Esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana
Ariccia, 6-11 marzo 2016
Tema: Le nude domande del Vangelo
Predicatore: Ermes Ronchi

Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola,
perché i pensieri siano già rivolti alla Parola.
Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola
perché questa ci parla ancora,
perché viva e dimori in noi.
Facciamo silenzio la mattina
perché Dio deve avere la prima parola,
facciamo silenzio prima di coricarci
perché l’ultima parola appartiene a Dio.
Facciamo silenzio non per amore del silenzio,
ma per amore della Parola.”
(Dietrich Bonhoeffer).

Il silenzio dei monaci a tavola: per essere consapevoli di ciò che si mangia; stupirsi e meravigliarsi sempre; non per sacrificio ma per gustare di più il cibo.

I° Conosco il mio desiderio? II° Sono contento?

I cristiani hanno un tesoro d’oro fino da trasmettere: la vita di Cristo. Enzo Bianchi ha una espressione illuminante. Dice: la vita del Rabbi di Nazaret era la vita buona bella e beata. Questa vita ha conquistato i discepoli, che corrono per conquistarla.

Buona era quella vita, che passò nel mondo facendo del bene, accogliendo sempre, senza mai mandare via nessuno, capace di dare tutto: neanche il suo corpo ha tenuto per sé, neanche il suo sangue ha conservato.

Bella perché piena di amici, perché luminosa, perché pulsante di libertà, perché nuova, perché intensa e senza paure. Forse tutti, chi più chi meno, soffriamo di imprigionamenti. E il fascino di Gesù uomo libero accende trasalimenti in ognuno di noi.

Non ci sono stereotipi che tengano: se tu ti fai lettore attento del vangelo non puoi sfuggire all’incantamento per la libertà di Gesù. Libertà a caro prezzo. Leggi il vangelo, respiri a pieni polmoni la libertà. Non la fissità dei codici ma il vento che scompiglia i capelli dei viaggiatori.

La libertà ha un segreto: il segreto è quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio, sei libero dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te.

E beata, cioè felice era la sua vita: era un rabbi che aveva la gioia di vivere, che amava stare a tavola e guardare i fiori del campo, che sapeva godere delle belle pietre del tempio e del profumo versato su di lui, dell’abbraccio dei bambini e della carezza dei capelli dell’amica, ebbri di nardo.

Il vangelo, fin dal suo stesso nome, mi assicura che la vita umana è, e non può che essere, una continua ricerca di felicità…
Unica è la vocazione di tutti gli esseri umani, avere la vita in pienezza: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

Su questa scia oggi salvezza è compresa come fioritura dell’essere, cambio di paradigma, dal paradigma del peccato a quello della pienezza…. Il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme (Vannucci).
Soltanto se ami la vita troverai Dio.
E solo trovando Dio avrai la vita in pienezza.

Acquisire fede che cos’è? È acquisire bellezza del vivere: scoprire che è bello vivere, è bello amare, creare, generare, mettere la vita nelle mani di chi mette la sua vita nelle tue mani, essere prete. È bello perché tutto ha un senso positivo, tutto va verso la vita e non verso la morte, scorre verso un esito luminoso qui e nell’eterno. Verso una vita buona bella e beata.

Acquisire vocazione è acquisire bellezza del vivere, e reincantare la vita. Contro la tenaglia moderna del fondamentalismo e del nihilismo, la risposta dei credenti è dare incanto nuovo all’esistenza.

Io sono frate non per un dovere morale, ma perché in nessun altra forma di vita avrei altrettanta pienezza, altrettanta intensità. È ora di chiudere con l’idea della vocazione come sacrificio, rinuncia, limitazione, è ora di parlare del gusto, del piacere della vocazione.

La vocazione non nasce da una amputazione, da una sottrazione, ma da una addizione. Nasce da un di più di vita buona, da un centuplo promesso da Gesù: chi avrà lasciato qualcosa per il mio nome, riceverà cento volte tanto e in più la vita eterna. Più Dio equivale a più io.

Il cristiano non è uno che rinuncia, che vola basso, è uno che investe e investendo bene guadagna. Lasciano tutto i dodici, ma per trovare tutto, moltiplicato cento volte. Il cristiano è figlio di una addizione di vita, non di una sottrazione.

Di questa testimonianza ha bisogno il mondo, che sappiamo reincantare la vita, e farla fiorire, portando una speranza non quantitativa, che non sia ostaggio delle cose, del denaro, ma sia offerta di solarità.
Un divino cui non corrisponda una fioritura dell’umano, non merita che ad esso ci dedichiamo (Bonhoeffer).

Nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita. Se non conforta la vita, non è Cristo quello che io predico.

Da chi andremo, tu solo hai parole che fanno viva finalmente la vita.
La fede è un esercizio di vita, una forza vitale umanissima che spinge alla vita.
“Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l’umano”(Dietrich Bonhoeffer).

Primo passo: conosci il desiderio del tuo cuore.
Secondo passo: che cosa ti dà gioia che duri.

Il terzo passo del cammino spirituale è l’ascolto.

Il ministero della Parola

Quando ne trattiamo, il primo verbo che ci viene in mente è annunciare, predicare. No! Ministri della Parola significa prima di tutto uditori della Parola. Il nostro primo compito è l’ascolto. Chi è mia madre e i miei fratelli….? quelli che ascoltano.
La parola cerca ascoltatori, come santa Maria, che come lei diventino grembo della parola, tempio, casa. La Parola senza carne cerca carne e la cerca proprio in me. Cerca madre e fratelli.

Assurdo ha la stessa radice di sordo. Entra nell’assurdo chi è sordo, chi non è in grado, non riesce ad ascoltare. Chi ascolta è invece avversario dell’assurdo e profeta del significato (il credente secondo Ricoeur).

Shemà Israel, Dio ci prega di essere ascoltato: ascolta Israele è il primo servizio da rendere a Dio, l’inizio della fede.

E il primo servizio da rendere agli uomini da noi preti costituiti sacerdoti in favore degli uomini, in mezzo agli uomini (Ebrei) è ancora lo stesso: l’ascolto.

Chi non sa ascoltare il fratello o la sorella presto non sarà neppure capace di ascoltare Dio: anche con Dio sarà sempre lui a parlare, come il fariseo al tempio stregato da quella parola ‘io, io, io…’

Chi non ha tempo da dedicare all’ascolto non ha tempo per il mistero.
Noi ci crediamo sempre in dovere di offrire qualcosa: direttive, consigli, idee, direzione spirituale, buone parole. Semplicemente offrire l’ascolto, con vicinanza di cuore, può essere un servizio ben più grande che parlare.
Chi non sa ascoltare parlerà senza veramente toccare il cuore dell’altro. L’ascolto guarisce dal disamore, unico peccato.

Come si ascolta? S. Benedetto ha la risposta: Attonitis auribus! Con orecchio incantato, meravigliato, pronto a essere stupito.
Si ascolta come i bambini. I bambini ascoltano con gli occhi… Si riempiono gli occhi spalancati, li riempiono di te che parli, non solo di parole. Ma di come sei, di cosa fai, di che cosa porti nel volto e nelle mani.
Possiamo imparare da loro, loro che si lascino cadere nelle braccia dell’altro.

Si può ascoltare a mezzo orecchio, convinti di sapere già ciò che l’altro sta per dirci. E di avere già la risposta.

Si può ascoltare in modo impaziente, come chi aspetta solo di poter prendere lui la parola, come chi ha cose più intelligenti da dire.
Narcisisticamente, cercando la bella risposta da dare e fare bella figura.
Distrattamente come chi ha cose più importanti che urgono.

Dio è il grande uditore. Dobbiamo ascoltare con l’orecchio di Dio per poter parlare con la bocca di Dio.

L’ascolto libera l’altro dalla paura segreta e paralizzante che a nessuno importi niente della sua vita, dei suoi dolori. Quando io ascolto io dico all’altro: tu sei interessante, la tua vita mi interessa. Sono contento di stare con te. Niente è più importante di te. Guarisce dal disamore.

C’è nella Bibbia una preghiera che incanta il Signore. La leggiamo nel 1° Libro dei Re quando il giovane Salomone sente queste parole: “Chiedimi ciò che io devo concederti” . Mi commuove pensare che anche a me Dio si rivolge con le stesse parole “Chiedimi quello che vuoi e te lo darò”. E sento come un sussulto nel cuore: cosa devo chiedere a Dio, dov’è il mio tesoro? Qual è il mio desiderio profondo?

Nella notte Salomone domanda il suo tesoro: “Donami un cuore che sappia ascoltare, un cuore docile, un cuore che ascolta”. E Dio si sorprende, Dio si meraviglia, resta incantato: “Non hai chiesto né lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici ed ecco io tutto questo ti do, insieme ad un cuore che ascolta”.

Senza questo cuore non governi né la tua casa, né la parrocchia, né il tuo mondo interiore. Dono immenso da chiedere sempre per ascoltare Dio e il grido di Abele, per ascoltare cielo e terra, angeli e parabole, per ascoltare la bellezza della terra e l’orchestra del creato, la cattedra dei piccoli e dei poveri. Donami un cuore che ascolta!

Ricordate il piccolo Samuele: Parla Signore che il tuo servo ti ascolta. Non aveva ancora conosciuto il Signore, lo conosce con l’ascolto in una prima di molte notti. Prima preghiera.

Anche Maria appare in scena mentre ascolta, quell’angelo inatteso, primo passo per entrare in contatto con Dio o con l’uomo, l’arte di ascoltare.

Che significa uscire da sé, decentrarsi dall’io al tu? Mettere l’altro al centro. Dargli tempo e cuore. La rosa è importante perché le dai tempo: quanto tempo dò io all’ascolto?
Prima la gente, poi l’agenda…

La parola di Dio fa nascere in noi un lógos incarnato se sappiamo cancellarci davanti alle sorprese della Scrittura. Quando è una lettura di preghiera, nasce, uscita dal Verbo di Dio, una parola di Dio silenziosa. Ci è promessa la nascita del Verbo in noi. Una nascita in noi del Verbo. Non sono parole troppo belle! È quanto ci promette, fin dal suo prologo, il Vangelo di Giovanni: «A quanti l’hanno accolto, il Verbo ha dato il potere di diventare figli di Dio» (1,12).
Dio non si merita, si accoglie!

La parola di Dio genera figli di Dio, se appena viene accolta.
“Accogliere” genera vita; accogliere: nostra missione finale, perché l’uomo diventa ciò che accoglie in sé. Se accogli vanità diventi vuoto, se accogli sospetti diventi aggressivo.
Se invece accogli pace donerai pace, se accogli la Parola tu diventi la Parola che accogli, l’uomo diventa ciò che lo abita. Vita piena è essere abitati da Cristo, lui che era il racconto di Dio. Se io vivo qualcosa dei suoi gesti e dei suoi sentimenti, delle preghiere e dei suoi abbracci, anch’io divento sillaba del racconto di Dio, uno “iota” o un “apice” di Vangelo, un grembo per l’incarnazione mai compiuta del tutto…

IV La trasfigurazione: ascoltare per incarnare.

I primi tre passi della vita spirituale: il desiderio, la gioia e l’ascolto hanno come obiettivo la mia trasformazione. O meglio, la mia trasfigurazione (per i Padri orientali: la theosis, la divinizzazione).
Affinché la nostra sia fede e non semplice religione.

La mia trasfigurazione è l’eco di quella di Cristo. “Gesù salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò di aspetto”. Gesù si trasfigura mentre prega. Pregare trasforma, l’uomo diventa ciò che guarda con gli occhi del cuore.
L’uomo diventa ciò che ama, l’uomo diventa ciò che ascolta, ciò che prega, ciò che lo abita.
Così la preghiera crea storia, a partire dal paese dell’anima, una storia di luce che trasparirà sul volto dell’orante.

La luce del Tabor, scintilla impercettibile o fiume di fuoco, scorre ancora accessibile nella Parola, nel Pane, nell’amore (O. Clément).
La preghiera apre le porte della luce e la luce si rapprende sul volto degli oranti e nelle loro parole.
Contemplando il Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine (2Cor 3, 17-18). Contemplare, trasforma.

Pregare ci trasfigura in immagine del Signore. Contemplando la luce ne veniamo irradiati e diventiamo irradianti. È l’infinito che traspare dal fondo di ogni essere (Theilard de Chardin).

Nel dialogo con Nicodemo, omino impaurito che va di nascosto da Gesù, risuona una delle frasi più impressionanti, del Vangelo: “Quello che nasce dallo Spirito è Spirito”. E la notte si illumina.

Un uomo nato dallo Spirito non solo ha lo Spirito ma è Spirito. Non solo è dimora dello Spirito, ma è della stessa sostanza dello Spirito. E non c’è maiuscolo o minuscolo nei testi originari. Maiuscolo per lo Spirito di Dio, minuscolo per lo spirito dell’uomo. Non si riesce spesso a distinguere se si parli di uomo o di Dio.
Questa confusione è straordinaria.

Molte volte Paolo ha assicurato: Voi siete Tempio dello Spirito Santo, ma il Vangelo annuncia qualcosa di molto più potente: Voi non solo siete casa dello Spirito ma siete Spirito.
Poterlo dire a te, che credi: Tu sei Spirito, perché lo Spirito è tuo Padre e ti ha dato il suo DNA, i cromosomi divini: amore, libertà, speranza, coraggio, vita eterna.
P. Vannucci: l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue!
Nel sangue, non come qualcosa di separato ma come vita della tua vita.
Come l’Adamo esultante ha esclamato per Eva, voi mi capirete, mi perdonerete l’audacia, lo Spirito e la sposa, che sono io, lo Spirito e io diciamo l’uno all’altro: tu sei carne della mia carne e ossa delle mie ossa. Io e te saremo una cosa sola.

Come non è separata la vite dal tralcio, come non è separata l’acqua dalla sorgente. Unica linfa, unica vita!

Ciò che fa che l’uomo sia uomo, e non un primate più evoluto, è il divino in lui. Lo specifico dell’umanità è la divinità in noi. Allora io non sono composto solo di anima e corpo, di cuore e mente, io sono Spirito. Quello che Dio ha soffiato in me creandomi, e poi nel Battesimo: io non ho un mio spirito, l’uomo non ha un suo spirito, ma ha lo Spirito divino.

Io ho quasi paura a pronunciare questa frase immensa: “Chi è nato dallo Spirito è Spirito”, perché si riferisce a te, a me, a noi, a ciascuno.
Tu sei Spirito! Non come esaltazione di orgoglio, ma come responsabilità, come energia purissima e illimitata.

Io non sono, allora, soltanto un piccolo soffio d’aria che si stacca dal grande vento dello Spirito, io sono un po’ di quel vento che soffiava sugli abissi del cosmo e non sai dove va’.

Come lo Spirito anch’io porto nel mondo profumi e pollini di vita, accarezzo volti, gonfio vele. Porto pollini di primavera. E se non tutti fioriranno, almeno il loro passaggio servirà a profumare per un momento l’aria che respiriamo.

La medesima strada è offerta anche dal salmo 30, al versetto 6: guardate a Lui e sarete raggianti e non avrete più volti oscuri. È una questione di occhi, dove vanno i nostri occhi, su che cosa indugiano.

La luminosità, dagli occhi che guardano la luce, passa a riverberarsi su tutta la persona. Abbiamo tutti visto dei volti così luminosi, così trasfigurati, che ci è venuto un sospetto: che tu sia stato a colloquio con Dio. Ne porti lo splendore sul volto, come accadeva a Mosè.

E che non siamo costretti a stratagemmi di menzogna per farci credere illuminati.

È bello per noi stare qui, dice Pietro:stare accanto a Dio rende simili a Lui. Nella contemplazione è ancora disponibile tutto un fiume di fuoco. E noi saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è.

Padre Turoldo: io non sono ancora e mai il Cristo, ma io sono questa infinita possibilità. La trasfigurazione non è un dovere ma una possibilità, dice: tu puoi, non tu devi.

Tutto il vangelo è una offerta di solarità, non un codice di doveri. Convertitevi, è la prima parola di Gesù: ma non è un comando, una ingiunzione, bensì una offerta, una chance: cambia strada, di qua c’è più vita, il cielo è più azzurro, il sole più caldo, con me la strada porta più lontano, diritto alla sorgente.

Tu puoi (avere vita in pienezza) non tu devi.
Il primo verbo che Dio impiega nel primo dialogo con l’uomo è «tu potrai»: «Tutti gli alberi del giardino tu potrai mangiare» (Gen 2,16). Il primo verbo che esce dalla bocca di Eva nel dialogo con il serpente è «noi possiamo»: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare» (Gen 3,3). La Bibbia indica con il primo verbo posto sulla bocca di Dio e dell’uomo nel dialogo («tu potrai») che il senso della vita è una potenzialità, uno sviluppo, un crescere.

Vivere è l’esplorazione sulle frontiere del possibile. Vivere è esplorare possibilità. Un decreto di libertà. L’uomo non è un esecutore di ordini, ma un inventore di strade.

Invece sulla bocca del serpente il primo verbo riferito all’uomo è «non dovete»: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?» (Gen 3,1). Il nemico presenta la vita come una trappola di divieti, il cui senso è eseguire degli ordini. «Tu puoi» oppure «tu devi».

Dio e l’uomo impiegano come primo verbo quello che indica un sì alla vita. Il nemico usa quello del divieto: un no alla vita.
Nella mentalità biblica l’uomo è figlio di una addizione, non di una sottrazione: Voi potete!

Quando a Caino dopo il delitto Dio parla, le sue parole non sono un ordine, un comandamento, una minaccia, ma sono tenacemente l’offerta di una possibilità: il male è accovacciato alla tua porta ma tu puoi dominarlo. Tu puoi. Dio non si impone, si propone proponendo all’uomo una possibilità di vittoria!

E la fede non è adesione, non esecuzione, ma dilatazione. Il padre è colui che dice tu puoi. E ti obbliga ad essere il meglio di ciò che puoi essere.
Tu puoi, dice il padre. Paternità come decreto di libertà.

L’uomo è come una freccia incoccata all’arco di Dio.
L’Arciere vede il bersaglio sulla traiettoria dell’Infinito.
Ed Egli vi tende con la sua forza perché voi, sue frecce,
possiate andare veloci e lontane. Egli ama la freccia che vola.

  • La gloria di Dio è l’uomo vivente, (S. Ireneo),
    gloria del Padre è un figlio pieno di vita.
  • Vero amore ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare (Rilke).
  • Tu puoi diventare tutto di fuoco (Arsenio),
  • Tu puoi diventare Figlio di Dio (Giovanni),
  • Tu puoi diventare Madre del Verbo, come Maria.

La missione di Maria è la nostra: aiutare Cristo a incarnarsi in queste strade, in queste piazze, in queste case.
Il nostro compito di preti non è trasmettere doveri o far osservare norme.
È facile dare ordini o divieti, lo può fare chiunque, ma vera formazione è trasmettere passione per Dio.
Vera formazione, vera tradizione è non tanto trasmettere il progetto per costruire una barca, ma trasmettere il gusto del navigare, la bellezza e l’attrazione del mare aperto, questa è vera formazione. È trasmettere passione per Cristo, volto d’amore del Padre.

La fede non si trasmette, alla fede si genera.
Origene usa una metafora che mi commuove: immagina il cristiano che passa nel mondo, fra gli uomini come una donna gravida, pesante di vita, di vita nuova: il nostro compito è passare nel mondo ferens Verbum (In Exodum X, 10). Come donna gravida.
E non occorre che la donna incinta faccia proclami, è evidente a tutti una vita nuova in lei. Come per la donna gravida l’attesa è il periodo più vivo, più felice, più creativo, così per noi: vivi, creativi, felici; come la gravida è una e due al tempo stesso, vive una vita fatta di due vite, così il cristiano è uno e due. E le due vite sono un fiume solo.

L’uomo diventa ciò che accoglie in sé, se accogli vanità diventi vuoto, se accogli sospetti diventi malfidente; se accogli pace donerai pace. Se accogli la parola tu diventi la parola che accogli. A quanti l’hanno accolto ha dato il potere… Se accogli Cristo che era il racconto di Dio tu diventi sillaba del racconto di Dio.

Restiamo all’antropologia della Genesi, che è antropologia di trasformazione. Dio dice: porrò inimicizia tra te serpente e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe. Dio sta vivendo la sua sconfitta, la sua prima di molte sconfitte. Aveva un progetto e il suo progetto viene smentito, distrutto. Eppure in questo momento di sconfitta, mentre l’uomo ha appena ceduto al nemico, Dio ha un coraggio immenso, una fiducia colossale e dice: porrò inimicizia. L’uomo è nemico del male. Da sempre, per un decreto, per un atto divino, prima che per nostra scelta.
Il primo progetto di Dio dopo la caduta è la salvaguardia della inimicizia con il male. Io cadrò, Signore, io sbaglierò ancora, tu lo sai e che sono inganni lo so, eppure tu e io sappiamo che non potrò non ingannarmi ancora (Turoldo). Tuttavia io non diventerò amico del male, familiare dell’ingiustizia; sarò nemico della menzogna, nemico della violenza.

Custodire l’inimicizia, che è il coraggio di lottare contro il male, di opporsi, questa è l’unica eredità dell’Eden rimasta nei nostri bagagli.
Per custodire in noi l’inimicizia è necessario:
Non abituarsi al male. Il grande male di Israele nell’Egitto non era la schiavitù, ma l’essersi abituato alla schiavitù.
Salvare la differenza cristiana. Contro i luoghi comuni, contro l’omologazione al pensiero di moda, contro abitudini e automatismi, Gesù propone la differenza cristiana:
Tra voi non sia così. Nel mondo le cose vanno nella stessa direzione sempre, il violento che ha ragione del mite, i potenti che umiliano gli inferiori: tra voi non sia così.
Nel mondo sono beati i ricchi, i furbi, i famosi: tra voi non sia così. Non così tra voi. Mi pongo fuori dal sistema e mi oppongo (Cucci). Ci sono due mondi, noi siamo dell’altro (Cristina Campo).

Infatti ci siamo scelti il manifesto più stravolgente e contromano che si possa immaginare: le beatitudini. Scriveva il vostro L. Sciascia: io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo.
Andare controcorrente, con la fatica che comporta, ma Don Milani scrive: Finché c’è fatica c’è speranza. Se vedi uno che fatica puoi stare certo che dietro ci sono sogni e speranze. Dove c’è una fatica, c’è una corona (S. Ambrogio). Se qualcosa ti chiede fatica, non fuggire: è segno che coltivi progetti, un minimo Eden da custodire e coltivare.
Canta il salmo: alla fatica van tutti piangendo per il sudore che irrora la semina, ma torneranno con passo di danza portando a spalle i loro covoni.

L’inimicizia con il male è sostenuta dal resto del racconto di Genesi.
Dice Dio al serpente: “Tu le insidierai il tallone”. Il male può ferire l’umanità ma può solo ferirla, il male è in basso, è inferiore, ti colpirà ma non al cuore, è sotto di te, ti sta dietro, viene come in ritardo, non sta davanti a te, non traccia strade e storia, non indica orizzonti, non viene dal futuro dell’umanità, non sarà padrone del mondo.
L’uomo ha un anticipo, ha un vantaggio sul male perché ha in sé l’immagine di Dio e non quella del serpente, è posto in un giardino e non dentro un baratro avvelenato.
Allora riascoltiamo le antiche parole come una benedizione: solo dietro a te è il male, ai tuoi piedi, e questo ritardo del male, per grazia di Dio, sarà un ritardo eterno.

Origene diceva con una magnifica espressione che nella storia il bene è presbyteron, parola greca che significa più vecchio, più antico, anteriore al male. Più originale del peccato originale c’è il bene originale. In principio, il bene.
In ogni creatura è seminato un anticipo di bene, nascosto sotto la veste d’ombra che il nostro cuore ha indossato, nascosto sotto il nostro male quotidiano.
E dovremmo forse tutti partire alla ricerca del bene che è alla base, del bene presbyteron. Nessun uomo, nessuna donna ne sono privi, perché ognuno è uscito dalle mani vive dello stesso Creatore.

Dostoewskj:
il vostro male è che non sapete quanto siete belli!
La vostra disgrazia è che ignorate la vostra bellezza.
La tunica di luce di Adamo sepolta sotto la tunica di pelle.
Quando verrà il Messia farà apparire la tunica di luce…
Vocazione: liberare tutta la luce sepolta in noi.