V Domenica di Pasqua (A)
Giovanni 14, 1-12
Letture:
- Prima lettura – Atti degli Apostoli 6,1-7
I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». - Seconda lettura – Prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. - Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me… Chi ha visto me, ha visto il Padre… Io sono nel Padre e il Padre è in me.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre (…)».

Chi segue Gesù trova la strada vera che porta alla vita
Ermes Ronchi
Non abbiate paura, non sia turbato il vostro cuore, sono le parole di apertura del Vangelo, le parole primarie del nostro rapporto con Dio e con la vita, quelle che devono venirci incontro appena aperti gli occhi, ogni mattina.
Gesù ha una proposta chiara per aiutarci a vincere la paura: abbiate fede, nel Padre e anche in me. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede nella buona notizia che Dio è amore, e non ti molla; la fede in Gesù che è la via, la verità, la vita. Tre parole immense. Inseparabili tra loro. Io sono la strada vera che porta alla vita.
La Bibbia è piena di strade, di vie, di sentieri, piena di progetti e di speranze. Felice chi ha la strada nel cuore, canta il salmo 84,6. I primi cristiani avevano il nome di “Quelli della via” (Atti 9,2), quelli che hanno sentieri nel cuore, che percorrono le strade che Gesù ha inventato, che camminano chiamati da un sogno e non si fermano. E la strada ultima, la via che i discepoli hanno ancora negli occhi, il gesto compiuto poco prima da Gesù, è il maestro che lava i piedi ai suoi, amore diventato servizio.
Io sono la verità. Gesù non dice di avere la verità, ma di essere la verità, di esserlo con tutto se stesso. La verità non consiste in cose da sapere, o da avere, ma in un modo di vivere. La verità è una persona che produce vita, che con i suoi gesti procura libertà. «La verità è ciò che arde» (Ch. Bobin), parole e azioni che hanno luce, che danno calore.
La verità è sempre coraggiosa e amabile. Quando invece è arrogante, senza tenerezza, è una malattia della storia che ci fa tutti malati di violenza. La verità dura, aggressiva, la verità dispotica, «è così e basta», la verità gridata da parole come pietre, quella dei fondamentalisti, non è la voce di Dio. La verità imposta per legge non è da Dio. Dio è verità amabile.
Io sono la vita, io faccio vivere. Parole enormi che nessuna spiegazione può esaurire. Parole davanti alle quali provo una vertigine. Il mistero dell’uomo si spiega con il mistero di Dio, la mia vita si spiega solo con la vita di Dio. Il nostro segreto è oltre noi.
Nella mia esistenza c’è una equazione: più Dio equivale a più io. Più vangelo in me vuol dire più vita in me, vita di una qualità indistruttibile.
Il mistero di Dio non è lontano da te, è nel cuore della tua vita: nei gesti di nascere, amare, dubitare, credere, perdere, illudersi, osare, dare la vita… La vita porta con sé il respiro di Dio, in ogni nostro amore è Lui che ama.
Chi crede in me anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste. Falsa religione è portare Dio nella nostra misura, vera fede è portare noi stessi nella misura di Dio.
Avvenire
“Chi ha visto me, ha visto il Padre”
Enzo Bianchi
“Non sia turbato il vostro cuore”
Enzo Bianchi
Nelle ultime domeniche del tempo pasquale ascoltiamo alcune parole tratte dai «discorsi di addio» del quarto vangelo, quelli pronunciati da Gesù al termine della sua ultima cena con i discepoli. Attraverso questi discorsi ci parla il Signore glorioso risorto e vivente, con parole che condensano tutto il messaggio del vangelo e gettano un ponte tra la vita terrena di Gesù e la sua venuta nella gloria.
La separazione tra Gesù e i suoi «amici» (cf. Gv 15,13-15) è vicina, ed egli ha appena preannunciato il tradimento di Giuda (cf. Gv 13,21) e il rinnegamento di Pietro (cf. Gv 13,38). Affinché i discepoli non si rattristino di fronte alla separazione, Gesù si rivolge loro con grande tenerezza – «Non sia turbato il vostro cuore» – e li invita alla fede: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Gesù aveva già detto che la vera opera gradita a Dio è la fede (cf. Gv 6,29); qui, in un contesto di crisi per la sua comunità, smarrita per il futuro che l’attende, rinsalda la sua fiducia con una promessa: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, io vado a prepararvi un posto». Gesù sta per entrare nella casa del Padre, il Regno, ma prima promette ai suoi discepoli che la separazione da loro sarà solo temporanea: «quando vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io». Ecco la grande consolazione riservata a quanti aderiscono a Gesù e vivono con lui un rapporto di intimità: niente e nessuno può rapirli dalla sua mano (cf. Gv 10,28-29), già ora e poi alla fine del tempo, quando egli verrà nella gloria e li prenderà con sé.
Gesù però sa bene che non basta indicare la meta, occorre mostrare anche la strada per raggiungerla. Per questo aggiunge: «Del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Ma Tommaso non comprende e gli chiede: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Eppure proprio lui poco prima aveva esortato gli altri discepoli a fare strada con Gesù, ad andare a morire con lui (cf. Gv 11,16)… Gesù allora gli risponde: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Queste parole così solenni esprimono la singolarità del cristianesimo: da quando Dio si è fatto uomo in Gesù, quest’uomo ha aperto un sentiero unico per andare a Dio; ormai per conoscere Dio si deve conoscere Gesù, per credere in Dio si deve credere in Gesù. La verità è una persona, Gesù Cristo: è lui che con la sua vita ci ha mostrato la via per andare al Padre, dunque la via è il modo di vivere di Gesù, e vivendo come lui noi possiamo partecipare alla sua vita, che è vita vera in pienezza, “vita eterna”!.
Ecco perché subito dopo, a Filippo che gli chiede: «Mostraci il Padre e ci basta», Gesù replica: «Chi ha visto me ha visto il Padre … Io sono nel Padre e il Padre è in me». «Chi vede Dio muore» (cf. Es 33,20), recita l’adagio biblico: è questo il modo per esprimere la santità di Dio, la verità del Dio che non può ricevere un volto dall’uomo, ma che alza lui stesso il velo su di sé. Il credente dell’Antico Testamento chiede ripetutamente a Dio di mostrargli il suo volto, è questo il desiderio più profondo che lo abita: è la domanda di Mosè (cf. Es 33,18), è l’invocazione del salmista (cf. Sal 43,3); eppure il volto di Dio appare al di là della morte… Ma l’umanizzazione di Dio in Gesù ha reso possibile questa visione, sicché il prologo del quarto vangelo ha potuto affermare: «Dio nessuno l’ha mai visto ma il Figlio unigenito ce lo ha raccontato» (cf. Gv 1,18). Sì, Gesù è l’ultimo e definitivo racconto di Dio, e chi vede il volto di Gesù vede il Padre.
Ma cosa vedevano i discepoli se non un uomo, nient’altro che un uomo, che con la sua vita raccontava Dio? Quanti hanno visto Gesù vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere che quell’uomo aveva davvero narrato Dio: e Dio, resuscitandolo dai morti, ha dichiarato che nell’esistenza vissuta da Gesù era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui. Quando il nostro Dio ha voluto rivelarsi compiutamente, senza opacità, lo ha fatto in un uomo, Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): questa è la nostra fede salda e il cammino sul quale andiamo incontro al Signore Gesù, nell’attesa della sua venuta nella gloria, quando egli ci prenderà con sé.
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L’ultima puntata.
Quando sai che da domani non lo vedrai più!
Gaetano Piccolo
Quando una persona a cui siamo legati si separa da noi, sentiamo come una corda che si spezza e abbiamo la sensazione di precipitare nel vuoto. Gridiamo affinché qualcuno ci senta e possa riannodare quella corda.
La separazione da chi amiamo è accompagnata da emozioni che ci fanno sentire l’as-senza: ci sentiamo senza qualcuno. Ci portiamo dentro un vuoto che nessuno può colmare. È inutile provare a riempirlo: il vuoto c’è.
Nel tempo della separazione veniamo fuori per quello che siamo. È lì che emerge come abbiamo vissuto quel legame. È lì che si vede quanto abbiamo amato. È lì che emergono le nostre paure, quelle che fino ad allora siamo riusciti a coprire.
Le parole del congedo sono le parole essenziali. Non c’è più tempo, forse non avremo un’occasione in più per dire quello che ci portiamo nel cuore.
Questo passo del Vangelo racconta il momento del congedo di Gesù dai suoi discepoli. È da poco terminata la cena, l’ultima. È il tempo di dirsi le cose che contano. Ed è il tempo in cui emergono, senza controllo, le paure più profonde.
Innanzitutto la paura di restare soli. Abbiamo bisogno di essere rassicurati.
Nel mondo antico si era soliti spaccare in due un oggetto: ciascuno ne avrebbe tenuto metà, fino al giorno in cui ci si sarebbe incontrati di nuovo per unire (syn-ballo, metto insieme, da cui la parola simbolo) quelle due parti.
Conoscendo forse la nostra smemoratezza e il nostro disordine, Gesù non ci lascia un pezzo da custodire, ma ci lascia se stesso tutto intero, ci lascia il pane e il vino in cui riconoscere la sua presenza reale, il suo corpo e il suo sangue. Proprio nell’Ultima Cena, infatti, Gesù si consegna per essere ritrovato sempre, proprio quando i discepoli hanno paura di perderlo.
Le parole di Gesù sono rassicuranti: “vi prenderò con me”; “dove sarò io, sarete voi”. Sono le parole di chi vede la paura sul volto di chi resta.
Non c’è immagine più rassicurante della casa, infatti è lì che Gesù ci aspetta: nella casa di mio Padre ci sono molte dimore. La casa è il luogo dell’intimità e delle relazioni. Gesù parla infatti di una casa in cui c’è spazio. Una casa in cui essere accolti. Sappiamo bene come da sempre la casa sia una rappresentazione di noi stessi. Da bambini, una delle prime cose che cominciamo a disegnare, è la casa. Il bambino si rappresenta indirettamente attraverso la casa.
Nella casa del Padre, dice Gesù, c’è sempre spazio. Cioè nella vita del Padre (e in quella di Gesù, che è la stessa vita) c’è sempre spazio. La sua vita è accogliente, è una vita per gli altri. Gesù sta dicendo ai suoi amici che ci sarà sempre spazio per loro nella sua vita.
Quando ci sentiamo abbandonati, ci accompagna anche la sensazione di perderci. L’assenza dell’altro fa venir meno i punti di riferimento. L’altro è una direzione. La sua mancanza ci getta nello smarrimento: cosa farò adesso?
Anche Gesù incontra lo smarrimento dei suoi discepoli. Tommaso cerca una via perché si sente perduto. A volte però quando ci perdiamo l’unica cosa che possiamo fare è aspettare che qualcuno ci venga a prendere.
Tommaso è la voce dell’autonomia e dell’autosufficienza: vorrebbe trovare la strada da solo, vuole essere il protagonista del suo cammino, vuole dimostrare di potercela fare da solo. Gesù lo invita ad aspettare e a riconoscere che “nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me”. Gesù è la via. Occorre stare lì, sulla strada, e lasciarsi incontrare dal pastore che va in cerca delle sue pecore.
Quando ci sentiamo abbandonati, abbiamo l’impressione di restare orfani.
Filippo vuole vedere il padre, ha bisogno di ritrovare la sua origine, le sue radici, la sua storia. Cercare il padre vuol dire cercare chi sono, la mia identità, da dove vengo. Il padre è colui che ci consegna un’eredità e ci permette di costruirci un futuro.
Sentirsi abbandonati vuol dire non vedere più la possibilità di un domani. Sentirsi orfani vuol dire sentirsi privati del futuro, non solo del passato.
Forse per questo Gesù ha, in questo passo, parole di padre: “farete cose più grandi di me”. Sono le parole che ogni figlio vorrebbe sentirsi dire dal padre.
Come i discepoli, anche noi siamo attraversati da queste paure.
La vita infatti ci chiama continuamente a staccarci, a salutare, a dire addio o a voltare pagina. Ma in ognuno di questi passaggi non siamo mai soli, anche se la tentazione cercherà sempre di persuaderci che siamo soli, smarriti e orfani.
Leggersi dentro:
Quali sono le paure che mi attraversano in questo tempo della mia vita?
Come le affronto?
Dalla paura al coraggio di essere comunità creativa
P. Romeo Ballan mccj
Le parole del Vangelo odierno hanno il sapore e l’emozione di un testamento, che Gesù affida ai discepoli dopo l’ultima cena, nelle ore prolungate dell’addio (Gv 13,31-17,26). Sono l’eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli come prezioso insegnamento, poche ore prima di entrare nella sua via (v. 4.6): la via della croce-morte-risurrezione. Testamento ed eredità che, comunemente nella vita di tutti, diventano effettivi solo dopo la morte del testatore. Il caso di Gesù è diverso: non è il testamento di un morto, ma di un vivente. A ragione, quindi, la liturgia ci rivela questo testamento nelle domeniche dopo la Pasqua di Gesù, e ce lo fa gustare come parola viva del Risorto. Anzitutto, è una parola di conforto e di speranza per la comunità dei credenti, affinché non si lascino turbare ma siano forti nella fede (v. 1) e disposti a seguire i passi del Maestro sulla stessa via: il cammino verso la Pasqua, verso la casa del Padre. La casa del Padre, però, non è immediatamente il paradiso, ma è anzitutto la comunità dei credenti, dove pure ci sono “molte dimore” e c’è un posto per ciascuno (v. 2-3); dove i posti, le mansioni e i servizi da svolgere sono molti; dove il posto migliore è quello che permette di servire di più e meglio gli altri.
Aiutarsi come fratelli, lavarsi i piedi gli uni gli altri (Gv 13,14), senza titoli di classe, onore, prestigio… Tale era l’ideale e la forte testimonianza della comunità primitiva, nella quale c’era una differenza, l’unica, riconosciuta da tutti sin dall’inizio: la differenza in base al servizio (o ministero) richiesto e prestato alla comunità. È un appassionante tema missionario. Il messaggio del Vangelo di questa domenica e le esperienze della prima comunità cristiana (I e II lettura) contengono preziose luci per la missione della Chiesa. Il libro degli Atti (I lettura) presenta un quadro di difficoltà tipiche della missione, concrete e frequenti: riguardano la crescita numerica, la pluralità culturale della comunità (v. 1: conflitto fra ellenisti ed ebrei, con risvolti sociali ed economici), l’organizzazione dell’assistenza ai bisognosi… Per la soluzione vengono impiegati criteri che sono fondamentali per lo svolgimento della missione: ampia consultazione all’interno del gruppo (v. 2), ricerca di persone piene di Spirito e di sapienza (v. 3.5), definizione dei ministeri (v. 3.4.6) dei diaconi (servizio alle mense) e dei Dodici Apostoli (preghiera e servizio della Parola).
Oggi diremmo che la soluzione è stata trovata grazie ad un esercizio sinodale dell’autorità: nella collegialità e nella ministerialità, che hanno permesso di operare con pluralismo culturale e con decentramento. La Chiesa di Gerusalemme è uscita da quell’incidente più matura, arricchita di nuove forze per l’apostolato, più aperta alle esigenze culturali dei vari gruppi. È stata una soluzione creativa ed esemplare, che ha avuto immediati effetti di irradiazione missionaria: “e la parola di Dio si diffondeva”, con crescenti adesioni alla nuova fede in Gesù (v. 7). Si iscrive in questo contesto anche l’insistenza del Papa sulla preghiera per le vocazioni.
Soluzioni di quella natura si addicono a un popolo che San Pietro (II lettura) chiama regale, santo, eletto da Dio (v. 9), chiamato a stringersi al “Signore, pietra viva”, e quindi, un popolo composto da “pietre vive” (v. 4.5). Ritorniamo qui al tema dei ruoli o servizi nella casa di Dio: non ha importanza che si tratti di pietre di facciata o di pietre nascoste nelle fondamenta. S. Daniele Comboni raccomandava ai suoi missionari per l’Africa: “Il missionario lavora in un’opera di altissimo merito sì, ma sommamente ardua e laboriosa, per essere una pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo” (Regole del 1871, Scritti, n. 2701). Ciò che importa è essere parte della comunità dei discepoli, contenti di essere popolo ed essere attivi nel servizio alla missione di Cristo, accoglienti e solidali verso le persone lontane, straniere, sole.
Gesù non è venuto a toglierci la sofferenza, ma a darci forza per affrontare le paure profonde della malattia, del futuro, della solitudine, della morte… “Dio non è venuto a spiegare la sofferenza; è venuto a riempirla della sua presenza” (Paul Claudel). Nella conversazione con i discepoli (Vangelo), Gesù li invita a non lasciarsi turbare dalle paure (v. 1). Li esorta a credere in Lui, che è “la via, la verità e la vita” (v. 6). Parla della sua unità con il Padre, al punto che chi ha visto Lui ha visto il Padre (v. 9). Gesù è il primo missionario del Padre: lo ha rivelato e annunciato con la parola e con le opere (v. 11). Sorge qui la domanda fondamentale per la missione di tutti i tempi: oggi, a chi tocca rivelare il Padre e rivelare Gesù, il Salvatore del mondo? La sfida permanente del cristiano è poter dire: chi vede la mia vita e ascolta la mia parola, vede il Padre, vede Cristo! Qui ha le sue radici e la sua forza di irradiazione la missionarietà di ogni battezzato.
Una sola vita, tanti modi per donarla
Fernando Armellini
Una delle caratteristiche della comunità primitiva, descritta negli Atti degli apostoli, è l’assenza di classi, di titoli onorifici, di un maggior prestigio o dignità riconosciuti a qualche membro eminente.
Tutti i credenti si consideravano su un piano di uguaglianza, nessuno si faceva chiamare rabbi, perché uno solo era il Maestro ed essi erano solo discepoli. Si sentivano fratelli e nessuno si arrogava il titolo di padre, sapevano infatti di avere un solo Padre nei cieli (Mt 23,8-10).
Neppure nella santità conoscevano gradi. “Santi” era il titolo collettivo con cui amavano designarsi. Paolo indirizza le sue lettere “a tutti i santi che vivono nella città di Filippi…” (Fil 1,1), “ai santi che sono in Efeso…” (Ef 1,1), “a tutti voi prediletti di Dio che siete in Roma e che siete chiamati santi…” (Rm 1,7).
Eppure una differenza era riconosciuta e tenuta in gran conto: quella del ministero, del servizio che ciascuno era chiamato a svolgere in favore dei fratelli.
L’unico Spirito – ricorda Paolo ai corinti – arricchisce la comunità con doni diversi e complementari: “a uno concede il linguaggio della scienza, a un altro quello della sapienza, a uno la fede, a un altro il dono di guarire, a un altro la potenza di operare miracoli, a un altro il dono delle lingue, a un altro quello di interpretarle”, tutto per l’utilità comune (1 Cor 12,7-11).
“Ciascuno viva – raccomandava Pietro – secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4,10).
Con questa Chiesa ministeriale, nata da Cristo ed edificata “sul fondamento degli apostoli” (Ef 2,20), sono chiamate a confrontarsi le nostre comunità di oggi.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“I doni che tu ci hai dato non ci gonfino di orgoglio, ma della volontà di servire i fratelli”.
Prima Lettura (At 6,1-7)
1 In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. 2 Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. 3 Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. 4 Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola”. 5 Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. 6 Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
La sensazione incantevole che suscitano i brani degli Atti degli apostoli in cui Luca racconta la vita della prima comunità di Gerusalemme è difficile da scordare. I discepoli erano un cuor solo e un’anima sola, partecipavano quotidianamente alla catechesi degli apostoli, condividevano i beni, pregavano insieme, celebravano settimanalmente l’eucaristia, compivano segni straordinari con la forza dello Spirito. Fra di loro regnava un perfetto accordo e godevano della stima di tutto il popolo.
Davvero a Gerusalemme andava tutto così bene? L’autore del libro degli Atti non si sarà un po’ cullato nei sogni? Non avrà scambiato l’ideale che aveva in mente con la realtà?
La risposta è abbastanza semplice e sicura: ha trasfigurato, ha idealizzato, non v’è dubbio. Ha preso spunto da avvenimenti reali – la generosità eccezionale di Barnaba (At 4,36-37), il radicale cambiamento dei sentimenti e dei rapporti all’interno del gruppo dei discepoli dopo la risurrezione di Cristo – e li ha generalizzati per tratteggiare l’immagine di una comunità cristiana modello.
La realtà ecclesiale, anche a Gerusalemme, non era così idilliaca, i problemi esistevano come da noi. Ad un certo punto sono venuti a galla, in modo addirittura drammatico. È il racconto che troviamo nella lettura di oggi.
La comunità era composta inizialmente solo da giudei che però appartenevano a due gruppi ben distinti: gli ebrei e gli ellenisti.
I primi erano nati e cresciuti in Palestina, parlavano aramaico e frequentavano le sinagoghe dove la Bibbia era letta in ebraico; erano molto attaccati alle tradizioni dei loro padri e alla legge di Mosè, accettavano e consideravano indiscutibili gli insegnamenti e le interpretazioni date dai rabbini.
Gli ellenisti invece erano nati e cresciuti all’estero. A contatto con gli altri popoli avevano conosciuto, apprezzato e anche adottato stili di vita che i loro correligionari consideravano fuorvianti e corrotti. Si sentivano liberi riguardo alle tradizioni e alle disposizioni dei rabbini, non capivano l’ebraico, parlavano in greco (la lingua usata allora in tutto l’impero), nelle loro sinagoghe leggevano la Bibbia nella traduzione greca.
Questa diversità di origine, di lingua, di mentalità era all’origine di forti tensioni fra i due gruppi.
Un giorno il conflitto esplose. L’occasione fu offerta dal problema della distribuzione dei beni della comunità; gli ellenisti, che erano in minoranza, cominciarono a lamentarsi perché gli ebrei facevano delle preferenze: favorivano le loro vedove e trascuravano quelle dell’altro gruppo.
La situazione divenne esplosiva e anche la grande simpatia che i discepoli godevano di fronte a tutto il popolo rischiava di offuscarsi. Il problema doveva essere risolto. Gli apostoli si riunirono e indicarono una possibile soluzione: scegliete – dissero – tra di voi sette uomini che godano della stima e della fiducia di tutti; a loro sarà affidato il compito di distribuire i beni ai poveri, mentre noi ci dedicheremo alla preghiera e all’annuncio del vangelo.
La proposta venne accolta e il caso fu chiuso, con soddisfazione di tutti.
L’episodio è stato inserito da Luca nel libro degli Atti per proiettare una luce sui problemi delle sue comunità dove continuavano ad esistere, accanto a tanti segni di vita nuova, anche dissidi, tensioni, divergenze, mancanza di dialogo.
Luca si rivela, come sempre, un uomo intelligente, ottimista, equilibrato.
Il suo racconto è un invito a valutare con realismo, saggezza e pazienza le situazioni reali di ogni singola comunità.
La chiesa – vuole dirci – non è composta da angeli, ma da uomini con mentalità, cultura, ideologie, caratteri diversi e con tanti limiti. È spiacevole e doloroso che al suo interno emergano pregiudizi, settarismi, invidie, gelosie, incomprensioni, ma è normale. È accaduto perfino nella comunità di Gerusalemme dove pure erano presenti persone eccezionali come gli apostoli e come Maria, la madre del Signore.
Da questo “incidente” la comunità di Gerusalemme ha saputo uscire matura. È cresciuta, ha imparato a risolvere i suoi problemi e ha scoperto il modo di rispondere ai suoi crescenti bisogni: è divenuta ministeriale. In essa gli apostoli non sono rimasti gli unici a svolgere tutte le mansioni. Altre persone capaci si sono assunte le responsabilità che non erano di competenza specifica degli apostoli.
Così hanno avuto inizio quelle che oggi sono chiamate comunità ministeriali, comunità in cui tutti i membri godono di pari dignità, dove l’unico titolo onorifico è quello di “servo”; dove ognuno, “secondo la grazia ricevuta”, mette se stesso a servizio degli altri (1 Pt 4,10); dove “chi ha il dono della profezia lo esercita, chi ha un ministero lo svolge, chi è capace di insegnare insegna, chi sa esortare esorta, chi presiede lo fa con diligenza, chi fa opere di carità le compie con gioia” (Rm 12,6-8).
Seconda Lettura (1 Pt 2,4-9)
4 Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5 anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. 6 Si legge infatti nella Scrittura: ‘Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. 7 Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare, 8 sasso d’inciampo e pietra di scandalo.
Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati. 9 Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.
Pietro paragona la Chiesa a un edificio spirituale il cui costruttore è Dio e le cui pietre vive sono gli uomini.
La costruzione è iniziata con una solida roccia, posta a fondamento di tutto l’edificio: Cristo sul quale Dio ha poi collocato altre pietre, i credenti in lui, quei neo‑battezzati ai quali l’autore della lettera sta parlando nella notte di Pasqua. Uniti a Gesù, essi formano un nuovo, splendido tempio (vv. 4-5).
Nell’AT (Sal 118,22) è stato annunciato che un giorno Dio avrebbe preso la pietra scartata dagli uomini e l’avrebbe posta alla base di una nuova casa (v. 6). La profezia si è adempiuta nel giorno di Pasqua: Dio ha scelto Gesù, rigettato dai capi politici e religiosi del suo popolo e lo ha collocato a fondamento del nuovo santuario.
L’antico tempio di Gerusalemme, costruito con pietre materiali e luogo in cui erano offerti sacrifici di agnelli e di tori, è stato sostituito dal nuovo tempio, in cui ognuno, insieme con Cristo, immola olocausti spirituali graditi a Dio: la vita santa, irreprensibile e colma di opere di amore. Per questi sacrifici che offre, ogni discepolo diviene, nel battesimo, sacerdote.
Di fronte ai neofiti, insigniti di una dignità così sublime, il predicatore si commuove ed esclama: “Onore a voi che credete!”; siete divenuti “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di Dio”; a voi è affidato il compito di proclamare, con la vostra vita, le opere meravigliose di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce.
Poi il suo volto si rattrista, pensa a coloro che hanno rifiutato il dono di Dio e hanno scelto di continuare a vivere da pagani. Per loro la pietra non è stata un motivo di salvezza, ma occasione d’inciampo. Si è verificato il conflitto predetto da Simeone: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 34-35).
Vangelo (Gv 14,1-12)
1 “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.
5 Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. 6 Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.
8 Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. 9 Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.
Videocommento
Il brano del vangelo di oggi è tratto dal primo dei tre discorsi di addio pronunciati da Gesù durante l’ultima cena, subito dopo che Giuda è uscito per mettere in atto il suo proposito di tradimento. Sono chiamati così perché in essi Gesù sembra dettare le sue ultime volontà, prima di affrontare la passione e la morte.
La liturgia ce li fa meditare dopo la Pasqua per una ragione molto semplice: un testamento viene aperto e acquista il suo significato solo dopo la morte di chi lo ha dettato. Le parole pronunciate da Gesù durante l’ultima cena non erano riservate agli apostoli riuniti nel cenacolo, ma rivolte ai discepoli di tutti i tempi e il momento più indicato per comprenderle e meditarle è proprio il tempo di Pasqua.
Il brano di oggi inizia con una frase che può essere fraintesa: “Nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; quando l’avrò preparato ritornerò e vi prenderò con me. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (vv. 2-4).
Gesù sembra voler dire che è giunto per lui il momento di andare in cielo e promette che là preparerà un posto anche per i suoi discepoli.
Questa spiegazione non soddisfa, sia perché siamo convinti che in paradiso è già tutto pronto da molto tempo, sia perché l’idea delle poltroncine numerate, corrispondenti ai vari gradi di premio, con il pericolo che qualcuno possa anche rimanere senza posto, non entusiasma.
Il senso della frase è diverso, molto più concreto e attuale per noi e per la vita delle nostre comunità.
Gesù dice che deve percorrere un “cammino” difficile e aggiunge che i suoi discepoli dovrebbero conoscere molto bene questa “via”, perché ne ha parlato spesso.
Tommaso risponde, a nome di tutti: noi non conosciamo questa “via” e non riusciamo a intuire dove tu voglia andare.
Gesù spiega: percorrerà egli stesso, per primo, il “cammino”, poi, una volta compiuta la sua missione, tornerà e prenderà con sé i discepoli, infonderà loro il suo coraggio e la sua forza, così saranno resi capaci di seguire i suoi passi.
Ora è chiaro qual è la “via”: è il cammino verso la Pasqua, percorso difficile perché esige il sacrificio della vita. Gesù ne ha parlato tante volte, ma i discepoli si sono sempre mostrati restii a capire. Quando accennava al “dono della vita”, preferivano distrarsi, pensare ad altro.
In questa prospettiva diviene chiara anche la questione dei “molti posti nella casa del Padre”. Chi ha accettato di seguire la “via” percorsa da Gesù, si viene a trovare immediatamente nel regno di Dio, nella casa del Padre. Questa casa non è il paradiso, ma la comunità cristiana, è lì che ci sono molti posti, cioè, tanti servizi, tante mansioni da svolgere.
Sono molti i modi in cui si concretizza il dono della propria vita. I “molti posti” altro non sono che i “diversi ministeri”, le diverse situazioni in cui ognuno è chiamato a mettere a disposizione dei fratelli le proprie capacità, i molti doni ricevuti da Dio.
Fino al concilio Vaticano II i laici non erano considerati membri attivi della Chiesa; non partecipavano all’eucaristia, “assistevano”; non celebravano la riconciliazione, andavano a “ricevere” l’assoluzione. Erano spesso spettatori inerti di ciò che i preti facevano. Oggi abbiamo capito che ogni cristiano deve essere attivo, non per la carenza di preti, ma per il fatto che ha un compito da svolgere all’interno della comunità.
Gesù dice che, nello svolgimento del proprio ministero, non ci possono essere motivi di invidia e di gelosia: i “posti”, cioè, i servizi da rendere ai fratelli sono molteplici e solo chi non è ancora stato scosso dalla novità di vita, comunicata dalla fede nel Risorto, può restare inoperoso.
Nella società civile, il posto è valutato in base al potere, al prestigio sociale che conferisce, al denaro con cui è rimunerato. La domanda: “Che lavoro fai?” equivale a: “Quanto guadagni?”.
Il posto preparato per ciascuno da Gesù è valutato invece in base al servizio: il “posto” migliore è quello dove si possono servire di più e meglio i fratelli.
Il brano è un invito alla verifica della vita comunitaria: qual è la percentuale dei membri attivi? Ci sono degli impegni che nessuno si vuole assumere? C’è competizione per accaparrarsi la responsabilità di qualche incarico? Dei molteplici “posti di lavoro” preparati da Gesù ce ne sono ancora molti scoperti? Ci sono dei “disoccupati”? Perché?
La seconda parte del vangelo di oggi (vv. 8-12) è centrata sulla domanda di Filippo: “Signore, mostraci il Padre e questo ci basta”.
“Mostrami la tua gloria!” – aveva chiesto Mosè al Signore – e Dio gli aveva risposto: “Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,18.20).
Pur coscienti di questa impossibilità di contemplare il Signore, i pii israeliti continuavano a implorare: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 27,8-9); “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 42,3).
Filippo sembra farsi interprete di quest’intimo anelito del cuore umano. Sa che “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1,18), perché “abita una luce inaccessibile che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere” (1 Tm 6,16); ma ricorda anche la beatitudine riservata ai puri di cuore: “Vedranno Dio” (Mt 5,8) e pensa che Gesù possa soddisfare la sua segreta aspirazione. Avanza così una richiesta che sembra l’eco di quelle manifestate da Mosè e dai salmisti.
Nella sua risposta, Gesù indica il modo per vedere Dio: bisogna guardare a lui. Egli è il volto umano che Dio ha assunto per manifestarsi, per stabilire un rapporto di intimità, di amicizia, di comunione di vita con l’uomo. È “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), “l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3).
Per conoscere il Padre non si devono fare ragionamenti, non vale la pena perdersi in sottili disquisizioni filosofiche, basta contemplare Gesù, osservare ciò che fa, ciò che dice, ciò che insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, chi frequenta, chi accarezza e da chi si lascia accarezzare, con chi va a cena, chi sceglie, chi rimprovera, chi difende… perché così fa il Padre. Le opere che Gesù compie sono quelle del Padre (v. 10).
C’è un momento in cui il Padre manifesta pienamente il suo volto: è sulla croce. Lì c’è la rivelazione somma del suo amore per l’uomo, lì appare in tutto il suo splendore la sua gloria (Eb 1,3), lì brilla in pienezza la sua luce (2 Cor 4,6).
“Chi ha visto me ha visto il Padre” – può affermare Gesù (v. 9).
Ma questo vedere non si riduce allo sguardo di chi ha presenziato agli eventi, ai fatti, ai gesti concreti da lui compiuti. È uno sguardo di fede che viene richiesto, uno sguardo capace di andare oltre le apparenze, oltre il puro dato materiale, uno sguardo che colga nelle opere di Gesù la rivelazione di Dio.
Questo vedere equivale a credere.
Chi vede in lui il Padre, chi gli accorda piena fiducia ed è disposto a giocarsi la vita sui valori da lui proposti, compirà le sue stesse opere e ne farà di più grandi. Non si tratta dei miracoli, ma del dono totale di sé per amore.
Il Padre continuerà a realizzare nei discepoli le opere di amore che ha compiuto in Gesù.