III Settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz al Vangelo
Lunedì 26 Gennaio (Memoria – Bianco)
Santi Timoteo e Tito
2Tm 1,1-8 Sal 95 Lc 10,1-9: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
Martedì 27 Gennaio (Feria – Verde)
Martedì della III settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Sam 6,12-15.17-19 Sal 23 Mc 3,31-35: Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.
Mercoledì 28 Gennaio (Memoria – Bianco)
San Tommaso d’Aquino
2Sam 7,4-17 Sal 88 Mc 4,1-20: Il seminatore uscì a seminare.
Giovedì 29 Gennaio (Feria – Verde)
Giovedì della III settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Sam 7,18-19.24-29 Sal 131 Mc 4,21-25: La lampada viene per essere messa sul candelabro. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Venerdì 30 Gennaio (Feria – Verde)
Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Sam 11,1-4.5-10.13-17 Sal 50 Mc 4,26-34: L’uomo getta il seme e dorme; il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
Sabato 31 Gennaio (Memoria – Bianco)
San Giovanni Bosco
2Sam 12,1-7.10-17 Sal 50 Mc 4,35-41: Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?
Domenica 1 Febbraio (DOMENICA – Verde)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12: Beati i poveri in spirito.
Lunedì 26 Gennaio (Memoria – Bianco)
Santi Timoteo e Tito
Lc 10,1-9: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
La messe è abbondante e dunque occorre abbondanza di operai. Lo sa bene san Paolo, e oggi festeggiamo due suoi collaboratori: Timoteo e Tito.
Timoteo, di padre pagano e di madre ebreo-cristiana, Eunice, fu discepolo e collaboratore di san Paolo e da lui preposto alla comunità ecclesiale di Efeso.
Tito, anch’egli compagno di san Paolo nell’attività missionaria, fu posto alla guida della Chiesa di Creta.
I due discepoli sono destinatari di tre lettere «pastorali» dell’apostolo, che fanno intravedere i primi lineamenti dei ministeri nella Chiesa.
Il Vangelo diversifica le missioni dei Dodici (9,1-6) e dei settantadue, quasi a indicare questo principio moltiplicatore della evangelizzazione aperto al mondo intero secondo l’attività apostolica paolina: «Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”». Questa diffusione del regno di Dio è facilitata dalla collaborazione al piano divino mediante la preghiera di tutti. Sì, perché la testimonianza dei discepoli non è facile e non tutti coloro che gli evangelizzatori incontrano sono «figli della pace».
Non è raro poi che il missionario si “raffreddi”, per questo Paolo ricorda a Timoteo di ravvivare il dono di Dio ricevuto tramite l’imposizione delle sue mani. A Tito, lasciato a Creta perché “metta ordine” come buon supervisore, Paolo augura «grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore».
La Chiesa deve infatti ricordare sempre di essere il popolo di Dio, il corpo di Cristo, e i suoi pastori non devono cercare altrove il sostegno. Per questo ai settantadue Gesù dice: «Non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada». Se al pastore manca infatti il totale abbandono in Dio, rischia di trasformarsi in mercenario; altro che “servo inutile” secondo Gesù!
Ieri la domenica ha sostituito la festa liturgica della conversione di san Paolo. Oggi, però, recuperiamo celebrando due suoi discepoli che tanto hanno dato alla Chiesa: Timoteo e Tito. Paolo prende con sé Timoteo a Listra nel suo secondo viaggio missionario, ma lo conosceva da prima con sua madre e sua nonna, ebree, che si fanno cristiane con lui. Lo manda in missione nelle chiese che ha fondato, per correggere errori e mettere pace. Inviandolo a Tessalonica, gli scrive: “nessuno disprezzi la tua giovane età”, e ai Corinti lo presenta così: “Vi ho mandato Timoteo, mio figlio diletto e fedele nel Signore: vi richiamerà alla memoria le vie che vi ho insegnato”. Tito è greco, un pagano convertito. “Mio compagno e collaboratore”, come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. Compagno di momenti importanti: come la famosa riunione nota come concilio di Gerusalemme, ed è anche mediatore persuasivo, ed entusiasma Paolo risolvendo una grave crisi tra lui e i Corinzi. E lo vediamo efficiente manager, quando dirige e porta a termine la prima grande iniziativa di solidarietà fra le Chiese: la famosa colletta per i poveri di Gerusalemme.
Lunedì della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,22-30: Satana è finito.
Quanto inchiostro ha fatto versare questo brano! Siamo tutti rassicurati dal fatto che il Dio di Gesù perdona tutti i peccati! Che bello avere a che fare con un Dio che vuole la salvezza di ogni uomo, che non gode della morte del peccatore ma che lo libera e lo innalza! Eccetto in un caso: la bestemmia contro lo Spirito Santo. Ma che significa? La chiave di lettura di Marco ci aiuta: Gesù è accusato di essere indemoniato, di parlare in nome del divisore. Lo accusano perché dice cose nuove, perché destabilizza, perché mette in luce le contraddizioni di una pratica religiosa esteriore e vuota, fatta di leggi e prescrizioni che, invece di avvicinare a Dio, fanno fuggire ogni discepolo! Piuttosto di mettersi in discussione, alcuni farisei lo accusano, senza argomentare, di essere un indemoniato e di guarire gli indemoniati in nome del demonio. Sciocchezza gigantesca che Gesù, con somma pazienza, smonta con un ragionamento. Che non serve. L’ostinazione di chi non vuole credere è quasi invincibile, è dura e insormontabile. Eccolo, a mio avviso, il peccato contro lo Spirito. Apre le menti, lo Spirito, scombina i piani, illumina le tenebre. Ma, per farlo, bisogna accoglierlo.
Martedì della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,31-35: Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.
Ed ecco il secondo brano “anarchico” di cui vi parlavo qualche giorno fa. Gesù quasi disconosce la sua famiglia, allargata ormai a coloro che accolgono la parola e la conservano. Come già dicevo, il vangelo, e Marco, in particolare, osa proporre un modello famigliare innovativo, che supera i legami tribali e di sangue per proporre delle nuove relazioni fondate sull’affinità spirituale, sulla consapevolezza di essere figli dello stesso padre, fratelli nell’unico Cristo. La condizione per diventare famigliari di Dio, dice Gesù, è quella di essere attenti uditori della Parola e di cercare la volontà salvifica di Dio nella nostra vita. Gesù gira lo sguardo su di noi, ci propone, oggi!, di sentirci davvero suoi fratelli. Amici che vivete situazioni famigliari disperate, o solitudini che, alla fine, vi hanno prosciugato l’anima, sappiate che il Signore ci invita a fare esperienza di lui. Lo so, non è molto per chi vive nella solitudine tutto il giorno, ma conosco fratelli e sorelle che, superato il proprio dolore, hanno allargato la propria vita e hanno accolto nella preghiera tutti i fratelli cristiani sparsi nel mondo, riempiendo il proprio cuore di consolazione. Chiediamo al Signore di sperimentare questa grazia.
28 Gennaio (Memoria – Bianco) San Tommaso d’Aquino
La parola di Gesù “Voi siete la luce del mondo” si può applicare a molte vocazioni cristiane ma è particolarmente adatta a un santo come Tommaso d’Aquino i cui scritti illuminano ancora oggi il pensiero cristiano e tutto il pensiero umano.
La prima lettura ci fa intravedere qual è la condizione per poter essere la luce del mondo; non si tratta semplicemente di usare la propria intelligenza per ricercare il segreto delle cose ma prima di tutto di mettere la propria intelligenza in relazione con Dio. “Alla tua luce vedremo la luce” dice un salmo: per vedere la luce presente nella creazione di Dio bisogna essere in rapporto con lui. Ecco perché non esiste vera sapienza senza preghiera. “Pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza” (Sap 7,7).
Tommaso d’Aquino è stato un santo contemplativo: il suo ideale era trasmettere agli altri le cose che egli stesso aveva contemplato, cioè capite nella preghiera, capite nel rapporto con Dio. L’intelligenza da sola può certamente fare molte cose, costruire sistemi di idee, ma sono sistemi che non corrispondono alla sapienza, hanno un effetto devastatore. Qualcuno ha detto che il mondo moderno è completamente disorientato perché gli sono state date idee cristiane impazzite. L’aspirazione alla verità, alla libertà, alla fraternità sono idee cristiane sono aspirazioni evangeliche ma se si cerca di soddisfarle prescindendo dal legame vivo con Dio il risultato è quello di mettere negli uomini una specie di febbre che impedisce di trovare il giusto equilibrio e spinge a tutti gli eccessi: ecco le rivoluzioni violente, i turbamenti continui…
Invece san Tommaso d’Aquino è sempre rimasto profondamente unito a Dio, ha pregato per ottenere quell’intelligenza vera, dinamica, equilibrata che proviene dal creatore; per questo ha potuto accogliere anche idee pagane. Non ha avuto paura di studiare Aristotele e di cercare nelle sue opere luce per capire meglio il mondo creato da Dio. Lungi dall’essere propagatore di idee cristiane impazzite egli è anzi riuscito a rendere sapienti le idee pagane; è stato aperto in modo straordinario a tutta la creazione di Dio a tutte le idee umane proprio perché viveva intensamente il suo personale rapporto con Dio. “Mi conceda Dio di parlare secondo conoscenza e di pensare in modo degno dei doni ricevuti” dice il Libro della Sapienza (7, 15): il rapporto con Dio non rimpicciolisce il cuore, non rattrappisce l’intelligenza, anzi dà il gusto di penetrare in tutti gli splendori della creazione.
Nella Chiesa ci sono molte vocazioni. Alcuni sono chiamati ad insistere fino al paradosso sul rifiuto della sapienza umana; san Paolo per esempio ha dei passi addirittura violenti contro la filosofia: la sua vocazione era di insistere sul messaggio cristiano fino a farlo sembrare incompatibile con la filosofia umana. Altri come Tommaso d’Aquino hanno la vocazione di far vedere che tra loro è possibile una profonda conciliazione che avviene quando si è rinunciato all’autonomia umana per darsi tutto a Dio: si è completamente all’unisono con il creatore ed egli ci mette profondamente in accordo con la creazione.
Domandiamo al Signore che apra il nostro spirito ad accogliere in pieno la sua luce in modo da poter attirare quelli che ne sono in ricerca; che siamo davvero anime viventi del rapporto con Dio e proprio per questo capaci di orientarci verso tutte le ricchezze dell’universo.
Mercoledì della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 4,1-20: Il seminatore uscì a seminare.
Gesù parla in parabole per annunciare i misteri del Regno. E la prima parabola riportata dal primo vangelo ha a che fare con la Parola. Una Parola che Dio semina con abbondanza e che può germogliare nel cuore del discepolo che sa accogliere. È rispettosa la parabola, non esaspera, non mette all’angolo, non imbarazza, non costringe. A chi ascolta è lasciata la possibilità di identificarsi, di interrogarsi, di convertirsi. Dio, in Gesù, è sempre rispettoso delle nostre prerogative, non ci obbliga ma ci invita a calare le cose dentro il nostro cuore. E chiediamocelo, con onestà: dove finisce la Parola che meditiamo ogni giorno? E quella che celebriamo comunitariamente ogni domenica? Spesso, lo vediamo bene, le preoccupazioni della vita quotidiana la mettono in secondo piano, oppure l’entusiasmo dell’accoglierla si spegne in fretta, come una moda passeggera. Ma se riconosciamo di essere fra quelli che faticano ad accoglierla e a farla germogliare, se ammettiamo, con dolore, che spesso la Parola in noi viene soffocata da mille difficoltà e da mille resistenze allora, forse, siamo il terreno umile e buono che diventa capace di portare frutto.
Giovedì della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 4,21-25: La lampada viene per essere messa sul candelabro. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Oggi siamo invitati a fare due cose: anzitutto a testimoniare la nostra fede come una fiamma che viene posta in alto, nel lampadario e non viene nascosta sotto lo sgabello. Non si tratta di fare propaganda a Dio o di girare con grandi croci appese al collo, ma di essere accesi. Possiamo illuminare solo se noi per primi siamo contagiati dalla fiamma divorante che è Cristo! E per farlo siamo chiamati a giudicare noi stessi e le persone che ci stanno accanto con uno sguardo benevolo, di compassione, di misericordia, di tenerezza. Con la misura con cui misuriamo saremo misurati. Ed è una pessima testimonianza dirci cristiani e vivere con durezza, senza comprensione, con insofferenza e rabbia! Meglio tacere, meglio smettere di essere cristiani piuttosto che infangare il vangelo con la nostra poca coerenza… La Parola seminata nei nostri cuori e germogliata porti frutti di luce e di tenerezza, di ascolto e di perdono, di testimonianza gioiosa della nostra appartenenza cristiana. Solo così potremo tornare ad essere credibili quando parliamo di Gesù: ascoltando e vivendo ciò di cui stiamo parlando!.
Venerdì della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 4,26-34: L’uomo getta il seme e dorme; il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
Si parla di semi, oggi, per parlare di Dio e di Regno, di vita interiore e di dinamiche spirituali. Grande Gesù: di fronte a sé aveva uomini e donne abituati a veder crescere una spiga, un arbusto, che sapevano bene la fatica di arare la dura terra della Giudea o ammirare la terra feconda di Galilea. Più difficile per noi, abituati all’asfalto e al bitume, a timidi e depressi alberi a segnare i grandi viali delle nostre città. E l’invito di Gesù, oggi, è quello, dopo avere accolto il seme della Parola che il seminatore semina a piene mani, a lasciar fare alla Parola il proprio corso, senza ansie, senza fretta, senza eccessive preoccupazioni. Difficile a farsi, in questi nostri giorni segnati dal tempo incalzante. Difficile non cedere alla tentazione di monitorare continuamente la nostra vita, di valutarla, di porci degli obiettivi e fare dei business plan anche in parrocchia o in Diocesi. L’invito di Gesù è chiaro: guardate alla pazienza del contadino. E, contro il rischio sempre serpeggiante del trionfalismo e del gigantismo, Gesù invita noi, la sua Chiesa a entrare nella logica dei piccoli gesti, dei piccoli numeri, come sa fare l’albero di senapa. E come ha fatto san Paolo che, occupandosi di poche comunità e scrivendo loro dei consigli, ha nutrito generazioni e generazioni di credenti…
31 Gennaio (Memoria – Bianco)
San Giovanni Bosco
La festa di san Giovanni Bosco è un soffio di aria pura e di slancio apostolico perché egli ispirava e comunicava la gioia.
Già da ragazzo aveva fondato una “società” con il motto “Guerra al peccato”: la gioia viene dalla vittoria sul peccato.
“Rallegratevi nel Signore sempre…”. Dio è grande, e noi siamo come bambini bisognosi di tutto davanti a un Padre onnipotente che si occupa amorevolmente di noi.
E la fiducia in lui che genera la gioia: fiducia e riconoscenza perché da Dio riceviamo tutto.
Come possono dei bambini essere tristi quando sono colmati di doni?
Fiducia e riconoscenza ci conducono alla conversione che Gesù chiede come condizione per entrare nel regno dei cieli: diventare come i bambini.
San Paolo invitava gli educatori a farsi modello per i bambini tanto da poter dire: “Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me è quello ché dovete fare”, e in molte pagine del Vangelo siamo esortati a imparare dai bambini a ricevere da loro.
Sono i due aspetti dell’educazione.
Un altro grande educatore Antonio Rosmini, diceva ai suoi confratelli: “Ricordatevi che ciò che ricevete dai bambini è molto di più di ciò che date” e questo è evangelico.
Accogliamo questa lezione di gioia e di fiduciosa semplicità perché possiamo trasmettere e ricevere reciprocamente i doni di Dio.
Sabato della III settimana del Tempo Ordinario
Mc 4,35-41 Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?
Prendiamolo così com’è, il Signore, anche se non lo capiamo, anche se ci mette continuamente in crisi, anche se le sue parole sono troppo taglienti. Prendiamolo a bordo, come hanno saputo fare i discepoli e così, durante le tempeste della nostra vita, ci accorgeremo di quanto egli sia presente, anche se pare che dorma. Quanto è doloroso il sonno di Dio! Quanto ci spaventa e ci inquieta! Eppure, nella vita, interiore, succede di passare dei tempi, e dei lunghi tempi, talvolta, senza percepire la sua presenza, afflitti, scoraggiati persi, con la barca ormai piena d’acqua. Animo, fratello che sperimenti il silenzio di Dio! Coraggio, sorella che sperimenti l’abbandono e la disperazione! Anche se Dio pare lontano, anche se sembra indifferente o, peggio, cinico e crudele, egli è il presente. Discreto, silenzioso, immobile, ma presente. Paolo stesso sperimenterà, alla fine della sua vita, il silenzio di Dio. Attraverso il rifiuto e l’abbandono della comunità di Roma, che Paolo raggiunge nel momento della persecuzione, Paolo sperimenta in sé la spogliazione interiore e si dichiara pronto a morire come il suo Gesù, nella dimenticanza di tutti.
Domenica 1 Febbraio (DOMENICA – Verde)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Mt 5,1-12: Beati i poveri in spirito.
Beati i poveri davanti a Dio… Che messaggio! Lascia che Dio ti colmi! Egli ti ama malgrado la tua povertà, malgrado i tuoi limiti. Quando sei addolorato dall’effimero della felicità umana sempre minacciata, quando ti senti povero, quando l’afflizione ti paralizza, ascolta la grande promessa di Dio: sarete consolati, sarete sfamati, vedrete Dio… Questa promessa è nel cuore della nostra fede. Tutto il lieto messaggio di Gesù si riflette nelle beatitudini come uno specchio ardente. Colui che ha accolto la buona novella nel più profondo di sé stesso e nel quale questa verità raggiunge le radici dell’esistenza, diventerà naturalmente misericordioso e indulgente nel giudizio che ha sugli altri. Sarà capace di diffondere la pace, perché egli stesso la possiederà.
Se solamente fossimo in grado di vivere seguendo l’atteggiamento fondamentale delle beatitudini! Se solamente potessimo amare e avere fiducia come Gesù! Forse allora molti uomini che la vita ha reso amari e chiusi, ai quali le numerose delusioni hanno fatto perdere la fede in Dio e negli uomini, forse potrebbero ugualmente ricominciare a credere nella bontà di Dio e nella sua sollecitudine, attraverso la bontà e la sollecitudine umane. Forse allora molti uomini potrebbero ugualmente contare su Dio per instaurare su questa terra il bene, e offrirci quello che abbiamo sperato e atteso durante tutta la nostra vita: la sicurezza e la gioia. Una gioia che regna.
Beati i puri di cuore
Wilma Chasseur
Eccoci alle prese con una difficilissima pagina di Vangelo – il discorso delle beatitudini- che fa risaltare la dissonanza e la dissomiglianza nelle quali ci troviamo rispetto ad essa e ci mostra come viviamo agli antipodi di quanto qui ci viene proposto. Discorso controcorrente ed in assoluto contrasto con la mentalità dominante del “carpe diem”, dell’afferra l’attimo fuggente cibandoti di effimero e spremendo”beatitudine” da ogni bene (o male) di consumo, abbeverandoti a pozzanghere torbide che si esauriscono ancor prima che tu abbia potuto attingervi scoprendo poi che erano solo chimere ingannatrici e miraggi traditori.
L’uomo, attingendo ad esse, crede di placare le sue fami, ma si accorge ben presto che:
– come diceva Dante- “la bestia, dopo il pasto ha più fame di prima!” O come diceva san Giovanni della Croce: “Il gusto di un bene finito, può al massimo, stancare l’appetito”.
Contro questa mentalità del “divertissement” a tutti i costi abbiamo come unico efficace antidoto il discorso delle beatitudini, nuova legge proclamata da Gesù Cristo sul monte, come sul monte era stata proclamata l’antica legge. Beati i poveri, gli umili, i tribolati, gli afflitti e i perseguitati. Ma chi le vuole queste beatitudini? Certo è promessa una ricompensa, ma solo al futuro (“saranno consolati, saziati” ecc) mentre noi vogliamo tutto subito. Chiediamoci sinceramente: chi tra di noi si augura una sola di queste beatitudini? Eppure l’esperienza dimostra che la felicità sta da quelle parti, e che la disperazione sta dove c’è il surplus di tutto.
Ma vorrei soffermarmi su due di queste beatitudini. La prima è “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”. Qui, contrariamente alle altre, la ricompensa non è al futuro, ma al presente. Qui non si dice “beati ( …) perché saranno consolati, saziati, ecc.”, ma” beati i poveri in spirito perché di essi è’ il regno dei cieli”. Subito! Non si era mai visto dei poveri che avessero addirittura un regno! E che regno! E ce l’hanno subito (qui c’è proprio tutto subito), e lo hanno appunto in quanto poveri. Se fossero ricchi, non ce l’avrebbero per niente, né ora, né in futuro, né mai!
Ma chi sono i “poveri in spirito”? Sono quelli che contano totalmente su Dio e non mettono la loro fiducia in loro stessi o nei beni materiali. Non costruiscono la loro vita, né progettano il loro futuro senza far riferimento a Colui che ha dato loro questa vita e questo futuro. Non vogliono realizzare un loro progetto, ma vogliono aderire al progetto che Dio ha su di loro. Non fanno la loro volontà, ma quella di Dio. Ecco perché hanno subito il regno dei cieli: perché il loro punto d’appoggio non è la terra, ma il cielo e nella misura in cui fanno la volontà di Dio, Dio stesso fa lo loro volontà.
E possono dire a ragione con san Giovanni della Croce: “Miei sono i cieli, mia è la terra” e tutto l’universo è mio perché in Dio ho tutto.
L’altra beatitudine – quella che io preferisco in assoluto- è “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. Il cuore puro è un cuore che ha ritrovato la Sanità originaria della sua natura: è ridiventato un puro cristallo in cui Dio può di nuovo specchiarsi, riversandovi e irradiando la sua purezza infinita. Nessun bene al mondo è più prezioso di questa purezza che attira l’Altissimo in persona nel cuore umano e lo rende capace di vederlo, perché ha ormai vinto ogni attrattiva verso il male e non è più schiavo delle passioni!
Nel cuore puro viene distrutta la dissomiglianza dovuta al peccato e viene ripristinata l’immagine e somiglianza divina. Ogni tenebra viene sconfitta e la creatura -vedendo Dio- brilla della sua stessa luce e ritrova tutto il suo splendore.
Come dice questa bellissima preghiera del cardinal Newman: “Splendi sopra di me fiamma che sempre ardi e mai non vieni meno: incomincerò allora, per mezzo della tua luce ed in essa immerso, a vedere anch’io la luce e a riconoscere Te come vera sorgente della luce”.
Dobbiamo chiedere ogni giorno questa beatitudine del cuore puro, perché allora vedremo con sguardo trasfigurato l’intera realtà e ogni creatura sarà un puro segno dell’amore di Dio e potremo finalmente vivere in pienezza la comunione con Lui e tra di noi.
Ci siamo tutti su quella barca, il fatto è vedere o non vedere Gesù e credere alle sue parole, dorma o non dorma, tocca solo a noi continuare a sentie sempre nella testa e nel cuore quel che ci dice e con fiducia … andare avanti
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