Leone e Cirillo: dinanzi al potere
di: Lorenzo Prezzi
17 aprile 2026
Per gentile concessione di
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La coincidenza è puramente occasionale. Il 12 aprile il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, attacca frontalmente papa Leone XIV. Lo stesso giorno, Pasqua per le Chiese ortodosse, Cirillo di Mosca interrompe la celebrazione per onorare il presidente della Russia, Vladimir Vladimirovič Putin.  

Le esternazioni e i tweet su Truth Social di Trump sono e saranno commentati a lungo. Il suo utilizzo strumentale sgarbato e sgrammaticato del patrimonio cristiano per accusare il papa di impotenza di fronte al crimine, di insipienza politica e di critica pregiudiziale all’amministrazione americana non sarà facilmente archiviato.  

Sul versante moscovita i media occidentali non accendono alcuna attenzione perché, fin dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina, il patriarca ha investito l’autorevolezza ecclesiale a giustificazione dell’azione militare e per esibire la consonanza di visione con lo zar. 

Le icone e il presidente 

Che interrompa la celebrazione pasquale per elogiare Putin per la restituzione alla Chiesa di due icone esibite durante il rito (“Madre di Dio di Vladimir” e “Madre di Dio di Don”) prima custodite nella Galleria Tretyakov, non sorprende particolarmente. Era già successo nel 2023 per la Trinità di Andrej Rublev e il reliquiario di Aleksandr Nevskij. Come ha ammesso il direttore dell’Hermitage, Mikhail Piotrovsky: «È diventato chiaro che il significato rituale adesso per la società conta di più del significato artistico».  

Nelle omelie e nei discorsi del patriarca è consueto il reiterato invito alla preghiera per il presidente. Al termine dei solenni vespri pasquali ha ringraziato Dio «per il nostro presidente ortodosso, per il nostro governo, in cui ci sono così tanti ortodossi».

Lo ha ripetuto il giorno dopo: «Il Signore protegga la Russia, il nostro presidente Valdimir Vladimirovič Putin, le autorità e il popolo tutto». Lo aveva fatto anche il 15 marzo, in occasione della terza domenica di Quaresima: «Possa il Signore […] proteggere la Russia, il nostro presidente ortodosso, Vladimir Vladimirovič Putin, le autorità, le nostre forze armate e tutti noi che abbiamo la fortuna di vivere in quest’epoca sociale, in cui la distruzione del paese è archiviata». Il richiamo è ormai consueto. 

La guerra c’è ma non si vede 

La questione della guerra, che è costata ormai due milioni fra morti, feriti e scomparsi (e di questi 1.200.000 sono russi), dopo essere stata giustificata, esaltata al livello della metafisica, indicata come “santa”, sacrificio necessario per formare il corrotto Occidente, è quasi scomparsa dalla predicazione emergendo come un rigurgito non rimuovibile in elementi marginali. Come nell’accenno nell’omelia dei vespri alle «forze armate che prestano servizi ai confini della Russia che purtroppo sono ora tinti dei colori della guerra» o a simili espressioni in altri contesti. 

All’origine dello scontro bellico vi è il «nemico del genere umano», il diavolo, che, attraverso i suoi giochi perversi, persegue la distruzione della Russia, come mostra il disastro successivo all’uccisione da parte dei bolscevichi di Nicola II nel 1918. Allora apparve nella chiesa dell’Ascensione l’icona della madre di Dio seduta sul trono dello zar, chiamata “la Regnante”, a indicare al popolo ortodosso che, dopo l’usurpazione del potere al legittimo sovrano, Maria si incaricava di garantirne il futuro.  

Radicalizzando la visione imperiale del Russkij Mir – che comprende Russia, Ucraina e Bielorussia –, il patriarca Cirillo perora la causa della nuova unificazione dei popoli emersi dal fonte battesimale di Kiev, «affinché l’unità spirituale di tutto il nostro popolo sia ristabilita e affinché il fratello non si levi mai più contro il fratello sotto la maschera di slogan politici, riconoscendo che l’inimicizia fratricida è il peccato più terribile davanti a Dio e all’uomo. Pertanto la nostra preghiera, specialmente oggi, è per l’unità di tutta la santa Rus’, per l’unità dei popoli che compongono la Rus’ storica, per i russi, gli ucraini e i bielorussi e tutti i popoli che costituiscono l’unico popolo della Rus’ storica» (liturgia del 13 aprile).

Conseguentemente, l’indipendenza dell’Ucraina e degli altri popoli “fratelli” è contraria alla verità storica e alla volontà di Dio.  

La persecuzione, il consenso e il potere 

La memoria drammatica della rivoluzione comunista riemerge come la prova suprema per la sopravvivenza della Chiesa e dell’identità russa fino alla domanda: perché nel 1905 e nel 1917 «le migliaia di cristiani ortodossi non sono riusciti a difendere i luoghi sacri? Li avevano difesi dalle incursioni tartaro-mongole, dai livoniani (invasori dalla regione baltica di lingua ugrofinnica, ndr.), da vari interventi stranieri e tentativi di conquista del paese! Perché non sono riusciti a fermare i folli che hanno minacciato la cosa più importante e fondamentale, il fondamento spirituale e morale dell’esistenza umana?». Di fatto, non ci riuscirono.

«E così scoppiò questa terribile rivoluzione che rovesciò i luoghi sacri, distrusse le chiese, saccheggiò i monasteri, represse il clero» (15 marzo) con una persecuzione incomparabile a quelle dell’impero romano. Si pensò allo sterminio di tutto il clero e dei frequentanti.  

Oggi è tutto diverso. Vi possono essere molte spiegazioni, «ma, per un credente, non può esserci altra risposta se non: è un miracolo di Dio […] Guardando alla nostra storia, comprendiamo che la mano di Dio è all’opera» (31 marzo). «Oggi – lo ripeto ancora una volta – viviamo in tempi straordinari. I termini di rapporto fra Chiesa e stato sono migliori di quelli dell’epoca zarista. Perché – come ho già detto – in epoca zarista la Chiesa era governata da un funzionario statale, il procuratore capo del sinodo direttivo. Non celebrava le funzioni religiose, ovviamente, ma eleggeva i vescovi e li faceva giurare. Era il capo di tutti i vescovi. Agiva come se agisse per conto dell’imperatore, ma era lui a governare». E il sistema è sopravvissuto in epoca sovietica con il consiglio degli affari religiosi, una copia carbone del procuratore capo, ma con l’intento di distruggere la Chiesa.  

«Oggi viviamo in un’epoca completamente diversa, forse la migliore di tutta la storia […] La Chiesa è completamente libera. Il patriarca non risponde a nessuno per le candidature all’episcopato, né per le nomine al rango di rettore, di decano o di altre cariche. Le decisioni sono prese solo dal patriarca e, nel caso dell’elezione dei vescovi, dal patriarca e dal sinodo».  

A dire del patriarca, è in corso un sorprendente risveglio spirituale, «uno sviluppo attivo dell’interazione della Chiesa con le istituzioni della società civile, le organizzazioni politiche e sociali. Tutto ciò sta causando sconcerto nel mondo occidentale» (31 marzo, in occasione della pubblicazione dell’ultimo volume, il 75°, dell’Enciclopedia Ortodossa). Una situazione di prestigio e di riconoscimento che richiede entusiasmo, zelo e coraggio, anche al prezzo di non sentire i rumori della guerra e le sue tragedie.