È chiaro a tutti ormai: la vita di fede sta attraversando tempi di crisi e di spaesamento. Ma se, ispirati dalla Pasqua, provassimo a cercare nuove strade, a risvegliare forze nuove, per uscire anche noi dal nostro sepolcro?

di Stefano Fenaroli
16 Aprile 2026
Per gentile concessione di
https://www.vinonuovo.it

Igiovani evitano le chiese, la credibilità dell’istituzione-chiesa non si riprende dagli scandali degli abusi, i sacramenti sono sempre meno vissuti, l’adesione all’IRC è in calo, emergono sempre nuove spiritualità che si pongono in alternativa alla “fede tradizionale”… Insomma, la vita cristiana, come intesa tradizionalmente, vive un tempo di crisi che è ormai riconosciuto e denunciato da più parti, ma da cui si fa fatica a trovare un’uscita. Si riconosce il problema, ma la reazione è la “chiusura” indispettita contro chi si lamenta oppure la stanca rassegnazione. Sembrano mancare le energie non per “additare” i problemi, ma per iniziare a prendere nuove “pietre vive” e ricominciare a edificare. Qualcuno, in realtà, prova a intravedere una qualche chance anche in questa situazione di difficoltà (cfr. l’articolo di Armando Matteo). E allora vorrei offrire degli spunti per provare a guardare con occhi diversi alcuni aspetti della nostra situazione, a metterli in fila e vedere se davvero sono cocci inutili e frammenti sparsi o non piuttosto delle tessere di un puzzle, piuttosto difficile certo, ma che di fatto incastrate insieme possono rivelare un nuovo volto di fede, di chiesa e di cristianesimo (verso cui è meglio iniziare a veleggiare quanto prima…).

In estrema sintesi, penso che la questione possa essere sintetizzata nella necessità di ridare un volto pubblico alla fede cristiana, alternativo tanto al profilo stantio istituzionale a cui ci siamo abituati, quanto all’elogio della singolarità che avanza da sola contro tutti con il “suo dio”. Proviamo a uscire dal Cenacolo – dove ciascuno ha la propria fede, ma quelli che ci sono, sono sempre meno – e ritroviamo la scena pubblica (in senso buono) per l’annuncio del Vangelo. In altre parole, l’augurio è di ripartire dalla fede di Pasqua, dall’incontro col Risorto, per arrivare a una vera Pasqua della fede, e risorgere (anche noi con Gesù) dalle ceneri che ci circondano.

1. In primo luogo penso ci sia l’esigenza di recuperare una chiara voce cristiana in ambito civile e politico. In questi giorni papa Leone XIV è andato incontro a questa necessità (finalmente!) ben oltre le più rosee aspettative. E per fortuna. Se già la voce cristiana stenta a farsi sentire nel dibattito pubblico, essa è sempre più contraffatta e strumentalizzata da certa politica (italiana e d’oltreoceano). Certo, ogni singolo è chiamato a essere testimone, ma vediamo quanto è importante sentire qualche volta di più il parere esplicito e di condanna verso questi “abusi” da parte di coloro che detengono un’autorità nella chiesa. Anche questo dà respiro ai singoli. È proprio qui in effetti che si vede quanto servono pastori (con la minuscola!) che si facciano carico delle (poche) pecore rimaste e usino la visibilità che gli è concessa non per “stemperare gli animi” o smorzare i toni, ma per richiamare con decisione quelli che si appropriano dell’orizzonte simbolico cristiano per deturparlo.

2. In secondo luogo penso sia importante richiamare la necessità di un confronto con il linguaggio e il modo di “vendersi” della fede cristiana in ambienti che non sono ancora i suoi. Ogni giorno vediamo personaggi più o meno pubblici a carattere “religioso” che riescono a crearsi un seguito, spesso a latere se non contro l’istituzione ecclesiale. Ebbene, mi domando: è il singolo che fa la differenza o c’è una domanda di fondo che queste persone hanno saputo e sanno intercettare ed elaborare? A prescindere da un giudizio di valore o di merito, questi diversi “casi” hanno qualcosa da insegnare alla fede cattolica, al suo modo di stare nel mondo e di parlargli?

3. In terzo luogo c’è chiaramente la questione delle nuove spiritualità, penso in particolare al post-teismo in tutte le sue forme, ma così come le tante “offerte” nel mondo dell’accompagnamento spirituale o filosofico. Si tratta certo di un fenomeno meno clamoroso o rumoroso del precedente, ma anche qui c’è una chiara capacità di abitare spazi che la chiesa ha abbandonato o perso, di intercettare desideri, bisogni, relazioni che l’annuncio cristiano non sa più raccogliere. Perché? Anche qui torna la domanda: è bravura dei singoli o c’è un “vuoto” oggettivo che sono riusciti a colmare e che la stanchezza della comunità cristiana si è lasciata sfuggire?

4. Infine torno ancora (dopo almeno due articoli, qui e qui) su un tema che ritengo decisivo: il tema morale, in particolare in ambito sessuale e familiare. Quanto sarebbe importante oggi da parte della chiesa un insegnamento chiaro di apertura, di responsabilità e di accoglienza a proposito di famiglia, amore, sessualità…? Un insegnamento che sia davvero tale, ovvero capace di lasciare-il-segno nelle persone: per far rinascere un briciolo di credibilità e di fiducia, per mostrare il volto di una chiesa che, soprattutto su certe tematiche, sappia dare voce a laici/laiche che le vivono in prima persona, e non a prelati o religiosi/e che spesso ne fanno solo arida teoria, magari rivestita di romanticismo. Una chiesa che si esprime con chiarezza e coraggio a favore di un universo affettivo e familiare più ampio, articolato, non ingessato e soprattutto non ideologico. La libertà, anche negli affetti, è plurale e in sé faticosa da educare e accompagnare, ma penso che questa sia l’unica strada alternativa alla bigotta e ormai fin troppo scontata censura verso un mondo che (in questi termini) da tempo ha smesso di stupirsi e di ascoltare.

Sono solo alcuni accenni, troppo pochi forse, alcuni più tecnici altri più generici, ma che vorrebbero richiamare l’attenzione non solo sui problemi che ci sono (ben visibili e giustamente criticati) ma su alcune possibili piste per uscire da questa situazione e che partono da una fondamentale esigenza: riscoprire l’importanza della comunità. Ogni realtà, infatti, per quanto piccola o promettente, se non è coltivata e custodita (come insegna Genesi) rischia di morire. Comunità non significa corporativismo o uniformità. La comunità dello e nello Spirito è ricchezza, fecondità, scambio e dialogo, senza gerarchie e discriminazioni ma anche senza qualunquismi. Per parafrasare quello che diceva il secolo scorso Karl Rahner, la comunità cristiana del futuro o sarà una comunità o non sarà. Perché alla fine è ancora vero quello che diceva Paolo: ci potranno essere diversi Paolo, Cefa e Apollo, ma solo se tutti insieme, con-cordi, saranno consapevoli di essere uno in Cristo Gesù.