Superare le ipocrisie, vivere una fede generativa e umana, passare dalla paura al tentativo: qualche pista di riflessione per una fede dentro il XXI secolo.

di Sergio Di Benedetto
5 Maggio 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

Ènecessario «correre il rischio di esistere per l’oggi»: se dovessi fare un’estrema sintesi di ciò che, a mio avviso, il momento attuale domanda al cristianesimo, almeno in queste nostre terre, mi pare si possa dire: «correre il rischio di esistere per l’oggi», che è una felice formula elaborata da Michel de Certeau.

Vorrei così provare a mettermi in coda agli interventi ricchi e stimolanti di Stefano FenaroliGilberto BorghiGabriele Cossovich — interventi di cui condivido molto riguardo a sensibilità, urgenze, fatiche, spiragli ­— per mettere a fuoco, brevemente, almeno 3 ulteriori nodi riguardo a una ‘spendibilità’ pubblica del credere che superi i piccoli gruppi, le nicchie di pensiero identitario, i ridotti impauriti, le rassicuranti micro-comunità, spesso anziane, spesso compiaciute, spesso respingenti:

1. Fine dell’ipocrisia: oggi viviamo ancora, molte volte, di ipocrisie interessate, perché sono convinto che tanti già dentro la chiesa (intesa in senso lato) abbiano più o meno coscienza di ciò che non funziona, di ciò che è semplice ripetizione di schemi autoreferenziali, di ciò che è contenuto datato e non più proponibile seriamente, ma queste voci non vengono ascoltate o accolte. Molti, credo, hanno coscienza di quali prassi comportamentali non siano più vivibili, a fronte di tutto un aggiornato e ricco patrimonio antropologico, sociale, psicologico, culturale, teologico, biblico (la morale, in primis); hanno coscienza di quali domande esistenziali e spirituali non si riesce nemmeno più a sfiorare; hanno coscienza di quanto molteplici attività che si fanno non hanno più davvero significato, se non quello della ripetizione pseudo-consolante e disinformata. Ma di tutta questa realtà non si vuole davvero prendere atto e, così, continuiamo a procedere come se attorno a noi nulla fosse cambiato nel profondo, nessuna frattura si fosse realizzata. Viviamo di ipocrisie (e si pensi alla vita presbiterale, alle vite di molti laici, di molti consacrati e consacrate; si pensi alla grande ipocrisia che è il percorso dell’iniziazione cristiana) perché non abbiamo il coraggio di guardare e guardarci in verità, e così siamo condannati (o abbiamo scelto) di essere sostanzialmente irrilevanti. Perché è vero che tanti non sanno cosa farsene del nostro Vangelo, ma molto spesso, in realtà, non sanno cosa farsene del nostro modo di proporre e vivere il Vangelo; eppure sono dell’idea che ci sono, ci sarebbero non pochi (almeno adulti) che, invece, quel Vangelo si sforzano di viverlo, magari su alcuni aspetti (fraternità, servizio di carità, cura della propria dimensione spirituale), al di fuori del recinto ecclesiale. In questo, un nota: papa Francesco è stato molto più amato, apprezzato e capito fuori: ci siamo mai chiesti perché, o semplicemente abbiamo relegato la cosa come folklore, interesse mediatico, simpatia superficiale? Tutto insomma, pur di non entrare in ciò che smentisce le nostre retoriche e le nostre ipocrisie. Di ipocrisie, di maschere e recite ci nutriamo: ma fino a quando?

2. Una fede umana e generativa: pagando lo scotto di un ritardo abissale sull’oggi, troppe volte abbiamo dato (e ancora diamo) l’idea di una fede castrante, che limita e toglie, invece che compiere; una fede che ama la sofferenza, si compiace del miracolistico, risolve magicamente. Non è così ovunque, certo; ma il messaggio che viaggia mediamente sulle nostre frequenze è grossomodo quello. Non abbiamo ancora trovato i modi, o non li abbiamo autorizzati (o non ci siamo sentiti autorizzati) a dire, dare e vivere una fede che è umana, che non è una diminuzione dell’uomo e della donna, che non è monca. Ma chi mai può, oggi, nel grande luna park postmoderno, sentirsi interessato a qualcosa che parte con una castrazione, un’amputazione? E ancora: oggi abbiamo bisogno di relazioni, spazi e tempi generativi, cioè che rendano più umani, più fecondi di vita, costruttori di esistenze equilibrate, liete, per quanto possibile solide, così da essere, semplicemente, meno frammentati, meno dis-umani, meno aggressivi, meno asfittici. La fede cristiana è generativa di per sé, è fede in un Risorto; ma noi siamo sovente fermi al venerdì santo, siamo troppe volte investigatori delle disgrazie altrui per offrire la ‘pastiglia’ della religione. Quando poi la fede è usata in modo strumentale e violento per soffocare la parte più umana di una persona, che rilevanza può davvero assumere, che cosa può produrre se non il rifiuto, incarnando i tratti dello strumento di potere?

3. Passare dalla paura al tentativo: che sia l’enorme problema femminile — che non intendo tanto legato all’ordinazione di donne, ma alla loro sostanziale esclusione quotidiana dai luoghi di decisione e governo ecclesiale sui territori —, che sia l’incapacità di osare qualche contenuto nuovo che abbia il respiro dell’oggi, che sia la forza di provare prassi di preghiera differenti che superino il messa-centrismo post tridentino e la sacramentalizzazione universale, noi oggi avremmo (ed è forse l’ultima generazione) ancora la possibilità di spendere qualche moneta nel mercato attuale delle proposte e delle forme di vita; invece ci dilaniamo sui social, sprechiamo tempo ed energie in azioni sterili, guardiamo con sospetto o livore tentativi, magari zoppicanti, di impastare il XXI secolo con il Vangelo, misuriamo il grado di ortodossia di questo e quello secondo gli schemi che ci ha fornito una stagione culturale (che è divenuta pure triste stagione di potere) senescente e antropologicamente fallimentare; ancora tendiamo a escludere e ignorare il lavoro prezioso di quei mediatori esistenziali e la ricchezza di quei luoghi di mediazione e di interpretazione che nascono, prosperano, ma sempre ai margini, sempre ‘tollerati’ ma mai integrati nell’ordinario.

Psuscire per convertirci: l’ho detto più volte, e l’ho anche scritto, per cui mi ripeto (e mi scuso): noi oggi dovremmo uscire dal cenacolo per convertire noi stessi, per trovare un Cristo che cammina fuori. Uscire per noi. A molti, fuori, mediamente interessa pochissimo di ciò che è discussione interna, di ciò che è oggetto di tante nostre energie. Ma non significa che per essi non ci sia nulla per cui vale la pena vivere.

Uscire per convertirsi non vuol dire prendere la forma di ogni cosa che è all’esterno, ma cambiare paradigma di lettura e azione: quando lavori con i giovani, quando abiti luoghi di frontiera, quanto incontri la complessità delle vite dell’oggi, ti rendi conto che c’è qualcosa da imparare dagli altri nel nostro vivere da cristiani: che sia nella vita familiare, che sia nella gestione delle relazioni, che sia nella cura dell’altro, che sia nella custodia del creato, che sia nel darsi libertà rigeneranti, noi, questo, non abbiamo mediamente nemmeno il coraggio di sfiorarlo, come concetto e come possibilità reale, oltre qualche discorso compiaciuto. E così ci condanniamo alla paura, all’arroganza, alla semplificazione, all’antipatia. Ci condanniamo a dire che le nostre finestre sono aperte, mentre, in verità, ci stiamo barricando dentro.