La pietà popolare chiama affettuosamente Maria “Madre di Dio” nella seconda parte dell’Ave Maria. Recitando il Rosario lo ripete ben cinquanta volte.

La pietà liturgica dedica un giorno alla solennità di Maria Madre di Dio: il rito romano il 1° Gennaio e il rito ambrosiano nell’ultima Domenica di Avvento, prima del Natale.

Storia del nome Madre di Dio (in greco Theothocos)

Nella prima comunità cristiana, mentre cresce tra i discepoli la consapevolezza che Gesù è il Figlio di Dio, risulta anche chiaramente che Maria è Madre di Dio. Nel Vangelo ella viene presentata come la Madre dell’Emmanuele, che significa “Dio con noi” (Matteo 1, 18-24).

Già nel terzo secolo i cristiani dell’Egitto si rivolgevano a Maria con questa preghiera: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”. In questa antica testimonianza l’espressione Madre di Dio appare per la prima volta in forma esplicita. Questo titolo non esisteva prima del cristianesimo; fu creato dai cristiani per esprimere la fede nel concepimento verginale nel seno di Maria di Colui che era da sempre il Verbo eterno del Padre. Non aveva niente a che vedere con la mitologia pagana.

Nel quinto secolo vi fu un grande movimento di discussioni e di confronto e di idee contrapposte. L’eresiarca Nestorio, teologo siro diventato Patriarca di Costantinopoli (428-431) sosteneva la totale separazione in Cristo della natura divina e di quella umana. Secondo Nestorio Maria ha dato alla vita soltanto un uomo, nel quale poi Dio si è reso presente, come già negli antichi profeti. Egli sosteneva che fosse dottrinalmente corretta l’espressione “Madre di Cristo” e non “Madre di Dio”.

Nell’anno 431, per dirimere la questione, si celebrò un concilio a Efeso, la città della Turchia dove Maria aveva trascorso gli ultimi anni di vita nella casa di Giovanni Evangelista, al quale Gesù morente aveva affidato sua Madre. Il Concilio condannò la tesi di Nestorio, e affermando che nell’unica persona di Gesù sussiste sia la natura divina che la natura umana e che perciò Maria a pieno titolo può essere chiamata “Madre di Dio”.

È un dogma solennemente definito nel Concilio di Efeso. Conseguentemente negarlo o rifiutarlo è eresia.

Il Concilio Vaticano II (1962 -1965), nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, al numero 53, ha ribadito il dogma definito a Efeso: “La Vergine Maria, che all’annuncio dell’Angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la Vita nel mondo, è riconosciuta e venerata come vera Madre del Dio Redentore”.

Valore teologico del titolo Madre di Dio

L’espressione discussa e approvata nel Concilio di Efeso “Theothokos” significa letteralmente: “Colei che ha generato Dio” e a prima vista può risultare sorprendente: è possibile che una creatura umana generi Dio? Il Figlio di Dio è generato dal Padre nell’eternità e in questa generazione Maria non ha evidentemente nessun ruolo.

Però il Verbo di Dio, duemila anni fa, ha assunto la nostra natura umana: “ E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1, 14) ed è stato concepito e partorito da Maria: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (Galati 4, 4).

Proclamando Maria Madre di Dio la Chiesa intende affermare che ella è la Madre del Verbo Incarnato che è Dio. La sua maternità non riguarda pertanto tutta la Trinità ma unicamente la Seconda Persona: il Figlio, che incarnandosi ha assunto da lei la natura umana. La maternità è relazione tra persona e persona: una madre non è madre soltanto del corpo o della creatura fisica uscita dal suo grembo, ma della persona che genera. Maria avendo generato secondo la natura umana la persona di Gesù, che è umana e divina, può essere chiamata Madre di Dio.

Il nostro grande poeta Dante Alighieri lo esprime meravigliosamente:

“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura”.

La fede nella madre conferma la fede nel Figlio

Gesù era già stato proclamato Figlio di Dio nel Concilio di Nicea, nell’anno 325, condannando l’eresia di Ario che lo considerava solo uomo. Nel Credo niceno-costantinopolitano che recitiamo alla Domenica durante la Messa, noi affermiamo la fede nella divinità di Cristo, chiamandolo: “Dio da Dio, Luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”.

La Chiesa, proclamando nel Concilio di Efeso Maria Madre di Dio, professa con un’unica espressione la sua fede circa il Figlio e la Madre. Con la definizione della divina maternità di Maria, i Padri riuniti a Efeso, intendevano ribadire la fede di Nicea evidenziando ancora la loro fede nella divinità di Cristo.

I cristiani di tutti i tempi, interpretando correttamente il significato della Madre di Dio, ne hanno fatto un’espressione privilegiata della loro fede nella divinità di Cristo, non disgiunta dal loro amore per la Vergine Madre.

Nella Madre di Dio la Chiesa trova la garanzia della realtà dell’incarnazione del Verbo. Sant’Agostino affermava: “Se la Madre fosse fittizia, sarebbe fittizia anche la carne … fittizie le cicatrici della risurrezione”.

Valorizzazione della donna e della madre credente

La Chiesa col culto mariano contempla con stupore e celebra con venerazione l’immensa grandezza conferita a Maria da Gesù che ha voluto essere suo figlio. L’espressione Madre di Dio è anche una forte valorizzazione della femminilità e soprattutto della maternità, che è la piena realizzazione di una donna. L’appellativo Madre di Dio proclama la nobiltà della donna e la sua altissima vocazione. Il Padre trattò Maria come persona libera e responsabile e realizzò l’incarnazione di suo Figlio soltanto dopo averne ottenuto il consenso.

Nel Vangelo leggiamo: “ Ora, mentre egli parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli i quali, fermatisi fuori, cercavano di parlargli.  E qualcuno gli disse: «Ecco tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e cercano di parlarti». Ma egli rispondendo, disse a colui che lo aveva informato: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». E, distesa la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Poiché chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella e madre» (Matteo 12, 46-50).

Ispirandosi a questo testo Sant’Ambrogio afferma: “Ogni donna può diventare Madre di Dio, non nella carne ma nello spirito: basta che conduca una vita intemerata e dica di sì a Dio”.

Mons. Claudio Livetti
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