Lettera a una maestra che entra a scuola

Per gentile concessione di
AVVENIRE
10 Novembre 2025

Cara maestra, il mondo in cui oggi siamo immersi, come stranieri in terre sconosciute, non offre motivi di incoraggiamento a chi, come te, entra ogni mattina a scuola. È difficile credere nella propria professione quando tutto ci rimanda un senso di impotenza. I telegiornali martellano sull’idea che siamo sull’orlo del precipizio e che tutto dipenda da una manciata di tiranni travestiti da “uomini di Stato”, ipnotizzati dalla stessa fata morgana che tradì i faraoni. Rarissime le buone notizie. E se non bastasse c’è la quotidianità difficile: bollette e mutui più pesanti del compenso che la società ritiene giusto per chi forma le menti dei cittadini di domani. E poi il confronto con tanti genitori (speriamo non la maggioranza) che della tua “vocazione” immaginano poco o niente, presi come sono a inseguire i traguardi del consumo: pronti a difendere il proprio cucciolo da qualunque frustrazione scolastica, da un brutto voto o da una sgridata. Ce n’è abbastanza per trarre i remi in barca e tirare a campare, aspettando la pensione.

Eppure… a pensarci bene tu hai un grande “potere buono”: quello di far arrivare dolcemente semi di civiltà nelle menti dei piccoli, sostenendo con sensibilità la formazione di una nuova anima. Rinnovare il mondo partendo dai germogli più teneri, quelli che in tasca ancora nascondono un ciuccio di riserva. Parliamo dei bambini di tre, quattro, cinque anni e poi su fino all’inizio delle medie: oltre è già tardi. Le probabilità che conoscano davvero le radici della nostra civiltà – la filosofia greca, il cristianesimo con il suo fiume di compassione, il Medioevo con i suoi tesori, il Rinascimento, l’Età dei Lumi – non sono molte.

Per molti saranno solo mesi noiosi, in un mondo che respira consumismo e nient’altro. La “felicità”, come mostrano ricerche sui media, è ormai identificata con il possesso dell’oggetto del desiderio del momento. Potresti dire: «Ma io insegno numeri e lettere, come posso avere un’influenza così grande?». Eppure sei tu che hai la competenza pedagogica per veicolare, sommessamente, stille luminose di cultura: a cominciare da quella della relazione. Perché la relazione non è solo istinto o emotività disordinata («tu sei cattivo, tu sei buono», dicono i piccolissimi senza tante sfumature): è ascolto, disponibilità al confronto, capacità di governare le emozioni. E chi, se non tu, può trasmettere il gusto della conoscenza? Viviamo nella società dell’entertainment, formidabile alleata del Mercato: un divertimento continuo e imposto, che finisce per svuotare e annoiare. Insegniamo ai bambini che non è tutto un gioco: si possono imparare cose nuove, saper fare cose nuove, sentire l’energia eccitante di una competenza acquisita. Insegniamo il valore dell’armonia: meglio condividere i magnetics con l’amichetta, che averli tutti per sé. Insegniamo a gioire della vita, a non sviluppare un’attitudine all’insoddisfazione, a interessarsi agli altri con spirito d’aiuto.

Un bambino cade? Ci si informa con affetto, non si ride come in certi “innocenti” programmi tv. Tu, cara maestra, puoi insegnare cose speciali e importanti: che siamo tutti uguali e che la sofferenza di uno è come la nostra. Perché scatti l’empatia bisogna vedere l’altro come simile a sé. Un politologo direbbe che la categoria dei clandestini serve a farceli sentire diversi; tu invece puoi insegnare a non covare rancore, che diventa attitudine alla vendetta. E soprattutto, tu li puoi ascoltare: quelle brevi frasi rivelatrici, quelle espressioni di imbarazzo o delusione, quei piccoli comportamenti eloquenti. I genitori la mattina vanno di fretta e la sera sono stanchi: al massimo un po’ di coccole, ma difficilmente un dialogo profondo. In un’aula piena di piccoli amici, tu puoi aiutare ogni bambina e ogni bambino a sviluppare la propria umanità e a far crescere la sua anima: forte, limpida, colma di speranza.

Elisa Manna
Avvenire, 9 novembre 2025