È impossibile, nell’immediato, un approccio unitario della Chiesa al mondo

di Gilberto Borghi
23 Aprile 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it
Aggiungo le mie riflessioni a quelle di Stefano Fenaroli.
1. Credo che la condizione attuale del cambiamento epocale che stiamo attraversando non permetta più l’utilizzo di una visione unitaria di fondo della fede e del rapporto col mondo, come potevamo avere fino a 40 anni fa. Ma ancora non permette nemmeno di costruirne un’altra altrettanto unitaria che la possa sostituire e diventare il riferimento per la presenza sensata della Chiesa nel mondo. Siamo ancora in una fase in cui una nuova sintesi culturale condivisa su cosa sia l’uomo, la vita, il senso dell’esistere non può apparire, perché la frammentazione e l’individualizzazione sono all’opera ancora massicciamente.
2. Questo impedisce, a mio avviso, la possibilità, nell’immediato, di un approccio unitario della Chiesa al mondo, sia per gli aspetti politici, sociali e morali che Fenaroli ricorda. Vivendo nel mondo la Chiesa non può ipotizzare di essere immune da ciò che nel mondo accade, ed è inevitabile che le dinamiche di frammentazione e individualizzazione entrino massicciamente anche nella Chiesa.
3. Ciò tira in ballo in modo molto potente quello che la Chiesa potrebbe avere di “diverso” dal mondo. Enzo Bianchi qualche decina di anni fa lo chiamava la riserva escatologica. Una formulazione che aveva un senso quando esisteva ancora una visione sufficientemente unitaria dell’essere Chiesa, che tentava di sottolineare la dimensione trascendente, per non schiacciarsi sulla dimensione orizzontale, come essenziale all’approccio della Chiesa al mondo. Oggi questa formulazione non coglie più nel segno, perché la pluralità di spiritualità che ricercano la trascendenza è ormai sotto gli occhi di tutti e viaggia per strade molto diverse da quelle che ancora proviamo ad offrire.
4. Va perciò ricercata un’altra formulazione che possa riunificare i fedeli in ciò che di “diverso” vive la Chiesa rispetto al mondo. A mio avviso questo va cercato nella relazione individuale e diretta che fonda la fede dei singoli con Cristo Risorto. Mentre Fenaroli parafrasa Rahner, io lo prenderei alla lettera: il cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè una persona che ha fatto esperienza personale di Dio, oppure non sarà. Il punto iniziale di una possibile ripresa della capacità della Chiesa di mostrarsi al mondo in modo sensato sta solo qui. Le molte richieste di battesimo di giovani e adulti, che in Francia, Usa e Spagna stanno meravigliando i vescovi, nascono in gran parte dall’aver fatto esperienza personale della presenza del Dio di Gesù Cristo.
5. Se è vero questo, prima di pensare al se e al come avere un approccio unitario verso il mondo, è necessario ricostruirsi come comunità, perché la frammentazione e l’individualizzazione hanno corroso l’essere comunità. Diventa indispensabile assolutamente uscire dalla strettoie delle forme di vita concreta delle comunità che ancora oggi danno corpo all’essere Chiesa, perché esse sono quasi tutte confinate nella dimensione liturgica. Fuori da quei momenti, la comunità cristiana, intesa davvero come insieme interconnesso di relazioni quotidiane, umane e concrete, che sostiene e orienta la vita dei singoli è quasi inesistente. Il tessuto relazionale umano di base, su cui la comunità ecclesiale può ricostruirsi, latita in modo spaventoso.
6. Il primo obiettivo, perciò, di chi ha potuto fare un’esperienza di Dio, sufficiente a permettergli di scegliere Cristo come riferimento personale, è quello di spendere tempo a ricucire questo tessuto umano che si è stracciato. Questo significa davvero liberare le agende delle attività pastorali e lasciare che in esse entri semplicemente l’incontro personale con chiunque, a partire da chi ci sta accanto in casa, al vicino di casa, al conoscente occasionale. La ricostruzione del tessuto comunitario non avverrà dall’alto per imposizione di una “cultura” che spingerà in quella direzione, perché il mercato globale non ha interesse a ciò, ma vuole persone isolate e frammentate, perché più facilmente manipolabili. Se avverrà, invece, sarà dal basso dalle interconnessioni concrete che nella vita quotidiana ciascuno può attivare.
7. Ma in nome di cosa va operata questa ricucitura? Se l’esperienza fondante la propria fede è stata davvero un “contatto” con Dio autentico, verrà da sé che la relazione quotidiana con il “prossimo” non si muoverà nel tentativo di “convertire” l’altro, ma sarà sospinta naturalmente verso il tentativo di far riconoscere all’altro la propria umanità. Chi si muove diversamente cercando adepti, sta vivendo un corto circuito in cui Dio è solo pensato e non vissuto, reso ideologia e non fede. Chi ha sperimentato Cristo ha percepito primariamente come l’essere afferrato da Lui, faccia risaltare appieno il proprio valore umano, perciò si muove affinché anche gli altri possano percepirlo.
8. Solo la ricerca congiunta, nella relazione reale, delle nostre umanità ferite, ma segnate comunque dall’amore può diventare lo stile nuovo (e antico, in realtà) della Chiesa di fronte al mondo. Siamo chiamati a testimoniare il valore dell’essere umano, proprio perché siamo stati afferrati nell’amore da Cristo. Il carattere che può far brillare la presenza della Chiesa oggi nel mondo sta nell’indicare i modi e le strade per continuare ad essere “umani”. La testimonianza della nostra appartenenza a Cristo potrà essere “ascoltata” oggi solo se la raccontiamo come relazione che ci riconsegna la nostra piena umanità.