Esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana
Ariccia, 6-11 marzo 2016
Tema: Le nude domande del Vangelo
Predicatore: Ermes Ronchi

Signore, gli uomini si cercano da una solitudine all’altra.
Gli uomini si chiamano da un silenzio all’altro.
Ma ogni voce è una voce che viene da fuori.
Solo tu sei una voce che suona in mezzo all’anima.
Vieni, tu, l’unico che parla al cuore.
Vieni e parla, perché il tuo servo di ascolta. Amen

L’amore giova alla Chiesa più d’ogni altra cosa

Un pochino di puro amore è più prezioso al cospetto del Signore e per l’anima stessa, ed apporta maggior utilità alla Chiesa che non tutte le altre opere unite insieme, quantunque sembri che l’anima non faccia niente.
Ed è per questo che Maria Maddalena, sebbene con la sua predicazione recasse gran vantaggio e fosse per recarne molto maggiore in seguito, tuttavia si nascose per trent’anni in un deserto per dedicarsi davvero al puro amore, sembrandole che ad ogni modo, così facendo, avrebbe guadagnato assai di più: tanto importa e giova alla Chiesa un pochino di tale amore!…
Quelli, dunque, che sono molto attivi e che pensano di abbracciare tutto il mondo con le loro predicazioni ed opere esteriori, riflettano bene che porterebbero molto più utilità alla Chiesa, e riuscirebbero assai più graditi a Dio (anche a prescindere dal buon esempio che darebbero), se spendessero almeno la metà del loro tempo nello starsene con Dio nell’orazione, ancorché non fossero giunti a tanto alta orazione come questa di cui parliamo (“attenzione amorosa a Dio”).
Allora certamente otterrebbero di più e con minor fatica, più con un’opera che con mille, e ciò per il merito della loro orazione e per le forze spirituali in essa acquistate; altrimenti, tutto si ridurrà ad un martellare invano e a fare poco più che niente, anzi non di rado anche danno.
Iddio non voglia che il sale della terra cominci a svanire, perché allora, per quanto sembri che produca qualche buon effetto esteriormente, in sostanza però non sarà nulla, essendo certo che le buone opere non si possono fare se non in virtù di Dio.

(Giovanni della Croce (1542-1591), Cantico Spirituale – strofa 29,30)

Ci siamo messi in cammino dietro grandi domande: Che cosa cercate?
Cerco davvero il Signore? Ho passione per il Vangelo?
Conosco il mio cuore? Che cosa desidero più di tutto?

Accosta le labbra alla sorgente del tuo cuore (S. Bernardo).
Vigila con cura sul tuo cuore perché da esso sgorga la vita
(Prov 4,2).

Ritorno al cuore è il primo passo di ogni vita spirituale, cuore è parola importantissima in tutta la Bibbia. Insieme ad un’altra parola: misero, povero; due parole che unite insieme sono centrali nella Bibbia e compongono la parola più forte del Vangelo: Misericordia.
Reditus ad cor, necessario per ritrovare se stessi e la vera fede.

Quando è vera fede e quando è solo religione, religiosità?
Padre Turoldo dava questa risposta:
Religione è quando tu fai Dio a tua misura;
vera fede è quando fai te a misura di Dio.

Il mafioso devoto, con il covo pieno di bibbie e santini di padre Pio… vuole cambiare la sua vita a misura di Dio, o ridurlo al proprio metro, alla propria dimensione?
Idolatria: un Dio a tua misura; fede: tu a misura di Dio.

Il ritorno al cuore serve per capire se sono sincero, in questa scelta tra idolatria e fede, o se fingo; se sono un attore sulla scena; per vedere se sono l’immagine o la scimmia di Dio, e per passare dalla contraffazione alla somiglianza con Dio.

Siate misericordiosi come il padre; siate perfetti come il padre;il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato; come in cielo così in terra; vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io, così fate anche voi (GV 13,15); che siano una cosa sola, come noi (Gv 17,11.22); non come voglio io, ma come vuoi tu.

Il Vangelo è pieno di questo piccolo avverbio: come. Come Cristo, come il cielo, come il Padre: ed è aperto il massimo orizzonte possibile…

Ritorno al cuore: un buon prete è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, la sua storia, che conosce la sua storia e le sue ferite ed ha imparato a far pace con essa, e con le proprie fragilità; e sa costruirci sopra invece che nasconderle sotto il tappeto.

Ritorno alla nostra umanità, al vaso di creta, di cui avere cura per trasmettere bene il suo tesoro…
Necessario per il ministero, perché rischiamo di essere burocrati delle regole e analfabeti del cuore dell’uomo. Funzionari delle norme e ignoranti del cuore di Dio. Per evitare la malattia che Gesù temeva più di tutte: la sclerocardia, durezza, impietrimento del cuore, il cuore duro…

Papa Francesco nel discorso alla Cong. Del Clero, 20 nov 2015: Non è normale che un prete sia spesso triste, nervoso, duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo. Ma se tu hai una malattia, se sei nevrotico vai dal medico. Dal medico spirituale e dal medico clinico: ti daranno pastiglie che ti faranno bene. ambedue. Ma per favore i fedeli non paghino la nevrosi dei preti. Non bastonare i fedeli, vicinanza di cuore con loro.
E vi dico sinceramente, io ho paura di irrigidire, ho paura. Dai preti rigidi, lontano!… ti mordono. Dove c’è misericordia c’è Dio, dove c’è rigidità ci sono solo i ministri di Dio, ma Dio non c’è. Deus deest (S.Ambrogio).

Ritorno al cuore per la conoscenza di sé, del tesoro e del vaso di creta… Socrate diceva che la più grande conoscenza che si può avere è conoscere se stessi. Ma chi sono io?
Le mie generalità che declino al carabiniere se mi ferma mentre sono alla guida? Io non sono le mie generalità. Sono il mio corpo che invecchia e spesso mi tradisce? No.

  • Io sono forse ciò che penso? Cogito ergo sum. Ma quante sciocchezze ho già pensato, quante opinioni ho cambiato, quante idee o teologie sbagliate; sono forse quelle sciocchezze io?
  • Io sono forse ciò che voglio? La mia volontà o le mie azioni? So quanto è fragile la mia volontà. So che spesso faccio ciò che non voglio, dice Paolo, e quello che vorrei fare non riesco a farlo…
  • Io sono forse quello che provo, quello che sento? No, perché sappiamo che portiamo dentro una tavolozza emotiva che contiene tutti i sentimenti, con tutti i colori, dai più luminosi ai più oscuri. Le mie emozioni hanno angoli oscuri, ancora da evangelizzare.

Abbiamo un io più profondo dei pensieri, più profondo della volontà, più profondo perfino dei sentimenti. Come chiamarlo?

Tutti i popoli lo hanno chiamato cuore. E anche la Bibbia lo chiama allo stesso modo. Secondo la Bibbia (865 volte ricorre) il cuore pensa, nel cuore si decide, nel cuore si ricorda, come santa Maria, il cuore si accende per l’incontro, brucia, illumina, è misterioso e complesso. È abitato.
Dio guarda il cuore… E chiede: Amerai con tutto il cuore.

Noi abbiamo gli occhi per vedere, gli orecchi per sentire, le mani per toccare e per vedere e sentire Dio abbiamo il cuore. “Il Dio sensibile al cuore” – come dice Pascal – “Io sono stanco di dire Dio, io voglio sentirlo!

Da dove procedere per capire meglio che cosa è il cuore? Dal comando centrale, essenziale: “Amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua volontà”. Dunque primo viene il cuore.

Cuore significa inizio e convergenza di tutte le facoltà umane insieme.
Cuore è una armonia nella quale non c’è più divisione.

Faccio un esempio. Devo scrivere un articolo per consegnarlo al giornale, devo finirlo tra due ore, io so che sono molto lento nello scrivere e sono un po’ nervoso.
Bussa qualcuno alla porta e dico “avanti”, arriva proprio il fratello malato, che soffre di depressione, quello un po’ logorroico, ma si vede che sta male. Dice “posso parlare un po’ con te?”
Cosa faccio? Vorrei liquidarlo elegantemente, avrei voglia di dirgli: guarda dovresti aspettare, adesso non posso! Che è come dirgli: ci sono cose più importanti di te!
Invece no, faccio un sorriso un po’ forzato e dico “mi fa piacere vederti! Grazie che sei venuto a trovarmi, siediti”.

Ho fatto un’opera buona?
Sì, però… questa opera non viene dal cuore, ma solo dalla volontà, non c’è il tutto di me. Viene dal cuore quando tutto è spontaneo, quando dico che mi fa piacere ed è vero che mi fa piacere, e si vede che mi fa piacere!
Invece adesso lo ascolto, ma distratto, cuore lontano, e intanto il mio pensiero va sempre all’articolo. Un gioco di inganni…

Arrivare alla perfezione del cuore significa arrivare ad una armonia interiore fra tutte le mie facoltà. All’inizio uno sforzo di volontà è necessario, certo, ma non è un segno di perfezione.

Per es. la preghiera: se è sempre e solo forzata non va bene; così la carità, un servizio, un ministero fatti per forza, a parte che lo capiscono subito tutti, gelano invece di riscaldare…

Non fare il bene per forza, lo faresti male.

L’ideale o ci appassiona o ci rovina. Quanta gente rovinata dal mito della perfezione! Non siamo discepoli, preti, frati, per essere perfetti, ma per essere incamminati. Caduti, ma incamminati; feriti, ma incamminati… Non siamo preti per essere immacolati, ma per essere generativi, datori di vita. Gli ideali o ti appassionano e ti rubano il cuore, oppure ti devastano dentro.

Ricordiamo il fratello maggiore, quello “buono” e ubbidiente, della parabola: “ma come, io ho sempre fatto tutto ciò che mi hai comandato, ho sempre detto di sì…e mai una festa, mai neanche un capretto”questi cristiani del capretto! Ha obbedito, ma in realtà il cuore era assente, il cuore era malato, avrebbe tanto voluto fare un’altra vita; per lui la vita bella era quella del fratello. Obbedisce ma non ama quello che fa: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me.

Dostoiewski scrive: La vita realizzata consiste nell’amare ciò che fai e nell’agire per ciò che ami. Perché, se manca il cuore, si può essere onesti e infelici.

Quanti cristiani sono così, osservanti e infelici, forse anche qualche prete, ligio al dovere e non felice…
Ma il Signore, come ogni genitore, che cosa preferisce: la felicità del figlio o la sua fedeltà? Cosa desidera di più: un figlio obbediente o un figlio felice?

Una prima conclusione: il cuore non si identifica con una facoltà ma è l’armonia, l’unità di tutte le facoltà dell’uomo.

Però non tutto ciò che accade dentro di me rispondono all’appello.

Abbiamo tutti letto i racconti dei Padri del deserto, di diavoli che apparivano come serpenti, leoni, donne nude, ma i Padri non avevano paura e lottavano, sapevano che queste immagini erano frutto della loro fantasia, ed è umiliante aver paura della propria fantasia.

E’ la grande scoperta degli anacoreti d’Egitto, grande scoperta: l’uomo non deve aver paura dei propri pensieri. Essi sono qualcosa che viene, ma non si sa da dove.

Il nostro cuore, dicevano, è come l’Eden: viene il serpente, ma non si sa da dove, il male non è figlio di Dio; vengono pensieri cattivi di ira, di vendetta, di lussuria, di guadagno, di inganno, vengono nei momenti più alti, mentre sto celebrando, quando ho appena fatto la comunione.

Sarebbe un grave sbaglio dire che sono peccato, che i pensieri sono una cosa del mio cuore. Essi vogliono entrare nel cuore, ma io sono il signore del mio cuore e non possono entrare senza il mio permesso nel mio castello interiore. L’immagine è di santa Teresa d’Avila.

Vengono, circondano la rocca, ma entrano solamente se io apro le porte del castello, altrimenti girano attorno, fanno rumore, minacciano, assediano le mura ma non entrano, non possono sedersi sul trono del mio cuore se non sono io ad aprire la porta. Restano fuori del mio castello, abitano il fossato, rumorosi ma esterni.

Un novizio del deserto aveva tanti pensieri cattivi e abba Antonio lo porta sulla collina e gli dice: “Apri il tuo mantello e cattura il vento”. Il giovane lo guarda sbalordito e dice: “Come faccio?” E Antonio gli dice: “Se tu non puoi prendere il vento, che pure senti da dove spira, come puoi afferrare un pensiero che vola dove vuole?”.

Se a me frate vengono pensieri cattivi: avere successo, avere la stima dei superiori, essere promosso a…, far soldi o una famiglia mia,… Non devo avere paura delle mie fantasie perché io non sono ciò che mi viene in mente, io sono colui che decide che cosa occupa il trono del mio cuore, a quali sorgenti accosto le mie labbra.

Paolo lo dice con queste parole: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.
Il sentimento è più di una emozione, che è spontanea, selvatica, ribelle, un prodotto incolto. Il sentimento è invece una emozione accolta, elaborata, evangelizzata.

Avere i sentimenti di Cristo significa uscire dalla dittatura delle emozioni (oggi conta e vale solo ciò che emoziona…).
Avere i sentimenti di Cristo inizia dicendo ‘no’ a tutto ciò che nasce in noi di duro, violento, meschino. Guardando in faccia i nostri sentimenti e dicendo loro: tu non sei secondo il Vangelo e perciò tu non siederai sul trono del mio cuore; tu non sei sentimento secondo Cristo e io non ti do ospitalità nella mia casa, nessun diritto di cittadinanza in me, non mangerai al mio piatto.

Darò invece spazio e cuore a ciò che porta aria di Vangelo. È un lavoro possibile, giorno per giorno: perché sono io che decido chi siederà sul trono del mio cuore, il capitano che impartirà ordini alla mia vita.

Il diavolo assedia il mio castello, circuit quaerens…, ma non entrerà senza il mio permesso, non mangerà nel mio piatto. Se poi so anche non averne paura, questa sarà una cosa bellissima.

Mi ha spiazzato il mio Padre spirituale quando io, a 18 anni, mi lamentavo di molte fantasie sessuali, di molti desideri sulle ragazze, mi disse “consolati perché dopo saranno ancora di più” e io dicevo “ non è possibile!” (Quando finiscono certi pensieri? 3 gg dopo morto).

Si deve solo mettere una guardia alla porta del cuore senza avere paura dei pensieri. Una sentinella del cuore.

Questo è di grande attualità oggi. I giovani non sanno distinguere e allora smettono di confessarsi. E la stessa cosa è successa a Martin Lutero: non riusciva più a distinguere cosa era libero e cosa non era libero in lui, e smise di credere nella utilità della confessione, perché ogni volta ritornava con gli stessi peccati e non cambiava niente. “Dio non si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono” (papa Francesco).

Io mi confesso perché non mi arrendo al male; non giustifico e non legittimo il peccato. Mi confesso in nome non della perfezione, ma di una beatitudine nascosta, la beatitudine degli incamminati, e poi un’altra ancora: Beati gli oppositori del male, coloro che si oppongono al male! Scegliere sempre l’umano contro il disumano. Perché la tentazione è sempre l’occasione per scegliere tra due amori. Ho posto davanti a te la vita e la morte (Deut 30,15). Scegli dunque la vita! Ama la vita, altrimenti non la sceglierai.

Che cosa accade quando uno lavora veramente il cuore? Taglia i pensieri che vengono da fuori, sopraggiunge un grande silenzio, nascono pensieri dal di dentro, e si capisce che vengono da Dio. (Che è lo scopo degli Esercizi Spirituali: svegliare la voce di Dio che è dentro di noi, attraverso la quale Dio stesso ci ammaestra).

S. Antonio, l’istitutore della vita monastica, diceva questo: “Colui che va nel deserto è esente da tre lotte: dalla lotta dell’udito, dalle chiacchiere inutili, dalla vista. L’unica sua lotta che rimane è la guerra del cuore (Polemos tes cardias)”.

E’ unificare il cuore, avere un cuore semplice (Salmo 85), non doppio (libro della Sapienza) non avere due cuori, come prega il Salmo: “Signore, unifica il mio cuore, fa che non abbia due cuori, due desideri che distraggono l’anima, la tirano di qua e di là”.

Questo messaggio dall’antico conoscitore del cuore che era l’abate Antonio: “La lotta del cuore rimane sino alla fine”, perché ci sono passioni senza grandezza ma non c’è grandezza possibile senza passione.

La guerra del cuore perché Dio non sia un dovere ma un desiderio.
Per passare da Dio come dovere a Dio come stupore.

Il cuore è un servitore indocile, polemico – polemikòs significa uno che fa la guerra -, ma soprattutto è la nostra riserva di passione perché gli ideali o appassionano o devastano.

Il vero, continuo opus Dei dell’uomo religioso è l’opus cordis, la vera opera divina è lavorare il proprio cuore.

Lavorare il cuore: questo è l’augurio per questi giorni e anche l’augurio è quello di mantenere dentro di noi un cuore polémikòs, un cuore guerriero che ci contesti, che ci chiami, che ci risvegli, che faccia sentire desiderio.

Questa guerra del cuore è la guerra che ci salva, nella quale anziché perire siamo salvati. Una guerra che fa vivere.

Il primo passo del cammino di ricerca è il ritorno al cuore, risposta alla domanda: che cosa cercate? Riscoprire il Vangelo del desiderio.

Il primo passo è il ritorno al cuore, il secondo passo si ispira al sant’Ignazio degli Esercizi Spirituali: titolo del libro dove trascrive il suo cammino spirituale.

S. Ignazio racconta la sua conversione: convalescente da una ferita di guerra, si fa portare dei libri. Sono di due tipi: avventure di cavalieri e vite di santi.
Mi piacevano tutti e due, racconta, ma quando avevo finito di leggere le gesta dei cavalieri, le dimenticavo in fretta . Le vite dei santi mi procuravano una gioia che persisteva in me. Fatto rivelatore: il persistere, emozione non effimera.
Di fronte a questa esperienza Ignazio si esamina: “Cominciai ad interrogarmi su che cosa dava gioia alla mia anima e al mio cuore”.

La grande domanda di ogni fondamentale esame di coscienza:
Sono contento oggi? Nella mia vita sono felice?
E poi:
Quali cose mi danno gioia?

Ciò che converte è sempre la promessa di più gioia. Dio seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia, è autorizzato a proporsi perché promette pienezza di gioia.

Dovremmo forse parlare di più del piacere del credere. E mostrarlo. La gioia è un sintomo, il sintomo che stai camminando bene, che sei sulla strada giusta, verso il cuore della vita.

“La gioia è l’atteggiamento vitale più conforme alla realtà” (K. Rahner). “Il problema della vita coincide con quello della felicità” (Niestche). “Felicità è tutto ciò il cui desiderio ti tiene in vita” (Luisa Muraro).

Vorrei lasciarvi due esercizi spirituali da fare, due compiti per casa, stilare due elenchi:

  1. l’elenco, breve o lungo che sia, dei tuoi desideri più forti, di ciò che ti appassiona;
  2. l’elenco delle cose, dei gesti, delle persone che danno gioia che dura.

Dura solo ciò che vale. E vale soltanto ciò che dura (don Michele Do).
S. Agostino: ogni uomo segue quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità. È la sintesi della sua teoria della delectatio victrix, la gioia vincitrice.
Vincente nelle scelte umane è la delectatio, determinante è la gioia, l’appagamento, la contentezza. Una piccola vertigine di stupore e felicità.

Il cammino interiore ti riporta al cuore, e lì trovi le domande vitali:
Qual è il mio desiderio più forte? Sono contento oggi?
Sono felice di come vivo? Mi piace questa mia vita?
E di conseguenza: che cosa mi procura gioia?

La prima domanda dell’esame della vita non è “sono buono o cattivo”, “prego o non prego”, “sono fedele ai miei doveri”, ma:
Sono contento oggi? Sono felice nel cuore ?

Noi camminiamo: e come bussola un sentimento felice del vivere.
La nostra vita, lo può testimoniare ciascuno, non avanza per ordini o divieti, ma per una passione. Non avanza per colpi di volontà, ma per attrazione. La vita non avanza per ingiunzioni, ma per seduzioni.

E la passione, l’attrazione, la seduzione nascono da una bellezza. La passione per Dio nasce dall’aver colto la bellezza di Cristo: libero come nessuno, amore come nessuno, uomo come nessuno mai.

(…)