Le quattro Pentecoste
Anno A – Domenica di Pentecoste
Giovanni 20,19-23: «Ricevete lo Spirito Santo»
La Chiesa celebra oggi la grande solennità della Pentecoste, la festa della discesa dello Spirito Santo, cinquanta giorni dopo la Pasqua, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, proposto nella prima lettura.
La parola Pentecoste significa “cinquantesimo giorno” e deriva dal greco. In origine era una festa giudaica, una delle tre grandi feste di pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme: la Pasqua, la Pentecoste e la Festa delle Capanne, festa autunnale del raccolto. Si trattava di una festa agricola, la festa della mietitura e dei primi frutti, celebrata il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua ebraica. Era chiamata anche “Festa delle Settimane”, perché ricorreva sette settimane dopo la Pasqua. A questa festa agricola venne poi associato il ricordo del dono della Legge, la Torah, ricevuta da Mosè sul monte Sinai.
La Pentecoste cristiana è il compimento e la conclusione del tempo pasquale. È la nostra Pasqua: il passaggio a una nuova condizione, non più sotto il regime della Legge, ma sotto quello dello Spirito. È la festa della nascita della Chiesa e l’inizio della missione.
Le letture della festa, in realtà, ci presentano quattro venute dello Spirito Santo, o quattro modalità diverse ma complementari della sua presenza. Potremmo dire che si tratta di quattro “Pentecoste”. Oggi esiste una sensibilità teologica che parla di “incarnazione profonda” — deep incarnation. L’incarnazione di Cristo non sarebbe orientata unicamente all’umanità, ma a tutta la creazione. Lo stesso si può dire della sua risurrezione. E, in forma analogica, possiamo dirlo anche della Pentecoste.
1. La Pentecoste sulla Chiesa
La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, ci presenta una venuta dello Spirito dirompente, impetuosa, irresistibile, infuocata:
«Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo».
È una venuta che suscita stupore e meraviglia, entusiasmo ed euforia, consolazione e coraggio. È assolutamente gratuita, imprevedibile e mai programmabile. Si tratta di eventi eccezionali. Ne troviamo alcuni nel libro degli Atti, ma ve ne sono stati anche nella storia della Chiesa: non sempre così appariscenti e irruenti, ma sempre di grande fecondità.
Infatti, a questa Pentecoste segue sempre una primavera ecclesiale. Dio sa quanto ne abbiamo bisogno, nell’inverno ecclesiale che stiamo attraversando in Occidente! Solo la preghiera incessante nel cenacolo della Chiesa, la pazienza umile del seminatore e la docilità allo Spirito possono ottenere una grazia simile.
2. La Pentecoste sul mondo
L’effusione dello Spirito si estende a tutta la creazione. È Lui «che fa vivere e santifica l’universo» — come proclama la Preghiera eucaristica III. È Lui che «porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose», per usare un’espressione di Ermes Ronchi.
Per questo, con il salmista, abbiamo invocato la Pentecoste su tutta la terra:
«Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra» — Salmo 103
Questa dovrebbe essere una preghiera tipica del cristiano: invocare la Pentecoste sul mondo, sulle dinamiche che reggono la nostra vita sociale, sugli eventi della storia. Tutti si lamentano di “quanto va male il mondo”, degli “spiriti cattivi” che lo animano; ma quanti di noi fanno davvero “l’epiclesi”, cioè l’invocazione dello Spirito, perché scenda sulle persone, sulle situazioni e sugli eventi della nostra quotidianità?
3. La Pentecoste dei carismi o del servizio
L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, tratta dalla Prima lettera ai Corinzi, richiama la nostra attenzione su un’altra epifania dello Spirito: i carismi.
«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune… Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…».
Oggi parliamo molto di carismi e di condivisione dei servizi ecclesiali, ma assistiamo anche a un crescente e inquietante disimpegno delle nuove generazioni. Il sacramento della Confermazione, la “Pentecoste personale”, che dovrebbe segnare il passaggio a una partecipazione piena alla vita ecclesiale, diventa purtroppo, per molti, il momento della diserzione. È un segno evidente che abbiamo fallito l’obiettivo dell’iniziazione cristiana.
Che fare? La Chiesa dovrà diventare un grande orecchio e potenziare le sue antenne, per percepire la voce dello Spirito in questo particolare momento storico. Oserei dire che il problema più grave è la mediocrità spirituale delle nostre comunità. Preoccupati di salvaguardare l’ortodossia e il buon ordine della liturgia, abbiamo perso di vista l’essenziale: l’esperienza della fede.
4. La Pentecoste domenicale
La liturgia ci ripropone il Vangelo dell’apparizione di Gesù risorto la sera di Pasqua. È un brano tutto pieno di risonanze pasquali:
«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».
Questo brano è chiamato “la piccola Pentecoste” del Vangelo di Giovanni, perché qui Pasqua e Pentecoste coincidono. Il Risorto dona lo Spirito la sera stessa di Pasqua. Tutto il contesto fa pensare all’adunanza domenicale e all’Eucaristia. È lì che lo Spirito aleggia sulle acque della paura e della morte, portando la pace e la gioia della vita.
Bisogna riscoprire il ruolo preminente dello Spirito. Questo è il suo tempo. Senza di Lui non possiamo proclamare che «Gesù è Signore» — 1 Corinzi 12,3 — né invocare: «Abbà! Padre!» — Galati 4,6. Non c’è Eucaristia senza l’intervento dello Spirito. Perciò entriamo nell’Eucaristia supplicando nel nostro cuore: Vieni, vieni, Spirito Santo!
Per concludere: come navighi nel mare della vita, a remi o a vela?
Noi respiriamo lo Spirito Santo. Lo Spirito è il nostro ossigeno. Senza di Lui, la vita cristiana diventa legge e dovere: un remare continuo, con sforzo e fatica. Con Lui, invece, è gioia di vivere e di amare; è la leggerezza di navigare a gonfie vele.
Ora che, dopo il tempo pasquale, riprendiamo il tempo ordinario, con il tran tran della vita quotidiana, come ti appresti a navigare: con la forza dei remi o lasciandoti portare dal Vento che soffia sulla vela dispiegata del tuo cuore?
P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ

P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola