Domenica di Pentecoste (A)
Giovanni  20, 19-23



  • Prima lettura – Atti degli Apostoli 2,1-11
    Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. 
  • Salmo Responsoriale – Sal 103 (104)
    R. Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
  • Seconda lettura – 1Corìnzi 12,3b-7.12-13
    Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito… A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune…. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo…. e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito
  • Vangelo – Giovanni 20,19-23
    La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il «respiro di Dio» viene in modo diverso per ciascuno
 Ermes  Ronchi

La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il venire dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi.
Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore.
Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre.
Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano.
E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c’è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. “Che fa vivere e santifica l’universo”, come preghiamo nella Eucaristia.
Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d’angoscia, in persone danzanti di gioia, “ubriache” (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita.
La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L’abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d’amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo.
E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l’ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti.


La festa di Pentecoste è il compimento del mistero pasquale: le energie del Risorto si riversano sulla sua comunità la quale, grazie allo Spirito santo, confessa Gesù Cristo quale Figlio di Dio e Signore (cf. 1Cor 12,3) e lo testimonia nella compagnia degli uomini.

Ecco perché il brano proposto dalla chiesa alla nostra meditazione, la conclusione del quarto vangelo, ci presenta il dono dello Spirito fatto dal Risorto ai suoi discepoli. Vi è in questa pagina il compimento di un’attesa che attraversa tutto il vangelo. Lo Spirito, amore del Padre, scende su Gesù in forma di colomba al momento del battesimo, come attesta Giovanni il Battezzatore, che aggiunge: «Chi mi ha mandato a battezzare con acqua mi ha detto: “L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza, immerge in Spirito santo”» (cf. Gv 1,32-33). Queste parole suscitano l’attesa di questa immersione definitiva nello Spirito da parte di Gesù, attesa ridestata poco più avanti dall’evangelista: «Colui che Dio ha inviato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura» (Gv 3,34).

Gesù stesso, nell’ultimo e solenne giorno della festa delle Capanne, ritto in piedi nel tempio grida: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”» (Gv 7,37-38; cf. Is 55,1-3; Ez 47,1-12; Zc 13,1; 14,8). E qui di nuovo l’autore del vangelo commenta con la sua solita intelligenza spirituale: «Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato». Ancora, nei «discorsi di addio» (cf. Gv 13,1-16,33), prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù promette ripetutamente ai discepoli che non li lascerà orfani: essi non dovranno temere nulla perché Gesù pregherà il Padre il quale invierà nel suo Nome lo Spirito Consolatore, che insegnerà loro ogni cosa e li guiderà alla piena verità; li condurrà cioè a fare memoria di tutta la vita di Gesù e ad assumerla in profondità, fino a farne la fonte della loro stessa vita.

Ed ecco che giunge, puntuale, la realizzazione della promessa. Gesù aveva più volte profetizzato che sarebbe venuta per lui l’ora dell’innalzamento, della glorificazione: ebbene, elevato sulla croce, dopo aver pronunciato la sua ultima parola – «Tutto è compiuto!» – Gesù «reclinato il capo consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Per il quarto vangelo il momento della morte di Gesù è in realtà più che mai l’ora in cui egli agisce come Vivente e, ripieno della gloria di chi ama fino alla fine, fa il dono definitivo, quello che dà inizio agli ultimi tempi: Gesù dona lo Spirito santo alla chiesa che è ai piedi della croce, rappresentata da sua madre e dal discepolo amato, e lo dona anche a tutta l’umanità a lui ostile o indifferente. A conferma del compimento avvenuto, l’evangelista attesta che «uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34), il sangue dell’alleanza e l’acqua segno dello Spirito…

Ma Gesù vuole che il dono dello Spirito sia accolto consapevolmente dalla sua comunità, dispersa nell’ora della croce. Per questo la sera del giorno della resurrezione si manifesta ai discepoli chiusi nella loro paura, torna ad assumere il posto centrale che spetta al Signore e annuncia loro la sua pace, quella che il mondo non può dare. Infine, dopo aver mostrato le ferite dell’amore che restano indelebili nel suo corpo, «alita su di loro», gesto che segna una nuova creazione (cf. Gen 2,7), «e dice: “Ricevete lo Spirito santo”». Il dono è nel contempo responsabilità, è in vista della missione essenziale affidata da Gesù alla chiesa: rimettere, perdonare i peccati a tutti gli uomini, nessuno escluso.

Sì, «lo Spirito santo è la remissione dei peccati», come recita una bella preghiera liturgica. In questo giorno di Pentecoste, mentre facciamo memoria di tutta la vita del Signore Gesù sfociata nel dono dello Spirito, dovremmo invocare questo stesso Spirito perché metta in noi il suo frutto per eccellenza: la capacità di compiere gesti concreti di perdono e di riconciliazione nelle nostre relazioni quotidiane. Questo è vivere da con-risorti con il Signore ed essere nella storia testimoni credibili del grande dono dello Spirito santo.

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Ricevete lo Spirito Santo…
Antonio Savone

Più ancora che le porte del cenacolo, quella sera, chiuso era il cuore degli Undici, barricato dentro le proprie convinzioni e riserve, paralizzato dalle proprie paure. Le tenebre della sera che incombeva erano figura di ben altre tenebre, di quelle dell’incapacità di credere alla risurrezione del Maestro. La chiusura era stata la reazione dei discepoli all’annuncio recato loro da Maria di Magdala di aver visto il Signore. Tra gli Undici c’erano anche Pietro e il discepolo che Gesù amava, i quali avevano toccato con mano che quella mattina era davvero accaduto qualcosa. Ma nulla. C’era qualcosa cui essi attribuivano un potere superiore a quello del Signore: per timore dei Giudei… Ripenso a tutte quelle situazioni cui io attribuisco un potere paralizzante di fronte al quale finisco per concludere: neanche Dio può farci più nulla.

Eppure, Dio non si rassegna. Dio non pronuncia mai l’espressione che sovente affiora sulle nostre labbra quando con disincanto e disarmati ripetiamo: non c’è più nulla da fare. Dio non lo fa mai. Dio ripete sempre: ricevete lo Spirito Santo! Dalla parte della vita, fino alla fine, anche quando tutto sembra portare i segni evidenti del fallimento manifesto. Smettetela – dice Dio – di continuare a voler sistemare un passato attraverso l’unico mestiere che a volte finisce per assorbirvi: quello di riempire di fiori la morte. Oh, se siamo esperti di questo mestiere mentre dobbiamo riconoscerci analfabeti dello stile di Dio!

Ricevete lo Spirito Santo…

Come non pensare all’antico profeta Ezechiele che guardando la situazione del suo popolo che si era allontanato dal Signore lo paragonava a una sterminata distesa di ossa di fronte alle quali si sente ripetere: potranno queste ossa rivivere?

Immagino il Signore che guarda la mia vita e rivolge a me questa parola: padre Antonio, potranno queste ossa rivivere? E il riferimento non è anzitutto a qualcosa di esterno a me: il riferimento è alla mia, alla nostra situazione interiore di fronte alla quale con disincanto verrebbe da concludere che per virtù propria non potranno rivivere. Poi certo, il riferimento è a questa stagione ecclesiale nella quale prevale lo scoramento e la fatica propri di quelle stagioni in cui sembra mancare il respiro.

Cosa può significare celebrare ancora la Pentecoste se non sentirsi ripetere che non è ancora la fine e Dio non cessa di riversare il suo Spirito e non già perché finalmente la situazione sia ideale ma, forse, proprio perché essa sembra allo sbando?

Quella sera il Signore si rese presente – venne Gesù, stette in mezzo a loro – in mezzo a una comunità che conosceva bene fragilità e paure. A loro consegnò il dono della pace che nulla a che vedere con una esistenza al riparo da lotte e tensioni, nulla da spartire col nostro bisogno di starcene in pace. La pace donata dal Risorto, infatti, è quella capacità di riconoscere che se la paura e la fragilità sono evidenti, ben più grande è la fiducia in colui che vince il male grazie a una misericordia insperata.

Non è forse questo il compito della comunità cristiana inviata per essere segno di nuovi inizi, di possibili germogli nella misura in cui si lascia condurre dallo Spirito Santo e non già da logiche strategiche che nulla hanno da spartire con il Vangelo?

Un’altra storia è possibile, dice Dio, ma occorre tanta audacia da parte nostra per farla nascere.

Ricevete lo Spirito Santo…

Al termine di questo unico grande giorno di Pasqua iniziato con una luce nella notte del male e della morte, il cero pasquale verrà spento e collocato accanto al fonte battesimale. Ma la sua luce continuerà ad ardere grazie alla nostra disponibilità a perdonare: a chi rimetterete i peccati… Il riferimento non è soltanto a una prassi sacramentale ma ad uno stile relazionale.

Perdonare è donare attraverso le ferite ricevute, è fare del male subìto l’occasione di un gesto di amore. Se tu non perdoni, l’altro non potrà cambiare.

Il nostro perdono il segno che il male non ha l’ultima parola sulla nostra vita.

Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


La piccola Pentecoste
Angelo Casati 

Ancora questo gioco: avviene nell’ottavo giorno, come suggerisce il Vangelo di Giovanni, o il giorno di Pentecoste, come suggerisce il libro degli Atti, il dono dello Spirito.

Forse è impoverire lo Spirito Santo questa pretesa di imbrigliarlo in un’unica manifestazione. Ed è anche bello pensare che l’avevano ricevuto la sera di Pasqua e ancora l’attendevano: e non è una finta, un far finta, è un anelito vero: vieni, Santo Spirito!

E vorrei partire in questa riflessione proprio dalla Pentecoste piccola, quella senza clamore, quella che avviene la sera di Pasqua, al calare delle ombre, mentre chiuse erano le porte: “Alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi….”. Uno Spirito – voi mi capite – per essere liberi interiormente, liberi da ciò che ci rinchiude dentro, il peccato. Vedete, la libertà – quella interiore – è grande dono, forse dono ancor più grande della libertà esteriore.

I rabbini si chiedono perché Dio non avesse dato la Torah – la legge – a Israele immediatamente dopo l’esodo dall’Egitto, ma molto dopo sul Sinai. E rispondevano che era più facile per Dio far uscire Israele dall’Egitto che far uscire l’Egitto da Israele.

Come è vero! Quanto è più difficile recuperare la libertà dentro, quant’è più difficile disintossicarci dentro, quant’è più difficile espellere i faraoni che ci comandano dentro.

Manda, Signore, il tuo Spirito a renderci liberi dentro. E ci faccia sempre più convinti che ciò che conta è come siamo dentro. Ci aiuti a sfuggire all’inganno di una società che privilegia l’immagine, la maschera.
Il tuo è uno Spirito d’interiorità.
I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre passioni, le nostre scelte siano nella rettitudine e nella libertà.

A questo riguardo è suggestivo pensare che ai tempi di Gesù la festa ebraica di Pentecoste era la festa della Rivelazione, la festa del dono della Legge sul Sinai. Nel racconto della Pentecoste cristiana molti di voi avranno notato alcune significative assonanze: il vento, il fuoco, il miracolo delle lingue. Secondo un noto midrash sul monte Sinai ogni parola uscita dalla bocca di Dio si divise in settanta lingue, così che ogni popolo sentiva i precetti divini nella propria lingua.

Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore.

Ricordo l’impressione – sì, direi l’emozione – che provammo a Gerusalemme, quando una sera vedemmo davanti al Tempio i giovani ebrei danzare abbracciati – così come si abbraccia la creatura amata – abbracciati al rotolo della Torah, della Bibbia. Quasi una sorta di innamoramento.

Manda, o Signore, il tuo Spirito.
Ci liberi dal gelo di una religione ridotta a un elenco di definizioni da credere, o a un prontuario di norme da osservare.
Ci faccia parlare con te, seguire te, pensare a te con il cuore di chi ama.

Lo Spirito di Gesù ci fa – lo dicevamo – uomini e donne dell’interiorità ma non certo uomini e donne dell’intimismo. La Pentecoste è anche festa di uno Spirito che ci scuote, che apre le porte, che conduce sulle piazze, fuori dai nostri recinti protetti, nel rischio della vita, nella imprevedibilità della vita.

“La fede non è un fatto crepuscolare, umbratile, da vivere solo nella penombra delle chiese. La fede è un fuoco. La fede la si gioca allo scoperto, nella città, nelle piazze, nella vita di tutti i giorni” (L. Pozzoli).

Ma – vorrei aggiungere – non alla maniera dei ciarlatani: lo Spirito è anche pudore, è discrezione, è ascolto, è trasalimento per la voce misteriosa, per i segni improvvisi che solo chi è abitato dallo Spirito – quello vero! – sa sorprendere.

Non abbiamo – no, non abbiamo conosciuto lo Spirito, il vero Spirito di Dio, se come cristiani diamo l’impressione di essere “impegnati” a lottare e a vincere più che a comprendere e a contemplare.

Vieni, Santo Spirito tu che sei vento impetuoso ma anche brezza leggera,
tu fierezza ma anche dolcezza,
tu rigore ma anche amabilità,
tu assolutezza della verità ma anche tenerezza della misericordia.

Omelia di don Angelo Casati
http://www.sullasoglia.it


La Pentecoste è una festa di meraviglie! “Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (I lettura, v. 11). La sorpresa scuote la gente di Gerusalemme e gli Apostoli stessi, in quel mattino di Pentecoste. Tanti popoli diversi (sono nominati ben 17 popoli), con lingue differenti, parlano un linguaggio comune: sono tutti sintonizzati nel parlare delle grandi opere di Dio (v. 8-11). Lo Spirito Santo, che è appena disceso sulla comunità riunita nel Cenacolo, è l’autore di questa meraviglia: cioè del superamento di Babele e del passaggio ad una vita di comunione fraterna e di impulso missionario. Infatti, a Babele la confusione delle lingue aveva provocato la dispersione dei popoli che, con atteggiamento orgoglioso ed egoista, volevano costruirsi una città e farsi un nome (Gen 11,1-9); mentre a Gerusalemme, quando lo Spirito scende, popoli diversi riescono a capirsi e a comunicare le grandi opere di Dio. A Babele parlavano tutti la stessa lingua, ma nessuno riusciva a capire l’altro. A Pentecoste parlano lingue diverse, eppure tutti si capiscono come se parlassero un’unica lingua. Nel cuore delle persone, lo Spirito sposta il centro di interesse: ormai non è più la ricerca egoista di sé stessi o di farsi un nome, ma è il vivere in Dio e narrare le sue opere, a beneficio di tutta famiglia umana.

La festa ebraica di Pentecoste era divenuta progressivamente un memoriale delle grandi alleanze di Dio con il suo popolo (con Noè, Abramo, Mosè, Geremia, Ezechiele…). Ora, al culmine della Pentecoste (v. 1) c’è il dono dello Spirito, che ci è dato come definitivo principio di vita nuova: è Spirito di unità, di fede e di amore, nella pluralità di carismi e di culture. S. Paolo (II lettura) attribuisce chiaramente allo Spirito la capacità di rendere la Chiesa unita e molteplice nella pluralità di carismi, ministeri ed attività (v. 4-6). Lo Spirito vuole una Chiesa ricca di doni diversi, ma unita; una Chiesa che non cancella, ma sa valorizzare le differenze. Perché sono una ricchezza! Lo Spirito realizza la convivialità delle differenze: non le annulla e non le omologa, ma le salva, le purifica, le custodisce, le arricchisce, le armonizza. Papa Francesco ci ricorda che la Pentecoste è la festa della nascita della Chiesa; è il “compleanno della Chiesa”.

Lo Spirito Santo è il frutto più grande e più bello della Pasqua, già dall’ultimo respiro di Gesù morente, che segnò l’inizio della vita nuova nello Spirito. In senso pieno, il testo “spirò/emise lo spirito” (Lc 23,46; Gv 19,30) si può tradurre: “consegnò/trasmise lo Spirito (Santo)”, preludio di Pentecoste. Inoltre, nella sua risurrezione Gesù soffia lo Spirito sui discepoli (Vangelo): “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati” (v. 22-23). È lo Spirito di vita e della misericordia di Dio per il perdono dei peccati. E quindi è Spirito di pace: con Dio e con i fratelli. È lo Spirito di unità nella pluralità. È lo Spirito dellamissione universale, anzi è il protagonista della missione che Gesù affida agli apostoli e ai loro successori (cfr. RMi cap. III; EN 75s.): “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21). Sono parole che vincolano per sempre la missione degli apostoli e dei fedeli cristiani con la vita della Trinità: il Figlio è il primo missionario inviato dal Padre a salvare il mondo, con l’amore (Gv 15,9); e lo Spirito impulsa tutta la Chiesa alla missione e nel cammino verso l’unità dei cristiani.

Il soffio di Gesù sugli Apostoli la sera di Pasqua (v. 22), per l’evangelista Giovanni è già la Pentecoste ed evoca la creazione nuova, che è opera dello Spirito: Egli trasforma dal di dentro ogni persona e la apre ad accogliere il dono della salvezza in Cristo. In modo vero, anche se per cammini a noi invisibili, lo Spirito dispone i cuori delle persone, anche dei non cristiani, per il necessario incontro salvifico con Cristo, come insegna il Concilio: “Dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (GS22; è un testo coraggioso che Giovanni Paolo II cita tre volte nella Redemptoris Missio, n. 6.10.28).

Strettamente legata all’opera creativa e rinnovatrice dello Spirito è anche la Sua capacità di sanare e guarire l’anima e il corpo delle persone. Si tratta di un’energia reale ed efficace, verso la quale esiste una particolare sensibilità nel mondo missionario, anche se spesso difficile da discernere. L’azione risanatrice raggiunge a volte anche il corpo, ma molto più spesso tocca lo spirito umano, sanandone le ferite interiori ed effondendo il balsamo della riconciliazione, della consolazione e della pace. La Chiesa ha davanti a sé campi sempre nuovi per la sua attività missionaria ed è chiamata a lavorarvi con crescente slancio e creatività. Fiduciosa nell’azione dello Spirito!


I fenomeni naturali che più impressionano la fantasia dell’uomo – il fuoco, la folgore, l’uragano, il terremoto, i tuoni (Es 19,16-19) – sono impiegati nella Bibbia per raccontare le manifestazioni di Dio.

Anche per presentare l’effusione dello Spirito del Signore gli autori sacri sono ricorsi ad immagini. Hanno detto che lo Spirito è soffio di vita (Gn 2,7), pioggia che irrora la terra e trasforma il deserto in un giardino (Is 32,15; 44,3), forza che ridona vita (Ez 37,1-14), rombo dal cielo, vento che si abbatte gagliardo, fragore, lingue come di fuoco (At 2,1-3). Tutte immagini vigorose che suggeriscono l’idea di un’incontenibile esplosione di forza.

Dove giunge lo Spirito avvengono sempre sconvolgimenti e trasformazioni radicali: cadono barriere, si spalancano porte, tremano tutte le torri costruite dalle mani dell’uomo e progettate dalla “sapienza di questo mondo”, scompaiono la paura, la passività, il quietismo, si sviluppano iniziative e si fanno scelte coraggiose.

Chi è insoddisfatto e aspira al rinnovamento del mondo e dell’uomo può contare sullo Spirito: nulla resiste alla sua forza.

Un giorno il profeta Geremia si è chiesto sfiduciato: “Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo stesso modo, potrete fare il bene voi abituati a fare il male?” (Ger 13,23). Sì – gli si può rispondere – ogni prodigio è possibile là dove irrompe lo Spirito di Dio.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Lo Spirito del Signore riempie l’universo e rinnova la faccia della terra”.

Prima Lettura (At 2,1-11)

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.
Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.

Gesù ha promesso ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati soli e che avrebbe inviato lo Spirito (Gv 14,16.26). Oggi celebriamo la festa di questo dono del Risorto.

Leggendo il brano degli Atti rimaniamo stupiti di fronte ai numerosi “prodigi” accaduti nel giorno di Pentecoste: tuoni e vento impetuoso, fiamme che scendono dal cielo, gli apostoli che parlano tutte le lingue.

Ci domandiamo anche per quale ragione Dio ha atteso cinquanta giorni prima di mandare sui discepoli il suo Spirito.

Per comprendere questa pagina di teologia (non di cronaca) dobbiamo addentrarci un poco nel linguaggio simbolico impiegato dall’autore.

Luca colloca la discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste. Eppure, proprio nel vangelo di oggi, Giovanni racconta che Gesù ha comunicato lo Spirito il giorno stesso della risurrezione (Gv 20,22). Come si spiega questo mancato accordo sulla data?

Diciamo subito con chiarezza: il mistero pasquale è unico. Morte, Risurrezione, Ascensione e dono dello Spirito sono avvenuti nel medesimo istante, nel momento della morte di Gesù. Raccontando ciò che è accaduto sul Calvario in quel venerdì santo, Giovanni dice che, chinato il capo, Gesù diede lo Spirito (Gv 19,30).

Perché allora quest’unico, sublime, ineffabile mistero pasquale è stato presentato da Luca come se fosse accaduto in tre momenti successivi? Lo ha fatto per aiutare a comprenderne i molteplici aspetti.

Giovanni ha posto l’effusione dello Spirito nel giorno di Pasqua per mostrare che lo Spirito è dono del Risorto. Ora vediamo per quale ragione Luca la colloca nel contesto della festa di Pentecoste.

La Pentecoste era una festa ebraica molto antica, celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua: commemorava l’arrivo del popolo di Israele al monte Sinai. Tutti ricordiamo cosa è accaduto in quel luogo: Mosè è salito sul monte, ha incontrato Dio ed ha ricevuto la Legge da trasmettere al suo popolo.

Gli israeliti erano molto orgogliosi di questo dono: dicevano che, prima che a loro, Dio aveva offerto la Legge ad altri popoli, ma questi l’avevano rifiutata, preferendo continuare con i loro vizi e sregolatezze. Per ringraziare Dio di questa predilezione, gli israeliti avevano istituito una festa: la Pentecoste.

Dicendo che lo Spirito era sceso sui discepoli proprio nel giorno di Pentecoste, Luca vuole insegnare che lo Spirito ha sostituito l’antica legge ed è divenuto la nuova legge per il cristiano.

Per spiegare cosa intende dire ricorriamo a un paragone. Un giorno Gesù ha detto: “Si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi?” (Mt 7,16). Sarebbe insensato immaginare che circondando di premure un rovo, potandolo, creandogli attorno un clima più mite potrebbe arrivare a produrre uva. Tuttavia, se – con un prodigio d’ingegneria genetica – si riuscisse a trasformarlo in una vite, allora non sarebbe più necessario alcun intervento esterno. Il rovo produrrebbe spontaneamente uva.

Prima di ricevere l’effusione dello Spirito, il mondo era come un grande rovo. Dio aveva dato agli uomini ottime indicazioni – un decalogo, dei precetti, tanti consigli – e si aspettava frutti, opere di giustizia e di amore (Mt 21,18-19), ma questi non sono arrivati perché l’albero rimaneva cattivo e “nessun albero cattivo dà frutti buoni… l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male” (Lc 6,43.45).

Che cosa ha fatto allora Dio? Ha deciso di cambiare il cuore degli uomini. Con un cuore nuovo – ha pensato – essi non avrebbero più avuto bisogno di alcuna legge esterna, avrebbero compiuto il bene seguendo gli impulsi venuti dal loro intimo.

Ecco cos’è la legge dello Spirito: è il cuore nuovo, è la vita di Dio che, quando entra nell’uomo, lo trasforma e da rovo lo fa divenire un albero fecondo, capace di produrre spontaneamente le opere di Dio.

Quando l’uomo è riempito dello Spirito, in lui accade qualcosa di inaudito: ama con l’amore stesso di Dio. Da quel momento “non ha più bisogno che alcuno lo ammaestri” (1 Gv 2,27), non gli occorre altra legge. Giovanni arriva a dire che l’uomo animato dallo Spirito diviene addirittura incapace di peccare: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché in lui dimora un germe divino, e non può peccare perché è nato da Dio” (1 Gv 3,9).

E i tuoni, il vento, il fuoco? Ma è chiaro: andiamo a vedere nel libro dell’Esodo quali fenomeni hanno accompagnato il dono dell’antica legge: “Al mattino presto ci furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte e un suono fortissimo di tromba e tutto il popolo ebbe paura” (Es 19,16). “Tutto il popolo vedeva le voci, i tuoni, il suono della tromba e vedeva il monte che fumava” (Es 20,18).

I rabbini dicevano che sul Sinai, nel giorno di Pentecoste, quando Dio aveva dato la Legge, le sue parole avevano preso la forma di settanta lingue di fuoco, per indicare che la Torah era destinata a tutti i popoli (che in quel tempo si pensava fossero appunto settanta).

Se l’antica legge era stata data in mezzo a tuoni, lampi, fiamme di fuoco… come avrebbe potuto Luca presentare in modo diverso il dono dello Spirito – nuova legge? Se voleva farsi capire doveva impiegare le medesime immagini.

E le molte lingue parlate dagli apostoli?

Probabilmente Luca si richiama ad un fenomeno molto comune nella chiesa primitiva: dopo aver ricevuto lo Spirito, i credenti cominciavano a lodare Dio in uno stato di esaltazione e, come in estasi, pronunciavano parole strane in altre lingue.

Luca ha utilizzato questo fenomeno in un senso simbolico per insegnare l’universalismo della Chiesa. Lo Spirito è un dono destinato a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Di fronte a questo dono di Dio crollano tutte le barriere di lingua, razza e tribù. Nel giorno di Pentecoste succede il contrario di quanto è accaduto a Babele (Gn 11,1-9).

Là gli uomini hanno cominciato a non capirsi e ad allontanarsi gli uni dagli altri; qui lo Spirito mette in atto un movimento opposto: riunisce coloro che si sono dispersi.

Chi si lascia guidare dalla parola del vangelo e dallo Spirito parla una lingua che tutti comprendono e che tutti unisce: il linguaggio dell’amore. È lo Spirito che trasforma l’umanità in un’unica famiglia dove tutti si capiscono e si amano.

Seconda Lettura (1 Cor 12,3b-7.12-13)

Fratelli, nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune.
12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.
13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.

Da che cosa hanno origine le divisioni all’interno delle nostre comunità? Dalle invidie, dalle gelosie reciproche. Coloro che hanno belle qualità (sono intelligenti, forti, hanno buona salute, hanno studiato…), invece di porre umilmente le loro doti a servizio dei fratelli, cominciano a pretendere titoli onorifici, esigono maggior rispetto, sono convinti di avere diritto a privilegi, vogliono occupare i primi posti. È così che i ministeri della comunità, da occasioni per servire, divengono opportunità per imporsi, per affermare se stessi, il proprio potere, il proprio prestigio.

Nella comunità di Corinto i cristiani non erano migliori di quelli di oggi, commettevano gli stessi peccati, avevano gli stessi difetti. Concretamente, erano divisi a causa dei diversi carismi (cioè dei diversi doni) che ciascuno aveva ricevuto da Dio.

Paolo scrive a questi cristiani per ricordare loro che i molti doni, le molte qualità che ciascuno di loro ha, non sono stati dati per creare divisioni, ma per favorire l’unità: “A ciascuno, dice Paolo, è data una manifestazione dello Spirito, per l’utilità comune” (v. 7). E questo perché l’origine di tutti i doni è unica: lo Spirito. Dice Paolo: “C’è poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito” (v. 4).

Per chiarire meglio quest’idea dell’unità e del servizio reciproco, Paolo utilizza il paragone del corpo.

I cristiani costituiscono un solo corpo, fatto di molte membra. Ogni parte deve svolgere la sua funzione per il bene di tutto l’organismo. Così accade con i diversi doni di cui è arricchito ogni membro della comunità: servono affinché ognuno possa manifestare agli altri il suo amore, mediante un’umile disponibilità al servizio.

Vangelo (Gv 20,19-23)

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.
22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

Videocommento

Per i primi cristiani, è un giorno importante il primo della settimana perché è il giorno del Signore (Ap 1,10), è quello in cui la comunità è solita riunirsi per spezzare il pane eucaristico (At 20,7; 1 Cor 16,2).

 È sera. L’indicazione temporale con cui inizia il brano evangelico è preziosa: forse indica l’ora tarda in cui i primi cristiani erano soliti ritrovarsi per la loro celebrazione.

Le porte sono sbarrate per paura dei giudei (v. 19). Gesù non aveva certo annunciato trionfi e vita facile ai suoi discepoli; “nel mondo avrete tribolazione” – aveva detto (Gv 16,33). Tuttavia la ragione principale per cui si insiste sulle porte chiuse (Gv 20,26) è teologica: Giovanni vuole far capire che il Risorto è lo stesso Gesù che gli apostoli hanno visto, conosciuto, ascoltato, toccato, ma si trova in una condizione diversa. Non è ritornato alla vita di prima (come ha fatto Lazzaro), è entrato in un’esistenza completamente nuova.

Il suo corpo non è più fatto di atomi materiali, è impercettibile alla verifica dei sensi.

La risurrezione della carne non equivale alla rianimazione di un cadavere. È il misterioso sbocciare di una vita nuova da un essere che è finito. Paolo spiega questo fatto mediante l’immagine del seme. Dice che “da un corpo corruttibile risorge uno incorruttibile”, da “un corpo ignobile risorge un corpo glorioso”, da “un corpo debole risorge uno potente”, da “un corpo animale risorge uno spirituale” (1 Cor 15,42-44).

Quando Gesù mostra le mani e il costato, i discepoli gioiscono. Una reazione sorprendente: dovrebbero rattristarsi vedendo i segni della sua passione e morte. Si rallegrano invece, non perché si ritrovano davanti il Gesù che hanno accompagnato lungo le strade della Palestina, ma perché vedono il Signore (v. 20), si rendono conto che il Risorto che si sta rivelando loro è lo stesso Gesù, colui che ha donato la vita.

Collocando le manifestazioni del Risorto nel contesto della sera del primo giorno della settimana, Giovanni intende dire ai cristiani delle sue comunità che anch’essi possono incontrare il Signore – non Gesù di Nazareth, con il corpo materiale che aveva in questo mondo – ma il Risorto, ogni volta che si ritrovano insieme “nel giorno del Signore”.

Dopo aver rivolto per la seconda volta l’augurio: Pace a voi! (vv. 19.21) Gesù dona ai discepoli il suo Spirito e conferisce loro il potere di rimettere i peccati (vv. 21-23).

I discepoli sono inviati a compiere una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

Quando era nel mondo, Gesù rendeva presente il volto e l’amore del Padre (Gv 12,45), ora, lasciato questo mondo, egli continua la sua opera attraverso i discepoli ai quali consegna il suo Spirito.

Accogliere lui era accogliere il Padre che lo aveva mandato, ora accogliere i suoi inviati è accogliere lui (Gv 13,20).

Per comprendere la missione affidata agli apostoli, il perdono dei peccati mediante l’effusione dello Spirito dobbiamo rifarci alle concezioni religiose del popolo d’Israele e alle parole dei profeti.

Al tempo di Gesù era diffusa l’idea che gli uomini agivano male, si contaminavano con gli idoli, erano impuri perché erano mossi da uno spirito cattivo. Ci si chiedeva quando Dio sarebbe intervenuto per liberarli e per infondere in loro uno spirito buono.

Nella lettera ai romani Paolo fa una descrizione drammatica della condizione infelice dell’uomo che si trova in balia dello spirito del male: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,15-19).

Per bocca dei profeti Dio promise il dono di uno spirito nuovo, del suo Spirito: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,25-27).

Questa effusione dello Spirito del Signore avrebbe rinnovato il mondo. Lo inonderà – disse il profeta Ezechiele – come un torrente d’acqua impetuoso che, quando entra nel deserto, lo feconda e lo trasforma in giardino. “Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno, i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,1-12). Sono immagini deliziose che descrivono in modo mirabile l’opera vivificante dello Spirito.

Nel giorno di Pasqua si compiono queste profezie. Con un gesto simbolico – Gesù alitò su di loro – viene consegnato lo Spirito. Questo soffio richiama il momento della creazione, quando “il Signore Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e respirò dentro le sue narici il respiro della vita” (Gn 2,7). Il soffio di Gesù crea l’uomo nuovo, l’uomo che non è più vittima delle forze che lo portano al male, ma è animato da un’energia nuova che lo spinge al bene.

Dove giunge questo Spirito il male è vinto, il peccato è perdonato – cancellato, distrutto – e nasce l’uomo nuovo modellato sulla persona di Cristo.

La missione che il Risorto affida ai suoi discepoli è di rimettere i peccati, continuando così la sua opera di “Agnello di Dio, venuto per togliere i peccati del mondo” (Gv 1,29).

Che significa rimettere i peccati? Queste parole sono state interpretate – in modo giusto, ma riduttivo – come il conferimento agli apostoli del potere di assolvere dai peccati. Non è questo però l’unico modo per rimettere, cioè, per neutralizzare, per sconfiggere il peccato. La potestà conferita da Gesù è molto più ampia e riguarda tutti i discepoli che sono animati dal suo Spirito: è quella di purificare il mondo da ogni forma di male.

I poteri non sono due – rimettere o ritenere – a discrezione del confessore che valuta caso per caso. Il potere è uno solo, quello di annientare, in tutti i modi, il peccato. Ma questo può anche essere non rimesso: se il discepolo non si impegna a creare le condizioni affinché tutti aprano il cuore all’azione dello Spirito, il peccato non viene rimesso.

Di questo fallimento della missione, il discepolo è responsabile.

Per gentile concessione di
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