Per l’Ipponate la salita del Risorto non coincide con una distanza dal mondo: chi discende per guarire l’uomo lo conduce verso la promessa della gloria, affidando ai credenti il compito della carità

L’Ascensione di Cristo di Pietro Perugino (Musée des Beaux-Arts, Lione)

di Paola Muller
14 maggio 2026
Per gentile concessione di
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Una scena si ripete ogni giorno: qualcuno guarda in alto. Il cielo è tornato ad essere pieno – di droni, di satelliti, di antenne che cercano connessione. Eppure, raramente, chi guarda in su aspetta qualcosa. Più spesso è disorientato o semplicemente distratto. L’alto non è il luogo da cui si attende una risposta. Agostino, predicando l’Ascensione del Signore a Cartagine, riconosce il problema. Anche i suoi fedeli rischiano di guardare il cielo nel modo sbagliato. «Salite insieme a Cristo – esordisce nel Discorso 261 – e tenete in alto il cuore. Nel salire però non insuperbiamoci». La distinzione che traccia è tagliente: c’è un’altezza che è fuga dalla realtà e c’è un’altezza che è rifugio in Dio. «Avere il cuore in alto ma non rivolto al Signore significa essere superbi; invece avere il cuore in alto rivolto al Signore significa rifugiarsi in lui» (Discorso 261.1). Il cielo non è conquista. È accoglienza. La logica agostiniana dell’Ascensione si fonda su un’inversione vertiginosa: «Ascese, ma chi? Colui che prima discese. È disceso per guarirti; ascende per elevarti.

Cadrai se vorrai elevarti da te stesso; rimarrai in alto se ti eleverà lui» (Discorso 261.1). L’epoca in cui viviamo è ossessionata dall’auto-elevazione – self-improvementupgrading, performance misurata in follower. Agostino conosce questa tentazione e la chiama col suo nome antico: superbia. Chi si eleva da solo cade, perché il peso della propria fragilità è ciò che nessuna tecnica di autopotenziamento può sostenere. L’Ascensione di Cristo è invece il gesto di qualcuno che sale portando con sé il peso degli altri. «Ha fatto prigioniera la prigionia» (Discorso 261.11), scrive Agostino citando la Lettera agli Efesini.

L’uomo contemporaneo è abituato a identificare il reale con il visibile, il verificabile, il misurabile. Siamo nell’epoca della post-verità, ma anche dell’immagine onnipresente: tutto deve mostrarsi, tutto deve essere fotografato, postato. Eppure, l’immagine non basta. Agostino, secoli prima dell’algoritmo, sapeva già che la presenza autentica non dipende dalla visibilità. «Non è neanche assente, se lo conserviamo nel cuore» (Discorso 263.3). L’Ascensione non è abbandono. È una forma di prossimità più profonda, che non dipende dalla percezione sensoriale, ma dalla relazione.

Appena prima dell’ascesa i discepoli rivolgono a Cristo una domanda: «Signore, è questo il tempo in cui ti rivelerai?». È la domanda di ogni attesa. La domanda del quando. E Cristo, annota Agostino, non risponde alla domanda fatta, ma a quella che avrebbe dovuto essere fatta: «Non v’interessa conoscere i tempi che il Padre ha riservato in suo potere». E poi: «Vivi come se dovesse venire oggi e non avrai timore quando verrà» (Discorso 265.3.4). Difficile non riconoscere qui un richiamo attuale. Viviamo in una cultura dell’ansia escatologica laica: la prossima crisi climatica, il prossimo collasso dei mercati, la prossima pandemia. Il quando diventa un’ossessione che paralizza il come. Agostino sovverte questa logica. Non è importante sapere quando verrà il giudizio; è importante essere pronti. Non è indifferenza verso il futuro. È una diversa relazione con il tempo: non il tempo come minaccia da calcolare, ma come spazio in cui formare la propria vita in vista dell’incontro.

Il gesto del Risorto che ascende è anche il gesto di chi lascia un’eredità indivisibile. La tunica senza cuciture, tirata a sorte sotto la croce, diventa il simbolo che Agostino rilancia: «In quella veste venne raccomandata l’unità, in quella veste venne predicata la carità» (Discorso 265.6.7). In un tempo in cui le fratture – culturali, politiche, ecclesiali – sembrano approfondirsi ogni giorno, questa immagine agostiniana mantiene tutta la sua forza. L’Ascensione non è il momento in cui Cristo si ritira dalla storia consegnandola al caso o alle fazioni. È il momento in cui affida ai suoi la responsabilità dell’unità. Non come potere da esercitare, ma come carità da custodire – quella stessa carità che, nel doppio dono dello Spirito Santo, Agostino definisce l’unico collante capace di tenere insieme ciò che la cupidigia vorrebbe dividere.

«La risurrezione del Signore è la nostra speranza, l’ascensione del Signore è la nostra glorificazione» (Discorso 261.1). Una speranza che riguarda il corpo – perché «risorge ciò che muore» – e una glorificazione che riguarda la destinazione ultima dell’umano. Agostino celebra l’Ascensione come l’anticipazione di ciò a cui siamo chiamati. Il Capo è andato avanti. Le membra seguono. Non da soli, non per merito proprio, non per tecnica o autoelezione. Ma perché «il fatto che il capo va avanti costituisce la speranza delle membra». Guardare in alto, allora, è orientamento. È sapere da dove veniamo e verso dove siamo chiamati. In un’epoca in cui il cielo è tornato ad essere affollato di cose umane, forse vale la pena riscoprire l’antica arte agostiniana di tenerlo anche come luogo della promessa: non una meta da conquistare, ma un rifugio già aperto.