Vangelo di Giovanni
Capitolo 6
Silvano Fausti

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Da dove compreremo pane?
6,1–15
“Da dove compreremo pane?”, chiede Gesù a Filippo. “Da dove” indica l’origine, la natura. Si tratta di un pane che il discepolo ancora non conosce, come la samaritana non sa da dove viene l’acqua (cf. 4,11), Nicodemo da dove viene il vento (cf. 3,8) e il maestro di tavola da dove viene il vino (cf. 2,9). È un pane che, a differenza dell’altro, si mangia senza denaro e senza spesa (cf. Is 55, 1ss), che sazia e fa vivere.
Abbiamo visto che la Parola, diventata carne (c. 1), rinnova alleanza e tempio (c. 2), fa nascere dall’alto (c. 3) e offre l’acqua (c. 4) che fa camminare nella libertà del Figlio (c. 5). Ora ci rivela da dove viene e qual è il pane che mantiene quest’esistenza nuova, in cui si beve “il vino bello”, si diventa “casa del Padre”, si riceve “il vento” dello Spirito, si beve l’“acqua viva” e si “cammina” nell’amore. Questo pane è Gesù stesso, il Figlio che si dona ai fratelli e li mette in comunione con il Padre.
Il racconto è narrato sei volte nei vangeli, rispettivamente due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv. Al di là delle differenti accentuazioni – nello stesso diamante ognuno vede bagliori diversi –, tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eucaristico: il pane prefigura il corpo di Gesù dato per noi, fine della sua e principio della nostra vita filiale e fraterna. L’eucaristia è il modo proprio di vivere del Figlio, il cibo di cui si nutre l’uomo risorto, che porta la sua barella e cammina nel sabato.
L’episodio, situato nel tempo di pasqua, presenta una grande folla che segue Gesù, in un passaggio che va oltre il mare, sul monte. Sono chiare allusioni all’esodo. Con Gesù si compie l’esodo definitivo: si pone “il mare” tra sé e la schiavitù della morte, si arriva sul “monte”, dove si riceve la Parola che diventa pane di vita. In questo cammino c’è sempre la “tentazione ” di sfiducia: come vivere nella libertà, quale cibo garantisce di non morire?
Tutto il c. 6 è un gioco di equivoci sul pane, come prima con Nicodemo sul “nascere” e con la samaritana sull’“acqua”. L’equivoco nasce da un doppio senso: una parola ha un significato comune, ma anche un altro più importante da scoprire, di cui il primo è segno. La lettura simbolica della realtà fa la differenza tra l’uomo e l’animale. Ogni cosa non è solo se stessa, ma anche rimando ad altro. Chi non lo coglie, è un “uomo animale”, che non capisce le cose di Dio (cf. 1Cor 2,14), ma neppure quelle dell’uomo. Il cibo e il sesso, per esempio, servono all’animale per conservare la vita dell’individuo e della specie; per l’uomo invece sono relazione all’altro e servono non per conservare, ma per dare la vita. In un caso sono beni da possedere per vivere, nell’altro sono da donare per amore. L’uomo infatti salva la vita se la dona e la perde se la vuol possedere.
Il testo vuol chiarire che il pane, che sazia la fame dell’uomo, è la vita filiale e fraterna. Ne mangia chi accoglie Gesù, il Figlio amato dal Padre che ama i fratelli.
Il c. 6 forma un’unità articolata, da leggere di seguito. Inizia con due racconti, uno sul monte (vv. 1-15) e l’altro nel mare (vv. 22-25); segue il discorso/dibattito sul vero pane (vv. 26-59), che porta all’accettazione o al rifiuto di Gesù, alla confessione di Pietro o al tradimento di Giuda (vv. 60-71). Come sempre, il fatto è un segno: il discorso/dibattito non solo ne chiarisce il significato, ma è l’impatto tra l’ascoltatore e la Parola, che opera in lui ciò che il racconto dice. La Parola, come è principio della creazione, lo è anche della ri-creazione: fa esistere ciò che c’è, mettendolo in relazione con la sua sorgente.
Al centro del capitolo c’è “il pane”, nominato 21 volte (su 25 in tutto il vangelo di Giovanni). Come l’acqua da cui si nasce e l’aria che si respira, anche il pane è simbolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dell’acqua e dell’aria, non è solo dono della terra e del cielo; è anche frutto di lavoro, condito di gioia e fatica, di speranza e sudore. In esso è iscritto, nel bene e nel male, il destino dell’uomo, unica creatura chiamata a collaborare con il creatore per portare a compimento la creazione.
Gesù ha già parlato ai discepoli del suo cibo, che è fare la volontà del Padre e compiere l’opera sua (cf. 4,32-34). Egli vive di questo cibo, che è l’amore del Padre da comunicare ai fratelli, perché passino dalla morte alla vita. Il suo pane è amare com’è amato; la sua opera è dare la vita ai fratelli.
Il testo manifesta “da dove” viene questo pane. Solo allora si capisce cosa è, come lo si mangia e cosa produce. La domanda di Gesù a Filippo serve ad aprire la mente al mistero di ciò che sta per compiere. È facile scambiare il Signore per un fornitore di pane a buon mercato; per questo la gente lo vuole proclamare re. È invece difficile capire che il pane è segno del dono della sua vita di Figlio di Dio. Non si tratta né di comperarlo né di fare i conti con la propria insufficienza, bensì di accogliere colui che solo ha parole di vita eterna.
Il racconto, parallelo al miracolo di Eliseo (cf. 2Re 4,42-44), richiama il dono della manna nel deserto (cf. Es 16,1ss) e ha sullo sfondo il banchetto della Sapienza (cf. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25) e il banchetto messianico (cf. Is 25,6-10a; 55,1ss). Dio dà la vita; ma qual è la vita che dà, se non la sua?
I vv. 1-4 presentano i personaggi (Gesù, folla e discepoli), il luogo (oltre il mare, sul monte) e il tempo (è vicina la pasqua). I vv. 5-10 preparano la lettura del fatto con un dialogo tra Gesù, Filippo e Andrea. I vv. 11-13 raccontano il dono del pane, con chiaro riferimento alla cena del Signore. Gesù prende il pane, rende grazie e distribuisce; la gente mangia ed è sazia, mentre i discepoli sono invitati a radunare il sovrappiù. I vv. 14-15 mostrano l’equivoco delle folle: hanno mangiato, ma non hanno capito il pane.
Il racconto inizia con Gesù che va oltre il mare fin sul monte, seguito dalla folla, e mette alla prova i discepoli per indurli a capire il pane che darà; termina con Gesù che abbandona la folla, si ritira da solo sul monte e sfugge alla tentazione di chi lo vuole re. Da questa lontananza, in intimità col Padre, soccorrerà i discepoli nel mare in tempesta (vv. 16–21); rivelerà di essere lui il vero pane, proprio perché non vuole regnare su nessuno, ma pone la sua vita a servizio di tutti.
A differenza degli altri vangeli, Giovanni non racconta l’istituzione dell’eucarestia, che ci dà la vita del Figlio. È infatti l’argomento di tutto il suo vangelo. Però nel c. 6 ne illumina il mistero e nei cc. 13-17 ne esplicita le conseguenze per la chiesa che vive nell’attesa del suo Signore.
Gesù è il Figlio che ha in sé la vita come dono del Padre. Ora la dona ai fratelli perché ne vivano. Il gesto che fa e le parole che dice illustrano la sua vita di Figlio: prende il pane, rende grazie e distribuisce ai fratelli, saziando la loro fame.
La Chiesa vive di questo pane: è l’eucaristia, centro della sua vita. Non solo si sazia, ma ne raduna il “sovrappiù”, perché non vada perduto. È infatti la salvezza sua e del mondo intero.
Io sono, non abbiate paura
6,16-21
“Io-Sono, non abbiate paura”, dice Gesù ai suoi nella barca. Hanno raccolto, ma non hanno colto “il sovrappiù” del pane: hanno visto il segno, ma è loro sfuggito il significato. Non hanno capito il fatto dei pani, commenta Mc 6,52. Il seguito del c. 6 ci farà entrare nel mistero del pane che Gesù ha dato: è il dono supremo del Figlio, che ci offre la sua stessa vita.
Anche i discepoli, come la folla, volevano che Gesù diventasse re. Finalmente sarebbe garantito il pane, e senza sudore. Ignorano il suo cibo, che è fare la volontà del Padre (4,34). Vogliono un re che domini su di loro (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,7-15), non il Figlio che fa camminare i fratelli verso la libertà. Vogliono solo mangiare, ma ignorano quel pane che li porta ad amare come sono amati. Eppure la loro barca ne è stracarica, sino ad andare a fondo. Possiamo infatti supporre che abbiano portato con sé le dodici ceste piene.
Anche Paolo viaggerà, prigioniero, su una barca carica di frumento. I duecentosettantasei passeggeri stavano digiuni da quattordici giorni, sbattuti dal vento e dalla tempesta. L’Apostolo li esorta a prendere cibo, necessario per la loro salvezza. E “prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiarne. Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero cibo” (At 27,34-37). Quel poco di frumento, preso con rendimento di grazie, condusse tutti gli uomini in salvo, a terra. Il resto del carico finì nel mare, quasi un’eucaristia cosmica, capace di placare l’abisso.
La situazione dei discepoli è simile a quella che sempre incontrerà la comunità cristiana, anzi la comunità degli uomini. Siamo infatti tutti nella stessa barca, carcerati e carcerieri, come Paolo e i suoi compagni di viaggio. Gesù ha dato il suo pane: la sua vita per noi. Di questo cibo è pieno il mondo. Ma serve solo ad andare a fondo, sino a quando non lo si prende rendendo grazie, lo si spezza e lo si dà a tutti. Questa è la sua nuova presenza da quando è scomparso sul monte, ritornato in comunione con il Padre.
I discepoli, dopo che Gesù si è ritirato, sono rimasti sul posto con gli altri, aspettando che tornasse. Ma non succede nulla. Si sentono soli e abbandonati: viene la sera e abbandonano il Signore. Se ne tornano in città, facendo a ritroso il cammino dell’esodo. Per questo sono presi dalla tenebra. Dopo una giornata di luce, ritornano alla schiavitù dalla quale erano usciti. La delusione li ha indotti ad abbandonare il luogo del pane; la tentazione li ha vinti. Il Signore, dov’è? Non pensa più a loro? Fanno un’esperienza di morte, anticipo dello smarrimento che li coglierà quando Gesù avrà consegnato il suo corpo come pane per la vita del mondo.
La barca dei discepoli si trova immersa nel buio, tra cielo e abisso – nella notte non si distingue l’uno dall’altro e pare di essere sospesi nel vuoto –, con il pericolo di essere sommersa dall’acqua. Infatti un grande vento, mentre la spinge verso il basso, le solleva contro il mare. È un vento ben diverso dallo Spirito che fa nascere dall’alto.
Anche se hanno abbandonato il loro Signore, egli non li abbandona: li ama e non li lascia in preda alle tenebre. Viene loro incontro come colui che cammina sulle acque, vittorioso sulla morte. È lui, “Io-Sono”! Come al mattino di pasqua, si squarcia la notte che avvolge i discepoli: lo accolgono sulla barca e subito, come d’incanto, raggiungono la meta.
Questo racconto, incastonato tra il fatto dei pani e il discorso sul pane di vita, mostra la potenza divina di quel “sovrappiù” che va oltre la sazietà materiale: è la misteriosa presenza dell’assente, il Signore stesso che ci comunica la sua vita, ci salva dall’abisso e ci dà la forza di giungere alla meta desiderata. Il passaggio dal mare alla terra è il passaggio dalla morte alla vita.
Il testo inizia con la “sera” e la “discesa” dei discepoli nel “mare”, sorpresi dalla tenebra e termina nella luce di “Io-Sono”, con il quale “se ne vanno” sino alla “terra”. Questa traversata è metafora dell’esistenza umana: sera e tenebra, barca e mare, vento e terra, scendere e venire, camminare sulle acque e andarsene, sono parole evocative per tutti.
Gesù è assente, sul monte presso il Padre. Dopo il dono del pane è presente ai suoi, che non lo hanno capito e lo abbandonano, come colui che viene loro incontro camminando sulle acque, per portarli a salvezza.
La Chiesa, simboleggiata dalla barca, in assenza di Gesù sperimenta la solitudine, la paura e l’incapacità di compiere la traversata. Ma sperimenta anche la sorpresa della presenza di lui che cammina sulle acque, il ricongiungimento con lui e l’approdo sicuro.
Io-sono il pane della vita
6,22-47
“Io-Sono il pane della vita”, dice Gesù alla folla che è accorsa da lui. Il suo è un linguaggio “mistico”; illustra infatti un “mistero”, quello dell’eucaristia, centro della fede cristiana. Mistica e mistero evocano per noi qualcosa che sa di magia e irrealtà. Ma questa non è che una deviazione, purtroppo facile, del grande destino dell’uomo: l’uomo è di sua natura un mistico, alla ricerca del mistero celato in ogni cosa. Per lui infatti ciò che vede è da capire e interpretare: è un segno del cui significato lui solo tiene in mano la chiave. L’universo è un libro aperto, che è tale se qualcuno lo sa leggere. Nell’uomo il segno trova il suo significato, la realtà la parola che la fa venire alla luce. In lui giunge a compimento l’opera della creazione, che ritrova quella parola dalla quale e per la quale fu fatta.
Quando Gesù afferma di essere il pane della vita, ovviamente dice una metafora. Metafora significa che “porta al di là”. Il linguaggio è sempre metaforico: porta al di là di se stesso, sino alla realtà da capire e da comunicare. Se non siamo dei mistici che colgono il mistero dei segni, non siamo ancora essere umani; sentiamo solo dei suoni che associamo a un oggetto o a una serie di oggetti, come fa anche il nostro cane. Una certa mentalità positivistica non va oltre questo livello, anche se conosce molte più associazioni, che le permettono di dominare, ma non certo di capire il mondo.
Gesù dice che il pane, simbolo della vita, è lui, il Figlio che ama il Padre e i fratelli. La vita dell’uomo infatti è costituita da quelle relazioni di amore che la rendono umana e vivibile: “Chi non ama dimora nella morte” (1Gv 3,14b). Gesù applica a sé le caratteristiche del pane, che è insieme dono del cielo e frutto di lavoro: umile e utile, appetibile e disponibile, semplice e gustoso, faticoso e gioioso, forza di chi lo assimila e comunione tra chi lo mangia.
Le folle cercano Gesù perché hanno mangiato. Vogliono garantirsi la vita materiale; non hanno ancora capito che la vita dell’uomo è entrare in relazione con lui e vivere come lui, il Figlio che si fa pane per i fratelli. Non desiderano tanto lui, quanto ciò che da lui viene; e vogliono impadronirsi della sorgente del pane. Sono come i polli, che vanno dietro alla massaia per amore del becchime. Sono ancora animali, intenti al cibo che perisce. Ignorano il pane che non perisce, quello che mette in comunione con Dio e con gli uomini.
Israele, il primo giorno che entrò nella terra promessa, disse: “Che buono Dio!”; e danzò e tacque di stupore. Il secondo giorno disse: “Che buono Dio, che ci ha dato la terra!”; e cantò e guardò con gioia il cielo e la terra. il terzo giorno disse: “Che buona la terra che Dio ci ha dato!”; e guardò con piacere la terra e il cielo. Il quarto giorno disse: “Che buona la terra!”; e guardò con avidità la terra. il quinto giorno tacque, dimenticò il Padre e guardò con invidia il vicino. Nel sesto giorno ognuno cominciò a litigare con il fratello, per ampliare i propri confini. Così ebbe inizio, e continuò, tutto ciò che leggiamo nei libri di storia e sui giornali: furti e omicidi, imbrogli e menzogne, violenze e ingiustizie, oppressioni e mali di ogni tipo. Il giardino divenne deserto e tutti finirono in esilio, senza terra, senza Padre e senza fratelli.
Il pane che Gesù vuol darci è quello del settimo giorno, che ci riporta dal deserto al giardino, dall’esilio alla patria. Questo pane è la sua stessa vita: il suo amore di Figlio per il Padre e per i fratelli. Solo questo ci mantiene liberi e ci fa abitare in tranquillità la terra (cf. Lv 25,18s).
Ad ogni uomo il Signore ha fatto tre doni. Il primo è l’universo intero, il secondo è il suo proprio io, il terzo è Dio stesso. Fine di ogni dono infatti è il dono di sé. Tutto gli è dato gratuitamente, senza che faccia nulla; sta però a lui riceverlo con gratitudine e vivere in esso il dono che Dio gli fa di se stesso.
Il pane alimenta la vita, ma non è la vita. La vita è accogliere il mondo e il proprio io come dono d’amore di Dio. La relazione con lui è la felicità che ognuno desidera: la vita eterna è dire sì a chi da sempre è sì per ogni sua creatura.
Chi fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la legge e l’alleanza, il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell’anello di fidanzamento e non di chi gliel’ha dato. Allora ciò che è segno perde il suo significato, ciò che è mezzo diventa fine: la vita si riduce a un accumulo di segni senza significato e di mezzi senza scopo. Si mangia pane che perisce. Anzi, pane avvelenato, che fa perire.
Il pane, che Gesù ha “preso rendendo grazie e distribuendo”, è lui stesso, il suo corpo dato per noi. In quanto “pane”, egli ci conferisce la sua vita di Figlio; “mangiarlo” significa assimilarlo, o meglio, esserne mangiati e assimilati, per vivere di lui e come lui. Nel dialogo sono strettamente intrecciati il pane e la fede in Gesù.
In un lungo discorso che occupa il resto del capitolo, Gesù spiega cos’è questo pane (vv. 22-47) e come lo si mangia (vv.48-58). Più che un discorso è, come sempre in Giovanni, un dialogo tra la Parola e noi che ascoltiamo. Nel dialogo escono le varie reazioni, che alla fine determinano la presa di posizione nei confronti di Gesù: o si decide per lui o ci si recide da lui, che solo ha la parola di vita eterna (vv. 59-71).
Il testo è unitario e articolato, con una progressione continua ma graduale, verso un livello sempre più alto.
Questa prima parte inizia con la folla che, non trovando più né Maestro né discepoli, va in cerca di Gesù (vv. 22-24). Quando lo trovano, Gesù li rimprovera di cercarlo per il pane che perisce e li esorta a darsi da fare per quello che non perisce, che porta su di sé il sigillo del Padre (vv. 25-27). Per procurarsi questo pane bisogna credere in lui (vv. 28-29). Alla richiesta di un segno, simile alla manna, perché possano credere in lui (vv. 30-31), Gesù risponde che la manna del deserto, come il pane che hanno appena mangiato sul monte, è segno del vero cibo che viene dal Padre: il dono del Figlio che dà la vita al mondo (vv. 32-33). Alla domanda di avere questo pane, Gesù rivela: “ Io- Sono il pane della vita”, che sazia pienamente la fame e la sete dell’uomo (vv. 34-36), perché è il Figlio che fa la volontà del Padre, testimoniando il suo amore per i fratelli sino a dare la vita; aderire a lui è avere la vita eterna (vv. 37-40). Per credere in lui bisogna superare “lo scandalo” della sua carne, nella quale si compie ogni dono di Dio all’uomo (vv. 41-47).
Gesù cerca di far cogliere, a folla e discepoli, il “sovrappiù” del pane che hanno mangiato. Ci sono due modi opposti di considerare il cibo, che sono due modi opposti di vivere: l’animale lo fa oggetto di preda e lo contende al vicino, il figlio lo prende come dono d’amore del Padre e lo condivide con il fratello. Il primo nega l’umanità dell’uomo: gli dà fame di sempre altro pane che, lungi dal saziarlo, lo fa morire, rendendo impossibile la vita sulla terra. il secondo realizza la sua umanità: lo sazia, rendendolo figlio del Padre e fratello di tutti. La nostra esistenza quotidiana può essere un inferno o un paradiso: possiamo vivere da homo homini lupus, oppure da homo homini Deus!
Gesù dice di sé: “Io-Sono il pane della vita”. è infatti il Figlio che comunica ai fratelli la vita del Padre, il suo amore. questo non è qualcosa di impalpabile e vago, ma il modo concreto di “mangiare il pane”, ogni pane: invece di consumarlo in solitudine, lo si condivide con i fratelli attorno alla mensa del Padre, “prendendo, rendendo grazie e distribuendo”.
La Chiesa vive in pienezza sempre maggiore il “sovrappiù” del pane che ha raccolto nel dono di Gesù. Facendone memoria, compie un continuo esodo da un egoismo che disumanizza a un amore che divinizza l’uomo, dandogli la sua vera identità di figlio nel Figlio.
Il pane che io darò è la mia carne
per la vita del mondo
6,48-59
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, dice Gesù dopo aver detto che lui è il pane della vita. Sin qui ha portato la folla a cercare quel pane che non perisce, che è lui. la manna, come ogni dono, è segno di quel pane che Dio vuol dare a tutti: la vita del Figlio, che ci fa figli.
ma la folla non accetta che lui possa essere il pane disceso dal cielo, che dà vita eterna. Non riconosce la sua origine divina, perché è un uomo, come tutti. Gesù rivela allora che la vita ci viene proprio dalla sua umanità, dalla sua carne offerta per la vita del mondo. Essa è il dono totale di sé che Dio fa all’uomo. Gesù infatti è la parola diventata carne, perché in lui ogni carne ritrovi la Parola.
I termini “carne, carne e sangue” sostituiscono la metafora del pane; “mangiare, masticare e bere” sostituiscono il verbo credere. Credere in Gesù, pane vivente, è mangiare e masticare la sua carne, bere il suo sangue. Dieci volte si parla di “mangiare” o “masticare”, sei volte di “carne” e quattro volte di “bere il sangue”.
“Carne”, come “carne e sangue”, significa l’uomo nella sua umanità concreta. “Mangiare” non solo mantiene in vita – la funzione del cordone ombelicale è sostituita prima dal succhiare e poi dal masticare –, ma, ancor più profondamente, è un atto di comunione tra chi dà la vita e chi la riceve. Ciò che distingue il mangiare umano da quello animale è il suo essere comunicazione d’amore interpersonale, che culmina nella parola scambiata con l’altro. “Non di solo latte vive il bambino, ma di ogni parola che esce dalla bocca della madre”, disse qualcuno parafrasando il detto biblico: non di solo pane vive l’uomo, ma di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3).
Mangiare la carne e bere il sangue – masticare e bere lui! – è un linguaggio molto crudo e duro (cf. v. 60). Ma ciò che significa è ancor più sorprendente: mangiare il Figlio dell’uomo significa assimilare il Figlio di Dio, sino a vivere di lui. mangiare infatti è assumere, metter dentro e assimilare il cibo. Credere in Gesù, aderire a lui e amarlo, qui è chiamato “mangiare”. L’uomo diventa ciò che mangia, o, meglio, ciò che ama. Il Figlio di Dio ci ha amati fino ad essere divorato dal suo amore per noi (cf. 2,17!) e diventare Figlio dell’uomo innalzato; noi, amando e mangiando lui, diventiamo figli di Dio.
Il testo ha due livelli di lettura. è sempre possibile una seconda lettura, perché ogni parola dice altro e, alla fine, dice l’Altro. Questo vale segnatamente per il vangelo di Giovanni, che, invece di raccontare la trasfigurazione, ne fa le lenti attraverso cui guardare tutto il resto. Osserva infatti con l’occhio e il cuore nuovo di chi ama, che in ogni cosa vede il volto dell’amato. questa visione, lungi dall’essere “visionaria”, è la più reale di tutte, perché è fatta alla luce di colui che è luce e vita di quanto esiste.
Il primo livello di lettura, per quanto scandaloso, è comprensibile anche per gli ascoltatori di Gesù. Affermando che lui è il pane di vita e che la sua carne è la vera manna del nuovo esodo, Gesù si attribuisce le prerogative della Parola. Si rivela così come il compimento di ciò che l’esodo e l’alleanza, e ancor prima la creazione, significano: il disegno di Dio di comunicare la sua vita all’uomo. Mangiare e assimilare lui, Figlio amato dal Padre che ama i fratelli, è la nuova legge. Si tratta di una ripresa del tema precedente, con uno sviluppo ulteriore e decisivo: a chi non crede che lui possa dare vita eterna perché è uomo, risponde che proprio la sua umanità è la rivelazione definitiva di Dio. Per questo chi non accetta lui, non compie le opere di Dio e non riceve la vita.
Il secondo livello di lettura è trasparente al lettore cristiano: si tratta di una vera e propria omelia sull’eucaristia. La sua carne non è metaforica: è realmente il suo corpo dato per noi. Chi mangia la sua carne, pane vero, e si alimenta di lui, riceve il dono supremo di Dio: il corpo e il sangue del Figlio, che lo mette in comunione di vita con lui e con il Padre. Giovanni, secondo lo stile che gli è proprio, non racconta l’istituzione dell’eucaristia, che i lettori conoscono; preferisce invece farne comprendere il mistero profondo, esplicitando ciò che gli altri vangeli lasciano implicito.
Parlando di carne e sangue si allude alla croce, dove Gesù darà il suo corpo e verserà il suo sangue. Proprio la sua umanità dona all’uomo ciò di cui tutto è segno: Dio stesso come dono di sé. Per essa entriamo in comunione con il Figlio di Dio che è diventato figlio dell’uomo. Ogni altro pane è simbolo di questo, che è la realtà. Per questo prendiamo ogni briciola di pane – ogni realtà, per quanto piccola sia – come segno d’amore del Padre, rendiamo grazie a lui e condividiamo con i fratelli, facendo circolare in tutto e per tutti la vita del Figlio. L’eucaristia è davvero salvezza nostra e del mondo intero. Infatti ci rende figli nel Figlio, in comunione con il Padre, con i fratelli e con tutto il creato. Ciò che non è oggetto di eucaristia, è morto e infetto di morte.
Questo finale del dialogo ci fa entrare nel mistero di quel “sovrappiù” di pane che ormai è presente in ogni frammento del creato: è Dio stesso che ci dona di vivere di lui, del suo amore. giova ripetere: chi dà una cosa, in realtà dà se stesso. Ogni dono, infatti, implica il dono di sé. Nel dono della carne e del sangue del Figlio si svela e si compie il dono di Dio: accogliamo lui come Padre e noi stessi come figli. e di questo gioiamo dicendo: “Amen”.
Creazione, esodo e alleanza trovano nell’eucaristia la loro pienezza: è la festa del settimo giorno, la libertà dei figli, le nozze tra Creatore e creatura, il riposo dell’uno nell’altro. Davanti a un Dio che si dona a noi – come può non donarsi, se è amore? – non c’è che stupore e gioia senza fine.
Gesù dà la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda del nuovo esodo. La sua umanità, totalmente offerta a noi, rende visibile quel Dio invisibile che è tutto e solo amore: in lui si celebra l’alleanza nuova e definitiva tra cielo e terra.
La Chiesa mangia e beve di lui, vero pane che ci assimila a lui e ci rende capaci di amare con lo stesso amore con cui siamo amati (13,34; 15,9; 17,23). Partecipiamo così della vita trinitaria, amore eterno tra Padre e Figlio che si espande su tutte le creature (cf. Sal 145,9), perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28).
Questo vi scandalizza?
6,60–71
“Questo vi scandalizza?”, chiede Gesù ai suoi discepoli di allora e di sempre, che all’improvviso subentrano ai “giudei” che prima “mormoravano” e poi “litigavano” (vv. 41.45). Gesù ha parlato di sé come del pane sceso dal cielo (vv. 32-47): mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci fa vivere del suo amore verso il Padre e i fratelli (vv. 48-58). Ora che si è pienamente rivelato, chiede adesione a sé. Trova però il muro dell’incredulità non solo presso i giudei, ma anche presso i discepoli. Sono colti da una crisi che porta molti ad allontanarsi da lui.
Dono di Dio e incredulità dell’uomo hanno una storia antica che tende a ripetersi, soprattutto davanti a quel dono supremo che è il dono di sé. Già la caduta di Adamo nel giardino e di Israele nella terra promessa è l’incredulità davanti al dono. Questo comunque è originario e irrevocabile, come l’amore da cui scaturisce.
Gesù, dopo l’entusiasmo suscitato, ha deluso le loro attese messianiche. Oltre che un fatto storico, è un ammonimento alla comunità cristiana. Si può essere affascinati dalle sue opere, ma non accogliere la sua persona ed essere apostati, lontani da lui. Addirittura tra i dodici serpeggia il tradimento (vv. 64b.71). Giuda rappresenta per la comunità il risvolto ultimo, oscuro e minaccioso, dell’incredulità.
È un dialogo serrato tra Gesù e i suoi, messi in crisi dal fatto che il pane di cui si vive è la sua “carne data per la vita del mondo” (v. 51). La salvezza dell’uomo passa attraverso la croce del figlio dell’uomo! Neppure Pietro l’ha accettata (cf. Mc 8,31-33; Mt 16,21-23) e nessuno dei discepoli l’ha capita (cf. Lc 9,44s; Lc 18,31-34). Lo scandalo, che toccò ai discepoli davanti alle predizioni della passione, colpisce anche noi davanti all’eucaristia. Infatti mangiare la sua carne e bere il suo sangue ci assimila a lui. Lo scandalo è duplice: da una parte Gesù non realizza, ma capovolge i nostri sogni messianici, dall’altra noi siamo chiamati ad essere come lui.
Sia per i giudei che per noi, sia per i discepoli che per i Dodici, la croce è il fallimento estremo. Invece del Messia glorioso, che ha in mano tutto e tutti, Gesù si mette nelle mani di tutti, come il pane. Invece di dominare si pone a servire e la sua realizzazione è la sua uccisione, in cui offre la sua vita per amore.
Sono in gioco due concezioni opposte di Dio e di uomo. Noi, come Adamo, vogliamo essere come quel dio sul quale proiettiamo il nostro egoismo, con la brama di avere, di potere e di apparire. Lui invece ha il volto dell’amore: è condivisione, servizio e umiltà. Noi vorremmo un dio a immagine e somiglianza della nostra carne, insufficienza in cerca di autosufficienza; siamo invece salvati se la nostra carne diventa immagine e somiglianza della sua, che è dono di sé fino alla morte.
La carne del figlio dell’uomo, che tanto ci scandalizza, lungi dal contraddire la sua origine divina, la rivela totalmente nel suo farsi dono d’amore, a salvezza di ogni carne. Veramente la sua “carne è il cardine della salvezza”. Chi l’accetta conosce chi è il Signore e ritrova la propria verità; chi non l’accetta, si allontana dalla vita e si pone nell’inautenticità.
Noi oggi possiamo non percepire lo scandalo della sua carne: possiamo celebrare l’eucaristia come un bel rito, senza riconoscere in essa il corpo del Signore e senza assimilarci a lui. Allora mangiamo e beviamo la nostra condanna, come quelli di Corinto (cf. 1Cor 11,29). Se non accettiamo di vivere della sua carne data per noi, non abbiamo il suo spirito nella nostra carne; siamo ancora nella morte, come quei discepoli che si allontanano dal pastore della vita, come Giuda che lo tradisce.
Ma questo è il grande mistero: chi lo rifiuta (e chi lo accetta davvero?) confeziona il “suo” pane. Infatti lo uccide. Ma lui dona la sua vita a chi gliela toglie e si fa pane per tutti. Innalzato sulla croce, manifesta la sua gloria e si rivela “Io-Sono” (8,28), perché chiunque lo vede e crede in lui, abbia la vita eterna (3,14s). Guardando a colui che abbiamo trafitto (19,37), vediamo quanto Dio ama il mondo, fino a dare il suo proprio Figlio unigenito per salvarlo dalla morte (3,16).
Nei vv. 60-63 Gesù conferma, senza mezzi termini, lo scandalo della croce. Nei vv. 64-66 denuncia l’incredulità di alcuni discepoli, che poi diventano “molti” (vv. 64a.66); nei vv. 67-69 provoca i Dodici a riconoscerlo, insieme con Pietro, come il Santo di Dio, che ha parole di vita eterna. Eppure, anche tra loro, Gesù sa che c’è un traditore (v. 70s).
Gesù è il Figlio dell’uomo che dà la sua carne per la vita degli uomini. Lo scandalo della croce è giudizio e salvezza del mondo: ne svela la menzogna e lo salva, rivelandogli un Dio che ama sino a dare la propria vita per chi lo uccide.
La Chiesa patisce questo scandalo come tutti. Davanti all’eucaristia è chiamata a vivere della sua carne, che mangia. Anche se lo riconosce, è sempre esposta al rinnegamento e al tradimento, come Pietro e come Giuda.