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Silvano Fausti – Lectio sul Vangelo di Giovanni (1) capitolo 3

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Silvano Fausti – Lectio sul Vangelo di Giovanni (1) capitolo 3

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Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Dio infatti tanto amò il mondo da dare il Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non si perda, ma abbia vita eterna”. Con queste parole Gesù ci permette di scrutare il mistero di Dio e la sua relazione con noi: Dio è abisso d’amore che si vuol comunicare al mondo intero.

La “vita eterna”, quella vita pienamente felice che l’uomo desidera come compimento della sua umanità, non è il risultato di uno sforzo sovrumano: è dono gratuito del Padre della vita, che nel Figlio ci offre non solo di essere chiamati, ma di essere realmente suoi figli (1Gv 3,1). Chi crede nel Figlio e aderisce a lui, è generato da Dio (1,13), nato dallo Spirito, partecipe della vita divina, che è l’amore reciproco tra Padre e Figlio.

Il brano contrappone la nostra pretesa di scalare e conquistare il cielo all’umiltà di Dio che scende in terra e si concede a noi. Unica è la via alla vita, come unica è la vita: Dio stesso, che dona ad Adamo e ridona ad Abramo di essere suo figlio. L’altra è la via della perdizione, alla quale il padre della menzogna, omicida fin dal principio (8,44), ha indotto Adamo e i suoi figli: il tentativo di impadronirsi di ciò che è donato.

Dopo il confronto con l’alleanza senza vino, che ha ridotto il tempio a casa di mercanti, ora c’è quello con la legge, impersonata da Nicodemo, fariseo e capo dei giudei. Come l’alleanza e il tempio, anche la legge è buona: indica il cammino della vita. Ma né l’appartenenza al popolo, né il possesso del tempio, né l’osservanza della legge sono la vita. La vita è Dio stesso, nel suo amore di Padre verso i figli, di cui alleanza, tempio e legge sono segni e mediazione. Chi si ferma ai segni e non giunge al significato, fa di tutte le cose buone un idolo, una trappola mortale.

Il comandamento fondamentale è: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,6ss). Ma l’uomo, fin dall’inizio, non sa amare. L’alleanza è trasgredita prima di essere stipulata (Es 32,1ss) e il tempio è ridotto a spelonca di ladri (Ger 7,11). In questa situazione anche la legge diventa denuncia delle nostre infedeltà e prostituzioni (Os 1-2; Ez 16), quando non è stravolta in mezzo di auto-giustificazione. Per questo i profeti hanno promesso un’alleanza nuova (Ger 31,31), un cuore e uno spirito nuovo (Ez 36,26), che soffi dai quattro venti, perché le nostre ossa aride e morte possano rivivere (Ez 37,9).

Nel brano si parla otto volte di “essere generati”, dall’alto/dallo Spirito o dalla carne, e si contrappone un sapere celeste e uno terrestre. Il Figlio dell’uomo “innalzato” ci dona la sapienza celeste: ci fa conoscere il mistero di Dio nella sua passione per l’uomo e ci rivela di essere suoi figli, generati dall’alto.

Credere in Gesù è accogliere il Figlio e nascere alla propria verità di figli. Come il serpente di bronzo, innalzato da Mosè nel deserto, guariva chi era morso dai serpenti (Nm 21,8s), così il Figlio dell’uomo innalzato ci guarisce dal veleno dell’antica menzogna che ci ha allontanati da Dio, facendoci ritenere invidioso, antagonista e vendicativo colui che invece è sorgente di vita e libertà (cf. Gen 3,1ss).

Il cap. 3 di Giovanni, composito e con sviluppi a sorpresa, è un progressivo venire alla luce, un uscire dalla notte al giorno, dalla legge al vangelo, dalla condizione servile alla libertà di figli. Sono numerose le allusioni battesimali (credere, essere generati dall’alto, dall’acqua e dallo spirito, dalla morte di Cristo, diventare figli, avere vita eterna, ecc.).

Il capitolo si articola in due parti principali (2,23-3,21 e 3,22-36), tra loro simmetriche, ciascuna con un racconto (2,23-3,2a e 3,22-26a), un dialogo (3,2b-12 e 3,26b-30) e infine un monologo (3,13-21 e 3,31-36). La prima parte è un confronto con Nicodemo, dove si dibatte il problema principale della salvezza: essa non viene dalla legge, ma è dono del Messia crocifisso. La seconda parte contiene, sulla bocca del Battista, la professione di fede, che nella prima parte era rimasta in sospeso.

Il tema centrale del brano è l’origine della vita. Non è la legge, ma l’adesione al Figlio, che ci fa vivere da figli e compiere ogni legge. Le parole di Gesù a Nicodemo hanno l’intento di operare in noi quel passaggio al cuore nuovo, richiesto dalla legge e promesso dai profeti, che vediamo così ben descritto in Filippesi 3, dove Paolo racconta la sua esperienza di uomo della legge che incontra il Signore. Nei vv.12-21, escono i temi fondamentali del vangelo: il Figlio dell’uomo innalzato, credere/non credere, vita eterna, l’amore di Dio, il dono del Figlio unigenito, salvezza/perdizione, non-giudizio/giudizio, luce/tenebre, amore/odio, fare la verità/fare il male.

Al centro del brano sta la persona di Gesù, che Nicodemo, fariseo ben disposto, riconosce come Messia. Ma chi è il Messia che viene a rinnovare l’alleanza e il tempio? Qual è il “flagello” con il quale trionfa sul male? Gesù è sì il Messia, ma non corrisponde all’attesa di chi sogna un messia potente che stermina i malvagi e premia i buoni (e chi si salverebbe?). è invece l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), il Figlio dell’uomo innalzato, il Figlio di Dio crocifisso, che ci dona l’amore del Padre e ci rende figli, capaci di amare come siamo amati.

Gli attori del cap. 3 sono Gesù da una parte e Nicodemo con il Battista dall’altra: è il dialogo della Parola con la legge e i profeti, che fa comprendere il mistero del Figlio dell’uomo.

Gesù è il Messia che, in quanto crocifisso, ci dà la vita, quella vita che la legge dice ma non dà e che i profeti solo promettono. La legge infatti prescrive ciò che bisogna fare; la profezia a sua volta denuncia ciò che non facciamo e annuncia ciò che Dio farà per noi. Legge e profezia sono, rispettivamente, richiesta implicita e promessa esplicita dello Spirito del Figlio.

Gesù non è venuto per abolire la legge e i profeti, ma per portarli a compimento (cf. Mt 5,17). Il comando che ci darà, sarà insieme nuovo e antico (1Gv 2,7-11). La novità sta nel fatto che, ciò che è antico come il desiderio dell’uomo, finalmente si realizza. Per questo ci lascerà il comando dell’amore reciproco (13,1ss), pieno compimento della legge (Rm 13,10).

Lo stile del brano, con un metodo caratteristico di Giovanni, è una progressione a salti, dove le incomprensioni e i fraintendimenti, vie interrotte e senza sbocco, servono alla Parola per condurre l’interlocutore a un livello superiore. Le note di questo dialogo, che si svolge nell’oscurità della notte, sono molteplici e sfumate, quasi incantate, come in un notturno. Sembrano eterogenee, con continui cambi di registro: sono i vari gradini che, uno sopra l’altro, portano a un orizzonte sempre più ampio, sino ad aprire, nel Figlio dell’uomo innalzato, la finestra sul mistero insondabile di Dio e dell’uomo, suo figlio nel Figlio. Come al solito i discorsi di Giovanni rivelano ciò che avviene nel cuore di chi legge: il lettore si accorge di essere letto da ciò che legge, perché la Parola, nel manifestarsi, con la sua luce risveglia la verità che già è in lui, come in tutti gli uomini.

Gesù, il Figlio dell’uomo innalzato, è la luce che ci fa venire alla luce, il Figlio che ama i fratelli come è amato dal Padre. Egli è il compimento della legge, amore pienamente realizzato di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio.

La Chiesa, guardando il Figlio dell’uomo innalzato, nella contemplazione della passione del suo Signore per lei, nasce come sua sposa. Eva fu tratta dal fianco di Adamo addormentato: la Chiesa è generata dalla ferita d’amore del suo Signore.

Il Padre ama il Figlio. Chi crede nel Figlio ha vita eterna”, dice Giovanni il battezzatore, facendo eco alle parole che Gesù ha appena proclamato. Il testimone della luce ne accoglie la testimonianza e compie la professione di fede, rimasta in sospeso nel racconto precedente. Gesù, il Figlio, è venuto a rivelarci l’amore del Padre. L’oggetto della fede cristiana non è una dottrina, una morale o un’ascesi: è l’amore, l’amore incredibile di Dio per noi, sorgente della nostra vita. L’amore è il pane di cui vive l’uomo ed è sempre oggetto di fede. Chi non crede di essere amato, ha la morte nel cuore.

Questo amore è colto non da Nicodemo, maestro della legge, ma da Giovanni, ultimo dei profeti. La porta d’ingresso nel mistero del Figlio non è la sola legge, ma la legge insieme alla profezia.

La figura di Giovanni campeggia nel testo. Però il vero protagonista è Gesù, che sta sullo sfondo. Di lui infatti si parla: il profeta ne è la voce.

I discepoli di Giovanni sono infastiditi del grande successo di Gesù, che eclissa il loro maestro. Questi invece ne gioisce, vedendo il compimento delle sue attese. Il profeta sa che l’invidia, motore dell’agire umano (cf. Qo 4,4), è principio di morte (cf. Sap 2,24).

Il testo è un confronto tra Gesù e il suo precursore: sono inseparabili l’uno dall’altro, appunto come la Parola dalla sua voce. Anche i rispettivi battesimi, pur diversi, uno nell’acqua e l’altro nello Spirito (1,31-33), sono in relazione. Quello di Giovanni infatti è finalizzato a far riconoscere Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,31.29), anzi il Figlio di Dio (1,34), dimora dello Spirito (1,32), che dona senza misura (v. 34).

Nicodemo, fariseo zelante della legge e capo dei giudei, per accogliere Gesù deve passare attraverso la testimonianza di Giovanni: è il profeta, che apre le cose “terrestri” ad accogliere quelle “celesti” (v.12). Alleanza, tempio e legge non portano a Dio senza la parola profetica che ne dice il significato. Senza profezia ogni istituzione, anche la più santa, compresi i sacramenti cristiani, diventa un feticcio: l’alleanza rimane senza vino, il tempio senza Dio, la legge senza Spirito. Da “segni terrestri”, che rimandano a Dio, diventano fine a se stessi, segni che non significano più nulla. Tutto ciò che è, è dono di Dio; Dio compreso. Ma ogni dono può diventare un idolo, anche Dio stesso. Il profeta, portatore della Parola che di sua natura rimanda all’altro, coglie questo peccato, che stravolge in male ogni bene. è sempre critico verso le istituzioni; ma non per distruggerle, bensì per riportarle al senso originario. Non è quindi un semplice contestatore, perché le accetta. Ma neanche un conservatore, perché ne denuncia le deviazioni; e neppure un moralista, perché annuncia un’alleanza nuova e un cuore nuovo, capace di vivere secondo lo Spirito di Dio. I profeti, di cui Giovanni accoglie l’eredità, impediscono che le istituzioni si divinizzino, prendendo il posto di Dio. È facile sostituire Dio con le proprie sensazioni, azioni e istituzioni, con i propri doveri o piaceri!

Giovanni, dice Gesù in Mt 11,11-14, è il più grande tra i nati da donna, punto d’arrivo della legge e dei profeti, l’Elia redivivo che deve venire per predisporre il popolo ad accogliere il Signore che viene (cf. Ml 3,23s). La sua grandezza è la sua autoinsufficienza: “troppo grande per bastare a se stesso”, è l’uomo che accoglie il dono per cui è fatto, terra aperta al cielo, finito schiuso all’infinito. Giovanni riconosce in Gesù la Parola che dà senso alla voce; vede in lui la sua altra parte, lo sposo desiderato, e ne gioisce. Sa che in lui, il Figlio amato dal Padre, gli è donata quella felicità che il Dio fedele e veritiero ha promesso. Egli è il prototipo non solo del discepolo, ma anche di ogni uomo che giunge a quella pienezza di cui è insaziabile appetito.

Né alleanza né tempio né legge né alcun’altra delle istituzioni più divine della terra può sostituirsi a Dio e dare vita all’uomo. Giovanni è testimone di un’incompiutezza radicale: tutto l’universo, mediante l’uomo creato al sesto giorno, aspira al compimento del settimo giorno e invoca la luce della propria vita; ma nessuna istituzione aiuta a raggiungerla, se non ascolta questa “voce”, che è nel cuore di ogni uomo e lo porta al di là di ogni creatura.

Il battesimo di Giovanni, anche se viene prima, è presentato come contemporaneo a quello di Gesù. Il che significa che non solo i primi discepoli, ma anche noi oggi, dobbiamo passare da Giovanni per arrivare a Gesù: giungiamo alle cose del cielo attraverso quelle della terra, incontriamo Dio mediante ciò che è veramente umano.

Il testo ha una struttura simile al precedente. Un racconto (vv. 22-26a) dà inizio ad un dialogo (vv. 26b-30) che sfocia subito in un monologo (vv. 31-36), dove Giovanni fa sue le parole con le quali Gesù si è rivelato a Nicodemo (vv. 3-21): è davvero la voce che fa risuonare la Parola.

Il battesimo di Gesù, posto all’inizio e alla fine (3,22s; 4,1s ), è il tema dominante: nascere dall’alto non è altro che accogliere, come Giovanni, la rivelazione di sé che Gesù ha fatto a Nicodemo.

Gesù è lo Sposo, colui che viene dal cielo, il testimone del Padre, il Figlio unigenito in cui Dio mostra la verità di ogni sua promessa. Aderire a lui è la vita eterna. Questa è la professione di fede cristiana. Nicodemo, maestro della legge, sarà in grado di farla ascoltando Giovanni, il profeta.

La Chiesa, seguendo le indicazioni del profeta, fa propria la testimonianza di Gesù e aderisce a lui come figlio amato dal Padre. Questo è il “battesimo”, che la apre al dono dello Spirito e la fa nascere dall’alto come sua sposa.