In questo primo venerdì di Quaresima ci lasciamo ispirare alla conversione dalle parole di Fabrizio de André, che ci regala uno sguardo del tutto singolare sull’amore del Crocifisso.

di Stefano Fenaroli
20 Febbraio 2026
Per gentile concessione di
www.vinonuovo.it
Il tempo di Quaresima non ha al suo centro la sofferenza, il digiuno, la rinuncia o il peccato bensì la chiamata alla conversione, che in greco letteralmente significa “capo-volgimento”, un volgere la propria mentalità in un’altra direzione. In questa Via crucis vogliamo provare ad attraversare alcuni “luoghi di conversione” che possiamo incontrare nel nostro modo di vivere la fede. Questi ci vengono offerti dalla poesia di Fabrizio De André, incarnata nelle parole senza tempo del suo Testamento di Tito.
Prima Stazione
Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Quante volte il “nostro” Dio diventa un’etichetta solo per distinguerci dagli altri, per marchiarli come diversi e per sentirci segnati da una speciale benedizione. E così la fede non è più una soglia dove incontrare l’altro, ma una barricata dietro la quale proteggersi o dalla quale attaccare. Il problema, forse, è proprio quel “nostro”. Perché l’importante non è “avere un Dio” ma “essere in relazione” con lui. Solo allora Dio non è più un “qualcuno” da tirare dalla propria parte, ma un “tu” a cui affidare la vita, ciascuno la propria. Potremo così scoprire un modo diverso di vivere la fede, a cui tutti possono partecipare; una relazione d’amore in cui davvero poter vivere (e non tanto dire) in tutta sincerità: «Non voglio altro Dio all’infuori di te».
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode (Sal 63).
Padre nostro…
Seconda stazione
Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.
E se davvero quell’invano non riguardasse Dio ma innanzitutto noi stessi? Quante volte la nostra desolazione, la nostra disperazione, ci chiude le orecchie e soprattutto il cuore di fronte alla presenza di Dio, portandoci a credere di averlo invocato invano? L’invocazione, se è davvero rivolta al nome di Dio, non è mai innalzata invano. Certo, se associamo la nostra «pena» e il suo «nome» ci stiamo rivolgendo al Dio sbagliato, perché Dio non è la nostra pena ma la nostra salvezza. Può capitare, allora, che non è la preghiera a essere fatta invano; siamo noi a essere «troppo stanchi o forse troppo lontani»; ma il grido che sale a Dio non sarà mai un seme gettato invano.
Amo il Signore, perché ascolta il grido della mia preghiera. Ho creduto anche quando dicevo: “Sono troppo infelice”. Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto? (Sal 116)
Padre nostro…
Terza stazione
Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Finché la festa non è altro che un precetto da assolvere, un’occasione dove basta esserci, sarà sempre molto facile per tutti «entrare nei templi», ascoltare storie di altri e uscirne uguali a prima. D’altra parte, non siamo certo degli animali che rischiano di essere sacrificati. Ma siamo proprio sicuri di aver compreso bene il senso della festa? Se abbiamo scelto davvero di santificare il giorno del Signore con la misericordia e non con i sacrifici, questo non significa che non ci sia più nulla da sacrificare, anzi… Ogni giorno la nostra vita è un altare dal quale innalzare quell’unica offerta d’amore che sola può essere accolta dalle mani crocifisse del nostro Dio.
Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene e cercate la giustizia (Ez 20,13-17).
Padre nostro…
Quarta stazione
Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami
così sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:
ma non ho creato dolore.
Talvolta l’ironia è l’arma più potente per costringerci alla conversione. Quante volte, da bravi cristiani, abbiamo scambiato il sesso con la procreazione, l’amore con il matrimonio, la sessualità con la generazione? E dall’alto di questa boriosa selezione, come sempre, abbiamo voluto giudicare, classificare e condannare, come se sul Monte Sinai non fossimo nei panni di Mosè ma in quelli di Dio stesso! E forse è proprio per questo che siamo ancora distanti dal saper accogliere l’unico vero comandamento, quello dell’amore. A volte, forse, dovremmo ricordarci che è doveroso “con-fondere” il piacere e l’amore, fonderli insieme, perché no, così facendo, tenendoli uniti, non potremo creare dolore.
Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; tu mi inizieresti all’arte dell’amore. Ti farei bere vino aromatico e succo del mio melograno. La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. […] Perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina! (Ct 8,2-6)
Padre nostro…
Quinta stazione
Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel Nazareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel Nazareno
e un ladro non muore di meno.
L’ipocrisia della nostra legge o, meglio, del nostro modo di concepirla e di metterla in pratica è sempre più sotto gli occhi di tutti, anche se all’apparenza ne siamo sempre meno consapevoli. Costruiamo nuove croci, imbocchiamo la via della violenza e dell’aggressione, condannando la violenza e l’aggressione degli altri. Eppure è proprio guardando non alla croce ma al Crocifisso che possiamo riscoprire il vero umano che è in noi, perché nel suo morire vediamo il nostro essere mortali, nel suo soffrire vediamo redenta la nostra sofferenza. In lui, che non moltiplica il dolore ma lo condivide, colui che non ripaga la morte con la morte ma vi offre per sempre una nuova nascita con il dono dell’amore.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me. Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa (Sal 30,2-4).
Padre nostro…
Sesta stazione
Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore.
Lo sguardo che si posa su Gesù morente può davvero riconoscere il senso e la direzione di ogni conversione. Riconoscere nel Crocifisso la rivelazione di Dio significa vedere un bagliore, una scintilla di quella logica d’amore che è la vita stessa divina, quell’amore che è dono di sé capace di accogliere. Un amore inconcepibile, per il nostro modo ancora “umano, troppo umano” di guardare al mondo. Ed è proprio per questo che ci chiama a conversione. Proprio perché sappiamo di essere lontani da lui ma che, allo stesso tempo, proprio grazie a lui, ogni parola e ogni gesto quotidiano d’amore ce lo rendono sempre più vicino o, meglio, ci rendono sempre di più NOI in LUI, nella speranza un giorno di poter risorgere con lui, incontrandolo faccia a faccia.
Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,37-39).
Padre nostro…