Anno A – Domenica di Pasqua

«Raccontaci, Maria:che hai visto sulla via?».«La tomba del Cristo vivente,la gloria del Cristo risorto,e gli angeli suoi testimoni,il sudario e le sue vesti.Cristo, mia speranza, è risorto:precede i suoi in Galilea».
(Sequenza Pasquale)

Maria di Màgdala, la donna dell’alba gloriosa, è la prima annunciatrice della risurrezione di Cristo. Ella, sposa appassionata che passa la notte alla ricerca del suo Amato, è l’immagine della Chiesa. Maria rimane strettamente legata all’avvenimento che è all’origine e al centro della nostra professione di fede: la festa di Pasqua.

Pasqua è il trionfo insperato della vita che fa rinascere la speranza. Pasqua è la stella del mattino che illumina la notte profonda e apre il cammino al sole del mezzogiorno. Pasqua è l’esplosione della primavera che inaugura un tempo di bellezza, stagione dei colori, del canto e dei fiori.

Maria, la donna dell’alba

Maria di Màgdala è la prima testimone di Pasqua (Giovanni 20,1-18). Il suo amore ardente per il Maestro ha mantenuto il suo cuore sveglio tutta la notte del grande “passaggio”; “Io dormo, ma il mio cuore veglia” (Cantico dei Cantici [Ct] 5,2). E proprio perché l’amore l’ha fatta vegliare, l’Amato si mostra per primo a lei.

È a lei, quindi, che vogliamo domandare: “Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?” (Sequenza della Domenica di Pasqua). Vogliamo bere alla sorgente fresca e zampillante dei primi testimoni della risurrezione. Maria è la custode di una testimonianza di prima mano, primizia femminile, “apostola degli apostoli”, come la chiamano gli antichi Padri della Chiesa.

Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via? Raccontalo con il fuoco della tua passione! Lasciaci contemplare nei tuoi occhi quello che ha visto il tuo cuore. Perché la vocazione di un apostolo non ha valore se non è vissuta con la tua passione!

Vediamo allora cosa ha reso Maria la prima testimone del Risorto.

Maria, l’amante

Che cosa caratterizza Maria di Màgdala? Un grande amore! È una donna appassionata per Gesù che non si rassegna alla prospettiva di perderlo. Si aggrappa a quel corpo inerte come ultima opportunità di poter toccare “Colui che il suo cuore ama” (Ct 3,1-4). Se il “discepolo amato”, (l’apostolo Giovanni, secondo la tradizione), è il prototipo del discepolo, Maria di Magdala è il suo corrispondente femminile (senza per questo adombrare la figura della Vergine Maria). Lei è la “discepola preferita” e la “prima apostola” di Cristo Risorto. Ella, chiamata due volte con il nome generico di “donna”, rappresenta la nuova umanità sofferente e redenta. È l’Eva convertita dall’Amore dello Sposo, quell’amore perso nel giardino dell’Eden ed ora recuperato nel nuovo giardino (Giovanni 19,41) dove era sceso il suo Amato (Ct 5,1).

Rimanere e piangere

Maria di Màgdala è animata dall’amore e, allo stesso tempo, dalla fede. Fede e amore sono entrambi necessari: la fede dà la forza per camminare, l’amore le ali per volare. La fede senza l’amore non rischia, ma l’amore senza fede può smarrirsi in tanti crocicchi. La speranza è figlia di entrambe. Sono l’amore e la fede che spingono Maria a rimanere vicino al sepolcro, a piangere e a sperare. Anche se non sa bene il perché. Mentre Pietro (figura della fede) e Giovanni (figura dell’amore) si allontanano dal sepolcro, lei, che riunisce in sé entrambe le dimensioni, “rimane” e “piange”.

Il suo rimanere è frutto della fede e il suo piangere è frutto dell’amore. Rimane perché la sua fede persevera nella ricerca, non si scoraggia davanti all’insuccesso, interroga gli angeli e il giardiniere, come l’Amata del Cantico dei Cantici. Spera contro ogni speranza! Finché, ritrovato l’Amato, si getta ai suoi piedi, abbracciandoli nel vano tentativo di non lasciarlo più partire (Ct 3,1-4).

Oggi noi, apostoli, discepoli ed amici di Gesù, spesso capitoliamo facilmente davanti al “sepolcro”, allontanandocene. Ci manca la fede per sperare che dalla situazione di morte, di vuoto e di sconfitta possa rinascere la vita. Ci manca la fede per credere in un Dio capace di far “risuscitare i morti”. Ci affrettiamo a chiudere quei “sepolcri” con la “pietra molto grande” (Marco 16,4) della nostra incredulità.

La nostra missione diventa allora una disperata lotta contro la morte. Si tratta di un’impresa condannata all’insuccesso, perché la morte regna dall’inizio del mondo. Finiamo allora per accontentarci dell’opera di misericordia, di “seppellire i morti”, dimenticando che gli apostoli sono stati inviati da Gesù per “risuscitarli” (Matteo 10,8).

Affrontare il dramma della morte e del sepolcro è come la traversata del Mar Rosso per il cristiano. Senza rimuovere la pietra della nostra incredulità, per affrontare e vincere tale terribile nemico, non vedremo la gloria di Dio: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Giovanni 11,40).

Noi facciamo fatica a piangere, forse perché amiamo poco. Il nostro cuore dimentica troppo in fretta i suoi “morti”. “La vita va avanti e non possiamo fermarci”, ci diciamo. Non abbiamo il tempo per “rimanere” e “piangere” con coloro che soffrono!

L’audacia di rimanere e piangere non è sterile. Alle lacrime di Maria di Màgdala rispondono gli angeli. Non le restituiscono il cadavere che lei cercava, ma le annunciano che “Colui che il suo cuore ama” è vivo! I suoi occhi, tuttavia, hanno bisogno di vedere e le sue mani di toccare l’Amato, e Gesù cede all’insistenza del cuore di Maria e va incontro a lei. Quando la chiama con il nome di “Mariam”, il suo cuore freme di emozione, al riconoscere la voce del Maestro.

Essere chiamati col proprio nome, essere riconosciuti, è il desiderio più profondo che portiamo in noi. Solo allora la persona può raggiungere la pienezza del suo essere e la coscienza della sua identità. Solo allora potrà dire, con il fuoco di un cuore innamorato: “Ho visto il Signore!”. E quel giorno, come Maria, anche noi diventeremo testimoni di prima mano.

Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita – poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi – quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.  Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Giovanni 1,1-4).

Augurio pasquale

Cerchiamo il Crocifisso con la fede e l’amore di Maria di Màgdala, e il Risorto ci verrà incontro chiamandoci per nome. Piangiamo i morti di oggi dell’ingiustizia e delle guerre. Ma che il nostro sguardo si rivolga verso il futuro, verso il Risorto e non più verso il passato, verso il Crocifisso, dimenticando la risurrezione. Allora la nostra preghiera sarà quella conclusiva della Scrittura: “Vieni, Signore Gesù!” (Apocalisse 22,20). Con la Pasqua la Chiesa è entrata nella tensione escatologica: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

Buona Pasqua e che la nostra vita manifesti la presenza del Risorto nella nostra “Galilea” della quotidianità!

P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ



P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola