III Domenica di Quaresima (A)
Giovanni 4,5-42


Letture:
Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42

5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. 7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. 8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. 11 Gli disse la donna: “Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?”. 13 Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. 15 “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. 16 Le disse: “Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. 17 Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene “non ho marito”; 18 infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. 19 Gli replicò la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. 21 Gesù le dice: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. 25 Gli rispose la donna: “So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa”. 26 Le disse Gesù: “Sono io, che ti parlo”.
27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: “Che desideri?”, o: “Perché parli con lei?”. 28 La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: 29 “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. 30 Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
31 Intanto i discepoli lo pregavano: “Rabbì, mangia”. 32 Ma egli rispose: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. 33 E i discepoli si domandavano l’un l’altro: “Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. 34 Gesù disse loro: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. 37 Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro”.
39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e dicevano alla donna: “Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”.


Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.

Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l’umanità, la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.

Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l’umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all’ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono…

Il dono è il tornante di questa storia d’amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.

Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.

Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo.

Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.

E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c’è uno che mi ha detto tutto di me… La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.

Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d’angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

Avvenire


In questa terza domenica del tempo di quaresima, iniziamo un percorso battesimale che la Chiesa ci fa compiere nel ciclo liturgico dell’anno A. La Chiesa attraverso la Parola ci riporta ad una intimità profonda con il Signore, a tornare all’origine del suo rapporto con noi per sperimentare ancora una volta la grazia di Dio che ci salva e rafforzare i nostri passi nella sequela del Signore che nel battesimo ci ha fatti suoi.

“Giunge una donna samaritana ad attingere acqua” Dopo aver incontrato Nicodemo, uomo del popolo di Israele, ora Gesù incontra una samaritana, una eretica agli occhi degli ebrei e, subito dopo questo racconto, il Vangelo di Giovanni ci parla di Gesù che incontra un centurione, un pagano. Gesù incontra tutti, tutti possono attingere alla sua salvezza, a quel dono pieno che avremo sulla croce: “Io quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (GV12,32). Proprio perché la sua missione è per tutti, ecco che Gesù deve passare in Samaria, anche se di solito si preferiva un’altra strada per non entrare in questa terra di eretici, che non riconoscevano più la grandezza e la centralità del tempio di Gerusalemme. Gesù non teme di abbattere anche questa barriera. Ed ecco l’incontro con questa donna che pian piano sarà chiamata a svelarsi nella sua verità profonda come anche Gesù pian piano la porterà a conoscere la sua identità più profonda: profeta, Messia, Cristo, Salvatore del mondo.

Gesù arriva affaticato dall’aver percorso le nostre strade. Si siede vicino al pozzo, il pozzo è profondo e ci va nell’ora più calda quando tutti sono a tavola. L’incontro avviene intorno ad un pozzo legato alla storia della salvezza. Il pozzo è anche simbolo della sorgente della vita spirituale del credente, di un luogo in cui custodire la relazione con il Signore. In Geremia leggiamo (Ger2,13) “Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua.”. Per i rabbini poi il pozzo era simbolo della Torah a cui attingere. Qui giunge una donna che, vista l’ora in cui vi giunge, non vuole incontrare persone. E’ una donna emarginata e disprezzata per la sua vita immorale, ma qui incontra quest’uomo solo, che ha sete.

“Dammi da bere”: un giudeo chiede da bere a lei!, Gesù non la disprezza, ma si fa mendicante presso di lei. Gesù un nemico, un giudeo da cui si poteva aspettare solo disprezzo, chiede qualche cosa proprio a lei. Gesù non si presenta come colui che da, che porta, che comanda, ma come colui che chiede, pone domande, si sottomette alla volontà della donna. Gesù desidera conoscere, entrare in dialogo nella posizione di chi mendica: anche lui è un assetato come la donna. Questo “dammi da bere”, che leggiamo nel Vangelo di questa domenica, esprime la passione di Dio per l’uomo e vuole suscitare il desiderio del dono di quell’acqua che è eterna. Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità, di bellezza. Solo quest’acqua donata dal Figlio, può dissetare i deserti dell’anima.

“come mai…” La donna è stupita da questo atteggiamento. Gesù infrange anche le barriere sociali perchè ciò che gli interessa è l’incontro umano, l’incontro con l’altro così com’è. La donna è colpita dall’abbassamento di Gesù e questo accende una dinamica di confronto senza le barriere dovute all’inimicizia tra giudei e samaritani, senza le barriere che impedivano ad un uomo di rivolgersi ad una donna e a maggior ragione per un rabbino.

“Se tu conoscessi…” La donna è richiamata alla sua non conoscenza, ma è aperta anche ad una promessa di acqua che è per sempre. Gesù la invita e la guida pian piano a cercare e comprendere il dono di Dio, il solo che la può dissetare. Gesù vuole far aderire alla sua realtà questa donna e riconosce, anche dietro al peccato, la sete profonda che la abita e che l’ha portata forse fino ad ora ad attingere a pozzi sbagliati. Qual è la nostra sete? A quale pozzo attingiamo?

“Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.” Gesù annuncia il dono di un acqua che nel cuore dell’uomo diventa fonte zampillante, la pienezza dello Spirito, la fonte che è lo Spirito Santo: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.” (Gv 7,37-39). Gesù ci da un’acqua che diventa zampillante, gorgogliante, una sorgente in noi. Un acqua che gli ebrei già identificavano con la Scrittura, ma che in Gesù diventa qualcosa di più cioè lo Spirito. Una volta in noi diventa qualche cosa di vivo, stimola in noi la Parola e la fa essere sorgente in noi per sempre. La Parola è il nostro cibo, ma se questa Parola non rinasce in noi, non è viva in noi, non è davvero quella realtà che ci guida. Dio non parla soltanto a noi, ma parla in noi. La Parola non è solo quella che accogliamo, ma meditata, amata, diventa Parola di Dio viva in noi attraverso lo Spirito Santo. .

“ va a chiamare tuo marito” Gesù fa un passaggio brusco nel dialogo. Gesù conosce ciò che c’è in ogni uomo e conosce ciò che è nel cuore di questa donna. Gesù vede una donna con una povera storia, non vede come prima cosa il peccato, ma la sofferenza e il dolore di chi cerca disperatamente l’amore. Vuole tirare fuori la verità da questa donna che senza timore la pone innanzi a lui. Per arrivare ad accogliere ciò che Gesù dona c’è bisogno di una incontro più profondo, di un incontro che fa verità. La samaritana coglie che dietro quell’uomo c’è qualcosa di più, vi scorge un profeta che vede là dove molti non vedono. La samaritana davanti al dono che le offre Gesù sente il desiderio di potersene dissetare nella verità della sua vita.

“Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” Gesù comprende che nella sua ricerca ora la donna è pronta ad una rivelazione, lei che ora si chiede dove incontrare e adorare il Signore. La vera adorazione a Dio non va fatta ne a Gerusalemme, ne sul monte, ma la vera adorazione a Dio è ora nello Spirito Santo e nella Verità che è Gesù Cristo. Il luogo della vera liturgia cristiana non è un santuario, ma la persona che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Siamo noi il tempio e nella vita quotidiana va adorato il Padre. Il culto, i templi sono un mezzo per arrivare a questa adorazione in Spirto e verità, un luogo in cui ascoltiamo la Parola, ma Dio non abita più in tempi di pietra: abita innanzitutto nella persona e lì va sopra ogni cosa adorato. Questo è il luogo dell’adorazione cristiana: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.”(1 Cor 3,16-17) Le vittime non servono più perché ogni vita deve essere offerta a Dio.

“Io sono che parlo con te…” Gesù è in stretta relazione con quel Dio che si è rivelato a Mosè. Mentre la donna non ha temuto di dirsi per ciò che è, ora riceve Gesù che si rivela pienamente a lei che non poteva accedere alle Scritture, una donna con cui un rabbino non doveva parlare assolutamente delle cose di Dio. Ormai non è più la stessa donna che è giunta solitaria al pozzo. “Lasciò la sua anfora…”non le importa più di quello che cercava prima perché ora ha incontrato il Cristo e lui l’ha cambiata, ha cambiato il senso della sua vita e della sua ricerca. Questo lasciare ci fa risuonare nel cuore altri gesti simili scaturiti dall’incontro con il Signore:“ Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.”(Mc 1,16-20) La donna in questo incontro con il Signore è fatta discepola e ora, abbandonata l’anfora, corre e diventa apostola. Per lei al pozzo c’era una chiamata. La samaritana passa dalla sua miseria, dalla sua emarginazione (come donna, come samaritana, come immorale) ad essere testimone alla sua gente di Colui che ha incontrato, suscitando anche negli altri il desiderio di incontrare questo uomo speciale.

E proprio attraverso di lei i samaritani arrivano a credere: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”

In questo tempo di grazia andiamo a Dio con il nostro desiderio, con la nostra sete, con tutta la nostra vita e andando a lui, nel dialogo con lui, impariamo ad adorarlo in Spirito e verità e a rispondere allo Spirito che mormora in noi, come ci ricorda Sant’Ignazio d’Antiochia “Vieni al Padre”. Custodiamo viva la Parola amandola e pregandola, lasciamoci attirare da questa intimità a cui il Signore ci chiama per rivelarci il suo volto, per donarci la sua salvezza e la sua vita.

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Esodo 17,3-7

Nelle prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva, cioè dell’umanità nei suoi inizi, e la memoria di Abramo, il primo credente nel Dio vivente, abbiamo considerato l’inizio della storia di salvezza. In questa domenica e nelle prossime le tre letture diventano nuovamente parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali: l’acqua, la luce, la vita.
In questo brano dell’Esodo riviviamo il dono dell’acqua fatto da Dio al suo popolo nel deserto, quando era minacciato dalla sete. La sete è metafora della nostra ricerca, come nel vangelo che ci presenta la donna samaritana la quale va ad attingere acqua al pozzo e, nell’incontro con Gesù, trova l’acqua della vita.

Lettera ai Romani 5,1-2.5-8

L’Apostolo illustra ai cristiani di Roma la salvezza non meritata: attraverso la fede sono giustificati, resi giusti, dunque abitati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori attraverso lo Spirito santo. E ciò avviene grazie all’evento pasquale: Cristo ha dato la vita per gli uomini, tutti peccatori. Proprio mentre gli esseri umani erano peccatori e nemici di Dio, Dio li ha amati fino a donare loro suo Figlio Gesù Cristo. Ecco l’epifania dell’amore gratuito di Dio, amore senza reciprocità, amore che riconcilia con Dio il peccatore.

Giovanni 4,5-42

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, nell’annata liturgica A la chiesa propone, attraverso brani del quarto vangelo, un percorso che ci aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Oggi meditiamo sull’incontro tra Gesù e la donna samaritana, nel quale è rivelato il dono dell’acqua della vita.

Da Gerusalemme Gesù deve ritornare in Galilea, e potrebbe farlo risalendo la valle del Giordano. La strada era più piana, più sicura e permetteva di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano talmente nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici –, da molestarli quando questi la attraversavano (cf. Lc 9,52-53). Invece – dice il testo – Gesù “doveva” (édei) passare per la Samaria, un “dovere” che esprime una necessità divina: in obbedienza a Dio, proprio perché egli è stato inviato non solo ai giudei, Gesù attraversa quella terra per compiere la sua missione. Per questo riceverà l’insulto di chi non lo capisce: “Sei un samaritano e un indemoniato!” (Gv 8,48). Eppure Gesù accetta di incontrare questi che sono considerati nemici ed empi; anzi, va a cercare questo popolo disprezzato e si fa samaritano tra i samaritani, sostando presso un pozzo, come il samaritano della parabola ha sostato presso chi era stato percosso dai briganti (cf. Lc 10,33-35).

Nell’ora più calda del giorno egli giunge in Samaria, “affaticato per il viaggio”, e va a sedersi vicino al pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe (cf. Gen 33,18-20). È stanco e assetato ma non ha alcun mezzo per attingere acqua. Sopraggiunge allora anche una donna la quale, forse a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quell’ora, per non imbattersi in quanti la disprezzano. Gesù le chiede: “Dammi da bere”. Al sentire quelle parole nella lingua dei giudei, ella si meraviglia: qualcuno che è nella sua stessa condizione di assetato le chiede da bere, le chiede ospitalità, ma è un nemico, uno che dovrebbe sentirsi superiore a lei. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo; egli invece si fa mendicante presso di lei. Ecco la vera autorità vissuta da Gesù: la sua capacità – come indica il latino auctoritas, da augere– di aumentare l’altro, di farlo crescere.

Stupita, la donna chiede a Gesù: “Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. Quale abbassamento! È questo ciò che la colpisce e accende una dinamica relazionale, in un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Tra Gesù e la donna, infatti, è caduto un muro di separazione (cf. Ef 2,14), anzi due: un muro dovuto all’inimicizia tra samaritani e giudei e un muro culturale e religioso di ingiusta disparità, che impediva a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Ma se una persona non può andare a Dio, è Dio che la va a cercare, perché nessuno può essere escluso dal suo amore: questo narra Gesù con il suo comportamento.

Egli, intuito che il dialogo promette di essere un dialogo di qualità, comincia a intrigare la donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva!”. La donna ha sete, Gesù ha sete ma, in realtà, chi dà da bere all’altro? C’è una sete di acqua di Gesù e della donna, resa più impellente dal caldo, ma c’è pure un’altra sete che lentamente emerge… Gesù sa che c’è una sete più profonda e sa che il pozzo simboleggia la Torah, quella parte delle Scritture che proprio i samaritani ritenevano l’unica contenente la parola di Dio e alla quale dovevano attingere per vivere da credenti. Gesù sa anche che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima e artefice di amori sbagliati…

E così le svela la sua condizione, ma senza condannarla, bensì invitandola ad aderire alla realtà e, di conseguenza, a fare ritorno al Dio vivente. La samaritana, incuriosita, vuole saperne di più: “Chi sei tu che doni quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe? Hai davvero un’acqua che disseta per sempre? Da dove prendi quest’acqua viva?”. Il patriarca Giacobbe non solo aveva scavato quel pozzo profondo, ma secondo la tradizione giudaica aveva la forza di far risalire l’acqua dal pozzo con la sua sola presenza. Gesù è forse più grande di Giacobbe, potrà forse dare acqua che risale dal pozzo, acqua viva?

La donna accetta di mettersi in gioco e riceve in cambio una promessa straordinaria: “L’acqua di questo pozzo non disseta per sempre, la Legge di Mosè non disseta definitivamente, ma io dono un’acqua che diventa sorgente d’acqua zampillante, fonte inesauribile che dà acqua per la vita eterna”. Gesù le annuncia l’inaudito, l’umanamente impossibile: c’è un’acqua da lui donata la quale, anziché essere attinta dal pozzo, diventa fonte zampillante, acqua che sale dal profondo. Bere l’acqua da lui donata significa trovare in sé una sorgente interiore: quest’acqua è lo Spirito effuso da Gesù nei nostri cuori (cf. Gv 7,37-39; 19,30.34), Spirito che zampilla per la vita eterna, che nel cuore del credente diventa “maestro interiore”.

La samaritana comincia a intuire qualcosa, e allora chiede: “Signore (Kýrios), dammi quest’acqua!”. Qui Gesù dà un’improvvisa svolta al dialogo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Cosa c’entra il marito? In realtà Gesù conosce bene la situazione della samaritana, perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei samaritani con gli idoli stranieri. Vi legge simbolicamente la storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e prostituta” per l’infedeltà allo Sposo unico, il Signore Dio, e l’adulterio con gli idoli falsi (cf. Os 2,4-3,6).

La donna, rispondendo che ora non ha marito, che è alla ricerca di amanti, confessa di non aver trovato lo sposo unico, sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cf. Os 14,5). Gesù sta davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai abbandonati, che vuole attirarli a sé (cf. Os 2,16) e celebrare con loro nozze di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve trovare chi è la fonte, dietro al dono deve scoprire il donatore. Nella risposta data a Gesù, riconosce implicitamente i suoi numerosi fallimenti, la sua sete frustrata di comunione e di amore; è una donna nella miseria, che conosce padroni ma non uno sposo, una donna sfruttata e abbandonata. Ma scoprendo se stessa, scopre che Gesù è profeta e subito gli chiede dove è possibile adorare, dove è possibile incontrare Dio e iniziare una vita di comunione con lui: a Gerusalemme, come dicono i giudei, o sul monte Garizim, come sostengono i samaritani?

In risposta, Gesù le annuncia l’ora: “Credimi, donna, viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”, cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo stesso che è la Verità (cf. Gv 14,6), l’ultima e definitiva narrazione di Dio (cf. Gv 1,18). Sì, il luogo dell’autentica liturgia cristiana non è più un luogo-santuario, monte, tempio o cattedrale, ma è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, cioè la nostra persona intera, corpo di Cristo (cf. 2Cor 13,5) e “tempio dello Spirito” (1Cor 6,19). Di fronte a queste parole, la samaritana osa confessare la propria attesa: lei e la sua gente attendono il Messia profetico, il nuovo Mosè (cf. Dt 18,15-18), attendono colui che svelerà tutto. Ed è in questo momento che Gesù le dice: “Io sono – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.

Ma ormai l’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato questa donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Ecco perché, “lasciata la sua anfora” – gesto che dice più di tante parole! –, corre in città a testimoniare quanto le è accaduto. Per la samaritana testimoniare è innanzitutto ricordare gli eventi, raccontare la propria esperienza: qualcosa di decisivo è avvenuto nella sua vita, e ciò ha provocato in lei un mutamento, una conversione. E così, dopo aver ricordato i fatti, suggerisce un’interpretazione: “Che sia lui il Messia?”. Non impone a quanti la ascoltano un dogma, né una verità espressa in termini rigidi, ma propone una lettura che permetterà loro di fare una scelta nella libertà, mossi dall’amore. Suggerisce più che concludere, e così accende il desiderio dell’incontro. “La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), dirà l’Apostolo: dall’ascolto di Gesù è nata la fede della samaritana, dall’ascolto della samaritana è nata la fede della sua gente. E dalla fede procede la conoscenza, dalla conoscenza l’amore: questo è l’evento cristiano, mirabilmente riassunto nell’incontro di due persone assetate!


Quella inevitabile sete

La sete è un bisogno che accompagna inevitabilmente le nostre giornate. Nel viaggio, lungo la strada, ci possono mancare tante cose, ma niente è più necessario come l’acqua. Ormai è diventata persino una moda: dopo il cellulare sempre in mano, adesso è la volta della borraccia sempre nello zaino. Questa volta però potrebbe essere una bella immagine della nostra vita: ci sono cose di cui non possiamo fare a meno! Forse ciascuno potrebbe personalizzare la propria bottiglia, scrivendoci sopra il nome che daremmo a quello che più ci manca nel viaggio della vita. Questo vale anche nel cammino spirituale, perché, come alla donna samaritana così anche a noi, Gesù chiede di presentare davanti a lui il nostro desiderio più profondo. Ascoltando la storia di questa donna, capiamo subito che aveva infatti un grande bisogno di essere voluta bene. È una donna inquieta, che forse ha cercato alle sorgenti sbagliate una risposta alla sua sete d’amore. Tutti i dettagli di questo testo del Vangelo di Giovanni sembrano descrivere una storia di corteggiamento, nella quale Gesù si rivela come il vero sposo.

La paura della luce

Fin da subito Giovanni ci mette in questo contesto nuziale, collocando la scena intorno a un pozzo, luogo in cui si combinavano i matrimoni (cf Gn 24; Gn 29; Es 2). La presenza di Gesù sconvolge i piani di questa donna: se qualcuno va a prendere l’acqua a mezzogiorno, probabilmente non vuole incontrare nessuno. Questa donna non vuole essere vista, altrimenti non si sottoporrebbe alla fatica di uscire a mezzogiorno e di portarsi addosso, sotto il sole cocente, il peso di un’anfora piena d’acqua. E del resto non correrebbe il rischio evidente di portarsi a casa un’acqua ormai calda dopo aver camminato sotto il sole di mezzogiorno.
Ma l’ora sesta non è solo quella in cui il sole è più alto, è anche il momento in cui c’è più luce. È il momento in cui si può vedere meglio. Questa sarà infatti l’ora in cui Gesù si lascerà vedere, ma sarà anche l’occasione per questa donna di vedere meglio dentro se stessa.

Chi è il più forte?

Pur di incontrarci, Gesù è disposto a farsi povero e mendicante davanti a noi. Si fa maestro di dialogo, perché a volte per raggiungere il cuore di una persona, devi accettare di farti vedere bisognoso. Gesù rinuncia a farsi vedere autosufficiente, chiede a questa donna di prendersi cura di lui. È un modo per lasciare che si avvicini, senza spaventarsi. E infatti la donna samaritana mostra le sue armi: tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo. È un modo per dire: in questo momento io sono più forte di te, ti tengo in pugno, hai bisogno di me.
Al contrario, Gesù le mette davanti il suo inerme desiderio: ho sete! Sono le stesse parole che Gesù dirà sulla croce. Sì, Gesù ha sete della salvezza di questa donna, ha sete della felicità di ciascuno di noi. Vuole dare risposta a quel desiderio di vita piena che ciascuno di noi si porta nel cuore, dentro quel cuore che a volte è proprio un abisso come un pozzo, dal quale non riusciamo più a tirar fuori l’acqua che dà vita.

Una storia sbagliata

Nell’incontro con Gesù, Egli si fa conoscere, ma inevitabilmente anche noi siamo svelati a noi stessi. Gesù fa emergere la storia di questa donna non per giudicarla, ma perché finalmente la presenti a lui. Egli vuole farne una storia guarita. Gesù fa emergere il desiderio profondo di questa donna. La aiuta a comprendere cioè che le manca, sebbene non abbia il coraggio di riconoscere ciò che veramente desidera.
Si tratta di una storia complicata, che la gente ha sicuramente giudicato e condannato. E forse proprio per questo motivo questa donna samaritana era solita recarsi al pozzo quando non poteva essere vista, forse per non sentire lo sguardo delle altre donne sui suoi errori. Si tratta di una storia che parla di cinque mariti, a cui si aggiunge un sesto uomo che non è neppure suo marito. Questo numero sei allude a un’imperfezione e rimanda a un bisogno di completezza. Le manca lo sposo vero, il settimo, colui che può rispondere al suo desiderio di essere amata. Gesù si rivela qui come lo sposo vero che dà pienezza a quel desiderio profondo che ciascuno di noi si porta nel cuore.

Un muro teologico

Sentendosi svelata, questa donna resiste, e comincia a mettere davanti a Gesù una serie di preoccupazioni teologiche che riguardano il luogo in cui adorare Dio e le profezie sull’attesa del Messia. Pensieri che in qualche modo stonano con il contesto di amore e di relazione che si stava costruendo. È evidentemente un modo per difendersi e allontanare quell’incontro. È quello che succede anche a ciascuno di noi quando nella preghiera il Signore ci invita a guardarci dentro, e per evitare di incontrare la verità su noi stessi, cominciamo a perderci in riflessioni teologiche che hanno il solo scopo di allontanare l’incontro vero con Gesù.
Ma anche attraverso quel groviglio di ragionamenti, Gesù sa farsi avanti e si lascia vedere in tutta la sua bellezza: sono io che ti parlo. È come dire: sono qui per te. Mi sono avvicinato proprio a te.

Perdere la brocca

Alla fine di questo incontro, la donna samaritana ci viene presentata come una persona innamorata e disarmata. Corre via ad annunciare quello che ha vissuto, il suo incontro d’amore. Si è sentita finalmente amata e vuole dirlo a tutti. È l’amore che ci spinge ad annunciare il Vangelo! E nell’intento di gridare la sua gioia, la donna lascia la brocca ai piedi di Gesù: quella brocca è il suo passato. Il peso di quella brocca, che doveva portare sulla sua testa piena d’acqua sotto il sole di mezzogiorno, le ricordava ogni volta la sua vita complicata e dolorosa. Ma adesso, finalmente, può lasciare quel peso ai piedi di Gesù. Il suo passato è consegnato. E solo così può avere la leggerezza per andare ad annunciare il Vangelo.
Ma quella brocca era anche l’arma che aveva cercato di brandire davanti a Gesù, facendogli notare che solo lei aveva un mezzo per attingere acqua dal pozzo. Adesso, però, è una donna disarmata, non ha più bisogno di difendersi davanti a Gesù, può lasciarsi vedere in tutta la sua fragilità.

Missionari perché amati

L’amore ci rende missionari. Molti pensano di annunciare il Vangelo dei doveri, degli obblighi e dei moralismi. Ma si capisce subito quando una persona, soprattutto un sacerdote, sta annunciando il vangelo dell’amore o sta annunziando se stesso e le sue manie. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato nella sua debolezza può annunciare veramente Cristo come Salvatore.
Sì, abbiamo bisogno di diventare testimoni e annunciatori come questa donna, ma dobbiamo poi lasciare alle persone la possibilità di vivere un incontro personale con Gesù. La nostra mediazione è fondamentale, ma poi dobbiamo essere capaci, anche come educatori, di farci da parte e creare le condizioni perché ciascuno possa incontrare personalmente il Signore. Questa donna si è fatta da parte e ha permesso agli altri di diventare adulti nella fede.

Leggersi dentro
  • Qual è la cosa più ti manca in questo momento della vita?
  • Vivi sotto il peso del tuo passato o riesci a consegnarlo a Gesù?

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Il brano del Vangelo di oggi presenta situazioni di vita ordinaria: fa caldo, Gesù è affaticato per il viaggio, si siede, ha sete, cerca acqua, i discepoli sono andati a provvedere cibo, una donna samaritana va al pozzo come tutti i giorni; si parla di secchio, anfora, provvista di cibi… Sono le realtà concrete da cui parte la stupenda evangelizzazione di Gesù. Nel raccontare l’incontro di Gesù con una donna di Samaria, l’evangelista Giovanni intende andare ben oltre la semplice descrizione di un fatto quotidiano; egli lo arricchisce di simboli, immagini, riferimenti biblici, che veicolano un messaggio teologico: la storia d’amore di Dio fedele alla alleanza sponsale, mentre il popolo si è allontanato alla ricerca di altri dei. È sorprendente: Dio ha sete! Non è la donna samaritana ma Gesù che dice “ho sete”. È una delle parole che Gesù dirà anche sulla croce!

Gesù coinvolge e converte, successivamente, la donna, la gente della città, i discepoli. Dalla ricerca dell’acqua quotidiana Gesù li porta alla “sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (v. 14); dal pozzo di Giacobbe (v. 6) all’acqua del battesimo e allo Spirito Santo; dai templi sui monti ai “veri adoratori in spirito e verità” graditi al Padre (v. 23); dalla provvista di alimenti a un cibo che i discepoli non conoscono: fare la volontà del Padre (v. 31.32.34). Gradualmente Gesù trasforma quella donna, etichettata come eretica, prostituta, in una missionaria delle beatitudini; fa di quella donna mendicante di acqua una mendicante di spirito, del vero Dio. Da buon educatore, Gesù non rimprovera, non giudica, non castiga quella peccatrice, non la umilia, cerca di capire, le parla senza farla arrossire: le indica percorsi diversi. Una pagina da buon maestro; una pagina stupenda di metodologia evangelizzatrice!

Colui che chiede acqua da bere (v. 7) è Colui che poi darà sé stesso come acqua che toglie per sempre la sete della donna e della gente: il Messia “sono io, che parlo con te” (v. 26). Suprema rivelazione dell’identità di Gesù! Egli fa di quella donna ironica (v. 9), poco raccomandabile per la sua vita sentimentale, una missionaria entusiasta della bella notizia del Messia: “venite a vedere” (v. 29); e fa di molti samaritani di quella città, dei credenti, che Lo trattengono per due giorni e Lo riconoscono come il “salvatore del mondo” (v. 42). Infatti, alla fine del racconto, la donna, che ormai ha incontrato un’altra acqua, abbandona la brocca (v. 28), fino a quel momento così preziosa, e corre felice ad annunciare a tutti la sua scoperta. Ancora una volta, dall’incontro con Gesù parte la corsa per dirlo a tutti.

I discepoli devono imparare a leggere i segni ormai maturi della crescita del Regno: “Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (v. 35). Parole del Maestro, che rimandano alla “messe abbondante”, nella quale gli operai sono pochi; per cui occorre pregare “il padrone della messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9,37-38). L’operaio del Vangelo deve avere occhi e cuore per cogliere quei segni, perché lo Spirito è all’opera da tempo, come dice Paolo (II lettura): Cristo, infatti, è morto per noi e “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (v. 5). Egli è presente e opera presso tutti i popoli, prima ancora che arrivino i missionari (v. 36-38); trasforma il cuore delle persone, anche delle più imprevedibili.

Gesù introduce il tema del dono della fede e dell’acqua viva, dicendo: “Se tu conoscessi il dono di Dio” (v. 10), per giungere poi alla missione, cioè alla diffusione di tale dono. Gesù stesso è il dono sommo del Padre e, come tale, si auto-propone per tutta la famiglia umana. Un dono da comprendere, accogliere, conservare, condividere con altri. Tale è la portata missionaria del dono della fede nel Signore Gesù, che è motivo di rendimento di grazie e di rinnovato impegno missionario. Infatti, la fede sprona alla missione e, a sua volta, la missione rafforza la fede.

Oggi, come in passato (I lettura), il popolo è stanco, mormora e reclama acqua. Ne ha il diritto! “Il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua” (v. 3). Prima ancora dell’acqua della fede e dello Spirito, l’umanità è sempre più cosciente dell’importanza dell’acqua materiale (l’H2o) per la vita umana e per il pianeta. A causa degli squilibri meteorologici, con la conseguente irregolarità delle piogge, scarsità di risorse d’acqua, aumento di desertificazione, ecc., gli esperti di geopolitica prevedono che, nei prossimi decenni, il tema dell’acqua diventerà causa di sempre più gravi conflitti e guerre a livello mondiale.

La mancanza di acqua potabile colpisce soprattutto i paesi più bisognosi e provoca tragiche conseguenze per la salute e la vita. Sono solo alcuni dei gravi problemi quotidiani in cui è coinvolta la vita e l’attività dei missionari in molte parti del mondo, dove la gente ha fame e sete: sete di Dio, certamente; ma anche sete di giustizia, di pane, di acqua. Pertanto, iniziative e programmi come questi: “Acqua per la Vita”, “L’Acqua un Diritto per Tutti”, “H2oro”, “Acqua Bene Comune” e altri, vanno sostenuti e promossi. In nome del Vangelo!


Per lunghi anni gli ebrei hanno fatto nel Sinai l’esperienza della sete e dei miraggi, hanno scavato pozzi e sognato una terra dove l’acqua scendesse dal cielo sotto forma di piogge e rugiade, dove sgorgassero sorgenti e scorressero valli.

Nomadi in un deserto desolato, hanno associato le lande assolate e aride alla morte e l’acqua alla vita, alla bellezza, alle benedizioni di Dio; hanno pensato al Signore come a “colui che comanda alle acque del mare e le spande sulla terra” (Am 5,8).

Nella Bibbia l’immagine dell’acqua ricorre nei contesti più svariati. L’innamorato contempla l’amata: “Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive, ruscelli sgorganti dal Libano” (Ct 4,15); Dio assicura ai deportati un futuro prospero e felice con promesse legate all’acqua: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Is 35,6-7; 41,18). Allontanarsi dal Signore significa fare scelte di morte, equivale a rimanere senz’acqua: “Hanno abbandonato me sorgente di acqua viva per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (Ger 2,13).

Le parole accorate del profeta che invita il suo popolo alla conversione – “O voi tutti assetati venite all’acqua” (Is 55,1) – preludono a quelle pronunciate da Gesù nella spianata del tempio: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me” (Gv 7,38).

 È lui la sorgente di acqua pura che sazia ogni sete.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Dissetaci con la tua acqua Signore, non permettere che ci accostiamo ad altri pozzi”

Prima Lettura (Es 17,3-7)

3 In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. 4 Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: “Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. 5 Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! 6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7 Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.

Dopo l’uscita dall’Egitto e il passaggio del Mar Rosso il popolo d’Israele, guidato da Mosè, si è messo in cammino nel deserto per raggiungere la terra promessa. All’inizio il viaggio è stato affrontato con slancio ed entusiasmo. Sicuri della protezione del loro Dio, gli israeliti hanno manifestato la loro riconoscenza, innalzando un canto al Signore che “ha mirabilmente trionfato, cavallo e cavaliere ha gettato in mare” (Es 15,1).

Presto però sono cominciate le difficoltà: il caldo soffocante, la stanchezza, i serpenti, la fame e, soprattutto, la sete. Trovare acqua nel deserto non è facile, è proprio per mancanza d’acqua che si forma il deserto. Lì non ci sono che pietre e sabbia, qualche acacia, cespugli sparsi, pochi steli d’erba: “Questo luogo è orribile – grideranno gli israeliti a Mosè – non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere” (Nm 20,5).

Il popolo pensa di essere stato condotto là per morire e comincia a dubitare della fedeltà di Dio alle sue promesse; giunge a sospettare che la liberazione dall’Egitto sia stata un tranello, pensa che Dio non lo voglia condurre alla libertà e alla vita, ma alla morte. Discute con lui e conclude: è necessario metterlo alla prova, lottare, tentarlo, costringerlo in qualche modo a manifestare quello che ha in mente.

Le ultime parole della lettura sono la sintesi della loro provocazione: “Ma il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (v. 7). Il luogo dove questo episodio è accaduto ha preso il nome di Massa-Meriba, due parole che, in ebraico, significano: tentazione-discussione.

A questa sfida Dio risponde a modo suo: non reagisce con castighi e minacce, mostra di capire le fragilità, le difficoltà, i dubbi e le perplessità del suo popolo. Sa che ci sono momenti in cui è davvero difficile continuare a credere e fidarsi di lui. Udite le proteste del popolo, invita Mosè a impugnare il bastone con cui ha percosso il Nilo e gli ordina di far scaturire acqua dalla roccia.

Perché ha voluto che questo dono apparisse come un miracolo? Avrebbe potuto risolvere la difficoltà nel modo più semplice e normale: suggerendo la direzione verso l’oasi più vicina o indicando il luogo dove scavare un pozzo, così anche il popolo avrebbe dato la sua collaborazione alla soluzione del problema. Ha scelto di compiere un segno prodigioso per mostrare agli israeliti che l’acqua non era il risultato dei loro sforzi, del loro impegno, della loro abilità: era un dono soltanto suo e completamente gratuito.

I commenti rabbinici hanno arricchito questo racconto con tratti leggendari. Uno di questi ci interessa in modo particolare: da quel giorno– dicevano i rabbini – la roccia non era più rimasta fissa, aveva accompagnato il popolo lungo tutto il peregrinare nel deserto, saliva sui monti e scendeva nelle valli in un perenne zampillare d’acqua. È rilevante questo dettaglio perché Paolo ha identificato la roccia con Cristo (1 Cor 10,3-4): è lui che non cessa di dissetare il popolo di Dio in cammino.

L’esperienza di Israele che esce dall’Egitto si ripete nella vita di ogni cristiano. Ogni conversione è un abbandono della “terra della schiavitù” e segna l’inizio di un esodo. I primi momenti della nuova vita possono trascorrere abbastanza sereni, soprattutto se si è sorretti dalla buona volontà e dall’entusiasmo e si è incoraggiati e aiutati dai fratelli di fede. Poi cominciano, inevitabili, i rimpianti e le nostalgie e, a volte, l’esperienza deludente della vita della comunità cristiana.

Compaiono i dubbi, le esitazioni, i tentennamenti e la tentazione di rimettere in causa la scelta fatta. Si sente il bisogno di qualche segno, si pretendono da Dio prove concrete della sua fedeltà.

Non c’è da meravigliarsi che giungano questi momenti difficili: sono il segno che si è arrivati, come Israele… a Massa-Meriba. Anche con noi il Signore si mostrerà paziente. Alla nostra debole fede offrirà un segno: l’acqua prodigiosa che sgorga da Cristo, il suo Spirito, la sua parola e il suo pane.

Seconda Lettura (Rm 5,1-2.5-8)

1 Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

In mezzo alle difficoltà ed alle incertezze della vita, possiamo anche pensare che Dio ci abbia abbandonato e che la nostra speranza non abbia un solido fondamento.

Su che cosa la possiamo basare? Sulle nostre buone opere?

Se così fosse, se le benedizioni di Dio dipendessero dai nostri meriti, non potremmo mai essere certi della salvezza, vivremmo costantemente ansiosi e preoccupati perché siamo consapevoli della nostra debolezza e fragilità. Sappiamo che facilmente deviamo dal retto cammino.

Paolo oggi ci assicura: la speranza non è fondata sulle nostre opere buone, ma sull’amore di Dio, amore che non è debole, incostante e insicuro come il nostro. Noi siamo capaci di amare solo i buoni, gli amici, quelli che ci fanno del bene; per questi potremmo, in qualche caso eccezionale, essere anche disposti a sacrificare la vita. Dio è diverso. Egli ama gli uomini anche se sono suoi nemici e ne ha dato la prova: mentre essi rifiutavano il suo amore, lo disprezzavano, si tenevano lontani da lui, egli ha inviato loro suo Figlio (v. 7-8). Per questo – assicura l’Apostolo – “la nostra speranza non resterà mai delusa”, non perché noi siamo buoni, ma perché egli è buono (vv. l-2).

Vangelo (Gv 4,5-42)

Giovanni non riferisce mai i fatti della vita di Gesù nella loro pura materialità, li rilegge sempre e li utilizza per comporre pagine dense di teologia: non è mai agevole stabilire cosa sia realmente accaduto. Il caso della samaritana è esemplare: il simbolismo che accompagna tutto il racconto appare tanto evidente, che qualcuno ha addirittura posto in dubbio la storicità dell’evento e ha pensato che si tratti di una composizione letteraria dell’evangelista. Noi riteniamo che ci sia stato un incontro di Gesù con una donna di Samaria, ma il fatto è stato poi redatto con il linguaggio, le immagini, i riferimenti biblici con cui si è voluto veicolare un messaggio teologico.

Nel nostro commento terremo presenti i due livelli – quello storico e quello teologico – concentrando la nostra attenzione sul secondo.

Anticamente il pozzo era il luogo dove si ritrovavano le persone. Al pozzo si incontravano i pastori che venivano ad abbeverare le loro greggi, si fermavano i commercianti con le loro mercanzie in attesa dei clienti, venivano le donne ad attingere acqua (e magari anche a fare quattro chiacchiere…), si recavano gli innamorati a cercarsi una compagna.

La Bibbia racconta molti di questi incontri al pozzo (suggerisco di leggere i seguenti: Gn 24,10-25; 26,15-25; 29,1-14; Es 2,15-21); quello narrato nel vangelo di oggi ha come protagonisti Gesù e una donna di Samaria. Il pozzo di cui si parla esiste ancora, si trova lungo la strada che dalla Giudea conduce in Galilea, ha più di tremila anni, è molto profondo (m. 32) e dà ancora acqua buona e fresca, come al tempo di Gesù. Era il luogo dove tutti i viandanti facevano sosta, si ristoravano, ritempravano le forze.

Anche Gesù, stanco per il viaggio, si siede su questo pozzo. È mezzogiorno, quando arriva una donna ad attingere acqua e Gesù le chiede da bere.

La meraviglia della donna è comprensibile: dall’accento si è subito resa conto di avere a che fare con un galileo inviso alla sua gente. Come osa chiedere da bere a lei, una samaritana? Perché viola la norma severa che proibisce di parlare da soli con donne sconosciute? I rabbini insegnavano che, anche per un’informazione, le parole dovevano essere ridotte al minimo. Celebre l’episodio accaduto a rabbi Josè il Galileo che, ad un crocevia, chiese a una donna: “Quale strada porta a Luz?”. Riconosciutolo, la donna rispose: “Hai parlato troppo con una donna, dovevi dire: “Luz?”.

Essendo questa la mentalità, si spiega anche la meraviglia dei discepoli che, al ritorno dal villaggio dove si sono recati per acquistare cibo, trovano Gesù che parla con una samaritana.

L’atteggiamento libero del Maestro offre uno spunto di riflessione, anche se marginale rispetto al tema del brano. Gesù esige dai discepoli la purezza di cuore e di intenzioni; è addirittura severo su questo punto: “Chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28), ma si comporta in modo libero e rifiuta ogni forma di discriminazione.

Dopo questa introduzione, veniamo alla parte centrale del brano, cioè al dialogo fra Gesù e la samaritana (vv. 7-26).

È importante capire chi è questa donna.

Il modo come l’evangelista la presenta lascia chiaramente trasparire la sua volontà di trasformarla in simbolo.

Proviamo a identificarla: non ha nome, non si dice da dove venga, l’unico elemento che la definisce è “samaritana”, che equivale a ereticainfedele a Dio. Chi può essere?

Viene al pozzo e nella Bibbia il pozzo – lo abbiamo rilevato – è spesso il luogo dell’incontro fra innamorati che poi finiscono per sposarsi. Curioso è il fatto che, per lasciare soli Gesù e la donna, l’evangelista, in modo abbastanza goffo e poco verosimile, allontani tutti i discepoli con la scusa della “provvista di cibo” (v. 8).

Chi rappresentano allora i due “innamorati” al pozzo?

Nell’AT si parla spesso del popolo d’Israele come della sposa alla quale il Signore si è legato con affetto indefettibile (si tenga presente che Israele, in ebraico, è femminile). Queste nozze non hanno avuto esito felice. L’innamoramento era iniziato nel deserto, dove Dio e Israele avevano vissuto esperienze indimenticabili. A questi momenti il Signore ripensava con nostalgia: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto” (Ger 2,2). Poi erano cominciate le infedeltà della sposa, i suoi tradimenti, le sue infatuazioni per gli amanti, il rimpianto per gli dèi dell’Egitto, l’adorazione dei Baal dei cananei, i flirts con le divinità degli assiri, dei babilonesi, dei persiani ed infine anche dei romani, provocando la gelosia del suo sposo.

Quale sarà la reazione del Signore? Il ripudio, il divorzio, il castigo?

Non se ne parla nemmeno: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio – Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore” (Is 54,6-7). Il Signore sceglierà un’altra soluzione. A costo di umiliarsi davanti alla sposa infedele, riprenderà a corteggiarla, perché l’unico suo obiettivo è riconquistarla: “Ecco, la attirerò a me, le parlerò al cuore… Canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Os 2,16-17).

A questo punto l’identificazione della samaritana è scontata: è la sposa Israele, con alle spalle tutta la sua storia di amori e di adulteri; ha avuto tanti “mariti” e quello che ha ora non è il suo sposo. Al pozzo Gesù la incontra e vuole ricondurla al suo primo, unico vero amore, il Signore.

Alla luce di questo simbolismo sponsale, acquistano significato anche i dettagli apparentemente marginali del racconto. Anzitutto la strana annotazione: Gesù doveva passare per la Samaria; dal punto di vista geografico non era affatto obbligato a passare: si trovava al Giordano (Gv 3,22) e sarebbe stato molto più semplice per lui risalire lungo il fiume. Il “doveva” non può che riferirsi al bisogno irresistibile dello sposo – Dio – che non riesce a fare a meno di incontrare l’amata.

Era stanco per il viaggio. È l’unica volta che nel vangelo si accenna alla stanchezza di Gesù e non è certo per ragguargliarci sulla sua resistenza fisica. Il dettaglio è stato introdotto per richiamare il lungo viaggio, la distanza infinita che il Signore ha dovuto percorrere per ritrovare la sposa che lo aveva abbandonato: dalle altezze del cielo è venuto sulla terra; mosso da una passione incontenibile, infinita, è sceso fin nell’abisso più profondo alla ricerca dell’amata. Nessuna distanza, nessuna difficoltà, nessuna fatica lo ha scoraggiato. Il pensiero va spontaneamente all’inno della Lettera ai filippesi: “Egli che era di natura divina… svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo… divenendo simile agli uomini, umiliò se stesso… fino alla morte di croce” (Fil 2,6-8).

Siamo così introdotti nel tema centrale del dialogo fra Gesù e la samaritana.

I discepoli sono andati alla ricerca del cibo materiale; la donna è venuta ad attingere acqua al pozzo. A tutti Gesù offre invece un cibo e un’acqua che essi non conoscono (vv. l0.32).

La sete della samaritana è il simbolo dei bisogni più intimi che tormentano il cuore della sposa-Israele: il bisogno di pace, di amore, di serenità, di speranza, di felicità, di sincerità, di coerenza, di Dio. Sono questi i bisogni che ogni uomo sperimenta.

L’acqua del pozzo indica i tentativi e le astuzie che l’uomo mette in atto per placare questa sete che nessuna “cosa” materiale riesce a soddisfare.

L’acqua viva che Gesù promette è di altro tipo, è lo spirito di Dio, è quell’amore che riempie i cuori. Chi si lascia guidare da questo Spirito ottiene la pace e non ha bisogno d’altro.

La donna di Samaria, all’inizio del dialogo, pensava all’acqua materiale, non sospettava neppure che potesse esisterne un’altra. Un po’ alla volta, però, ha cominciato a percepire e ad accogliere la proposta di Gesù. La sua progressiva scoperta è sottolineata con cura dall’evangelista. All’inizio, per lei, Gesù è un semplice viandante giudeo (v. 9); poi diviene un signore (v. 11); poi un profeta (v. 19); in seguito è il messia (vv. 25-26); infine, con tutto il popolo, lo proclama Salvatore del mondo (v. 42).

Attraverso il cammino spirituale della donna di Samaria, Giovanni vuole far intuire ai cristiani delle sue comunità il percorso proposto a ogni discepolo. Prima di incontrare Cristo l’uomo è preoccupato unicamente degli aspetti materiali della vita. Sono realtà importanti, anche indispensabili, ma non bastano, non possono costituire l’obiettivo unico e ultimo della vita. Solo chi incontra Cristo, chi scopre che egli è il “salvatore del mondo” e accoglie il dono della sua acqua, sente che ogni fame e ogni sete possono essere saziate.

L’ultima parte del vangelo (vv. 28-41) presenta la conclusione del cammino spirituale della samaritana e di ogni discepolo. Cosa fa questa donna dopo aver incontrato Cristo? Abbandona la brocca (non le serve più perché ormai ha trovato un’altra acqua!) e corre ad annunciare ad altri la sua scoperta e la sua felicità.

È l’invito a divenire missionari, apostoli, catechisti, a raccontare a tutti la gioia e la pace che prova chi incontra il Signore e beve la sua acqua.

Per gentile concessione di
http://www.settimananews.it