VIII Settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz


Lunedì 25 Maggio (Memoria – Bianco)
Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

Gen 3, 9-15.20   Sal 86   Gv 19,25-34: Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Martedì 26 Maggio (Memoria – Bianco)
San Filippo Neri

1Pt 1,10-16   Sal 97   Mc 10,28-31: Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Mercoledì 27 Maggio (Feria – Verde)
Mercoledì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Pt 1,18-25   Sal 147   Mc 10,32-45: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.

Giovedì 28 Maggio (Feria – Verde)
Giovedì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Pt 2,2-5.9-12   Sal 99   Mc 10,46-52: Rabbunì, che io veda di nuovo!

Venerdì 29 Maggio (Feria – Verde)
Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Pt 4,7-13   Sal 95   Mc 11,11-25: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!

Sabato 30 Maggio (Feria – Verde)
Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Gd 1,17.20-25   Sal 62   Mc 11,27-33: Con quale autorità fai queste cose?

Domenica 31 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,16-18: Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.


Facendo memoria della Beata Vergine Maria, Madredella Chiesa – nuova Eva (prima lettura) – siamo ricondotti agli ultimi istanti di vita di Gesù secondo Giovanni. Dall’alto della croce Gesù vede sua madre e accanto a lei il discepolo amato, l’amico e confidente, che nell’ultima Cena aveva posato la testa sul suo grembo (Gv 13,25).
Sua madre era presente all’inaugurazione del suo ministero a Cana, e quando durante le nozze aveva fatto notare a Gesù la mancanza di vino, aveva ricevuto da Lui una risposta enigmatica: «Donna, che c’è tra me e te? Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4).
Ma giunta finalmente l’ora annunciatale dal Figlio, l’ora del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre (Gv 13,1), la madre sta in piedi sotto la croce. Accanto a lei il discepolo amato condivide il privilegio di non essere indicato con il nome proprio: madre e amico sono senza nome, ma qualificati dal rapporto vissuto con Gesù. Gesù ha ancora un segno da compiere: mostrare che la comunità messianica, la Chiesa, ormai è presente nella storia del mondo.
La madre e il discepolo devono riconoscersi vicendevolmente. «Donna, ecco tuo figlio». «Figlio, ecco tua madre». Non è più solo sua madre, è la madre dei discepoli, fratelli di Gesù e tutti da Lui amati, tutti suoi “amici” (Gv 15,13-15). Così è rivelato il volto della Chiesa, nella sua polarità madre-figlio, in modo che ciascuno di noi senta la Chiesa come madre e la Chiesa senta ciascuno di noi come un figlio, un caro amico di Gesù.

Il giorno dopo aver la solennità della Pentecoste, della misura del suo amore, la Chiesa si sofferma sul ruolo di Maria, madre della Chiesa. Lo fa perché da sempre i discepoli sono rimasti impressionati dalla forza della prima fra di loro, soprattutto sotto la croce, nel momento più drammatico della sua vita interiore. Sappiamo bene com’è andata: dall’annunciazione fino a quel giorno Maria ha custodito l’immenso mistero dell’incarnazione, ha visto quel bambino così simile a tutti gli altri crescere, gli ha insegnato a camminare, a parlare, a pregare. Poi l’adolescenza e la giovinezza passata nella bottega del padre. Infine l’atteso inizio della sua vita pubblica, le notizie prima esaltanti che giungevano da Cafarnao, poi quelle dolorose che giungevano da Gerusalemme. E a Gerusalemme troviamo Maria che giunge fino ai piedi della croce. Quanto dolore può provare un genitore davanti ad un figlio che muore? E che muore in quel modo? E in modo ingiusto? Quanta rabbia può abitare il suo cuore nei confronti degli uomini. E di Dio?
Invece, annota, Giovanni, Maria ‘stà ai piedi della croce, dimora, irremovibile, nella sua fede.

Maria sta sotto la croce. Sta, dimora, non si muove, non fugge. Non urla la sua rabbia verso un Dio che promette e non mantiene, non si ribella come ci si attende all’epilogo assurdo e drammatico della vicenda del Nazareno. Suo figlio. L’hanno lasciata avvicinare, i carnefici, forse per un recondito moto di pietà verso una madre che vede morire un figlio. Il dolore è straziante ma la madre sta. Dimora, irremovibile nella fede. In quel momento solo lei e pochi altri rappresentano la Chiesa. Si sono stancati i discepoli, sono fuggiti gli apostoli, la nascente Chiesa si è sbriciolata al primo soffio di vento. Maria no. La prima che ha creduto non cede, dimora, resta ai piedi della croce. E quel dimorare l’ha fatta diventare icona di speranza per quanti, nella storia, hanno vissuto momenti tragici. Quel dolore affrontato senza cedimenti, senza tracolli, è diventato l’albero alla cui ombra ci rifugiamo. Quando il dolore ci interrompe la vita e sembra cancellare ogni cosa, Maria ci sostiene e ci aiuta a non cedere, a dimorare, a credere. A lei affidiamo la nostra vita nel momento della prova, per imparare ad attendere la resurrezione.

Che bello ricominciare il tempo ordinario portando nel cuore la splendida festa della Pentecoste! È lo Spirito che ci permette di capire e di comprendere le esigenze del Vangelo. Nel racconto del giovane ricco troviamo l’essenza della diversità cristiana. La fede non si riduce al rispetto di norme o precetti ma consiste nella sequela libera e liberante del Signore Gesù. Per essere suoi discepoli, però, dobbiamo ammettere che troppo spesso siamo legati ad abitudini che non vogliamo lasciare. Il giovane del racconto pur incontrando l’intenso sguardo amorevole del maestro, non riesce a staccarsi dalle sue ricchezze, materiali e morali. Conoscere il Vangelo è sempre un po’ destabilizzante e ci mette in discussione: ciò che pensavamo essere fondamentale per la nostra vita viene relativizzato e noi per primi dobbiamo ammettere di non avere in noi stessi tutte le risposte. Il primo passo da compiere per diventare veramente discepoli è quello di liberarci dalle nostre false idee di noi stessi, degli altri, di Dio. Il nostro cuore per accogliere la novità del Vangelo deve potersi liberare da tutto ciò che lo ingombra.

Filippo Romolo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515 in una famiglia modesta. Dopo la morte della madre, cresce con il padre Francesco e una nuova matrigna affettuosa. Studia filosofia e teologia, ma la sua vera passione è la vita spirituale. A Roma dal 1534, diventa maestro per figli di nobili, ma abbandona il lusso per vivere in povertà, dedicandosi ai poveri e agli orfani. Nel 1551 diventa sacerdote e fonda un oratorio, accogliendo bambini abbandonati e insegnando loro la fede con metodi innovativi e gioiosi, lontani dalle punizioni dure dell’epoca.
Filippo sviluppa la “pedagogia del buonumore”, che lo rende amato dai giovani, ma criticato dai conservatori. Celebre per il suo spirito allegro, ripete spesso la frase “State buoni, se potete”. La sua fama cresce, e diventa un punto di riferimento spirituale per molti, con il dono di leggere nei cuori durante le confessioni. Secondo la tradizione, riceve un segno mistico quando un globo infuocato gli entra nel petto, lasciando un cuore più grande del normale.
Nel 1575, fonda la Congregazione dell’Oratorio, e la sua opera si espande, anche grazie all’aiuto di molti discepoli. Morirà il 26 maggio 1595 a Roma, dove è sepolto nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella. Patrono di educatori e giovani, è invocato contro i terremoti e per la salute delle articolazioni. La sua vita, improntata alla carità, rimane un esempio di gioiosa dedizione alla fede e al prossimo.

Martedì della VIII settimana del Tempo Ordinario
Mc 10,28-31: Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Gli apostoli sono rimasti turbati dalla scena del giovane ricco. Probabilmente anch’essi pensano ciò che ho pensato io leggendo questa pagina: ma come, se se ne va questo ragazzo che, con onestà, ha ammesso di osservare con diligenza tutti i comandamenti, cosa devo fare io che invece, fatico ad osservarli? Di più: come è possibile chiedere realisticamente alle persone di lasciare tutto ciò che hanno per seguire Gesù? Gesù ha spiegato ai suoi e a noi che la ricchezza da abbandonare non è legata allo spessore del portafogli ma all’atteggiamento del cuore. Pietro, allora, lo interroga: noi abbiamo lasciato tutto per il Vangelo… È vero, anche per noi è così. Se abbiamo preso sul serio le parole del Signore, se ci siamo lasciati affascinare dalla logica del Regno, la nostra vita è inesorabilmente cambiata. Fatichiamo a seguire la logica del mondo, non siamo più ammaliati dalle sue seduzioni e dalle sue false promesse. In qualche modo, se non tutto, abbiamo lasciato davvero tanto. E Gesù ci incoraggia: avete ricevuto e riceverete cento volte tanto. Quanto è vero! Pensiamo, oggi, a tutto ciò che abbiamo ricevuto seguendo il Signore…

Mercoledì della VIII settimana del Tempo Ordinario
Mc 10,32-45: Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.

Lo sgomento degli apostoli dopo l’episodio del giovane ricco si trasforma in paura. Alle già difficili esigenze proposte da Gesù per diventare suoi discepoli, ecco aggiungersi una inattesa profezia sul destino del Maestro. Gesù vede ciò che i suoi ancora non vedono che, cioè, la diffidenza nei suoi confronti da parte dei sacerdoti è destinata a crescere. Fino ad ora Gesù è stato solo un innocuo predicatore del Nord. Ma a Gerusalemme tutto cambierà… Gesù è disposto ad andare fino in fondo, non arretra di un passo. In questo contesto drammatico la richiesta di Giacomo e Giovanni suona inopportuna e sconcertante. Solo in teoria i due sono disposti a seguire il maestro anche nell’ora più cupa. In realtà tra poche settimane alla destra e alla sinistra di Gesù siederanno due malfattori crocifissi come lui. Quante volte vorremmo condividere la gloria di Dio senza condividerne la pena! Quante volte vorremmo crescere nella vita spirituale e nella maturità umana senza faticare, senza lottare, senza patire. La crescita richiede necessariamente un passaggio, a volte doloroso. Siamo disposti a credere fino in fondo?

Giovedì della VIII settimana del Tempo Ordinario
Mc 10,46-52: Rabbunì, che io veda di nuovo!

Non è il giovane ricco il modello del discepolo. E nemmeno Giacomo e Giovanni che, pur volendo seguire Gesù fino in fondo, non sono disposti a condividere la sua pena. L’evangelista Marco con un’abile messinscena pone a Gerico, il punto più basso della terra, luogo che Gesù raggiunge dopo un lungo percorso dalle sorgenti del Giordano, il vero discepolo: il mendicante Bartimeo. Come noi, Bartimeo vive nell’oscurità. Come noi sta ai margini della strada. Come noi mendica senso e felicità. Ma, diversamente da noi, Bartimeo ha il coraggio di gridare, di non arrendersi. Qualcuno gli dice che passa Gesù Nazareno. È ciò che dovrebbe fare la Chiesa: raccontare a tutti i mendicanti della vita che Gesù continua a passare. E Bartimeo grida forte la sua pena e il suo dolore anche se, intorno a lui, tutti gli dicono di tacere. Anche a voi, forse, è successo: appena decidete di avvicinarvi alla fede c’è qualche anima pia che vi dice di lasciar perdere… Insiste Bartimeo, e fa bene. Gesù invia la stessa folla che poc’anzi era ostacolo ad annunciargli: coraggio, alzati, ti chiama. E Bartimeo guarisce, diventa discepolo e inizia a seguire Gesù sulla via. Come noi.

Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario
Mc 11,11-25: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!

Marco concentra tutta la vita pubblica di Gesù in Galilea, nell’arco di tre anni. Dieci capitoli del suo Vangelo sono dedicati alla sua missione. Gli ultimi quattro capitoli raccontano l’ultima settimana di vita di Gesù a Gerusalemme. Il primo incontro fra Gesù e il tempio si rivela un fallimento: appena entrato nel tempio, basta uno sguardo al Signore per capire che quello non è più il luogo dell’incontro con Dio. Gesù preferisce Betania a Gerusalemme. Il nome Betania significa la casa del povero. Tornando al tempio Gesù incontra un fico, simbolo della religiosità sacerdotale: rigoglioso e verdeggiante, solo all’apparenza vitale, non porta frutti. Così è di una religiosità che guarda solo all’apparenza, come quella che Gesù trova nel tempio. La purificazione del tempio, la clamorosa scena che Gesù compie nel luogo sacro, è ricca di simbolismo. Gesù è venuto per portare frutto, concepisce una fede che non si rinchiuda nel ritualismo sterile! Lo scontro con la classe sacerdotale ha inizio. In gioco c’è la visione stessa di Dio, la visione stessa della fede. Gesù è disposto a morire per difendere il vero volto del Padre…

Sabato della VIII settimana del Tempo Ordinario
Mc 11,27-33: Con quale autorità fai queste cose?

Probabilmente i sacerdoti non hanno assistito alla sfuriata di Gesù nel tempio, che ricorda a tutti le azioni simili compiute nel passato da altri profeti. Avvisati da qualche devoto zelante, subito si preoccupano di intercettare Gesù chiedendogli con quale autorità compie gesti tanto clamorosi. Vogliono sapere se ha il permesso di fare il profeta! Abbiamo sempre bisogno di mettere i bollini, di incasellare i doni e i carismi… Gesù, giustamente, non risponde. Non ha bisogno di alcun permesso così come non l’aveva il grande Giovanni battista. La folla ama il battezzatore e Gesù lo sa. I sacerdoti non possono sminuire l’azione di Giovanni e nemmeno riconoscerne l’autenticità, avendo tardato a riconoscerla. Il primo scontro diretto fra Gesù e la classe sacerdotale finisce in pareggio ma, purtroppo, lo scontro è destinato a incattivirsi. Proprio coloro che dicono di servire Dio e di custodirne le norme sono diventati chiusi e reazionari, incapaci di aprirsi alla novità che Dio continuamente propone. Non commettiamo lo stesso errore, restiamo sempre aperti alle continue sorprese di Dio!

Spesso ci si immagina un “Dio” lontano, astratto, ridotto quasi a un sistema di idee contorte o semplicissime, ma inesplicabili.
Soprattutto quando ci si accosta alla dottrina della Trinità, si ha l’impressione di essere di fronte a una sciarada beffarda.
E invece, l’essere concretissimo di Dio è comunione che liberamente si effonde. Anzi, ci chiama a varcare la soglia della sua vita intima e beatificante.
Non riusciamo a capire perché Dio si sia interessato di noi: più di quanto, forse, noi ci interessiamo a noi stessi.
Proprio mentre eravamo peccatori, il Padre ha mandato il suo Figlio per offrirci la vita nuova nello Spirito. Liberamente. Per amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.
Cristo non si impone. Non costringe ad accettarlo. Si consegna alla nostra decisione.
È questa la vertigine della vita umana. Possiamo passare accanto al Signore Gesù che muore e risorge, senza degnarlo di uno sguardo nemmeno distratto.
E, tuttavia, non possiamo fare in modo che egli non esista come il Dio fatto uomo che perdona e salva. “Chi non crede è già stato condannato”.
Ma se ci apriamo alla sua dilezione…
Allora Cristo si rivela come colui che ha suscitato in noi tutte le attese più radicali. E colma a dismisura queste attese.
È la redenzione. È la grazia. È lo Spirito che abita in noi e ci conforma al Signore Gesù.
La vita nuova, che ci viene donata, apparirà in tutta la sua gloria oltre il tempo. Inizia qui, ed è la “vita eterna”.

Vedi http://www.lachiesa.it