Deus Caritas est

Dallo Spirito Santo dipende tutta la vita spirituale del cristiano. Vi ho detto qualcosa della vita di fede e di speranza, che si esprime nella preghiera come frutto dell’azione dello Spirito in noi. Ma già si è accennato ieri nell’omelia che, per il dono dello Spirito Santo, è soprattutto la carità che viene effusa nel cuore dell’uomo ed è all’esercizio soprattutto della carità che viene giustamente attribuita l’azione segreta, ma efficace dello Spirito Santo nei nostri cuori. Ci siamo richiamati per questo al testo dell’Epistola di san Paolo: “La carità di Dio è stata effusa nel nostro cuore per lo Spirito Santo che ci fu donato”, cioè dal dono dello Spirito d’amore. Che cos’è questo amore? L’amore suppone la distinzione e crea l’unità; suppone l’unità che sussiste soltanto nella distinzione delle persone.

Per avere una certa idea dell’amore, noi dovremo studiare più attentamente quello che è Dio in se stesso, perché l’ultima rivelazione che la parola del creatore ci ha dato dell’essere di Dio, è questa: “Dio è carità, Dio è amore”. “Deus caritas est”. Si può comprendere l’amore, così come si comprende Dio; per cui se Dio è incomprensibile, è incomprensibile anche la carità. Tuttavia quanto noi possiamo intravedere del mistero di Dio proprio in forza della rivelazione divina, tutto questo anche ci aiuta a comprendere la natura, il carattere e le operazioni della carità. Perciò noi dobbiamo parlare decisamente di Dio. Di Dio in sé stesso, di Dio nella sua intima vita, nelle operazioni che Egli ha compiuto.

Dio in se stesso ci rivela che è essenzialmente Uno. Direi che in tutto l’Antico Testamento la perfezione che maggiormente lo rivela è la sua Unità. Anche oggi è l’ebraismo, come anche l’Islam, che soprattutto proclamano la sua Unità trascendente: Egli è Uno, Uno solo! Noi lo diciamo ogni giorno: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo”. L’Unità di Dio però, è una unità ben diversa da come noi possiamo pensarla. L’essere creato non è, ma possiede; non è, ma ha. A proposito del nostro vivere, noi dobbiamo coniugare il verbo avere, mentre a proposito dell’Essere divino, dobbiamo coniugare il verbo essere.

Io ho, ma non sono, perché quello che sono, lo ricevo da Lui. “Che cosa tu sei, che tu non abbia ricevuto?” Che cosa hai che tu non lo abbia ricevuto? L’essere stesso è un dono che Dio ci fa; noi non siamo per noi stessi, siamo perché Dio ci ha creati. L’essere stesso, dunque, lo riceviamo da Dio. Il riceverlo vuol dire che non siamo l’essere ma lo possediamo per una sua partecipazione.

Dio è l’assoluta, eterna, infinita povertà!

Qui è la differenza fra l’unità che si trova in Dio e l’unità che io posso ritrovare nella creazione. L’unità nella creazione è il vuoto perché, se togli quello che la creatura possiede, essa non è; dunque bisogna che la creatura sia molteplice. Quanto più ha, tanto più è, perché l’essere della creatura, siccome è un dono, si misura da quanto riceve: tanto più è quanto più riceve. In altre parole, l’unità della creatura, senza la molteplicità, è puro vuoto, pura capacità; e dire unità, vuol dire povertà. Quando di uno si dice che ha due o tre milioni, che possiede quattro o cinque palazzi, ha quattro ville al mare, cinque o sei in montagna, allora è qualcuno, perché l’essere per noi implica l’avere. In Dio non è così. Dio non ha bisogno che all’essere suo si aggiunga nulla. Non solo, ma non può neppure aggiungere nulla, perché Egli non ha, Egli è. In altre parole, Dio è l’assoluta, eterna infinita povertà. Sì! Egli è essenzialmente povero. Essere ricco vuol dire avere, Dio invece non ha nulla. L’essere di Dio non si esprime per quello che ha, appunto perché Egli non possiede. L’essere di Dio si esprime per quello che è. E che cosa è Dio? È l’Infinito, è l’Eterno, è il Bene; è la Sapienza, è la Verità, è il Tutto. Non ha nulla, ma è tutto. L’avere vuoi dire ricevere, vuoi dire un’aggiunta all’essere. L’essere creato è pura indigenza, è vuoto che Dio riempie con i suoi doni. Dio non può ricevere nulla, perché Egli è già tutto. Egli è, non ha. L’avere suppone la costituzione dell’essere primo, a cui si aggiunge poi un avere. A Dio non può essere aggiunto nulla.

Che cosa puoi aggiungere all’Infinito? Quanto fa l’Infinito più uno? All’infinito non si può aggiungere assolutamente nulla; contraddice all’essenza stessa dell’infinito poter aggiungergli qualche cosa. Per questo, l’unità di Dio è ben diversa dall’unità della creatura. Quando io parlo dell’unità della creatura, parlo del vuoto; l’essere senza l’avere per la creatura è vuoto. L’essere di Dio, proprio senza l’avere, è totalità, beatitudine infinita, immensa, eterna.

Come ama Dio se è Uno?

Ora non può mancare a Dio la perfezione dell’amore, dal momento che l’amore è una perfezione; ma come fa ad essere amore se è Uno? Per amare ci vuole l’amante e l’amato. Ma potrei anche amare me stesso e dunque essere uno. Sì, è vero! Ma è a causa dell’imperfezione propria del nostro amore che possiamo ripiegarci sopra noi stessi; l’egoismo non può far parte della totalità del vero amore. È una imperfezione dell’essere questo amore che ci chiude in noi stessi. Di per sé l’amore invece è il rapporto che uno può avere al di fuori di se stesso. L’essere creato, e anche Dio, se ama, deve essere rapporto reale con un altro; ma come può Dio essere rapporto reale con un altro, se l’Unità di Dio suppone le persone distinte in questa stessa unità? Egli “è uno in tre persone uguali e distinte” dice il catechismo. L’unità di Dio non si moltiplica. Egli rimane uno, ma è proprio il fatto dell’essere uno in tre persone distinte, che rende possibile la definizione di Dio come amore. Se fosse uno senza essere trino nelle persone, non sarebbe amore. Se fosse trino e non fosse uno, non sarebbe ugualmente amore, perché l’amore non sarebbe perfetto. Se Dio fosse amore per i rapporti con noi, sarebbe un Dio ben povero, un Dio che non sarebbe più Dio, perché se Dio diviene amore soltanto congiunto alla creazione, Egli non potrebbe amare nessuno infinitamente come ama Se stesso. L’essere che ama, se vuole essere tutto amore, deve donarsi totalmente all’altro che ama. Ora nessuna creatura può ricevere totalmente Dio perché la creatura è finita, e Dio è infinito. Dio non sarebbe amore, se fosse amore soltanto in quanto ci siamo noi; questo amore dimostrerebbe che Dio stesso è imperfetto, che Dio stesso non realizza l’essere suo, perché la realizzazione di sé, come amore, suppone un altro da sé, ma uguale a sé.

Dio dunque è amore perché è uno e perché, nello stesso tempo, è trino nelle persone. L’amore cioè è nell’intimo stesso di questa unità per la quale il Padre dona tutto Se stesso, cioè tutta la natura divina al Figlio e il Figlio ritorna a donare tutto Se stesso, cioè la natura divina, al Padre. Il dono è l’unità. una unità che viene generata ed è posseduta. Viene generata dal Padre ed è posseduta dal Figlio: è donata dal Figlio al Padre, in una offerta di pura relazione. Così il Padre vive nel Figlio e il Figlio vive nel Padre nell’unità di un amore che è l’unità stessa della sua natura che è pienamente donata nella distinzione delle persone che si amano.

Perché Dio è trino?

Se questo è vero, possiamo fare una obiezione: perché invece di essere due, sono tre le persone? Osservate la famiglia umana: se la famiglia si chiude, marito e moglie, diventa una monade chiusa. Se tu ami veramente e ti leghi all’altro per amore e se il tuo è amore perfetto, tu non puoi pretendere di essere il solo ad amare: devi volere che anche altri amino. L’amore se deve essere totale, non può essere limitato. Dio, essendo amore, non è soltanto Padre e Figlio, ma è Padre, Figlio e Spirito Santo. Questo vuol dire che tre persone divine, esprimono la natura stessa dell’amore meglio che due persone divine. Unità della natura e trinità delle persone; questa deve essere la rivelazione suprema dell’amore, se Dio è amore. Dio è amore essendo uno nella natura e trino nelle persone.

Dunque il rapporto di amore non può essere limitato. Qualche cosa di questo si vede anche nella famiglia umana, perché non sono due che si amano; c’è anche il figlio fra di loro, sul quale converge l’amore della madre e del padre. Il figlio rompe l’unità del marito e della moglie, amando sia la madre che il padre. Anche nella famiglia umana l’amore, se è perfetto, indica che la qualità del rapporto marito e moglie si rende più profondo con un altro rapporto che crea una unità nuova, la famiglia. Fra lo sposo e la sposa il rapporto è divino, perché non c’è soltanto il rapporto nuziale dello sposo alla sposa e della sposa allo sposo; c’è anche il rapporto di maternità e di paternità nei confronti del figlio e il rapporto filiale da parte del figlio nei riguardi della sposa e dello sposo che diventano la madre e il padre. Qualche cosa di simile avviene anche in Dio. Infatti lo Spirito Santo, secondo quello che dice sant’Agostino, è l’unità del Padre e del Figlio.

Ora noi troviamo due cose da affermare solennemente nella natura dell’amore, così come si esprime in Dio: la necessità dell’unità originaria e dell’unità come frutto ultimo. Unità originaria: la natura divina. Unità come frutto ultimo dell’amore: la Trinità. Lo Spirito Santo è l’unità del Padre e del Figlio, del Figlio col Padre che si uniscono.

Tutto questo dobbiamo trovarlo poi nell’azione dello Spirito Santo che agisce in noi. Le persone umane sono più di tre, tuttavia dobbiamo essere uno. Dobbiamo vedere allora come lo Spirito Santo opera, Lui che è l’amore personale del Padre e del Figlio, Lui a cui si attribuisce l’amore stesso.

Lo Spirito Santo opera l’incarnazione del Verbo

Abbiamo già detto che la vita spirituale dipende dall’azione dello Spirito. Come lo Spirito Santo opera in noi e ci fa vivere l’amore? Si è detto che il Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo si comunica a noi; dunque nel dono che Dio ci fa nello Spirito Santo, Dio si comunica a noi, Dio vive in noi. Ora in che modo Dio si manifesta presente in noi? Che cosa opera lo Spirito Santo comunicandosi all’uomo? Comunica l’amore. Lui che è amore sostanziale e perfetto, lui che è amore infinito ed eterno, lui che è amore increato, si comunica a noi in modo reale, trasformandoci in qualche modo in amore. Questo amore come si esprime? Si esprime come unità di una molteplicità di rapporti che si riducono all’unità. Quale unità? Qual è l’opera per eccellenza dello Spirito Santo, che noi diciamo ogni volta che recitiamo il Credo? “Si incarnò per opera dello Spirito Santo”. Dunque l’opera dello Spirito Santo è l’incarnazione del Figlio di Dio. Che cosa avviene nell’incarnazione del Figlio di Dio? Avviene una unità mirabile, straordinaria, unica nel suo genere e che per noi è incomprensibile. Dio e l’uomo, tempo ed eternità, sono una creatura sola: Cristo Gesù. Il mistero dell’incarnazione è il mistero dell’unità più paradossale che si possa pensare. Non è una unità come quella di Dio, è una unità che, per opera dello Spirito Santo, nasce da questa persona divina, che è la persona del Verbo che è unica nella natura divina e nella natura umana. In tal modo che la persona del Verbo, che è tutto Dio, è anche, insieme, Dio e uomo. Tutto Dio è l’uomo. Di qui ne deriva che il mistero dell’incarnazione assume questa unità paradossale: la creatura e il Creatore non sono la stessa cosa, eppure sono uno. Tempo ed eternità non sono la stessa cosa eppure, tuttavia, sono la vita di un essere solo: Cristo Gesù. Tempo ed eternità coincidono nell’unità personale del Verbo. Creazione e Creatore coincidono nella persona del Verbo. Dio e l’uomo, che sono ad infinita distanza, che sono gli estremi dell’essere, coincidono nella persona del Verbo incarnato, nel Cristo. L’opera dello Spirito Santo è l’unità, ma non più l’unità di Dio solo, ma anche l’unità di tutta la creazione. La creazione diviene una in Dio; lo Spirito Santo realizza questa unità paradossale per cui la creazione e Dio sono il Cristo.

Che rapporto fra Dio e la creazione?

Che cosa vuol dire che la creazione e Dio sono il Cristo? Forse Dio riceve qualche cosa? No certo; la creazione è già ordinata all’incarnazione del Verbo fino da quando Dio lo ha voluto. San Giovanni della Croce in uno dei suoi scritti, dice queste parole che sono metafisicamente chiare, anche se non riusciamo a capirle: “la creazione è Dio”. Se dico “io sono”, Dio non è più uno: a Dio non si aggiunge la creatura, a Dio non si assomma nulla.

Si è detto prima che l’infinito più uno fa l’infinito. Non si può sommare nulla all’infinito, dunque neppure la creazione a Dio. La creazione è Dio. Ma la creazione non è Dio. Allora come si può capire tutto questo? Se dico la creazione è Dio, io identifico la creazione con Dio. Ma se dico la creazione è in Dio, accenno a quel misterioso rapporto che la creatura ha con Dio che trae dal nulla questo essere. Dal nulla no: il nulla non esiste, il nulla non è. È in forza di un atto libero e gratuito che Dio stabilisce la creazione. Dio stabilisce la creazione per questo atto contingente e libero, ma che è al tempo stesso divino, perché è atto di Dio. La creazione in sé è voluta da lui liberamente, ma è voluta in ordine alla realizzazione di sé come atto di libertà.

È un po’ difficile quello che vi dico. La creazione è voluta da Dio come atto della sua libertà, mentre la processione delle persone divine è atto di necessità, non atto di Dio come libertà, perché fa parte della sua natura. L’atto che costituisce la creazione è l’atto di Dio come libertà, perché la creazione non è necessaria a Dio. Dipende soltanto dalla sua volontà libera. Però è atto di Dio e l’atto di Dio non è Dio stesso? Che cosa ne viene di qui? Che la creazione è voluta da Dio in ordine ad essere assunta, ad essere come partecipazione della divinità, dirà la teologia della Chiesa orientale. La creazione avrà raggiunto la sua perfezione, quando essa diverrà Dio per partecipazione di amore. Tutta la creazione tende a Dio nell’uomo: forse anche in altre creature intelligenti, forse anche nell’angelo.

Il nulla non è qualche cosa, è solo una espressione antropomorfica del linguaggio, perché non ci si può esprimere in altro modo; è il nulla che accoglie il tutto divino. Vi è progressione in qualche modo fra il nulla e il tutto, perché il nulla, dicevo prima, è come una capacità che accoglie l’Infinito. Le creature sono in ordine ad accogliere Dio. Si è detto prima che l’essere della creatura si deve coniugare col verbo avere. Io sono? No! Non sono! Anche l’essere che posseggo, lo ricevo da Dio e lo ricevo in ordine ad accogliere Dio, perché Dio non può dare altro che Sé stesso. La creazione è condizione soltanto di questo suo fine ultimo che è l’Incarnazione del Verbo, che è Dio egli stesso. L’uomo è Dio: ecco il Cristo. La creazione è Dio in Cristo Gesù. L’uomo è Dio in Cristo; ma l’uomo non cessa di essere tale nel senso che rimane libera la presenza di Dio nella creazione e libero è questo essere assunto da Dio. La creazione è, ripeto, in Cristo Gesù! Queste parole che vi ho detto ci dicono che cos’è il nostro paradiso, ma ci dicono anche quello che è la nostra vita quaggiù.

Che cos’è il paradiso?

Il paradiso è Dio stesso. Nessun altra cosa da Dio, perché noi siamo soltanto per vederlo, noi siamo soltanto come condizione alla sua presenza. Se io non fossi, non potrei vederlo, né potrei vivere la presenza di Dio. Ma io non vivo più me stesso, io non posso separare più nulla da me: io non sono che condizione al moltiplicarsi della presenza divina, della beatitudine divina, della gioia infinita di Dio. Non sono che condizione a questo moltiplicarsi di Dio attraverso ogni persona umana. Dio rimane unico e in qualche modo si moltiplica, nel senso che, in Cristo, anche le persone create ora posseggono ma, in questo caso, esse posseggono gratuitamente e non in modo necessario come è invece per le persone divine. Ma che cosa ricevono le creature in questo possesso? Tutta l’immensa felicità divina, tutta l’eternità divina, tutta la gloria divina, tutta la pace e l’amore di Dio! Come ogni persona divina è Dio, così ogni persona creata, in forza dell’azione dello Spirito Santo, viene ad essere come la condizione di questa presenza, di questa gioia, di questa gloria, di questa pace che è Dio stesso.

Il primo effetto dello Spirito Santo nella creatura è questo: l’incarnazione del Verbo. Qualsiasi effetto che lo Spirito Santo produce in forza del dono che fa di Se stesso, è sempre in ordine all’incarnazione del Verbo. Ma l’incarnazione del Verbo è l’opera mirabile dell’amore infinito di Dio che realizza non solo più l’unità del Padre e del Figlio nello Spirito Santo, ma l’unità della creazione di Dio, l’unità del tempo con l’eternità in Cristo Gesù. La prima opera dunque dell’amore dello Spirito Santo in noi è questa unità. Io vivo in ogni istante l’eternità di Dio. Io vivo in ogni luogo in cui mi trovo la sua immensità.

Vivere in Cristo…

Il cristiano deve vivere in continuità il mistero dell’incarnazione. Noi siamo cristiani in quanto siamo nel Cristo, ma essere nel Cristo significa che per noi, è inseparabile la natura umana dalla divinità del Verbo, il tempo dell’uomo dall’eternità di Dio. È questo che giustifica la vita cristiana. Ogni atto del cristiano può meritarci il paradiso per questa inseparabilità del tuo essere creato da Dio stesso.

Se tu vivi in Cristo, Dio è unito a te; tu rimani uomo, ma Dio è inseparabile da te. Se tu sei cristiano, vivi la tua vita umana: fai da mangiare, spazzi la casa, lavori. Ma questi atti umani, piccoli o grandi che siano, sono in un’unità con l’eternità stessa dell’amore. Nel tuo atto vivi già un rapporto con l’eternità stessa di Dio. L’eternità non è aldilà del tuo atto; se fosse aldilà del tuo atto non sarebbe più eternità. L’eternità non è aldilà del tempo. L’eternità non è aldilà e non è al di qua, è la presenza. Non so se mi capite. Quando si parla, per esempio, della vita futura, si sbaglia; la vita futura non si vivrà, si vive la vita eterna. Eternità non è futuro e non è passato, è presenza pura. Noi viviamo la vita eterna. Lo dice proprio nostro Signore nel Quarto Vangelo che già possediamo la vita eterna (e lo dice anche san Giovanni nella Prima Lettera); la possediamo già ora. Se non la possediamo oggi, non possiamo possederla neanche domani.

… è già vivere l’eternità…

L’eternità è una, ma come fa ad essere una? Ecco il mistero dell’incarnazione. Nel Cristo il tuo atto non è separabile dalla presenza di Dio e perciò anche dall’eternità di Dio. Domani non c’è un’altra vita: tu non vivi che l’atto di oggi che è l’eternità. Per ciascuno di noi, l’eternità non è ancora sperimentabile, mentre è sperimentabile l’atto temporale. Domani vivrai la vita che vivi ora, non un’altra, ma la vivrai liberata dall’oscurità del senso, non più nella fede ma nella visione.

È questo che distingue la santità dei santi, perché altrimenti l’eternità sarebbe uguale per tutti mentre per noi non è uguale per tutti. Infatti, nei nostri atti, viviamo l’eternità secondo quello che abbiamo vissuto nel momento presente in unione con Dio. Non è un’altra vita che viviamo. Io vivo questo momento qui anche per tutta l’eternità, lo vivo nella misura che in questo momento sono unito a Dio che è carità. Ora vivo questa eternità nel mistero, la vivo nell’esperienza mia di uomo. Questo medesimo momento che io vivo è, dunque, per me, l’eternità, ma liberata da questo mistero che rappresenta per me l’eternità oggi, cioè nella misura che ho vissuto qui, parlando a voi, la mia unione con Dio. Questo mio atto apparirà in tutta la sua dimensione umana. Non soltanto apparirà a voi ma io stesso lo vivrò nella sua realtà di unione con Dio. Ora invece, io lo vivo soltanto nella fede: il mio atto cade nel segno di questa esperienza sensibile che mi nasconde l’eternità cui sono unito. Io, in realtà, vivo in questo istante l’atto dell’unione della mia vita con l’eternità stessa.

Ecco perché i santi sono diversi, perché diversa è la loro vita. L’eternità invece, è sempre la stessa. Dunque i santi vivono in rapporto con l’eternità attraverso l’atto che compiono, attraverso la dimensione di fede, di speranza, di amore che hanno nell’atto che vivono. Lo Spirito Santo non compie che un’unica opera: l’incarnazione del Verbo e nell’incarnazione del Verbo l’unità della creazione in Cristo Gesù, l’unità del tempo con l’eternità in Cristo Gesù. Noi in loro vediamo Cristo.

…e poter amare Dio e l’uomo!

Che cosa vuol dire per noi, allora, vivere in dipendenza dell’azione dello Spirito Santo il mistero della carità? L’esercizio della carità teologale vuol dire prendere sempre più coscienza di essere una sola cosa col Cristo, di essere nel Cristo e di vivere nel Cristo. Notatelo bene: io ho parlato di questo, perché si deve capire, fin da ora, che il nostro amore del prossimo e il nostro amore per Iddio suppone l’essere in Cristo. La prima cosa che lo Spirito Santo compie in ordine alla carità, è questo prolungamento del mistero dell’incarnazione di Dio, è questo dilatarsi del mistero dell’incarnazione divina mediante lo Spirito Santo. Il Verbo divino si incarna, ma l’incarnazione, da parte del Verbo di Dio, implica la discesa: invece, da parte della natura umana, implica l’assunzione. Egli discende sempre unito a Dio, si lega alla natura umana per implorare Dio Amore. Cristo Gesù si lega a questa natura umana e nello stesso tempo la natura umana si lega a Dio: e in quell’atto umano vive la presenza stessa dell’eternità.

Quando celebriamo la Messa facciamo presente l’atto del Cristo. Attraverso l’atto che compie la Chiesa, si fa presente l’unico atto in cui Cristo eternamente rimane. È un atto umano l’atto della sua morte: ma è anche l’atto di Dio, perché in questo atto Egli eternamente rimane. Nel suo atto di morte, che è il venir meno alla sua condizione terrestre, la natura umana sperimenta e vive l’eternità stessa di Dio. Egli è Dio e in questo atto Egli si fa presente.

È quello che avviene anche per noi nella misura che noi, mediante lo Spirito, viviamo l’incarnazione del Verbo. Infatti anche noi, tanto più viviamo il mistero di dipendenza dallo Spirito Santo, quanto più viviamo il mistero della morte e della resurrezione di Gesù.

Il nostro essere cristiani, non è altro che una partecipazione e un prolungamento dell’incarnazione del Verbo. La vita cristiana, altro non è che una partecipazione al mistero della morte e resurrezione del Cristo.

Che cos’è l’unità in Cristo operata dallo Spirito santo?

Allora lo Spirito Santo opera, prima di ogni altra cosa, l’unità in Cristo Gesù. Ma che cosa vuol dire l’unità in Cristo? Ecco un altro punto molto importante: vuol dire che lo Spirito Santo opera la nostra unità in Cristo. Per prima cosa, vuol dire che in noi si ripete il mistero stesso di Dio, che è Uno nella natura e trino nelle persone. Ed è lo Spirito Santo che opera questa l’unità, che poi si estende a tutta l’umanità, a tutta la creazione. tutto diviene un unico Cristo, un solo corpo e un solo Spirito.

Voi vedete la differenza che esiste tra quello che dice la liturgia sino alla consacrazione e quello che dice dopo la consacrazione, nelle preci eucaristiche. Fino alla consacrazione, si parla della Chiesa come popolo di Dio. Siamo popolo di Dio, sì, fintanto che si cammina, fintanto che non siamo assunti dal Cristo e trasformati perfettamente in Lui. Infatti, una volta che siamo stati trasformati perfettamente nel Cristo, che cosa diciamo? Ecco la seconda parte della liturgia, la prece eucaristica: essa dice che, per lo Spirito Santo, noi diveniamo, per la comunione al corpo e sangue di Cristo, un solo corpo: e un solo spirito. Che cosa opera lo Spirito Santo allora nella nostra unità col Cristo? Ci fa tutti un solo uomo, Cristo. Non solo tutta l’umanità diventa un solo uomo, ma tutta la creazione diviene un unico Cristo, il Cristo totale.

Tutta l’umanità ha vissuto e vive la fede nel Cristo venturo. Che cosa insegna la Chiesa a proposito della nostra vita dopo la morte e resurrezione del Cristo? La Chiesa dice che la vita di ogni cristiano è la partecipazione a quell’atto: ciò implica che il tempo che precedette la morte e la resurrezione di Cristo vive, in ordine a quell’atto, una morte e una resurrezione. Tutto il tempo che viene dopo la morte e la resurrezione di Cristo sino alla fine del mondo, non è altro che quell’atto: e tutta la storia appartiene a quell’atto. Egli non fa parte della storia; è tutta la storia che fa parte di quell’atto. La tua vita, se tu vivi, è soltanto una partecipazione a quell’atto; e così è per la vita di tutta l’Italia, se vive. Così è per la vita di tutta l’umanità, se vive: è una partecipazione a quell’atto. Al di fuori di quell’atto c’è il vuoto, c’è la morte, c’è la distruzione, c’è l’inferno; non esiste altro per la nostra vita.

Altrettanto per il Cristo totale: dal momento che la creazione è in ordine all’elevazione soprannaturale, tutte le cose “sono” nella misura che vengono assunte dal Verbo. Al termine, non rimane che il Cristo storico di sant’Agostino. Al di fuori del Cristo non c’è che l’inferno. L’unico Cristo è l’incarnazione del Verbo. Ecco l’opera dello Spirito Santo: è Cristo ed è Cristo nell’atto della sua morte e resurrezione.

La carità non può avere limiti e deve essere libera

È importantissimo capire come tutta la nostra vita cristiana non sia altro che una realizzazione, mediante la fede, di questa nostra unità in Cristo Gesù. Togliete il Cristo e tutto precipita nel vuoto, non esiste più nulla. Tutto questo vuol dire che siamo uno nella misura che viviamo l’amore di Dio, la carità. Se io, per esempio, rifiuto la mia carità anche verso un solo uomo, mi separo da Cristo. La separazione non la crea Cristo ma la fanno le persone; la fanno coloro che vogliono andare all’inferno. Dio non manda nessuno all’inferno, sono gli uomini che vogliono andare all’inferno. Non è Dio che condanna. Dio non può condannare.

Quante volte si sente dire che non si può accettare l’inferno, perché Dio è buono e perciò porta tutti in paradiso. È vero che Dio non condanna, è vero che Dio non separa, Dio è l’unità; ma è vero che Dio, avendoci fatti liberi, non toglie a noi la possibilità di rifiutare il suo amore. Pertanto chi va all’inferno ci va perché ci vuole andare, perché non vuole assolutamente accettare di essere amato.

La creazione non ha la libertà di consentire all’atto divino. Gli uomini invece non, possono essere assunti che in quanto essi medesimi lo vogliono. Dunque, la nostra assunzione nel Cristo, la nostra unità nel Cristo dipende dal consenso libero e pieno all’atto di Dio: volontà di libertà all’atto divino. Il nostro consenso all’atto divino che ci assume, è necessario; senza questo non siamo assunti, perché Dio rispetta la libertà che ci ha dato, perché l’amore deve essere libero. E deve esserlo non soltanto in Dio che ci ama, ma anche in noi nel lasciarci amare. Il matrimonio umano nasce da un duplice consenso: così è, anche in questo amore che realizza l’unità in Cristo. Tutto dipende dalla volontà divina che ci sceglie: e Dio ha scelto già tutta la creazione, perché tutta la creazione è voluta in ordine a Cristo. Egli ci ha scelto fin dall’eternità. Ma questa scelta e questa elezione non consuma l’unione fintanto che tu non consenti a Dio.

Quando l’arcangelo si presenta alla Vergine e le dice: “Concepirai un figlio e gli darai nome Gesù”, tutto è sospeso al fiat di Maria. Finché Maria non dice di sì, non avviene nulla. Dio è onnipotente, ma non fa nulla senza il minimo consenso della creatura alla quale si rivolge.

Così anche lo Spirito Santo opera l’unità, ma questa unità la realizza attraverso il consenso umano. Se tu non consenti, vuol dire che tu precipiti nel vuoto, che tu precipiti nella solitudine dell’inferno. Non esiste per te né amore né vita: ecco l’inferno. Al contrario, nella misura che dici di sì, si compie per te l’unità nel Cristo.

Unità nella distinzione

Nell’unità del Cristo, la distinzione delle persone resta. Per questo noi siamo salvati, perché se lo Spirito Santo compisse soltanto l’unità del Cristo, per noi tutto finirebbe. Ma come l’unità in Dio, delle tre persone in una natura, lascia immutata la distinzione delle persone, così tutti noi siamo un unico Cristo ma in questa unità del Cristo io rimango come realmente sono. Perché se io non rimanessi, cesserebbe di essere l’amore. L’amore suppone la distinzione delle persone, proprio come in Dio.

L’amore è insieme unità e molteplicità di rapporto. L’unico Cristo è l’unità paradossale di Dio e delle creature, è l’unità paradossale del tempo e dell’eternità; ma in questa unità paradossale il Verbo divino mi ama e io lo amo, il Verbo divino ci ama e noi lo amiamo. Non solo, ma anche la molteplicità di persone fra di noi resta, perché il Padre non è rapporto soltanto con lo Spirito Santo ma anche col Figlio. E lo Spirito Santo non è soltanto rapporto col Padre e col Figlio: infatti, c’è un rapporto “verticale” di tutti noi col Verbo divino che ci assume. Noi non possiamo prescindere dal nostro rapporto col Cristo, altrimenti vorremmo l’inferno.

Noi siamo soltanto in rapporto col Cristo che può stabilire anche il rapporto fra noi. L’amore del prossimo non esiste, assolutamente non esiste, se noi non siamo in rapporto col Cristo. È nel Cristo che si fonda l’amore del prossimo. Non si può parlare dell’amore del prossimo prima della nostra unione con Cristo. È il nostro rapporto col Cristo che realizza l’unità di tutti noi in Lui e che è il fondamento del rapporto anche “orizzontale” di ogni persona umana con l’altra persona umana. Senza il nostro rapporto con Cristo esiste un amore ma che non è l’amore teologale, non è l’amore che ci salva. Una madre, non può salvare nemmeno il proprio figlio col solo amore di madre perché con esso, non può dare l’eternità. Ma la mamma salva i figli amandoli in Cristo Gesù, perché è nell’unità col Cristo che ciascuno di noi salva anche gli altri.

Di qui ne deriva quello che tante volte vi ho detto: la stupidità di tutti quelli che parlano dell’amore del prossimo senza fondare l’amore del prossimo nell’unità del Cristo. In Lui io trovo tutti gli altri. Come una madre non salva i suoi figli se non li ama in Cristo, così un figlio non salva i propri genitori se non li ama in Cristo Gesù. È soltanto l’amore in Cristo Gesù che li salva, perché in questo amore, tutti noi siamo già assunti in Cristo che è il solo Salvatore del mondo.

Amerai il prossimo tuo come te stesso

È una cosa importante questa. Prima di tutto dunque, si stabilisce l’unità di Dio: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”. Poi l’unità nel Cristo, che è l’unità di Dio e della creazione, del tempo e dell’eternità. In questa unità, c’è il rapporto del Cristo verso di me e di me col Cristo: ma c’è anche il rapporto orizzontale divino con tutti gli uomini perché Egli amava senza mettere nessuna riserva o condizione al suo amore. Il suo amore, una volta liberato dai condizionamenti della vita umana, ha potuto raggiungere tutti gli uomini e tutti gli uomini vengono salvati dal suo amore. Tutti gli uomini sono salvati dall’atto della sua croce. Non crediate che Gesù Cristo, morente sopra la croce, ci avesse tutti presenti come uomo; non avrebbe potuto farlo. Sarebbe mostruoso pensare che un uomo, con un atto umano, possa aver presenti a sé tutti gli uomini che erano vissuti e che sarebbero vissuti in tutti i tempi. Non sarebbe stato più uomo. La natura umana è impossibile che abbia questa presenza. Fintanto che Gesù è vissuto quaggiù, anche la sua vita umana era condizionata dalla sua natura; però, per il fatto che non poneva nessuna riserva o condizione al suo amore, una volta liberato dai condizionamenti terrestri, il suo amore si è riversato su di noi e ha raggiunto tutti personalmente. Io sono conosciuto da Lui, io sono amato da Lui: Egli mi chiama per nome. Ma è proprio questo ciò che opera lo Spirito Santo.

Scusate se sono stato difficile e lungo; però è importante notare questo, perché parlare dell’amore direttamente, senza parlare dell’opera dello Spirito Santo che è il prolungamento dell’Incarnazione, sarebbe stato parlare di cose che non hanno un fondamento. Poniamo allora questo fondamento e poi vediamo come lo Spirito Santo operi in noi e noi viviamo, in dipendenza dello Spirito, la carità vera, la carità verso gli uomini e verso Dio. E nella carità verso Dio, noi vedremo come, in dipendenza dello Spirito Santo, noi viviamo il nostro rapporto col Padre: l’amore puro verso Dio, la lode per Lui, la gioia divina che è trasformazione nostra in Dio stesso. Poi vedremo come vivremo invece in Cristo, mediante lo Spirito, questo amore per l’uomo, che fa sì che noi realizziamo la nostra unità, il rapporto vero con l’altro. Noi amiamo l’altro come noi stessi, perché siamo persone distinte, ma non possiamo separarci dal momento che siamo una sola cosa in Cristo. Dal momento che siamo una sola cosa, io non posso fare differenza fra me e gli altri; le persone sono distinte, ma l’amore rimane unico. Di qui ne deriva quello che dice il Vangelo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Perché? Perché il prossimo tuo in qualche modo sei tu. Se sei uno in Cristo, il distruggere questa unità vuol dire distruggere noi stessi. Di qui l’universalità dell’amore, di qui anche la misura dell’amore: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Come te stesso e non di meno!

C’è certamente anche in noi il più e il meno, perché siamo imperfetti, perché non si vive in dipendenza dello Spirito. Se vivessimo in dipendenza dello Spirito, vivremmo quello che dice san Massimo il confessore: ameremmo tutti di uguale amore. Quale amore? Il massimo per ciascuno, perché per ciascuno l’anima vive il dono reale di sé. E un po’ difficile l’amore per il prossimo, perché bisogna vedere qual è la natura di questo amore. Un certo amore naturale lo possiamo provare per tutti. Quelli che ci sono simpatici, quelli che sono bravi. Ma all’amore per cui amiamo tutti di quello stesso amore onde cui amiamo noi stessi, cioè un amore totale, si può giungere solo nella misura che ci si abbandona all’azione dello Spirito Santo.