Il teologo Armando Matteo non celebra il funerale della fede, ma la libertà di offrire solo ciò che conta

La Stampa – Tuttolibri – 18 aprile 2026
di Enzo Bianchi
Per gentile concessione dell’autore
Per secoli abbiamo confuso il Vangelo con l’anagrafe e la fede con l’appartenenza a un blocco sociale. Oggi, il crollo della cristianità – quel sistema di potere e consuetudine nato con Costantino – non è una tragedia da piangere, ma l’occasione che il cristianesimo aspettava per tornare a essere se stesso. Liberata dal peso delle istituzioni che devono compiacere tutti, la fede può finalmente tornare a essere ciò che era all’inizio: una scelta radicale, minoritaria e proprio per questo rivoluzionaria. La fine della cristianità è un’opportunità per il cristianesimo, poiché il cristianesimo ha vissuto fino ad ora un’ambiguità, quella di “essere” cristiani senza aver dovuto diventarlo. Questa coincidenza tra la fede e la società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è un’opportunità per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore.
Alcuni cristiani hanno paura che diventare minoranza possa condurre ad una futura scomparsa, ma essere minoritari non significa essere insignificanti. Ci sono delle minoranze efficaci, che agiscono nella società perché il messaggio cristiano sia ascoltato. Bisogna quindi stare attenti che questo statuto di minoranza non porti ad un soffocamento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica nel cuore dell’umanità.
Tuttavia non bisogna né avere l’ossessione dell’influenza nella società, né averne paura. La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo, un’arte di vivere umanamente.
Il noto teologo Armando Matteo – docente di teologia fondamentale alla Pontificia università Urbaniana di Roma, e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Sede – da tempo concentra la sua vasta produzione saggistica sull’analisi del rapporto tra la fede cristiana e la società contemporanea, ha da poco pubblicato La fortuna di essere irrilevanti. Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla, uscito per le Edizioni San Paolo. Un saggio nel quale Matteo si conferma, nonostante il suo importante e delicato incarico di segretario dell’ex Sant’Uffizio, come un teologo libero, coraggioso, appassionato, capace di immaginare una Chiesa diversa, un cristianesimo altro.
È vero, dalla Chiesa oggi quasi nessuno ormai si aspetta qualcosa, al massimo dell’attività sociale e caritativa, la conservazione della pietà popolare, la custodia della religione come collante di valore e in certi casi di interessi, la tesi centrale di Armando Matteo è che l’attuale irrilevanza della Chiesa non sia una condanna, ma una liberazione dalle aspettative mondane che permette di riscoprire l’essenziale del Vangelo. Così delinea una visione del futuro del cristianesimo che trasforma la marginalità sociale in una risorsa strategica.
L’occidentale medio non vede più nel Vangelo una risorsa per la propria felicità, e questa rottura strutturale segna la fine definitiva del cristianesimo come “tradizione automatica”. Per questo, essere una realtà “dalla quale nessuno si aspetta più nulla” offre alla Chiesa la libertà di cambiare con coraggio, senza il peso di dover mantenere ruoli sociali o istituzionali prestabiliti, e ciò rappresenta per la Chiesa una fortuna, la fortuna della libertà. Certo, un abbandono così massiccio della fede e dell’appartenenza alla Chiesa provoca disagio e sofferenza, ma può anche rappresentare l’occasione per trasformazioni profonde di cui la Chiesa ha bisogno da decenni, ma troppo spesso evase e rimandate.
Per il teologo Matteo il futuro del cristianesimo non risiede nella conservazione delle strutture, ma nella capacità di tornare a proporre la figura di Gesù come via per una vita piena e felice, rivolgendosi soprattutto a quel “vuoto” lasciato dalle generazioni adulte. La visione dell’autore suggerisce una trasformazione strutturale che abbandoni l’autoreferenzialità per farsi compagna di strada degli uomini e delle donne di oggi, accettando di essere una minoranza che brilla per la qualità della sua proposta piuttosto che per il numero dei suoi aderenti.
Per Armando Matteo il futuro del cristianesimo non è un lento declino verso l’estinzione, ma un’occasione per passare da un’appartenenza subita a una scelta consapevole e gioiosa, possibile proprio perché la Chiesa ha smesso di essere un centro di potere sociale. Il teologo non si limita a teorie, ma indica scelte concrete e necessarie, come passare dalla “pastorale dell’imbuto” alla “pastorale dell’incrocio”, dove la parrocchia non deve più comportarsi come un imbuto che aspetta che le persone entrino per incanalarle in percorsi precostituiti (sacramenti, catechismo). La parrocchia deve diventare un luogo di intersezione con la vita reale, uscendo dai propri confini per incontrare le persone dove vivono, lavorano e cercano la felicità.
Matteo sostiene che il vero problema non siano i giovani, ma gli adulti che hanno smesso di essere testimoni credibili. Le parrocchie devono aiutare gli adulti a riscoprire la bellezza della propria età e della responsabilità, smettendo di rincorrere modelli giovanilistici. La proposta pastorale deve presentare la fede come ciò che dà senso a una vita adulta complessa, legandola ai temi del benessere interiore e della generatività.
In un contesto di irrilevanza, i sacramenti non possono più essere “riti di passaggio” sociali. La liturgia deve tornare a essere un’esperienza spirituale e di incontro reale con Cristo, capace di profumare di buono anche per chi è lontano. Le parrocchie devono smettere di essere “sportelli per certificati” religiosi e diventare comunità di fraternità dove la fede è una scelta.
Il valore del bel saggio di Armando Matteo è l’intuizione profondamente evangelica della natura dirompente dell’irrilevanza del cristianesimo. La fine della cristianità non è il funerale della fede, ma la sua fuga per la libertà. Per secoli abbiamo confuso il Vangelo con il certificato di nascita, riducendo Dio a un accessorio dell’arredamento sociale; ora che il mondo ha finalmente smesso di chiederci cerimonie vuote e rassicurazioni morali, la Chiesa non ha più scuse.
Restare irrilevanti significa smettere di essere lo sportello burocratico dell’anima per tornare a essere ciò che il potere ha sempre temuto: una minoranza profetica. Se la parrocchia smette di funzionare come un imbuto che imbottiglia fedeli per inerzia, può finalmente trasformarsi in un laboratorio di felicità sovversiva. Il paradosso è servito: proprio oggi che nessuno si aspetta più nulla dalla Chiesa, essa può tornare a offrire l’unica cosa che conta — non una tradizione da conservare sotto spirito, ma l’incontro con un Cristo che libera la vita adulta dal vuoto del consumo. Il futuro non appartiene a chi resiste nell’assedio, ma a chi ha il coraggio di abitare il deserto con il profumo di una gioia che non ha bisogno di permessi istituzionali per brillare.