Il 6 agosto si è ricordato l’ottantesimo anniversario della bomba atomica su Hiroshima. Il ricordo di questo tragico “ieri”, richiama l’attenzione sul drammatico “oggi”, sulle tredicimila testate nucleari disseminate ovunque e sui rischi di un politica che continua a “giocare” pericolosamente con la guerra

Di: Daniele Rocchetti Data: 7 Agosto 2025
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6 agosto 1945. La devastazione
Quel giorno – il 6 agosto del 1945 – erano le 8.17 del mattino e la prima bomba atomica della storia esplose a circa 580 metri sopra Hiroshima, una città che si trova nella regione giapponese di Chugoku, sulla costa occidentale dell’isola di Honshu. Hiroshima fu scelta perché il gruppo incaricato di decidere dove sganciare la bomba – il “Target Commitee” – la ritenne adatta in quanto una delle poche città giapponesi non ancora toccata dai bombardamenti americani, quasi completamente integra (così da poter mostrare in modo evidente la potente forza della nuova arma), e perché sede di diverse industrie militari.
Stephen Walker nel suo libro Appuntamento a Hiroshima (Longanesi, 2005) scrive che, “nel primo miliardesimo di secondo, la temperatura al centro dell’esplosione raggiunse i sessanta milioni di gradi Celsius, diventando dieci volte più calda della superficie del sole”. In quell’istante, migliaia di persone furono ridotte in cenere o scomparvero, gli uccelli in volo furono incendiati e i pilastri di acciaio degli edifici di cemento si liquefecero. Subito dopo, arrivò l’onda d’urto, che viaggiava a circa 3.000 metri al secondo con una pressione iniziale di sette tonnellate per metro quadrato, distruggendo tutto ciò che si trovava entro circa ottocento metri dal punto di detonazione (circa 60.000 edifici), causando almeno altre 50.000 vittime. Secondo alcune stime, nei primi secondi dopo l’esplosione morirono circa 80.000 persone. Tuttavia, il vero orrore non si limitava a questi numeri: per la prima volta nella storia della guerra, un’arma aveva generato un’aura di morte invisibile, costituita da raggi gamma e neutroni veloci, che continuò a mietere vittime nei mesi e negli anni successivi.
Alla fine, si stima che le persone collegate in qualche modo all’esplosione siano state circa 200.000. Tre giorni dopo la stessa tragedia si ripeteva a Nagasaki. Di nuovo decine di migliaia di persone cancellate in un istante, per non contare quanti avrebbero dovuto sopportare dolore e morte nei giorni e negli anni seguenti, portando “nei propri corpi”, come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio in Giappone nel novembre del 2019, “germi di morte che continuavano a consumare la loro energia vitale”.
Oggi le testate nucleari sono 13 mila
Quei giorni hanno segnato un vero e proprio crinale della storia dell’umanità che, da allora, è consapevole della possibilità di distruggere per sempre l’intera umanità. Non è un caso che i grandi pensatori del Novecento e molti teologi (anche sulla scia dell’alienum est a ratione della Pacem in Terris di papa Giovanni XXIII?) abbiano lungamente riflettuto sulla “condizione atomica”, sull’”arroganza tecnica” che ha modificato, irrevocabilmente, il rapporto con la politica e con la scienza.
E tutto ciò non è una storia di ieri, di ottant’anni fa. E’ storia di oggi. Vale la pena sapere che le testate nucleari nel mondo sono poco più di 13 mila, disposte principalmente tra America del Nord, Europa ed Asia. I Paesi che al momento dispongono di più testate nucleari sono Stati Uniti – con 5.550 testate – e Russia – con 6.257 testate. In Europa, invece, i paesi che dispongono di testate nucleari proprie sono Francia (290) e Regno Unito (225). Chiudono il cerchio, Cina (con 350 testate), Pakistan (165), India (160), Israele (90) e Corea del Nord (45). A questi vanno aggiunti poi quelli facenti parte del progetto NATO “Nuclear Sharing”. Secondo recenti stime, 100 bombe americane B-61 sono distribuite sul suolo europeo tra alcuni paesi della NATO: Italia (35 bombe totali nelle basi di Ghedi e Aviano), Germania (15 bombe nella base di Büchel), Belgio (15 bombe nella base di Kleine Brogel), Olanda (15 bombe nella base di Volkel) e Turchia (20 bombe nella base di Incirlik).
Mattarella: le “irresponsabili retoriche di conflitto”
Non solo: il ritorno delle guerre su larga scala, con il minaccioso richiamo più o meno velato al ricorso all’atomica, ripropone con forza, tra le altre, due questioni: una politica e l’altra tecnica. Sulla politica, mi piace riprendere ciò che il Presidente Sergio Mattarella ha detto nel suo recente viaggio a Hiroshima (8 marzo 2025).
L’atrocità di quei due momenti, le terribili conseguenze delle radiazioni, contribuirono a formare il consenso internazionale intorno a un imperativo morale: che la bomba atomica non dovesse mai più essere utilizzata. Da quell’orrore trasse nuovo vigore il dibattito sul disarmo. Il Trattato di Non Proliferazione del 1968, ancor oggi architrave della vita internazionale, cristallizza un impegno che ogni Stato ha assunto il dovere di onorare. Eppure, oggi, l’architettura del disarmo e della stessa non proliferazione delle armi di distruzione di massa appare minata da irresponsabili retoriche di conflitto, quando non dai conflitti in atto. Minacce di ricorso agli ordigni nucleari sono pronunciate con sconsideratezza inquietante. Sono in gioco i destini dell’umanità. Trattati fondamentali sono ostacolati o abbandonati. Si vagheggia persino di “armare” lo spazio extra atmosferico, sottraendolo a una cooperazione pacifica a beneficio di tutti. Il tabù nucleare – pilastro nei rapporti internazionali per decenni – viene eroso, pubblicizzando l’esistenza di armamenti atomici di cui si sottolinea la portata cosiddetta “limitata”, controllabile, asseritamente circoscritta a singoli teatri di operazioni e, dunque, implicitamente suggerendo la loro accettabilità nell’ambito di guerre che si pretenderebbero locali.
Parole che mantengono, nella situazione di (dis)ordine mondiale in cui viviamo, una straordinaria forza e attualità.
Camus e “l’ultimo grado di barbarie”
Sulla tecnica, vale la pena ricordare ciò che Albert Camus, due giorni dopo Hiroshima, scrisse in un editoriale non firmato apparso sulle colonne di “Combat”. L’autore de “La peste” evocava l’ascesa di una “civiltà meccanica” che ha raggiunto il suo “ultimo grado di barbarie” e denunciava l’ipocrisia di celebrare la bomba come trionfo della scienza.
Secondo Camus, l’umanità si trova davanti a una alternativa radicale: vale a dire, quella fra commettere un suicidio collettivo o quella di cominciare a utilizzare in maniera intelligente le scoperte scientifiche. Nell’editoriale di Polidemos, il centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università Cattolica, Luca G. Castellin ricorda che qualche mese più tardi, in modo non dissimile, Sartre scorgeva nella bomba il compimento estremo della libertà umana.
Diventato padrone assoluto della propria fine, l’essere umano “ogni giorno, ogni minuto, dovrà dare il suo consenso a vivere”, consapevole di essere l’unico garante della propria esistenza. Qualcuno alzi la voce per ricordarlo ai tanti dottor Stranamore che ancora circolano e, soprattutto, ai tanti generali Ripper, cosi ben raccontati da Stanley Kubrick, in preda a deliri di onnipotenza che rischiano, anche con il nostro silenzio, di farci cadere nell’abisso di morte e di distruzione totale.