Nessuno ha visto il Risorto uscire dalla tomba. E’ lui che prende l’iniziativa di apparire, dopo, ai “suoi”, alle donne soprattutto. Le apparizioni pasquali sono dimesse, “domestiche”, come la ripresa di un discorso dentro la vita degli amici.

Di: Ada Doni  
5 Aprile 2026
Per gentile concessione di
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Sulle alture del Golgota, dopo le parole affidate a Dio e agli uomini, scende il grande silenzio, quel silenzio ultimo del Sabato Santo che inghiotte tutte le cose, insieme alla vita.

La brezza leggera del Golgotha

La morte ci rende attoniti e muti. E’ l’estrema distanza da Dio. Lo scacco finale. Eppure non tutto è finito perché nel terzo giorno sul Golgota spira una brezza leggera, dopo che il Cristo ha emesso il suo ultimo respiro riconsegnandolo al Padre.

E se nell’ora della morte tutta la terra si scosse e il sole venne oscurato e i morti uscirono dalle tombe, ora c’è nell’aria qualcosa di nuovo, come nell’esperienza di Elia sull’Oreb:

Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto. Ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera” (I Re19,11-12).

Lì è il Signore. Sì, perché la Resurrezione non avviene tra lampi e tuoni, non c’è nessuna esibizione del soprannaturale, nessun prodigio manifesto, né luce abbagliante di chi va in cerca della propria rivincita.

Il Risorto nessuno l’ha visto uscire dalla tomba. E’ Lui che prende l’iniziativa di mostrarsi, ma non si presenta trionfante nel tempio e neppure si rivolge agli anziani del popolo, agli scribi e ai sommi sacerdoti chiusi nel sinedrio, ma appare ai “suoi” secondo la legge della condizione umana nella realtà di un corpo trasfigurato.

Maria, la madre e le molte altre

Ma chi sono questi “suoi”?

Certo i discepoli, quelli che erano scappati impauriti e delusi, ma anche Maria, la madre, e le “molte altre” che lo avevano seguito dalla Galilea, e fra queste si potevano intravedere la vedova di Nain, la samaritana, l’adultera insieme a quella poveretta che nel tesoro del tempio mette solo due spiccioli. E poi la prostituta che con i capelli asciuga le sue lacrime ai piedi di Gesù, insieme a quell’anonima, secondo la versione di Marco, che per amore spreca tutto il prezioso profumo, inebriata da quell’uomo tanto diverso dagli altri, e ancora le sorelle Marta e Maria, la figlia di Giario, l’emorroissa, la cananea e Maria di Magdala che “all’alba del primo giorno della settimana, quando era ancora buio, corre al sepolcro e piange perché la tomba è vuota, ma si sente chiamare “Maria!” da quella voce che aveva imparato ad ascoltare. “Va’ dai miei fratelli e di’ loro- Io salgo al Padre mio  e Padre  vostro, Dio mio e Dio  vostro…”.

Cosa straordinaria in un tempo in cui la testimonianza delle donne, e quindi le loro parole, non avevano valore giuridico, Cristo affida il messaggio della resurrezione a Maria facendo di lei la prima mediatrice del Dio incarnato.

Così come tempo prima a Marta “Io sono la Resurrezione e la vita. Chi crede in me anche se muore, vivrà”. E alla Samaritana, una donna non particolarmente in regola, Gesù si rivela come il Messia: “Sono Io, colui che ti parla”.

Il tono dimesso delle apparizioni. “Abbiamo visto la sua gloria”

Nessun particolare apparato scenico, ma nella consuetudine quotidiana e nella casualità, almeno apparentemente, degli avvenimenti.

Le apparizioni avvengono in un tono dimesso. Il Risorto si presenta come un Dio modesto, quotidiano che ripercorre i sentieri della Galilea e riprende il filo del dialogo con i “suoi”, sospeso nell’intervallo della morte. Egli “cammina con i due discepoli di Emmaus e spezza il pane per loro”; dà indicazioni per la pesca (Gv21,6); arrostisce il pesce; mostra le mani e il costato a Tommaso e lo invita a toccarlo.

Sono ritratti di momenti quasi nascosti, a prima vista marginali, di poco conto. Niente a che vedere con gli attributi della forza, dell’onnipotenza e della regalità, cari a quell’immaginario che fanno di Dio un idolo.

La resurrezione dei morti non è un evento naturale. E’ puro dono, grazia, eppure la magnificenza della sua gloria prende forma nell’ordinarietà dei giorni, tanto discreta da non dover essere neppure menzionata per i primi 30 anni di vita, se non  “ un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia”. 

Tuttavia, è proprio dentro questa ferialità che “noi abbiamo visto la sua gloria, come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv1,14).

Il quotidiano, l’oggi, è il modo di rivelarsi di Dio, come tempo santo, materia santa, acquisizione di significato, dove l’anonimo diventa persona e dove la potenza prende la sua lode “dalla bocca dei bimbi e dei lattanti” (Sal 8), dai puri di cuore e dai poveri in spirito.

Così la gioia pasquale sia una gioia discreta, delicata come la brezza leggera che apre alla novità, il primo spuntare dell’erba.

Ada Doni
Laureata in pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegnante in diversi ordini di scuole. Ha frequentato corsi di esegesi biblica nel Seminario vescovile di Bergamo. Fa parte dei gruppi biblici di Bergamo. Nel frattempo moglie, mamma, nonna.