Immaginare una Chiesa capace di “uscire dal Cenacolo” per “ritrovare la scena pubblica” significa porsi il problema di cosa la fede cristiana abbia da dire e da dare oggi al mondo di fecondo, credibile e significativo.

di Gabriele Cossovich
29 Aprile 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it
Non lo so se sono in grado di uscire dalla modalità “additare problemi” per andare nella direzione di “ricominciare a edificare”, come chiede Stefano Fenaroli nel suo articolo sul “volto pubblico della fede”, tema su cui, dopo Gilberto Borghi, provo a soffermarmi anch’io. In effetti anche il mio Vescovo, Mons. Delpini, ripete spesso che la Chiesa non ha bisogno della voce di gente che critica, ma quella di persone cariche di speranza e fiducia (dunque non della mia voce, nel novanta per cento dei casi). Tuttavia, riflettere su come la Chiesa possa recuperare un “volto pubblico”, ossia un modo credibile e fecondo di stare nel mondo oggi, rappresenta per me già di per sé un atto di speranza. Perché la fisionomia che a me pare purtroppo più plausibile per la Chiesa del futuro è quella di piccole comunità, chiuse e identitarie, sganciate dal mondo e dalla cultura del tempo, ossia prive della preoccupazione di avere un volto pubblico credibile. Se guardo ai cattolici più giovani, religiosi o laici impegnati che siano, la linea di tendenza che emerge, salvo rari casi, mi pare questa: si è molto più preoccupati di difendere e conservare che di mostrare significativo. Cimentarmi nell’immaginare una fede capace di ritrovare un volto pubblico, significa per me provare a sperare ancora che la comunità cristiana non interrompa il dialogo col mondo e possa tornare credibile e feconda nella storia.
La credibilità e la significatività della fede cristiana nel presente e nel futuro credo sia la questione vera da porsi se si vuole provare a ridare un volto pubblico alla fede. Una voce che abbia la pretesa di avere una dimensione pubblica, infatti, non può accontentarsi di esprimersi: deve poter apparire vera, adeguata al contesto, arricchente, provocante… È questo che la fede cristiana ha perso, la radice della crisi della fede oggi. Ciò che, dal mio punto di vista, è più urgente allora, non è individuare spazi nuovi in cui la voce cristiana possa essere udita o soggetti diversi, comunitari, che la esprimano, ma trovare il modo di recuperare la plausibilità e la rilevanza di ciò che la fede propone agli occhi di chi ascolta. Rilevanza che, preciso, è cosa diversa dal successo: Gesù nella sua vita ha avuto poco successo, ma quello che diceva era talmente rilevante che hanno deciso di toglierlo di mezzo per farlo tacere. Immaginare una Chiesa capace di “uscire dal Cenacolo” per “ritrovare la scena pubblica” significa porsi il problema di cosa la fede cristiana abbia da dire e da dare al mondo di fecondo, credibile e significativo. Provo a indicare alcuni passi a mio parere necessari se si volesse andare in questa direzione.
1. Il primo è rendersi conto che la sfida non è riducibile a un problema di linguaggio o di comunicazione: è un problema di contenuti che risultano irrilevanti per la vita, anche quando sono proposti in modo accessibile e comprensibile. Tra la gente comune, tra le persone non marcatamente religiose, non sempre moralmente irreprensibili – il corrispettivo odierno dei pescatori, dei pubblicani, delle donne a cui Gesù si rivolge nei Vangeli – ciò che la fede propone, semplicemente, non dice nulla, non si sa cosa farsene. Soprattutto i giovani e gli adulti (meno gli anziani) faticano a trovare risposta a domande come “perché dovrei essere interessato a credere?”, “cosa promette di dare la fede di significativo e desiderabile alla mia vita?”. Io stesso mi rendo conto di non avere una risposta a queste domande. O, meglio, ho una risposta che vale per me, per la mia fede; è il motivo per cui per me la fede è significativa: l’incontro con Gesù, che accoglie la mia umanità fragile e mi spinge a prendermi cura dell’altro. Ma mi rendo quotidianamente conto che questa risposta non appare significativa alla stragrande maggioranza dei giovani e degli adulti che incontro. Quando la fede individuale si manifesta pubblicamente appare semplicemente fuori contesto e quindi impossibile da percepire come promettente e desiderabile. Può capitare che vengano apprezzate le qualità umane di alcuni credenti, ma questo, il più delle volte, avviene indipendentemente dalla fede che le sorregge, che resta un fatto privato nel quale non si ha motivo di addentrarsi: la fede resta senza volto pubblico.
Da questo punto di vista non è sufficiente, a mio parere, limitarsi a chiarire, anche in forma nuova, il proprium della fede cristiana, “ciò che di diverso la Chiesa vive rispetto al mondo”, come suggerisce Borghi; serve invece chiedersi cosa di quel proprium possa risultare credibile e rilevante oggi. Passatemi questo esempio: anche un terrapiattista ha un proprium chiaro, che rende il suo punto di vista diverso da altri; può anche avere delle qualità umane apprezzabili, dei canali comunicativi efficaci e una community che condivide e diffonde il suo messaggio, ma, con tutta evidenza – non me ne vogliano i terrapiattisti – ciò che propone non è né significativo, né credibile, né fecondo al di fuori del gruppo di persone che condivide il suo punto di vista. Serve più di questo se si vuole ridare un volto pubblico alla fede.
2. Il secondo passo è prendere sul serio la questione della credibilità della fede cristiana (che è quello che dovrebbe distinguere il cristianesimo dal terrapiattismo). Da questo punto di vista credo che il post-teismo rappresenti il più serio tentativo di declinare la fede non a prescindere, ma lasciandosi provocare dalle sfide che il contesto culturale odierno pone, senza sottrarsi ad esse e senza delegittimarle. La ricerca storica, le acquisizioni della scienza, della cosmologia, della psicologia, dell’antropologia culturale, delle scienze della religione, pongono oggettivamente temi che mettono in discussione alcuni dei cardini su cui da sempre si regge la fede cristiana. Il post-teismo ha avuto il coraggio di provare a ripensare il cristianesimo dando rilevanza a queste istanze. Certo, mi rendo conto che l’operazione non è a costo zero: il rischio che la fede cristiana esca snaturata al termine del processo è reale. D’altro canto, è necessario e imprescindibile, per il recupero della credibilità della fede cristiana, un approccio che riconosca la rilevanza per la fede dei progressi della scienza e, più in generale, del sapere umano; una riflessione che non risolva la questione semplicemente distinguendo i piani, chiedendo di scegliere tra “credere in ciò che propone la fede” o “credere nel progresso umano”. Una fede che voglia recuperare un volto pubblico non può continuare a ripetere i contenuti di sempre senza porsi il problema del punto di vista di chi ascolta, senza mostrare come e perché la fede resti credibile oggi.
3. Da ultimo, solo una parola riguardo la questione morale in ambito sessuale e famigliare, a cui accenna anche Fenaroli. È evidente come, a questo livello, lo scollamento tra l’insegnamento della Chiesa, le prassi dei cristiani e il contesto culturale sia vertiginoso. Il recupero di un volto pubblico della fede implica necessariamente una mediazione culturale rinnovata dell’ideale morale cristiano riguardo temi come la corporeità, il piacere, la generazione, il possibile fallimento di una relazione, la rilevanza costitutiva per l’umano e per giudizio morale della dimensione culturale a fianco di quella naturale.
Mi rendo perfettamente conto che la sfida, nei termini in cui ho scelto di porla, è ardua, e sono il primo a nutrire sfiducia nella plausibilità che le comunità cristiane scelgano di andare in questa direzione. Non è però possibile, a mio parere, accontentarsi di meno se l’obbiettivo è il recupero di un volto pubblico della fede significativo, credibile e fecondo oggi. Senza lo sforzo di mettersi dalla parte di chi ascolta, dando rilevanza al suo sentire, non può esserci alternativa a comunità cristiane chiuse e identitarie, preoccupate solo di rimanere fedeli alla propria Tradizione. Queste comunità potranno anche avere una voce e canali comunicativi che la diffondono, ma rimarrà un esprimersi anacronistico e contrappositivo, preoccupato di difendere il proprio punto di vista senza curarsi di come appare all’esterno. Potrà anche capitare che, talvolta, la voce di queste comunità dica cose che il buon senso di alcuni giudicherà condivisibili – quando il Papa parla della pace, della povertà, della giustizia è questo che accade – ma il clamore mediatico di un momento è cosa diversa da un volto pubblico della fede che venga, per sé stessa e integralmente, percepita come credibile e desiderabile per sé nel contesto culturale odierno.
Mi rendo conto di aver probabilmente posto più problemi che individuato soluzioni, questo però è il mio personale vissuto.