che Dio è Padre. Con le sue parole e la sua vita, ci ha insegnato con Verità la Via per tornare al Padre, Vita eterna. Così Gesù ci ha manifestato il volto del Padre: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Ci ha ricordato che la via al cielo è possibile per tutti, che non dobbiamo temere, non dobbiamo vergognarci… perché Dio Padre è amore, è fedeltà, è misericordia. Gesù, obbediente al Padre, è morto in croce per la nostra salvezza. Il terzo giorno è risorto, vincendo sul peccato e sulla morte, aprendoci in questo modo la via per tornare al Padre suo e Padre nostro (Pasqua). Un cammino che possiamo fare con fiducia perché, Gesù asceso al Cielo ci ha donato lo Spirito Santo (Pentecoste), primo dono ai credenti, Amore fatto persona riversato nelle nostre persone per vivere da figli di Dio. In questo modo si comprende perché oggi la liturgia ci fa vivere la solennità della Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Una sorta di sintesi e soprattutto meta del cammino fin qui compiuto.
Questo Dio, che si presenta Uno e Trino, non è così lontano come sembra ma è talmente vicino che si è fatto per noi Pane spezzato, Corpus Domini (domenica prossima). Pane del cammino verso il cielo, Pane degli angeli. Un dono che custodisce e svela il Sacratissimo Cuore di Gesù, solennità che celebreremo il venerdì successivo al Corpus Domini.
Tre ricorrenze liturgiche che riassumono il mistero della nostra fede, dischiusa in questi mesi: dal Natale alla morte e risurrezione di Gesù, alla sua ascensione fino alla Pentecoste.
L’eresia di Ario (la quale metteva in dubbio la divinità di Gesù e il legame della Santissima Trinità), condannata nei Concili di Nicea (325, il Credo niceno) e Costantinopoli (381, il Credo niceno-costantinopolitano) favorirono d’altro canto una diffusa attenzione verso la fede nella Trinità, sia nella predicazione che nella pratica di pietà. Già intorno all’VIII secolo appaiono nei prefazi liturgici cenni riguardanti la dottrina sulla Santissima Trinità. Verso l’800 emerge una Messa votiva in suo onore da celebrarsi in una domenica – decisione osteggiata perché ogni domenica comporta la memoria della Trinità – finché nel 1334 papa Giovanni XXII introdusse la festa per tutta la Chiesa.
Dio cammina con noi
La prima lettura propone il testo dell’Esodo, capitolo 34, nel momento in cui Dio passa innanzi a Mosè proclamando “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà” (Es 34,6-7). Di fronte a questa scena di autodichiarazione, Mosè si prostra innanzi a Dio e chiede: “Se ho trovato grazia…che il Signore cammini in mezzo a noi” (Es 34,8). Richiesta che esprime il desiderio che ogni uomo custodisce nel suo cuore, perché al di là di come vanno le cose della vita, ciò che conta è sapere che “Dio è con noi”, poiché “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).
Dio con noi
Forse Mosè mai si sarebbe aspettato che un giorno avrebbe camminato in carne e ossa in mezzo al suo popolo, mai avrebbe solo immaginato che Dio si sarebbe fatto carne in Gesù. Invece lo ha fatto. E non per condannare il mondo disobbediente, ma per salvarlo una volta per tutte.
Celebrare la solennità della Santissima Trinità significa riconoscere la premura di Dio, la sua fedeltà nei confronti degli uomini: un Dio che non si è disinteressato delle vicende umane, ma si è fatto tutto a tutti per raggiungere tutti. Animati dallo Spirito Santo, tale premura e prossimità è chiesta ora a ciascuno di noi, cercando sempre di tendere alla perfezione, coltivando gli stessi sentimenti di Gesù e vivendo in pace, ricorda san Paolo nella II lettura (2Cor 13,11-13). Una Festa quindi che non va vissuta da spettatori, ma che chiede a ciascuno di “Camminare con” gli altri, di farsi prossimi (cfr Lc 15).
Preghiera
“Conserva incontaminata questa fede retta che è in me e, fino al mio ultimo respiro, dammi ugualmente questa voce della mia coscienza, affinché io resti sempre fedele a ciò che ho professato nella mia rigenerazione, quando sono stato battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo”.
(Sant’Ilario di Poitiers)
Trinità:
Dio è legame, comunione abbraccio
Ermes Ronchi
I nomi di Dio sul monte sono uno più bello dell’altro: il misericordioso e pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6). Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza e di bontà.
Che giungono fino a Nicodemo, a quella sera di rinascite. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Siamo al versetto centrale del Vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo… e la notte di Nicodemo, e le nostre, s’illuminano.
Gesù sta dicendo al fariseo pauroso: il nome di Dio non è amore, è “tanto amore”, lui è “il molto-amante”. Dio altro non fa che, in eterno, considerare il mondo, ogni carne, più importanti di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Pazzia di venerdì santo. Ma per noi rinascita: ogni essere nasce e rinasce dal cuore di chi lo ama.
Proviamo a gustare la bellezza di questi verbi al passato: Dio ha amato, il Figlio è dato. Dicono non una speranza (Dio ti amerà, se tu…), ma un fatto sicuro e acquisito: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo ne è imbevuto. Lasciamo che i pensieri assorbano questa verità bellissima: Dio è già venuto, è nel mondo, qui, adesso, con molto amore. E ripeterci queste parole ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ogni volta che siamo sfiduciati e si fa buio.
Il Figlio non è stato mandato per giudicare. «Io non giudico!»(Gv 8.15) Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano (Is 40,12), ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme. Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto (Lc 21,18), neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo ‘sì’ al mondo, prima che il mondo dica ‘sì’ a lui.
Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.
Avvenire
Alla fonte della Comunione
Clarisse Sant’Agata
La madre Chiesa in questa prima domenica dopo il tempo pasquale ci chiama a celebrare la solennità della Santissima Trinità: il Padre che eternamente ama, il Figlio che è rivolto sempre al Padre e depone in lui ogni sua volontà, lo Spirito sempre inviato per rendere vivo questo amore tra gli uomini. Non è una domenica in cui celebrare un dogma, ne in cui celebrare una realtà in cui in fondo siamo immersi ogni giorno, ma forse un giorno in cui fermarci per riprendere coscienza dell’identità di Dio e nostra e per ringraziare di essere immersi in questo mistero d’amore. Cuore di Dio e dell’uomo è la relazione e la liturgia sottolinea come il desiderio della Santissima Trinità sia quello di far entrare tutta l’umanità nella loro danza comunicando la vita divina agli uomini. Il Padre che si comunica all’umanità nello Spirito e nel Figlio Gesù Cristo è il Dio che è comunione e comunicazione in sé stesso. Dalla Trinità divina discende anche la visione della persona umana come relazionale: nella Trinità ogni persona è per l’altro e la persona umana si realizza nella relazione con l’altro. La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Potremmo dire che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…” Un Dio che ama: per la prima volta nel Vangelo di Giovanni appare questo verbo “amare”, che diventerà così frequente nella seconda parte. Giovanni, nella prima parte insiste sul verbo credere: credere in un Dio che ama, non giudica, non condanna la sua creatura che quanto più cerca e tanto più si sente incapace di raggiungere la salvezza che cerca. Credere in un Dio che ama a tal punto da donare il proprio Figlio che con la sua incarnazione porta concretamente nella nostra storia sin nel profondo dell’oscurità umana, l’amore del Padre. Siamo chiamati a credere che in ogni esperienza della vita di ogni uomo, è presente lo Spirito d’Amore effuso da Gesù nel momento nel quale, in un abbraccio d’Amore del Padre, ha donato tutto. In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell’incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa’ che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Non è il peccato che ha fatto sii che il Padre venisse tra noi nel Figlio e rimane con noi nello Spirito, ma l’eccesso di amore, il bisogno estremo di Dio di entrare in relazione con noi, di manifestarci la grandezza e totalità di amore di cui siamo circondati e di cui siamo chiamati a godere.
“Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato …” Salvato dall’unico grande peccato che è il vivere fuori dalla logica dell’amore. Gesù è venuto perché noi possiamo entrare nella vita eterna e questa vita è portata a tutto il mondo, Chi non crede ha le scelte che fa che lo condannano, che lo pongono verso al vita o verso la morte. Una fede nel Figlio che è esperienza di vita nel flusso liberante dello Spirito che ci chiama a rinascere. In questa salvezza per tutti, in questo desiderio infinito di Dio di far si che ogni uomo possa entrare nella relazione d’amore che rende il Padre, il Figlio e lo Spirito dono continuo l’uno all’altro, trova radice il senso profondo del nostro esistere: il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti. Questo prendersi cura dell’altro, questo primato dell’altro che ci insegna la vita della Trinità è la chiave anche per trovare il senso profondo della vita umana che fiorisce nell’entrare in relazione con Colui che l’ha creata, amata e salvata, ma anche nel sentire propria la vita del fratello a cui, nell’amore del Figlio dato, siamo legati.
Nella Veritatis Gaudium (n. 4) leggiamo: “«Da questa concentrazione vitale e gioiosa sul volto di Dio rivelato in Gesù Cristo» discende il «vivere come Chiesa “la mistica del noi” che si fa lievito della fraternità universale», discende «l’imperativo ad ascoltare nel cuore e a far risuonare nella mente il grido dei poveri e della terra» e lo «scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo una trama di relazioni, propiziando una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità».
http://www.clarissesantagata.it
Una storia d’amore
Antonio Savone
Vorrei tanto avere il desiderio che abitava nel cuore di Mosè, il desiderio di vedere la gloria di Dio e ritrovarmi a contemplare nell’adorazione come Dio si manifesta: sempre oltre ogni umana aspettativa. Il Dio potente che Mosè si aspettava di incontrare si manifesta come il Dio misericordioso. Vorrei tanto avere il desiderio di capire di Nicodemo che, seppur nel timore della notte, osa fare domande che scombussolano le sue certezze: il suo desiderio di capire sarà appagato solo dopo la morte di Gesù quando avrà toccato con mano cosa intendeva Gesù quando parlava di un Dio che tanto ama il mondo da dare il suo Figlio unigenito.
Il mistero di cui oggi facciamo memoria potrebbe sembrare qualcosa per addetti al mestiere, non già per noi. Eppure è il mistero nel quale tutto di noi ha inizio e tutto ha fine, tutto trova la sua ragion d’essere, quello che sei e quello che fai: nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo. Non cominciano forse così le nostre giornate (o almeno dovrebbero)? Non cominciano così le nostre attività (o almeno dovrebbero)? Non iniziano così i nostri pasti (o almeno dovrebbero)? Non inizia così la nostra preghiera, questa stessa celebrazione eucaristica? Tutto ha inizio e compimento nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo.
Ma cosa vuol dire dare inizio a qualcosa nel nome del Padre?
Significa riconoscere che della vita non si è padroni e non ne possiamo disporre a nostro piacimento. L’abbiamo ricevuta e perciò sulle nostre labbra non l’imprecazione ma il riconoscimento e la gratitudine (Francesco direbbe: la restituzione). È una vita che è feconda nella misura in cui non la trattieni ma sei disposto a perderla. Quando inizio qualcosa nel nome del Padre, riconosco di non essere io l’approdo ultimo di ogni cosa: la mia vita viene da altrove ed è incamminata verso un altrove che è la relazione con il Padre, appunto.
Nulla è senza senso: tutto verrà riscattato e ricapitolato come la trama di un mirabile disegno. Puoi stare nella vita con fiducia, certo che la meta dei tuoi giorni non è il baratro, non il nulla ma braccia pronte ad accoglierti continuamente.
Vivere nel nome del Padre è vivere non nella logica di un amore condizionato ma in quella di un amore in eccesso. L’eccesso di quell’amore che anche se tu non lo ricambiassi non per questo cesserebbe di amarti.
Cosa vuol dire iniziare qualcosa nel nome del Figlio?
Vuol dire riconoscere che questo Dio ha scelto di assumere la nostra vicenda, è entrato nella storia umana assumendola, condividendola e attraversandola. Vi è entrato scendendo. Quali risvolti potrebbe dischiudere il mistero di un Dio che discende! Egli non è qualcosa di astratto e di irraggiungibile: ha ritenuto degna di sé questa nostra umanità con cui non poche volte facciamo fatica a stare a contatto. Ha fatto sì che un’umana esperienza di non senso come il rifiuto, l’abbandono, il tradimento, il rinnegamento, diventasse esperienza di fecondità.
Puoi stare nella vita con speranza: la tua croce portata dietro di lui e come lui può essere motivo di benedizione per altri. Quando inizio qualcosa nel nome del Figlio Gesù scelgo di stare nella vita con i suoi sentimenti, con il suo sguardo, con la sua passione.
Cosa vuol dire, infine, iniziare qualcosa nel nome dello Spirito Santo?
Vuol dire riconoscere che non soltanto Dio ha scelto di assumere la storia per farla sua ma ha voluto abitare nel cuore di ognuno di noi con la presenza del suo stesso Spirito che ci fa rivolgere al Padre così come poteva fare Gesù.
Puoi stare nella vita promuovendo comunione, amicizia, fraternità, custodendo i germogli che già intravedi spuntare attorno a te.
Quando inizio qualcosa nel nome dello Spirito Santo confesso che l’ultima parola sulla vita non è del male né della morte ma di Dio che continuamente fa sì che l’uomo riprenda a vivere.
Tutte le volte che ci segniamo con il segno della croce è come se ci lasciassimo immergere nella storia di un Dio che sta di fronte al mondo e di fronte a me perennemente nell’atteggiamento del dono: ha tanto amato il mondo da dare… Dare, non prendere, è il verbo di Dio. Dio dà, Dio non trattiene. Dio consegna, non porta via. Dio si espropria, non ruba. Io, immerso in una storia di gratuità e di dono.
Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com
Una comunione d’amore
Enzo Bianchi
È la domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. In verità la Trinità di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo. Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo.
In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. La Trinità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di “dire il mistero, la rivelazione”, del nostro Dio. Ma soffermiamoci sul brano evangelico.
Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle. Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”.
Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni uomo possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per ogni uomo, per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio si è manifestato in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”.
Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento. Dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.
Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture.
Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero vissuto, pur con tutti i limiti umani, la vita di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.
Enzo Bianchi
http://www.ilblogdienzobianchi.it
Un’oasi di contemplazione
Don Angelo Casati
Ha un senso la memoria liturgica della SS. Trinità? Sì, se il mistero di Dio non lo impoveriamo a un balletto di numeri; sì, se il mistero di Dio respira dell’incanto del Libro dei Proverbi, della passione del cuore di Paolo, della tenerezza delle parole di Gesù nel discorso d’addio.
Questa festa è come un’oasi di contemplazione, dopo la pienezza della Pentecoste.
Il cammino ti ha portato alla soglia del mistero. E dalla fessura della soglia puoi intravedere, puoi contemplare. Chissà -me lo chiedo- se siamo ancora capaci, sul treno della vita, di contemplazione. O se non assomigliamo a quei pendolari che ormai viaggiano tutti i giorni, il volto infossato in riviste e giornali, mentre fuori accade il miracolo delle cose. Ma loro sono nelle riviste e nei giornali o nelle chiacchiere vuote.
E forse anche noi… nei libri e nelle riviste di teologia o nelle chiacchiere religiose. E non alzi lo sguardo.
Con l’esito -esito nefasto- che Dio sia ridotto a numeri e diventi un Dio, quanto meno, noioso. In un suo libro-rivista, il cardinale Karl Lehmann parla di un rabbino che gli raccontò che, nella scuola di religione da lui tenuta, era arrivato dalla Russia un giovane ebreo che, mentre lui spiegava, gli domandò a bruciapelo: “Ma di quale Dio parli? Anche Dio è morto. Oppure ne hai un altro?”.
Ecco, il Dio legato ad alcune immagini, ad alcune formule è morto! Quale Dio predichiamo? E, ancora, come possiamo raccontarlo?
Con la poesia, certo, come fa il libro dei Proverbi, con la passione come fa Paolo nelle sue lettere, con la tenerezza come fa Gesù con i suoi discepoli…
Si parla di un Dio che fin dall’inizio ha una compagna, un partner, nell’atto della creazione. È la Sapienza. È -pensate- il suo architetto. Dio ha un architetto, un architetto che immagina, che progetta, che suggerisce, che inventa con lui. E Dio la guarda con gioia, come si guarda con gioia, si contempla, un bambino piccolo che gioca. E dunque Dio non è solo! Non è un solitario: è dentro questo gioco del creato, dentro la danza delle cose, e si entusiasma a questa armonia, gode e prova gioia.
E chissà, chissà -mi chiedevo- che non possa far festa anche oggi, per gli architetti che sognano e inventano, che creano bellezza e armonia, che contrastano il degrado, l’abbrutimento della terra.
La poesia del libro dei Proverbi, la passione di Paolo nelle sue lettere. Paolo che ci assicura della speranza che ci è toccata, una speranza che non delude “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c’è stato dato”. Pensate che cambio di visione per noi. Per noi che siamo per lo più portati a leggere tutto in termini d’assenza, o di impoverimento, o di vuoto. Qui è il contrario: l’amore di Dio è stato riversato, è traboccante, nei nostri cuori.
E noi abbiamo accesso a questa grazia. E infine la tenerezza di Gesù nel suo discorso d’addio. Non ha potuto -pensate, neppure lui- dire tutto. E che presunzione quando noi ci comportiamo come se potessimo dire tutto, definire tutto. Neppure Gesù ha potuto dire tutto: “Ho ancora molte cose da dirvi”.
Lui conosce i nostri limiti, sa che cosa possono portare, di rivelazione, le nostre spalle: “… per il momento non siete capaci di portarne il peso”.
Ma ci promette lo Spirito “che vi guiderà alla verità tutta intera”. E che cos’è questa verità alla quale lo Spirito ci introduce? Non certo una serie di formule teologiche.
Ci introdurrà alla sapienza del vivere, quella sapienza custodita nella vicenda terrena di Gesù, questa sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, la sapienza del vivere che, secondo Gesù, ha questo suggeritore meraviglioso: lo Spirito che ha messo la sua dimora nei nostri cuori.
don Angelo Casati
http://www.sullasoglia.it
La Santa Trinità:
sorgente di misericordia e di missione
Romeo Ballan mccj
Come è Dio dentro di se stesso? Come vive? Cosa fa? Dove abita?… Sono domande che ogni essere umano si pone, almeno in alcune tappe della vita. A queste e altre domande risponde, soprattutto per i cristiani, la festa odierna della Santissima Trinità. È la festa del “Dio uno in Tre Persone”, come insegna in catechismo. Con questo è già detto tutto, ma in realtà tutto resta ancora da spiegare e capire, accogliere con amore e adorare nella contemplazione. Questo tema ha un’importanza centrale per la missione. Infatti, si afferma con facilità che tutti i popoli – anche i non cristiani – sanno che Dio esiste, lo nominano e lo invocano in varie forme; e si è facilmente concordi nel dire che anche i pagani credono in Dio. Questa verità condivisa – pur con differenze e riserve – rende possibile il dialogo fra i cristiani e i seguaci di altre religioni. Sulla base di un Dio unico comune a tutti, è possibile tessere un’intesa fra i popoli anche non cristiani, in vista di azioni concordate: favorire la pace, difendere i diritti umani, realizzare progetti di sviluppo umano e sociale, come si sta facendo in molte parti.
Ma per l’azione evangelizzatrice della Chiesa tali iniziative sono soltanto una parte del messaggio cristiano. Infatti, nel Vangelo la famiglia umana trova risorse nuove e inesauribili per la sua stessa sussistenza e per il progresso umano e spirituale: aderendo alla novità di Cristo! Il cristiano non si accontenta di fondare la propria vita spirituale solo sull’esistenza di un Dio unico, e tanto meno lo può fare un missionario cosciente della straordinaria ricchezza del dono di Gesù Cristo, che ci introduce nel mistero di Dio-Amore. Il Vangelo che il missionario porta al mondo, oltre ad arricchire la comprensione del monoteismo, apre all’immenso e sempre sorprendente mistero di Dio, che è comunione di Persone. La parola mistero qui non va intesa solo nel senso di verità nascosta, difficile da capire; ma piuttosto di verità sempre nuove, da scoprire e soprattutto da vivere. La fede non è un sapere. La fede è esperienza di vita.
In questa materia è meglio lasciare la parola ai mistici. Per S. Giovanni della Croce “c’è ancora molto da approfondire in Cristo. Questi infatti è come una miniera ricca di immense vene di tesori, dei quali, per quanto si vada a fondo, non si trova la fine; anzi in ciascuna cavità si scoprono nuovi filoni di ricchezze”. E rivolgendosi alla Trinità, S. Caterina da Siena esclama: “Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna”.
La rivelazione del Dio uno e trino porta a conseguenze immediate e rinnovatrici per la vita del credente: offre parametri nuovi sul mistero di Dio, sul modo di tessere le relazioni umane, sul rapporto dell’uomo con la creazione… Anche il dialogo fra le religioni si arricchisce di orizzonti nuovi, anche se difficili, come si intravede sin dalle prime battute di un dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano:
– Dice un musulmano: “Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”
– Risponde un cristiano: “Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?”
Questo è solo l’inizio di un lungo cammino per l’incontro; la sfida resta: come continuare il dialogo… anzitutto nelle relazioni interpersonali e sociali, e poi sul piano dottrinale.
Il Dio cristiano è trinitario: è uno ma non solitario; è comunitario. Questa rivelazione arricchisce anche il monoteismo ebraico, musulmano e di altre religioni. Infatti, il Dio rivelato da Gesù (Vangelo) è Dio-amore, Dio che vuole la vita del mondo, Dio che offre salvezza a tutti i popoli (v. 16-17; cfr. 1Gv 4,8). Egli si rivela da sempre come “Dio misericordioso e pietoso… ricco di amore e di fedeltà” (I lettura, v. 6); “il Dio dell’amore e della pace” (II lettura, v. 11); “Dio ricco di misericordia” (Ef 2,4). (*)
Vana è la pretesa umana di spiegare Dio; lo si può seguire, sentire, intravedere. La Bibbia non ci parla di Dio in termini teorici, ma dinamici; ci presenta la storia, i fatti nei quali Dio si comunica, si manifesta. Il racconto biblico ci mostra ciò che Dio-Trinità ha fatto per noi; e dalle Sue opere possiamo intravedere qualcosa di com’è la Trinità dentro di se stessa. Siamo davanti a un ‘monoteismo conviviale’: c’è un Dio uno nella divinità, ma differente nelle Tre Persone. Dio è comunione di persone e, al tempo stesso, custode delle differenze. La Bibbia ci rivela che noi siamo fatti a immagine e somiglianza della Trinità (cfr. Gen 1,26-27): siamo creati, cioè, per la vita, la relazione, la convivialità. La sfida per noi tutti, uomini e donne, fatti a somiglianza di Dio, consiste nel declinare tra di noi, in modo armonioso, la comunione e le differenze.
Tutti i popoli hanno il diritto e il bisogno di conoscere il vero volto di Dio, rivelato da Gesù. I missionari ne sono portatori. Come afferma il Concilio, “la Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il progetto di Dio Padre” (Ad Gentes 2). Parole chiare del Concilio circa l’origine e il fondamento trinitario della missione universale della Chiesa.
“Dove abita Dio?” Il catechismo risponde: “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo”. È vero, ma c’è una risposta più vitale e personale. Un giorno il rabbino Mendel di Kotzk chiese ad alcuni suoi ospiti colti: “Dove abita Dio?” Quelli reagirono ridendo: “Ma non lo sai? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?” Il rabbino replicò: “Dio abita dove lo si lascia entrare”. Dio è là dove ci sono delle persone che si amano. Dio cerca l’incontro personale, bussa alla porta di ogni cuore, offre la sua amicizia. Con un’intimità che riscalda il cuore, regala vita e gioia, sfocia nella missione.
Trinità: In quale Dio credi?
Fernando Armellini
Non basta credere in Dio, è importante verificare in quale Dio si crede.
I musulmani professano la loro fede in Allah, il creatore del cielo e della terra, colui che governa dall’alto, che ha stabilito prescrizioni giuste e divieti santi e vigila, per premiare chi li osserva e punire i trasgressori. Non concepiscono che egli si abbassi al livello degli uomini e che possa scendere per incontrarli e dialogare con loro. È questo il Dio in cui crediamo?
Nella tribù africana presso la quale sono vissuto, si invoca Dio solo in tempo di siccità – si ritiene infatti che la pioggia dipenda da lui – per gli altri bisogni si ricorre agli antenati. Non ci si chiede nemmeno se Dio s’interessi delle malattie, delle disgrazie, dei raccolti dei campi, delle faccende degli uomini. È forse questo il nostro Dio?
A queste domande diamo certo risposte negative; ma proviamo a chiederci: quale immagine di Dio si cela dietro la convinzione – ancora molto diffusa – che, nel giorno del giudizio, il Signore valuterà con severità la vita di ogni uomo? A chi sono soliti ricorrere i cristiani nei momenti difficili per impetrare grazie? Riconosciamolo: adoriamo un Dio che conserva ancora molti tratti delle divinità pagane, suscettibili, severe, lontane.
La festa di oggi – introdotta molto tardi nel calendario liturgico (solo verso il 1350) – offre l’opportunità, attraverso la riflessione sulla parola di Dio, di purificare l’immagine che ci siamo fatta di lui e di scoprire lineamenti nuovi e sorprendenti del suo volto.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Mostrami, o Signore, il tuo vero volto”.
Prima Lettura (Es 34,4b-6.8-9)
4 Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
5 Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. 6 Il Signore passò davanti a lui proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”.
8 Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. 9 Disse: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fà di noi la tua eredità”.
Nella Bibbia vengono riferite spesso le parole pronunciate da Dio. Già all’inizio del libro della Genesi egli comincia a parlare, ma bisogna attendere la fine del libro dell’Esodo per trovare sulla sua bocca un’ampia presentazione di se stesso. Ciò che egli dice viene ripreso dalla prima lettura di oggi.
Un giorno Mosè chiede a Dio di mostrargli il suo volto ed egli risponde: “Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e continuare vivo” (Es 33,18-20).
L’anelito di Mosè è l’espressione del sogno di ogni uomo: vedere Dio, conoscere i segreti più intimi e profondi della sua persona. Per rispondere a questo desiderio, Dio si rivela come il Signore clemente e pieno di compassione, paziente, misericordioso e fedele, che conserva il suo favore per migliaia di generazioni (“migliaia”, dice il testo originale ebraico, non “mille” soltanto, come risulta dalla nostra traduzione), che perdona colpe, delitti e peccati (Es 34,6-7).
I popoli pagani immaginavano Dio come un sovrano potente e terribile, sempre pronto ad adirarsi con chi non gli offriva sacrifici o violava le sue leggi, che puniva con malattie e sventure chi non gli era gradito.
Il Dio d’Israele si rivela a Mosè con un volto completamente nuovo: non è imprevedibile e permaloso, non minaccia, non è l’Essere supremo, esigente e capriccioso, di fronte al quale non si può che tremare e vivere angosciati. Egli guarda con tenerezza gli uomini, comprende i loro errori e li ama sempre e comunque, anche quando peccano.
La sua prima caratteristica è la misericordia. Questo termine suscita in noi un certo disagio, perché viene istintivamente associato all’idea del benefattore compassionevole che, dall’alto della sua ineccepibile rettitudine, concede benevolmente il perdono, ma lascia, in chi ha commesso un errore, la sensazione di essere spregevole. Il termine ebraico, impiegato qui, designa le viscere e indica il sentimento più intimo e profondo che si possa immaginare: quello che prova una madre nei confronti del figlio che porta in grembo. Espressione sublime di questo amore sono le parole che Dio rivolge a Sion che teme di essere rifiutata a causa dei suoi peccati: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (le viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).
Con un audace antropomorfismo, Osea pone sulla bocca del Signore questa dichiarazione di amore per la sposa Israele che lo ha tradito: “Il mio cuore si commuove dentro di me, le mie viscere fremono di compassione” (Os 11,8). Non può esistere colpa tanto grande da essere più forte della sua misericordia.
L’uomo reagisce in modo passionale e impetuoso, Dio invece è lento all’ira, è paziente, tollerante, indulgente; non è impulsivo, non si vendica mai.
Questa caratteristica di Dio è penetrata profondamente nella spiritualità ebraica e anche in quella musulmana ed è richiamata spesso nella Bibbia. Ricordiamo la commovente invocazione del salmista: “Signore, Dio misericordioso, compassionevole, lento all’ira e pieno d’amore, Dio fedele, volgiti a me e fammi grazia” (Sal 86,15-16).
Nel brano di oggi non viene riportato il v. 7. Chi però legge il testo sulla Bibbia, inevitabilmente vi si imbatte e allora è meglio citarlo e chiarirne il significato.
Dio continua la sua rivelazione dichiarando che “conserva il suo favore per mille generazioni, perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”. È un’affermazione sconcertante che sembra contraddire quanto è stato appena detto.
Dio non castiga mai, né in questo mondo né nell’altro: egli ama e salva soltanto.
Quando la Bibbia parla dei suoi castighi – e lo fa spesso – impiega un linguaggio che appartiene ad una cultura arcaica. Si tratta di una metafora che deve essere immediatamente tradotta nel nostro linguaggio di oggi. Quelle che vengono definite “punizioni di Dio”, in realtà non sono altro che le conseguenze del peccato dell’uomo.
Peccato deriva dal latino peccus che indica una persona dal piede difettoso, uno che cammina male, prende storte, si produce slogature, sbaglia strada, cade in un burrone. Nessuno va di proposito in cerca di questi guai. Tutti aspirano alla felicità e alla gioia, ma qualcuno fallisce l’obiettivo e, “senza sapere quello che fa” (Lc 23,34), provoca sciagure, causa tragedie, danneggia se stesso e gli altri e le conseguenze dei suoi errori si ripercuotono, a volte, anche sulle generazioni future.
Dio non punisce chi sbaglia, non aggiunge altro male a quello che l’uomo già si è fatto, interviene, ma solo per salvare, per porre rimedio ai guai provocati dal peccato. Il nome con cui ha voluto essere chiamato è “Gesù”, perché – come spiega Matteo – “egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21).
Il brano si conclude con la richiesta di perdono. Israele è divenuto idolatra, si è costruito un vitello d’oro, si è allontanato dal suo Dio, ma Mosè mette subito alla prova la misericordia del Signore: “Sì, è un popolo di dura cervice – riconosce – ma tu perdona la nostra colpa e fa di noi la tua eredità” (v. 9).
Mosè mostra di avere immediatamente assimilato la rivelazione del Signore. Dio gli risponderà facendo subito alleanza con il suo popolo.
Il primo messaggio di questa festa è dunque un invito a rivedere l’immagine di Dio che abbiamo in mente: lo riteniamo ancora il “giustiziere” dei peccatori o abbiamo capito che egli è ricco di misericordia? Siamo convinti che, “per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (Ef 2,4-5)?
Seconda Lettura (2 Cor 13,11-13)
11 Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. 12 Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
13 La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Questa lettura contiene le ultime frasi della seconda lettera di Paolo ai corinti. Si tratta di espressioni molto dolci, piene di tenerezza, come dovrebbero sempre essere quelle di chi presiede l’incontro di una comunità. La gioia è il primo segno, il più bello, della venuta del regno di Dio nel cuore di un uomo, è il frutto della scoperta del vero volto di Dio.
La comunità in cui – come raccomanda l’Apostolo – i fratelli sono lieti, tendono alla perfezione, si incoraggiano vicendevolmente, coltivano gli stessi sentimenti, vivono in pace e uniti al Dio dell’amore (v. 11) è l’immagine della vita e della beatitudine della Trinità. Il bacio santo che i credenti si scambiano (v. 12) è l’espressione e il segno dell’amore che unisce le persone divine e che, espandendosi, coinvolge i discepoli.
Dopo queste brevi raccomandazioni, Paolo saluta i corinti, servendosi della formula che noi oggi usiamo nella liturgia della messa: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito santo siano con tutti voi” (v. 13). Molto probabilmente erano queste le parole con cui, nella comunità di Corinto, ci si scambiava il segno della pace e il “bacio santo”. Con questa formula, Paolo ricorda ai corinti che il Padre è colui che ha preso l’iniziativa di salvare gli uomini, destinandoli ad una felicità eterna nella sua famiglia; il Figlio è colui che ha portato a compimento quest’opera di salvezza, mediante la sua venuta nel mondo e la sua fedeltà fino alla morte; lo Spirito, l’amore che unisce il Padre con il Figlio, è stato effuso nel cuore di ogni cristiano nel battesimo. Dal momento in cui si riceve questo dono si entra a far parte della famiglia di Dio: la Trinità.
Si comprende così la ragione per cui questa formula trinitaria era usata al momento del segno della pace: l’unità dei membri della comunità nasce dal fatto che essi appartengono alla famiglia di Dio, sono figli dello stesso Padre, fratelli dell’unico Figlio e sono animati dal medesimo Spirito.
Vangelo (Gv 3,16-18)
In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: 16 “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Videocommento
Sono solo tre versetti, ma molto densi, quelli che costituiscono il brano evangelico di oggi. Basterebbero da soli a correggere l’immagine distorta di Dio che è ancora presente nella mente di tanti cristiani – quella del giudice severo e inflessibile – e a spalancare il cuore alla fiducia nel suo amore.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (v. 16). Può essere considerato il vertice raggiunto dalla rivelazione biblica sul senso del creato, della vita, del destino dell’uomo.
Contemplando, stupito, lo svelarsi del progetto di Dio, Giovanni scopre che all’origine di tutto c’è il suo amore gratuito. A differenza di quanto afferma nella sua prima lettera – dove vede questo amore riversarsi sulla comunità cristiana (1 Gv 4,7-12) – qui l’evangelista assiste al dischiudersi di orizzonti sconfinati: l’amore di Dio si espande, incontenibile, inarrestabile, e riempie “il mondo” intero. Siamo agli antipodi della famosa affermazione: “Il mondo in cui viviamo può intendersi come il risultato del disordine e del caso; ma se esso è l’esito di un intento deliberato, questo dev’essere stato l’intento di un diavolo”.
Per quanto possa sembrare strano, l’immagine di Dio che ama l’uomo ha faticato a imporsi in Israele. Si è dovuto attendere il profeta Osea (VIII secolo a.C.) per trovarla una prima volta. Questa reticenza era dovuta al fatto che, nelle religioni pagane, il rapporto di amore con la divinità aveva delle connotazioni equivoche di carattere sessuale.
Giovanni, che ha visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani il Verbo della vita (1 Gv 1,1), giunge ad affermare: “Dio è amore” (1 Gv 4,8), amore che si è manifestato nel dono che ha fatto al mondo del Figlio suo unigenito. Non lo ha donato solo nell’incarnazione, lo ha consegnato nelle mani degli uomini sulla croce. Lì egli ha mostrato il suo vero volto, senza più alcun velo.
Paolo mostra di aver compreso questo prodigio di amore quando, scrivendo ai Romani, dichiara: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8).
Di fronte a questo dono cos’è richiesto all’uomo? Una cosa soltanto: che si fidi, che si abbandoni fra le sue braccia – come fa la sposa con lo sposo – che si consegni a lui, immenso amore, nella certezza di incontrare la vita.
Quando pensiamo a Dio fattosi uno di noi in Gesù di Nazaret, commettiamo a volte l’errore di considerare questo fatto un episodio, una parentesi triste della sua esistenza: è venuto tra noi, è rimasto trentasette anni, ha sofferto ed è morto in croce, poi se n’è tornato in cielo, lontano, felice di aver ripreso la condizione di prima.
Non è così, il nostro Dio si è fatto uomo e rimane per sempre uno di noi, non si è tirato fuori dal nostro mondo, è e rimane per sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi (Mt 28,20).
Uno degli articoli più saldi della fede giudaica era il Dio giudice dell’operato di ogni uomo. Lo stesso messia era atteso non come colui che aiuta a vincere il peccato, ma come l’esecutore del giudizio divino. Questa convinzione trapela anche da molti testi del NT: il Battista annuncia un incombente giudizio dal quale nessuno potrà sentirsi al riparo (Mt 3,7-10); Paolo predica il “giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rm 2,5-6); lo stesso Gesù impiega a volte l’immagine del tribunale: “Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Mt 7,23).
Nel vangelo di Giovanni, né il Padre né Gesù compaiono come giudici che condannano, ma solo come salvatori dell’uomo: “Dio non ha inviato il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (v. 17); “Io non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47).
Sembrano testi contradditori; in realtà, pur impiegando linguaggio e immagini diversi, affermano la stessa verità: il giudizio di Dio è sempre e solo salvezza. Non è una sentenza pronunciata al termine della vita, ma è la preziosa valutazione che il Signore mette oggi davanti ad ogni uomo, affinché le sue scelte siano guidate dalla vera sapienza, non quella di questo mondo che conduce alla morte, ma quella di Cristo.
In questa prospettiva va letto e interpretato il terzo ed ultimo versetto del brano di oggi, in cui viene evidenziata la responsabilità di ognuno di fronte all’amore di Dio: “Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già stato condannato” (v.18).
Il giudizio non viene pronunciato da Dio alla fine dei tempi, ma è attuale: è l’uomo che, fidandosi di Cristo e della sua parola sceglie la vita; rifiutando la sua proposta di amore, decreta invece la propria condanna.
Oggi siamo chiamati ad accogliere la gioia che Dio offre, ma possiamo anche commettere l’insensatezza di ritardare o addirittura di rifiutare questo suo abbraccio. Dall’uomo egli si attende un “sì” immediato, perché ogni momento trascorso nel peccato, nel rifiuto del suo amore, è un’opportunità sprecata.
Qual è il criterio, quale il punto di riferimento indicato da Dio, per avere un giudizio sapiente e retto sulle scelte da fare nella vita?
Troviamo la risposta in un gruppo di testi che, nel vangelo di Giovanni, presentano Gesù giudice: “Io sono venuto nel mondo per il giudizio” (Gv 9,39); “Il Padre ha affidato al Figlio ogni giudizio” (Gv 5,22). È sulla sua persona, sulla sua proposta di vita, sui valori da lui predicati che il Padre valuterà l’esistenza di ogni uomo e ne decreterà la riuscita o il fallimento.
Non si afferma che alla fine egli rifiuterà per sempre chi ha sbagliato, chi ha seguito altri criteri, altri giudizi. Dio non scaccia nessuno, egli “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1 Tm 2,4) . L’assurdità di una sua condanna è presentata da Paolo con una serie di domande retoriche: “Chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio che rende giusti? Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?” (Rm 8,31-34). La conclusione è scontata: “Nessuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,39).
Tuttavia, al termine della vita, quando Dio “proverà col fuoco la qualità dell’opera di ognuno” (1 Cor 3,13), appariranno chiare la conformità o la difformità delle azioni di ognuno con la persona di Cristo. Dio allora accoglierà certamente tutti fra le sue braccia, anche se qualcuno sarà costretto ad ammettere di aver gestito male, di avere irrimediabilmente sprecato l’opportunità unica che gli era stata offerta. L’opera di costui – ammonisce Paolo – “finirà bruciata; anche se egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (1 Cor 3,15).