Sotto la guida dello Spirito
André Louf
8. A proposito di alcuni frutti dello Spirito: GIOIA

André Louf – Sotto la guida dello Spirito (8) A proposito di alcuni frutti dello Spirito – La GIOIADownload
André Louf – Sotto la guida dello Spirito (8) A proposito di alcuni frutti dello Spirito – La GIOIADownload
L’espressione “frutti dello Spirito” è dovuta all’apostolo Paolo che si sforza di far capire ai primi cristiani che devono vivere non più a partire dalla Legge bensì secondo lo Spirito che hanno appena ricevuto. Perciò avverte il bisogno di indicare i segni che permettono di riconoscere coloro che vivono mossi dallo Spirito santo. Questi frutti dello Spirito, come li chiama, appariranno in chiunque viva della libertà interiore originata dallo Spirito. La lettera ai Galati li elenca: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Questo capitolo si soffermerà su alcuni di questi frutti perché costituiscono il terreno su cui ci è dato di imparare a vivere conformemente alla grazia. Ci limiteremo a tre soli: la gioia, il raccoglimento e l’amore.
La gioia
Il più grande desiderio di Gesù è che il nostro cuore si rallegri che nessuno possa rapirci questa gioia (cf. Gv 16,22-23). E’ questa l’intenzione della preghiera di domanda: “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24). E anche la ragione della venuta di Gesù: è venuto a portare la vita e la gioia. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Già l’annuncio della sua nascita ai pastori fu una buona notizia e un messaggio di gioia: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10). E’ davvero Gesù ci porta la gioia in pienezza: la sua venuta è la buona notizia per eccellenza, e lui stesso, durante tutta la sua vita, non cesserà mai di diffondere la gioia. In lui l’amore e la bontà di Dio sono apparsi sulla terra; secondo la testimonianza degli evangelisti ha fatto bene ogni cosa e ha diffuso ovunque il bene (cf. Mc 7,37).
Gesù è straordinariamente mite in mezzo agli uomini: guarisce i malati, risuscita i morti, non fa del male a nessuno, è fonte di gioia e di consolazione per tutti quelli che incontra, soprattutto per i discepoli che aderiscono a lui senza difficoltà. E’ sempre vicino a loro, li rianima quando sono scoraggiati, li porta in un luogo tranquillo in disparte perché possano riprendere le forze. Non appena Gesù è presente, è festa, perché è lo Sposo che scaccia ogni tristezza. Ecco perché i discepoli non digiunano: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?” (Mc 2,19).
La tristezza, o la penitenza che l’esprime, è il segno che Gesù non è, o non è più, presente. E’ questo il motivo per cui Gesù smette di digiunare dopo la resurrezione, come testimoniano i racconti della resurrezione: è impressionante notare come il pane sia continuamente spezzato e mangiato (cf. Lc 24,30.35; Gv 21,13). Lo Sposo è dunque tornato e il discepolo di Gesù ha immediatamente il diritto di ricevere il centuplo promesso da Gesù già al presente (cf. Mc 10,30). E perché no? Secondo le parole stesse di Gesù, i nostri nomi sono scritti nei cieli, per nostra grande gioia (cf. Lc 10,20).
Dobbiamo però porci la domanda che, anche se avessimo voluto evitarla, si sarebbe inevitabilmente imposta: da dove viene questa gioia? Che legame c’è tra questa e la gioia che il mondo può dare? E difficile dare una risposta finché non si è sperimentata la gioia data da Gesù: perciò le opinioni sono molto divergenti, anche tra i teologi di professione. Gli uni insistono sul fatto che la gioia di questo mondo è già un riflesso e un’anticipazione della gioia futura del regno. Con questo vogliono dire che la gioia di questo mondo non può essere ignorata e che ha la sua importanza, contiene già la gioia futura. Altri invece mettono l’accento sulla necessità di rinunciare alle gioie passeggere di questo mondo, fissando lo sguardo sulla gioia a venire. Ritroviamo queste due tendenze nella storia della spiritualità: alcuni insistono sulla continuità tra ciò che è ora e ciò che sarà nell’aldilà; altri sottolineano il passaggio verso la luce e la rottura che questo comporta. Per questi ultimi, non esiste denominatore comune tra la gioia di questo mondo e la gioia di Gesù. Su questo argomento non è sempre necessario arrivare a una sintesi teologica perfettamente soddisfacente. Basta saper convivere con le nostre gioie semplici e vigilare sempre più a riceverle dalle mani di Gesù e attraverso lo Spirito santo. Se ci riusciamo, qualcosa trasformerà a poco a poco la nostra gioia, per quanto mondana ed egoista fosse all’origine. Non appena Gesù è implicato in ciascuna delle nostre gioie, non possiamo che crescere nella gioia, anche se questo raramente avviene senza rottura o strappo: sono i segni di una vita che cresce e quindi anche di una gioia sempre più profonda e che rimbalza sempre più in alto.
Questa stessa tensione tra l’oggi e il domani, tra presente e passato, tra ciò che viene e ciò che permane si trova anche nell’evangelo: ci parla incessantemente della gioia eppure non sfuggiamo all’impressione che la gioia di oggi è sempre limitata e che tutto ha una fine. La gioia perfetta e completa di cui parla Gesù non è identica alle gioie del mondo: è come se non potessimo passare da queste alla gioia futura senza che sopraggiunga qualcosa di sconvolgente, addirittura su scala planetaria. Davvero il regno di Gesù non è di questo mondo (Gv 18,36), anche se il seme è già stato seminato e sta germogliando in modo misterioso. Nella vita di Gesù e in quella dei suoi discepoli ci sono momenti in cui sembrano incappare in punti morti: potremmo chiamarli momenti di deserto.
Facciamo un esempio: Gesù annuncia la Parola, non senza successo; una folla numerosa si raduna, conquistata dalla sua Parola, lo segue entusiasta per due, tre, addirittura quattro giorni, fino a un luogo sperduto nel deserto. Improvvisamente tutti si rendono conto che la notte si sta avvicinando, che la folla ha fame e che non c’è nulla per sfamarla. Eppure la loro fiducia non sarà delusa: Gesù moltiplica i pani. Nulla poteva essere più adatto a infondere nuovo entusiasmo nella folla che decide di fare di Gesù il suo re: Gesù è alle soglie di una carnera politica. Ebbene, in quel preciso momento Gesù si ritira e fugge, perché non può imboccare quel cammino: il suo regno è altrove, lontano dal successo e dalla felicità che il mondo e i discepoli gli offrono. Gesù acconsente per un attimo ad accogliere i favori della folla, arriva perfino a servirsene fino a un certo punto, per il bene della Parola. Anche un successo mondano può servire all’annuncio della buona novella, ma solo per un certo tempo. Nel momento decisivo, quando il successo immediato minaccia di accaparrare tutto, compresa la persona di Gesù, questi viene allontanato da qualsiasi riuscita mondana, verso qualcosa di radicalmente diverso. Qualcosa che ci appare strano, talmente strano che Pietro, al primo annuncio della passione, vi si oppone apertamente. L’esperienza di Pasqua avrà aspetti analoghi: dapprima sembra essere uno scacco definitivo e la fine di ogni gioia. Gesù muore al mondo per tornare, al colmo della gioia, presso il Padre, lasciandoci solo una vaga promessa di ritorno.
Il legame tra Gesù e la nostra gioia in questo mondo non è facile da individuare. Se vogliamo seguire Gesù sul cammino della sua gioia, saremo sempre fortemente tentati di allontanarcene per cercare le nostre piccole gioie provvisorie e limitate, correndo così il rischio di perdere per sempre la gioia autentica. E come se la gioia di Gesù procedesse a spirale fino a un punto centrale: noi dovremmo seguire il più fedelmente possibile la curva di questa spirale, ma nel contempo siamo incessantemente tentati di partire per la tangente, per uscire dalla spirale e continuare da soli. Allora aumenta il rischio che ci allontaniamo dal regno di Dio al centro della spirale per perderci – temporaneamente o definitivamente – nelle nostre piccole gioie umane.
Qui ritorna la domanda: dobbiamo allora rinunciare alla gioia per seguire Gesù? E, se sì, in quale misura? Oppure, al contrario: la penitenza e la mortificazione non significano forse percorrere la via di Gesù per raggiungere la gioia perfetta, la gioia in pienezza (cf. Gv 15,11)? Come esiste un amore spinto all’estremo, che passa per la morte di Gesù (cf. Gv 13,1), non potrebbe esserci una gioia spinta all’estremo, attraverso questa stessa morte e resurrezione?
Prima di andare oltre, sottolineiamo un attimo che la gioia autentica non è innanzitutto un sentimento di esaltazione. Non bisogna confondere la gioia con le sue diverse espressioni ai vari livelli: c’è il piacere, il benessere, la gioia intellettuale e artistica, la soddisfazione per il lavoro ben fatto o per l’impresa realizzata; ci sono soprattutto le innumerevoli gioie dei rapporti umani, compresa la gioia dell’amore, che deve accompagnare l’uomo durante tutta la sua vita. Eppure tutte queste esperienze sono solo forme esteriori della gioia. Più queste forme sono importanti, più hanno radici profonde; la gioia autentica si trova a una grande profondità e dobbiamo scavare molto profondo in noi per permetterle di sgorgare. E senza dubbio il senso dell’espressione che usiamo abitualmente per esprimere una grande felicità: “Sono profondamente contento”. Ecco perché ogni grande felicità è anche silenziosa: non può essere espressa, è indicibile, raramente affiora in superficie e saremmo incapaci di farne sfoggio. E’ proprio alla radice del nostro essere che siamo abitati dalla nostra gioia. La gioia è il terreno in cui ogni vita mette radice per essere in grado di esistere. Senza la gioia non potremmo vivere, o meglio, non potremmo sopravvivere.
La gioia sgorga in modo particolare in occasione di momenti esistenziali eccezionali, quando ci è dato di fare esperienza della nostra realtà profonda, della bellezza o della vita. Pensiamo alla gioia che può procurare un’opera d’arte: A thing of beauty is a joy for ever (una cosa bella è una gioia per sempre). Nel godimento artistico sboccia la vera gioia, proprio perché, grazie all’arte, scopriamo meglio l’essere delle persone e delle cose e, in qualche misura, lo tocchiamo. E’ qualcosa che non possiamo osservare tramite la via normale dei sensi: la realtà profonda degli altri è normalmente qualcosa di inesprimibile, ma la gioia che proviamo al contatto di un essere è sempre il segno che ci è donata una profonda comunione con lui.
Questa gioia è destinata a crescere nella misura in cui cresce il nostro essere, perché la gioia è la caratteristica di un essere vivente e in crescita, di un essere che si sviluppa verso un plusessere. La gioia è quindi sempre legata alla dinamica degli uomini e delle cose, possiede in sé un ritmo che, per il nostro sviluppo, è importante abbracciare. Inoltre la gioia che giace alla sorgente del nostro essere ci spinge sempre in avanti; il suo compito specifico è quello di farci crescere nell’essere. Solo la gioia ne è capace. Dove la vita è in crescita, là sgorga sempre una gioia nuova. L’esempio più lampante è la gioia legata alla paternità e alla maternità, a partire dal concepimento, il cui piacere è il segno di una gioia e di un amore che vengono da un ambito più alto di quello umano. Ovunque l’uomo partecipi alla creazione, sorge una gioia nuova e sconosciuta.
Analogamente la gioia è legata anche al processo della crescita spirituale, soprattutto quando qualcuno può accogliere una vita nuova da parte di Dio: è la gioia profonda del pentimento, quando Dio ci ricrea nel suo amore misericordioso. Essere toccati dalla grazia e dalla misericordia di Dio per vivere nuovamente in lui è indubbiamente uno dei momenti esistenziali più intensi della nostra vita. E’ un’esperienza simile all’amicizia, quando ci sentiamo accettati da un altro con il nostro essere più profondo, con quella realtà ancora provvisoriamente nascosta ai nostri occhi ma tuttavia già riconosciuta dall’amore di un altro. Nell’amicizia autentica l’incontro non comporta più alcuna minaccia: siamo incoraggiati a essere pienamente noi stessi, in modo più profondo che nelle apparenze. Ecco perché diciamo che l’amicizia “ci fa bene”: intendiamo dire che essa ci sostiene e ci aiuta a sviluppare il meglio di noi stessi. La gioia è quindi una caratteristica dell’essere, a condizione che questo cresca e allarghi le proprie frontiere.
In un certo senso, la nostra gioia anticipa sempre di poco il luogo in cui ci troviamo al momento: è una chiamata e una sfida. E gioia nella misura in cui accettiamo di essere già situati più lontano – in un altro, o in Dio -, più lontani di dove ci troviamo attualmente. Ma nella misura in cui la gioia ci fa entrare nella spirale della felicità, esiste anche il rischio di deviare e di smarrirsi nella ricerca di un’altra felicità. Sul sentiero della gioia incontriamo spesso dei bivi in cui ci è data la possibilità di imboccare la tangente verso una felicità ristretta e limitata, nella quale rischiamo, alla lunga, di invischiarci. Questa gioia immediata non proviene necessariamente dal maligno, però non è più la nostra gioia di oggi, la gioia che corrisponde al nostro ritmo profondo, nel momento preciso in cui ci troviamo. Per quanto preziosa, ci separa dalla nostra dinamica interiore: potremmo essere più avanti, già più vicini alla gioia assoluta, al centro della spirale. Vivere infatti è crescere, e crescere sempre di più; vivere è svilupparsi: una vita che cessa di svilupparsi è già morta.
Ecco perché la vita autentica arreca sempre una certa lacerazione, per muoversi verso una rinascita incessantemente più profonda: lacerazione paragonabile ai dolori e alla gioia del parto. L’unica ascesi che possa essere imposta alla gioia ne abbraccia il ritmo, è il movimento della spirale che abbandona progressivamente i cerchi esterni per flettersi verso il proprio centro più intimo. L’ascesi della gioia è quindi la gioia stessa. La gioia autentica, come l’amore autentico, porta in sé la propria purificazione; per purificare una gioia non bisogna mai restringerla dall’esterno, basta seguirla nel suo sentiero, sposarne la spirale: allora ci sarà impossibile sottrarci alla purificazione, perché questa risiede nella gioia stessa.
Per salvare la gioia autentica dobbiamo sempre staccarci da ciò che ne è solo un’espressione provvisoria. In ogni istante dobbiamo essere pronti a mollare una povera felicità limitata per scavare fino a una gioia più profonda, fino alla gioia estrema che coincide sempre con l’amore estremo. Non è possibile parlare di ascesi o di penitenza se non in vista della gioia. La penitenza non deve mai aggredire la nostra gioia, come se ogni gioia dovesse sempre essere guardata con sospetto e andasse vissuta in cattiva coscienza, come se ogni gioia dovesse essere corretta o ristretta dall’esterno. L’ascesi non è altro che offrirsi alla vita autentica e alla gioia profonda che ci abitano.
In questo senso non è tanto un agere contra, un “agire contro”, ma piuttosto un agere secundum, un “agire secondo” la gioia, in armonia con il nostro essere profondo; o, se vogliamo accentuare ancora la dinamica particolare della gioia, l’ascesi può essere solo un agere ultra, un “andare oltre”, un superamento della gioia provvisoria e limitata che era data solo per ieri e oggi e che domani sarà interamente nuova. Ecco perché la vera ascesi ha poco a che fare con la forza di volontà e non deve mai sfociare nell’irrigidimento. Al contrario, l’ascesi è un abbandono sciolto e morbido di fronte alla gioia che ci abita, una distensione e un’apertura che permettono alla vita di trascorrere senza ostacoli e quasi senza fatica. E’ la liberazione e la nascita di un uomo nuovo: l’ascesi ricorda allora stranamente quello che viene chiamato parto indolore. Più la futura madre è ansiosa e tesa, più si oppone inconsciamente al processo fisiologico che si compie in lei, maggiori saranno i dolori del parto. Viceversa, più si distende, più si abbandona con naturalezza al frutto maturo della vita cui apre un cammino attraverso il proprio corpo, più si arrende pacificata alla gioia della maternità, maggiori saranno le probabilità che il parto avvenga senza dolore. Il parto indolore è la più bella immagine dell’ascesi, che implica gioia e dolori insieme: esprime l’unica ascesi possibile in un’ottica cristiana, un’ascesi che si fonda sulla gioia e ad essa si abbandona. La misura dell’ascesi sarà quella della gioia se ciò che ha di mira è di essere senza dolore: è necessariamente “gioiosa penitenza” (Perfectae Caritatis 7) perché si tratta della vita di Gesù che sta nascendo in noi, che, attraverso il nostro corpo e il nostro cuore, si apre un cammino per impossessarsi di tutto il nostro essere.
Gesù ha utilizzato questa immagine del parto indolore parlando delle sofferenze inevitabili degli ultimi tempi, che tuttavia saranno fonte di gioia profonda e definitiva: “In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23a). La donna che partorisce soffre a causa della vita che cresce in lei, ma nel contempo è colma di gioia causa del bambino di cui sarà madre. Più si avvicina la sua liberazione, meno soffrirà e più facilmente potrà abbandonarsi con riconoscenza alla gioia e alla vita che nascono da lei. Ogni discepolo di Gesù, in cui la vita di Gesù deve crescere incessantemente è, come questa partoriente, in preda alla fatica e alla gioia della crescita. Vive di questa gioia, a partire dalla piena statura dell’età adulta in Cristo alla quale tende.
Ecco perché la sua ascesi è sempre gioiosa e l’unica misura della sua ascesi va ricercata nella gioia che gli è donata dallo Spirito santo. Benedetto non dice forse nella sua regola che ogni ascesi o mortificazione straordinaria ha valore solo se può essere offerta a Dio nella gioia che viene dallo Spirito santo (cf. RB 49,6)? E quindi importante che ogni discepolo di Gesù aderisca alla sua gioia.
Ci sono due modi di ferire la gioia e, nel contempo, la vita di Dio in sé: mirare più in alto della gioia che è stata effettivamente ricevuta, oppure rimanere al di qua della gioia che ci è stata assegnata. Nel primo caso vogliamo compiere uno sforzo, anche se siamo privi di gioia. E’ il tipico esempio di un’ascesi cattiva, un’ascesi che non è guidata dall’impulso dello Spirito santo, di cui la gioia è il frutto sensibile. Agli occhi di Dio una simile ascesi è nulla e non avvenuta, non è altro che sforzo pagano, il più delle volte mescolato a sufficienza e orgoglio. Qui è possibile incontrare tendenze masochiste che trovano la propria soddisfazione in pratiche di penitenza sospette. Tutto questo ha poco o nulla a che vedere con la grazia: nel migliore dei casi vi si rivela un segno di buona volontà, che Dio d’altronde non lascia senza risposta, ma di cui non ha, in realtà, alcun bisogno.
Un’ascesi pagana ci fa puntare al di là di quanto ci è dato come misura di grazia nella gioia dello Spirito; a lungo andare potrebbe addirittura spegnere questa gioia e smorzare pericolosamente la nostra sensibilità spirituale. Ma più spesso accadrà che miriamo al di qua della gioia donataci e che facciamo in tal modo torto alla grazia e alla vita di Gesù in noi. Per paura della sofferenza sempre collegata a ogni processo di crescita, restiamo attaccati alla nostra piccola felicità limitata. Questo può addirittura imparentarsi con una gioia realmente spirituale: una consolazione nella preghiera, un successo nell’apostolato…
E’ infatti possibile anche attaccarsi a una gioia spirituale, in modo tale che non ci permette più di progredire verso una gioia più profonda. Ecco perché è bene, ogni tanto, pregare per scoprire in noi questa gioia profonda o, meglio ancora, perché un giorno ci afferri veramente. Quando l’ascesi sarà in pieno accordo con la gioia, allora sarà libera, felice e raggiante. Non sarà più necessario aggrapparsi a qualche piccola felicità passeggera: la gioia stessa di Gesù si aggrapperà a noi e ci trascinerà attraverso ogni mortificazione verso la sua resurrezione e la vita nuova.