Sotto la guida dello Spirito
André Louf

7. LA PATERNITÀ SPIRITUALE (1)
La conclusione del capitolo precedente segnalava la necessità di essere aiutati o accompagnati per imparare a vivere in contatto e in armonia con la grazia. Questo capitolo vorrebbe appunto trattare delle relazioni tra due persone, una delle quali si sforza di insegnare all’altra come cercare Dio e vivere con lui. Si tratta di quella che una volta si chiamava la direzione spirituale. Oggi, con un’espressione che sembra meno autoritaria e più rispettosa di colui che chiede, la si chiama accompagnamento spirituale.
Lo spostamento dall’una all’altra espressione tradisce subito uno dei paradossi della nostra epoca nei confronti dell’esperienza spirituale. Da un lato si constata una certa reticenza verso nozioni come “padre spirituale” e “direzione spirituale”, di solito accuratamente evitate, soprattutto da coloro che per lungo tempo sono stati obbligati a sottomettervisi. Non parlarne più non solleva alcuna obiezione, mentre alcune scoperte moderne, la cui importanza non può essere ignorata, sembrano invitarci a questo prudente silenzio.
Ogni credente non deve essere personalmente responsabile della propria avventura spirituale? Perché continuare a dipendere dal giudizio di un altro? Un altro che, nel migliore dei casi, sarà sempre un estraneo che parla dall’esterno, e che invece, nel peggiore dei casi – rischio sempre possibile – fa violenza alla coscienza del suo interlocutore invece di promuovere uno spazio in cui la libertà dello Spirito possa dispiegarsi.
Dal lato opposto, mai come oggi la domanda di aiuto spirituale da parte di giovani e meno giovani è stata così grande e così urgente. Numerosi, dentro e fuori la chiesa, sono coloro che si sentono attirati da qualche avventura spirituale e cercano una guida o un maestro. Importunano i responsabili delle chiese con le loro domande: presbiteri, religiosi, genitori, laici esperti hanno dovuto ascoltare simili interrogativi da parte di quanti, e sono numerosi, vanno alla ricerca di una parola – un rhéma, come dicevano i padri del deserto – nel senso più forte del termine. Molti di noi non hanno saputo rispondere a queste domande: abbiamo molta familiarità con alcuni principi che ci sono stati insegnati nel passato, o con qualche ricetta a buon mercato sperimentata da noi stessi con maggiore o minore risultato. Siamo capaci di dare qualche pacca incoraggiante sulle spalle e di evitare con una battuta di rispondere a una domanda un po’ profonda. Ma in profondità non sappiamo fornire una vera risposta, non per mancanza di conoscenza o di sapere, ma molto semplicemente per mancanza di esperienza personale: come possiamo parlare della grazia di Dio se non l’abbiamo sperimentata in noi stessi?
Che simili domande rimangano senza risposte o ricevano solo una mezza risposta: ecco indubbiamente un punto delicato della nostra chiesa odierna. Come stupirsi allora se alcuni si rivolgono ad altre chiese cristiane, per esempio, nonostante il loro patrimonio al riguardo non sia diverso dal nostro, o addirittura verso le tradizioni non cristiane dell’oriente che mai metterebbero in dubbio che l’esperienza interiore non possa essere destata e trasmessa senza l’intervento di un maestro?
Un apoftegma attribuito ad Antonio il Grande, unanimemente riconosciuto come il padre dei monaci, circolava tra gli anacoreti del IV secolo: “Ho visto monaci dopo molta ascesi cadere e uscir di senno perché avevano confidato nella loro opera e trascurato quel precetto che dice: ‘Interroga tuo padre ed egli ti insegnerà’ (Dt 32,7)”. Antonio si appella alla Parola di Dio per giustificare la necessità della direzione spirituale e insinuare che un’esperienza spirituale senza guida non è mai priva di rischi.
Esplorare la vita
Qual è la natura di questa avventura spirituale che non è assolutamente propria dei monaci ma che interessa ogni battezzato che voglia prendere sul serio il germe di vita deposto dalla grazia in fondo al suo essere? Si tratta, per l’appunto, di un germe, di un seme: di una vita, quindi, cioè di qualcosa che, di per sé, deve muoversi, crescere, svilupparsi se non vuole languire e morire. La vita non è mai statica: si evolve sempre, in un senso o nell’altro; di conseguenza, prendere sul serio la vita significa coltivarla, ascoltarla, circondarla di premure, liberarla dagli ostacoli, nutrirla e lasciare che sbocci e fiorisca in pienezza.
Sarebbe estremamente più semplice per tutti se la vita cristiana si riducesse a una catechesi, all’insegnamento di alcune verità elementari e assolute: in tal caso basterebbe memorizzarle con assiduità per tirarne le logiche conseguenze a tempo opportuno. Lo stesso avverrebbe se la fede fosse costituita essenzialmente da un codice di precetti e di divieti o se si esaurisse in un grandioso progetto di azione o di conquista: sarebbe sufficiente conformarvi il nostro comportamento quotidiano.
In realtà si tratta di qualcosa di molto più vasto, anche se la fede si esprime necessariamente in un corpo di dottrine, anche se genera un determinato comportamento morale e spinge il credente a un impegno effettivo e concreto a servizio del Regno già da ora. Ma prima e ben più in profondità di tutto questo, la fede è una vita – la vita di Dio in noi – che può essere soffocata dalle nostre membra carnali, cioè dall’orgoglio del cuore e da un corpo ribelle: è una vita che deve aprirsi un cammino per progredire. D’altronde non è innanzitutto a un insegnante, né a un catechista, né a un professore di morale e nemmeno a un manager di grandi imprese spirituali e apostoliche che pensa colui che cerca un aiuto spirituale. Pensa innanzitutto a qualcuno che conosca per esperienza diretta questa vita e sia capace di trasmetterla. Ebbene, la stessa trasmissione della vita è un affare di vita: non c’è nulla di più naturale e di meno sofisticato per la vita che sciamare e diffondersi. La vita diventa spontaneamente trasparenza e agisce per osmosi.
Tra i primi monaci del IV e V secolo, dove la paternità spirituale costituiva la pedagogia fondamentale, un apoftegma circolava in diverse versioni. Eccone una, attribuita ad abba Poemen, uno dei più famosi padri del deserto: “Un fratello chiese ad abba Poemen: ‘Dei fratelli vivono con me; vuoi che dia loro ordini?’. ‘No – gli dice l’anziano – fa’ il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere penseranno a se stessi’. Il fratello gli dice: ‘Ma sono proprio loro, abba, a volere che io dia loro ordini’. Dice a lui l’anziano: ‘No! Diventa per loro un modello, non un legislatore”‘.
Questo aspetto della tradizione monastica cristiana richiama singolarmente un altro detto – appartenente, questo, alla tradizione chassidica del giudaismo – in cui un discepolo spiega come gli sia bastato guardare il proprio maestro che si allacciava un sandalo per restare edificato: un semplice gesto e il messaggio è trasmesso! La guida infatti è molto più di un maestro: è lui stesso l’insegnamento, l’intera sua vita costituisce il messaggio. La vita desta la vita. E l’anziano o l’accompagnatore si presta a questo mistero di vita non con quello che sa e ancor meno con quello che può dire, ma molto semplicemente in forza di ciò che è e che di conseguenza può trasmettere, nel senso più forte di questo termine, in virtù della qualità del suo essere che irradia senza neanche che lui lo sappia e che delle parole debbano nascere.
Risulta subito chiaro che la paternità spirituale raggiunge una notevole profondità di quelle che si è soliti chiamare relazioni umane e ne costituisce un caso privilegiato. Si tratta infatti di due esseri che si trovano di fronte, che sono chiamati a fare un pezzo di strada insieme e tra i quali deve accadere un evento importante. Una scintilla di vita sprizzerà dall’uno verso l’altro: non una vita qualsiasi, ma la vita stessa di Dio, la luce e la forza del suo Spirito. Evento spirituale, senza dubbio, ma che in nessun momento potrà essere separato dall’intensità della relazione che unisce questi due individui.
Questa stessa intensità si trova al servizio del mistero della Parola di Dio che ancora una volta è destinata a compiersi ma, come sempre, incarnandosi negli uomini che siamo noi. Ne consegue l’importanza capitale, in materia di paternità spirituale, della qualità stessa di questa relazione: è proprio la qualità dell’esperienza vissuta in comune e non la quantità – cioè la frequenza dei contatti, il numero o la lunghezza delle lettere o dei colloqui – a permettere all’evento di sbocciare; anzi, la quantità in alcuni casi rischierebbe di impedire che qualcosa avvenga e manterrebbe i due protagonisti in una stasi che presto si rivelerebbe futile e in ogni caso inefficace.
Si può arrivare a dire che l’accompagnamento spirituale è una delle forme più alte della relazione umana? Secondo il filosofo danese Kierkegaard, il padre spirituale è più di un amico, mentre Dante, parlando di Virgilio, sua guida spirituale, confessa che per lui è più di un padre. L’antico termine celtico ananchara significa “padre della mia anima”, e il linguaggio buddista usa l’espressione lama, “madre incomparabile”; possiamo ricordare anche il termine greco-ortodosso che indica il monaco come kalégeros, “bel vecchio”, immagine che suggerisce sapienza e calore al contempo.
Qual è questa qualità dell’essere al cui contatto la vita scaturisce? Ha un nome solo: agépe, amore, perché è interamente a immagine di Dio e del Figlio suo tra di noi, di cui chi accompagna un fratello tende a diventare l’icona. Sul volto di un uomo e attraverso il suo modo di agire finiamo per percepire l’amore di Dio e tutte le sue sfaccettature di tenerezza e di fermezza. Ne veniamo sconvolti, trasformati: è come se una profondità sconosciuta venisse scavata in noi.
A volte abbiamo l’impressione di sapere finalmente chi siamo e perché esistiamo, ci viene svelato un nuovo nome, il nostro, quello vero: è come una rinascita, un essere generati alla vera vita. La forza di un simile sconvolgimento spiega come mai, fin dalle prime generazioni cristiane, si utilizzano per descriverlo i termini di paternità e maternità. Eppure Gesù sembra aver chiesto il contrario: “Non fatevi chiamare padre, né maestro… uno solo è il vostro Padre, uno solo il vostro Maestro”. Ma già Paolo, in diversi passi delle sue lettere, descrive la propria attività di apostolo come quella di un padre o addirittura come quella di una madre. E’ padre, come sostiene, perché attraverso l’evangelo ha generato dei figli in Cristo Gesù (cf. 1Cor 4,14-15). Ma è anche madre, dato che altrove confessa di soffrire nel proprio corpo i dolori del parto finché Cristo non sia formato nei suoi discepoli (cf. Gal 4,19). Padre e madre nel contempo, a immagine di Dio che è Padre al di là di ogni paternità e anche Madre al di là di ogni maternità terrena.
D’altronde Gesù ha chiesto solo di non farsi chiamare padre: questa ingiunzione corrisponde a una delle condizioni essenziali per un accompagnamento spirituale fruttuoso. Nessuno si arroga da sé una paternità, non ci si può erigere a guida di un altro. Anzi, avviene il contrario: non è il padre che sceglie il discepolo, è invece il discepolo che discerne il proprio padre, a volte dopo averlo cercato a lungo. In un certo senso possiamo addirittura dire che spetta al figlio far sbocciare una paternità, spetta al discepolo consentire al maestro di rivelarsi. Ci sarà quindi un atteggiamento del discepolo assolutamente indispensabile affinché l’avvenimento possa prodursi: sarà un atteggiamento di completa disponibilità, di apertura, di attesa che riuscirà a ridestare in un altro la guida e il maestro che ancora sonnecchia.
Un detto dei monaci del deserto lo diceva un po’ bruscamente: “Perché i monaci di oggi non hanno più parole da offrire? – chiedeva un anziano – Perché i figli non sanno più ascoltare”. Detto cristiano che ricorda un proverbio indù: “Quando il discepolo è pronto, appare il maestro”. Esiste infatti una certa correlazione, una sottilissima reciprocità precedente tra il discepolo e il maestro. La chiave del nostro essere profondo la portiamo indubbiamente in noi stessi, ma siamo incapaci di farla emergere da soli: ci vuole una parola proveniente dall’esterno che si ripercuota in noi e desti un’armonia, un accordo profondo.
Ciò che il discepolo attende dal maestro lo porta già inconsciamente in se stesso: aspetta solo di vedere il proprio mistero svelato da un altro. Egli indovina, intuisce questa capacità di svelamento in colui che sta per scegliersi come guida, perché è qualcosa che coincide con la propria profondità più segreta, con quel meglio di se stesso che per ora conosce solo in modo confuso. Per questo siamo sempre destinati ad avere quel maestro piuttosto che quell’altro. Infatti quello che il maestro dirà, magari senza neanche esprimerlo, quello che farà provare, affiorare nello spirito del discepolo, sgorgherà in realtà dal cuore stesso di quest’ultimo. Da quel momento le parole o i gesti del maestro non verranno pesati dal loro contenuto oggettivo, potranno addirittura essere solo simbolici; l’essenziale è la chiave interiore di ciascuno, il maestro interiore, destato nel cuore del discepolo, grazie al quale il suo essere profondo riceve vita e forma.
Dobbiamo anche spingerci oltre, dato che parliamo di un’esperienza della vita di fede, quindi retta dai principi dinamici di questa fede. La chiave o il maestro interiore di cui si parla, in un credente non è altro che lo Spirito santo in persona, infallibilmente presente come realtà anteriore a qualsiasi velleità spirituale, e che prende in mano progressivamente il cammino interiore e l’orienta secondo il disegno di Dio. L’azione dello Spirito però non dispensa dal testimone esterno che è là per attestarla e per aiutare a discernerla correttamente. La ragion d’essere della paternità spirituale è di favorire la venuta al mondo di questa vita nuova, della nuova creatura nello Spirito santo. Si tratta di accompagnare attentamente il passaggio progressivo da quello che il Nuovo Testamento chiama l’uomo vecchio all’uomo nuovo.
La psicologia ha messo in luce come un processo analogo avvenga anche a livello psicologico: divenire o essere adulto suppone un passaggio continuo dall'”io” superficiale all'”io” profondo, come pure un’integrazione dell’inconscio nella vita quotidiana cosciente. In ogni uomo si cela un tesoro segreto di cui deve prendere coscienza, che deve essere purificato e assunto affinché possa dare frutto. In questo modo la vita cresce in noi, come un albero che ogni anno porta molti fiori e nuovi frutti. Viene liberata in noi una verità più profonda, la quale deve integrarsi nella nostra vita e perfino nel nostro modo di vivere l’amore. Questa evoluzione continua è d’ altronde l’indice che la vita è ancora all’opera in noi, che non è né paralizzata né irrigidita, ma che è sempre capace di dare nuovi frutti.
La vita nuova nello Spirito santo progredisce e si sviluppa allo stesso modo – come diceva Paolo – fino a raggiungere la statura di un “uomo maturo, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). La crescita di quest’uomo nuovo è sempre legata alla realtà psicologica di ciascuno e in modo difficile da controllare: la guida spirituale ne terrà conto. Non potrà mai discernere chiaramente tra ciò che è puro dato psicologico e ciò che proviene solo dallo Spirito santo. Un chirurgo può distinguere tra un nervo, un muscolo e una vena, ma quando si tratta di vita interiore, un simile discernimento non è possibile.
Ogni dato è innanzitutto psicologico, ma nello stesso tempo in armonia o in disaccordo con lo Spirito. Il che significa che l’azione dello Spirito santo può appoggiarsi sia sugli elementi oscuri che su quelli luminosi della personalità. Un equilibrio psicologico non è mai una condizione sine qua non del progresso spirituale, così come un handicap psicologico non è mai un ostacolo insuperabile. L’importante è discernere come vengono messi in opera gli elementi oscuri e quelli luminosi, in che direzione si sviluppano se positiva o negativa e, infine, se sono o meno al servizio dell’amore. Questa è la posta in gioco della paternità spirituale, che cerca di accompagnare e di illuminare questo processo.
In altri termini, si tratta della scoperta di quella che oggi si chiama l’interiorità presente in ogni uomo, il suo essere e la sua realtà più profondi, il suo stesso fondamento. Da soli siamo incapaci di far affiorare questo fondo, di destare questa nuova sensibilità ai valori spirituali: dobbiamo essere indirizzati sul cammino, abbiamo bisogno di una parola che illumini questa nuova situazione, in modo da potervi scoprire e riconoscere il lato migliore di noi stessi. In questo senso l’accompagnamento spirituale si avvicina a quella che Socrate chiamava maieutica. Potremmo anche chiamarla ostetricia spirituale, e la guida assomiglia sempre un po’ a una levatrice. E’ uno dei motivi per cui Thomas Merton, in uno dei suoi ultimi scritti (Final Integration. Towards a Monastic Therapy), pone come obiettivo della vita monastica quello di essere fully born, “pienamente nato”, con il che intende: essere in grado di vivere a partire dalla propria esperienza interiore che si discerne e si avverte sgorgare dal proprio intimo profondo.
Quando questa integrazione ha luogo, diventa fonte di grande maturità e di sapienza: la profondità dell’essere umano infatti è più universale dell’io empirico e superficiale. Poiché ha toccato il fondo del proprio essere, un uomo simile ha acquisito una dimensione cosmica, è divenuto un uomo téleios, compiuto, perfetto. Ha raggiunto un’identità integrale più ampia di quella del suo piccolo io limitato, che è solo un frammento del suo essere autentico. Può ora identificarsi con tutti gli uomini e partecipare della loro vita; è infatti diventato uomo universale, sorgente di amore per tutti. E’ in grado di percepire l’amore e la sofferenza di ciascuno e, ciononostante, di restare libero nei confronti di tutti; ha raggiunto la sorgente della vera libertà al fondo del proprio essere, sorgente che è lo Spirito santo. Non è più guidato dalla propria generosità esteriore, o da nobili sentimenti, e nemmeno dalla fredda intelligenza. Ormai sa vivere spontaneamente e gratuitamente a partire dalla propria interiorità e dalla sua sorgente profonda, là dove Dio lo abita e lo guida. La spontaneità interiore è segno di libertà interiore; in questo senso bisogna intendere l’espressione di Agostino: Ama et fac quod vis, “ama e fa’ ciò che vuoi”. E sufficiente amare, e amare sempre più.
Adesso ci è facile rispondere a una domanda frequente: “Si può fare a meno della paternità spirituale?”. Naturalmente Dio può sempre guidare qualcuno in modo diretto, ma normalmente non agisce così. Per chi desidera sinceramente inoltrarsi un po’ nello spessore dell’esperienza spirituale, si impone un certo accompagnamento da parte di un fratello; e non solo agli inizi, quando si concepisce più facilmente l’inevitabilità di una certa iniziazione, ma anche più tardi, soprattutto ogni volta che, sotto l’azione dello Spirito santo, uno è invitato a fare un passo in avanti nel cammino verso Dio. Ogni volta infatti bisogna oltrepassare una specie di tetto, accedere a un nuovo stadio della vita. Quando si è sul punto di doppiare la boa, affiorano le stesse incertezze, si presentano gli stessi tranelli: bisogna scartare illusioni, evitare scogli, e sempre, nel dedalo di innumerevoli e sottili reazioni del nostro orgoglio, stupito e insieme ferito, minacciato di essere colpito a morte, bisogna individuare quel tenue filo della grazia, la dolce e quasi impercettibile mozione dello Spirito, per aprirsi a lei, lasciare che si impadronisca di noi e ci conduca là dove non pensavamo, là dove spesso non avremmo mai voluto andare, verso ciò che occhio non ha mai visto, né orecchio udito, né mai è entrato nel cuore dell’uomo. Ma ogni volta – ed è questa una certezza della fede – anche la guida sarà là: se siamo pronti, Dio la metterà sul nostro cammino. Allora il più povero e l’ultimo dei nostri fratelli o delle nostre sorelle potrà offrirci la sorpresa di una Parola di Dio, a condizione che la sappiamo attendere.
Manifestare i propri desideri
Abbiamo appena visto come la qualità della paternità spirituale dipenda dalla qualità di una relazione umana. Ebbene, la qualità di ogni relazione umana riflette in buona parte la qualità del dialogo che si instaura tra le due persone in questione. Tutta la tradizione è unanime su questo punto: l’accompagnamento si basa sul dialogo, il discepolo interroga suo padre nell’attesa di una parola che si presume che questi sia in grado di offrirgli. Anche il contenuto di questo dialogo è ben attestato: lo si chiama comunemente apertura del cuore o manifestazione dei pensieri. Di cosa si tratta? Precisiamo subito che è bene tener distinti accompagnamento spirituale e sacramento della confessione. Al presbitero, ministro del sacramento, si confessano i peccati realmente commessi per i quali si chiede l’assoluzione. Al padre spirituale – al di fuori di qualsiasi contesto sacramentale, dato che nulla vieta che sia un laico – si manifestano i desideri e le tendenze che affiorano nel cuore e nell’immaginazione, anche se nessun peccato è stato commesso, né interiore né esteriore.
La confessione può essere il punto di partenza di un colloquio spirituale che può eventualmente seguirla, ma questo non è indispensabile: con l’assoluzione finale, la confessione è pienamente compiuta. D’altro canto, un colloquio spirituale non è necessariamente seguito dalla confessione: nella maggior parte dei casi non è così. D’altronde la guida spirituale non è forzatamente un presbitero: la paternità spirituale non ha nulla a che vedere con il sacerdozio ordinato. Un laico, uomo o donna, che abbia un’esperienza personale della vita dello Spirito santo può farsene carico altrettanto bene che un presbitero, e senz’altro meglio che un presbitero che abbia poca o nessuna esperienza.
Alla propria guida spirituale non si manifestano innanzitutto i peccati effettivamente commessi, ma piuttosto ciò che gli anziani chiamavano i logismoi, i pensieri. La traduzione è ambigua. Non si tratta tanto di quello che pensiamo, ma piuttosto di quello che sentiamo, di ciò verso cui tendiamo: sentimenti, desideri, inclinazioni che si fanno strada, incontrollati, nel cuore e nella mente, anche se non sfociano – se non raramente – in peccati veri e propri. Il termine “confessione” qui sarebbe perciò errato, soprattutto nella sua accezione sacramentale: si tratta unicamente di mettere in luce, di scoprirsi di fronte al proprio interlocutore.
Chi apre così il proprio cuore non chiede un’assoluzione e nemmeno un incoraggiamento o una parola rassicurante, anche se così potrebbe sembrare. Chiede innanzitutto di essere accettato: poter esprimere a un altro desideri e sentimenti, così a lungo repressi e rimossi, costituisce per lui un evento straordinario che, già di per sé, rappresenta un enorme sollievo. Non è più solo con loro, gli è possibile confidarli a un altro che li accoglierà tranquillamente e con amore. Accogliere i sentimenti degli altri è infatti innanzitutto una questione di amore. I primi momenti del colloquio spirituale, quando i sentimenti più difficili vengono finalmente in superficie, sono sempre i più importanti.
La qualità e l’autenticità dell’amore dell’accompagnatore (e possiamo ben dire del padre spirituale) sono qui messe alla prova. Troppe guide spirituali commettono un grave errore: quello di parlare troppo presto, sia per biasimare che per rassicurare. Spiegheremo più avanti in che cosa consiste questo errore tattico; ora ci basta sottolineare che l’ascolto attento e benevolo di quanto viene confidato riveste un’importanza determinante per il prosieguo della relazione. Ancora una volta, non si tratta assolutamente di approvare o di condannare le inclinazioni e i desideri che si affacciano; si tratta semplicemente di accettare una persona per come si presenta, magari anche afflitta da sentimenti che riesce a esprimere solo con difficoltà. Ha il diritto di essere quello che è, come si sente e come si mostra: con i suoi desideri. Che questi siano buoni o cattivi non deve entrare in linea di conto, per il momento, neanche se sono espressi con un linguaggio molto confuso.
Siamo qui di fronte al punto più delicato dell’accompagnamento spirituale: dietro questa confusione, apparentemente inaccettabile, si nascondono sentimenti umani insoddisfatti e difficili da esprimere, i quali non solamente sono fondamentali, ma anche vitali e profondamente sani. Il fatto che questi desideri si esprimano per il momento in modo confuso è solo un male relativo che si spiega il più delle volte con l’imperizia e la mancanza di esperienza unite a incidenti del passato con tutte le conseguenti malformazioni: tutte cose per le quali la vittima non ha alcuna responsabilità. Quanto c’è di profondamente sano in questa persona deve innanzitutto essere schiettamente riconosciuto mediante la confutazione di alcuni desideri o fantasmi, deve essere ascoltato e, nella misura del possibile, messo in valore nella sua verità profonda.
Ecco l’unica possibilità di metterci in contatto con la misericordia di Dio e con la grazia che vengono a valorizzare l’uomo fin nella sua debolezza più profonda, fino a guarirlo se ne ha bisogno. E’ noto il consiglio che Benedetto dà all’abate: oderit vitia, diligat fratres, “odierà i vizi ma amerà i fratelli” (RB 64,11). Il fratello deve sentirsi amato nonostante la propria debolezza, e al cuore stesso della propria debolezza. Va amato com’è, e basta. Con Dio non ci sono condizioni imposte per aver diritto all’amore, né colpe imperdonabili che farebbero decadere dall’amore: il padre spirituale diventa qui l’icona del Padre celeste, “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni” (Mt 5,45), l’icona di Gesù, che non è “venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il fatto che sentimenti e desideri a lungo repressi possano finalmente emergere al cuore del colloquio spirituale è importante per un motivo ancora più profondo: è forse la prima volta che siamo in grado di raggiungere perfino i nostri desideri più profondi, il che è assolutamente necessario se la grazia deve un giorno portare frutto in noi. I nostri desideri più profondi infatti non sono di tipo razionale, non si situano nemmeno a livello della nostra volontà o delle nostre facoltà d’azione. La grazia scende molto più in profondità nell’uomo, raggiunge i suoi desideri più segreti e ancora totalmente inespressi, là dove questi si sente più vulnerabile e dove effettivamente è stato maggiormente ferito, là dove sa di essere incredibilmente debole, là dove, secondo Paolo, “la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito desideri contrari alla carne” (Gal 5,17). La carne per Paolo va intesa in senso lato: sono i nostri desideri profondi, quelli che costituiscono il punto di contatto tra la grazia di Dio e la persona umana, il punto d’impatto in cui lo Spirito e la carne tentano di sopraffarsi l’un l’altra, dandosi battaglia con desideri opposti. Ma è proprio questo il luogo in cui possiamo essere assolutamente certi di incontrare la grazia.
Per essere in grado di ascoltare in noi i desideri dello Spirito, bisogna innanzitutto che i desideri della carne emergano in superficie e si rendano percepibili. Dove la carne non fosse percepita, come potrebbe esserlo lo Spirito, lui che lotta incessantemente contro la carne? Ecco perché è estremamente importante essere messi di fronte ai propri desideri più profondi, osare guardarli in faccia, senza paura e anche senza temerarietà, affinché l’impulso profondo dello Spirito possa anch’esso sorgere e aprirsi un varco. E proprio questo l’obiettivo della paternità spirituale: avvicinare una persona ai propri sentimenti e ai propri desideri più profondi, al fine di avvicinarlo allo Spirito santo.