Commento al Vangelo
della II settimana di Pasqua
Paolo Curtaz

Lunedì 28 Aprile (Feria – Bianco)
Lunedì della II settimana di Pasqua
At 4,23-31   Sal 2   Gv 3,1-8: Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

Martedì 29 Aprile (FESTA – Bianco)
SANTA CATERINA DA SIENA
1Gv 1,5-2,2   Sal 102   Mt 11,25-30: Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Mercoledì 30 Aprile (Feria – Bianco)
Mercoledì della II settimana di Pasqua
At 5,17-26   Sal 33   Gv 3,16-21: Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Giovedì 1 Maggio (Memoria – Bianco)
San Giuseppe Lavoratore
Gen 1,26-2,3   Sal 89   Mt 13,54-58: Non è costui il figlio del falegname?

Venerdì 2 Maggio (Memoria – Bianco)
Sant’Atanasio
At 5,34-42   Sal 26   Gv 6,1-15: Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.

Sabato 3 Maggio (FESTA – Rosso)
SANTI FILIPPO E GIACOMO
1Cor 15,1-8   Sal 18   Gv 14,6-14: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Domenica 4 Maggio (DOMENICA – Bianco)
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)
At 5,27-32.40-41   Sal 29   Ap 5,11-14   Gv 21,1-19: Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce.


Lunedì della II settimana di Pasqua
Gv 3,1-8: Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.

Nicodemo è incuriosito da Gesù, ne è affascinato. È un uomo retto, un uomo di Legge, come potrebbe un peccatore compiere i prodigi che Gesù compie? Ma ha paura, teme il giudizio impietoso dei suoi amici farisei, del Sinedrio, non è opportuno manifestare simpatia per il Galileo: va da Gesù di notte. Quante persone conosco che sono come lui! Spaventate dal giudizio degli altri, intimoriti nel definirsi “credenti” o, peggio del peggio, “cattolici”! Persone che pensano di apparire antiquate rispetto ad una presunta modernità che, bene o male, relega il fattore religioso negli “interessi” personali e soprattutto riservato a persone emotivamente instabili… Ma Gesù lo accoglie ugualmente, non lo respinge, e lo invita a riflettere: per cambiare deve avere il coraggio di rinascere dall’alto, deve avere il coraggio di cambiare mentalità. Sembra impossibile, è vero, ma lo Spirito può davvero convertire chiunque, far cambiare la direzione di una barca a vela. E così sarà per il pavido Nicodemo che, alla fine della sua sofferta ricerca, non avrà paura di schierarsi per chiedere il corpo straziato del Maestro, non temerà più il giudizio di un mondo che ormai sperimenterà come “vecchio”…      

Non è nostra intenzione indugiare nel porre in rilievo come nella vita e nell’attività esterna di Caterina le beatitudini evangeliche abbiano avuto un modello di superlativa verità e bellezza. Tutti voi, del resto, ricordate quanto sia stata libera nello spirito da ogni terrena cupidigia; quanto abbia amato la verginità consacrata al celeste sposo, Cristo Gesù; quanto sia stata affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie e alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci; quanto si sia prodigata per riconciliare la repubblica di Firenze con il Sommo Pontefice Gregorio IX, fino ad esporre alla vendetta dei ribelli la propria vita.
[…] Caterina da Siena offre nei suoi scritti uno dei più fulgidi modelli di quei carismi di esortazione, di parola di sapienza e di parola di scienza, che san Paolo mostrò operanti in alcuni fedeli presso le primitive comunità cristiane. […] Ed invero, quanti raggi di sovrumana sapienza, quanti urgenti richiami all’imitazione di Cristo in tutti i misteri della sua vita e della sua Passione, quanti efficaci ammaestramenti per la pratica delle virtù, proprie dei vari stati di vita, sono sparsi nelle opere della Santa! Le sue Lettere sono come altrettante scintille di un fuoco misterioso, acceso nel suo cuore ardente dall’Amore Infinito, ch’è lo Spirito Santo. […] Caterina fu la mistica del Verbo Incarnato, e soprattutto di Cristo crocifisso; essa fu l’esaltatrice della virtù redentiva del Sangue adorabile del Figliolo di Dio, effuso sul legno della croce con larghezza di amore per la salvezza di tutte le umane generazioni. Questo Sangue del Salvatore, la Santa lo vede fluire continuamente nel Sacrificio della Messa e nei Sacramenti, grazie al ministero dei sacri ministri, a purificazione e abbellimento dell’intero Corpo mistico di Cristo. Caterina perciò potremmo dirla la “mistica del Corpo mistico” di Cristo, cioè della Chiesa.
D’altra parte la Chiesa è per lei autentica madre, a cui è doveroso sottomettersi, prestare riverenza ed assistenza. Quale non fu perciò l’ossequio e l’amore appassionato che la Santa nutrì per il Romano Pontefice! Ella contempla in lui “il dolce Cristo in terra”, a cui si deve filiale affetto e obbedienza.
[…] Il messaggio di una fede purissima, di un amore ardente, di una dedizione umile e generosa alla Chiesa cattolica, quale Corpo mistico e Sposa del Redentore divino: questo è il messaggio tipico di santa Caterina. (PAOLO VI, 4 ottobre 1970)

Italia terra di santi, si diceva una volta. E una delle figlie della nostra terra. Caterina, ci è proposta come donna di fede e di meditazione, le cui riflessioni sono da considerarsi utili alla crescita interiore di ogni discepolo. Che bello!
Santa Caterina, patrona d’Italia. Una santa lontana nel tempo e nella nostra sensibilità, vissuta in un medioevo pieno di luce e di ombre che ancora molto può dirci. Caterina: donna di religione, cioè consacrata alla preghiera e all’azione nel neonato ordine domenicano, scelta ritenuta sconvenientissima per una così giovane donna. Donna interventista, cosa del tutto inusuale per un’epoca dominata da imperante maschilismo, ha agito nella vita politica del tempo con inattesa efficacia, richiamando tutti (anche il papa!) all’essenzialità. Contro il rischio di una Chiesa troppo compromessa e timorosa nell’agire politico Caterina richiama il papa al suo dovere di restare nella propria Diocesi – Roma – abbandonando la provvisoria anche se più sicura Avignone. Abbiamo bisogno di donne del genere, la Chiesa ha bisogno di lasciare più spazio (e molto!) al carisma femminile della Parola di Dio, di profetesse che richiamino la Chiesa e la nazione italiana alle proprie origini, dicendo ancora e ancora che solo la fede e la preghiera e il silenzio possono plasmare caratteri e situazioni. A lei affidiamo la nostra nazione, un tempo terra di santi poeti e navigatori, oggi sempre più omologata ad un pensiero globale dominante gretto ed egoista. Che Caterina, col suo piglio deciso di donna toscana, ci richiami all’essenziale!
“Ti ho amato seriamente”, hai confidato a Caterina, Signore Gesù. Lode a te per il tuo amore tenace che manifesti nei santi, tuoi e nostri amici!

Martedì della II settimana di Pasqua
Gv 3,7-15: Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.

Nicodemo, anziano, vorrebbe ricominciare, ripartire, rinascere. Per farlo cerca consiglio da Gesù il quale lo invita a rinascere sì, ma dall’alto. È solo a partire da Dio che possiamo rileggere la nostra vita, le nostre scelte, i nostri errori in una prospettiva diversa. Sì, dice Gesù, è possibile ricominciare molte e molte volte, abbandonando una mentalità mondana per abbracciare una visione che ci deriva dalla fede. Ma come possiamo conoscere lo sguardo di Dio? Ascoltando l’unico che lo conosce fino in fondo: il Signore Gesù. Accogliendo la sua parola, meditando i suoi insegnamenti, invocandolo nella preghiera, riceviamo in cambio uno sguardo nuovo sulle cose e su noi stessi. Ma, continua Gesù, dobbiamo concentrare la nostra attenzione soprattutto sulla croce. Meditando la misura dell’amore di Dio che si manifesta nella morte in croce di suo figlio, acquisiamo la sua prospettiva sulla vita. Si può rinascere se facciamo della nostra vita un dono continuo, delle nostre capacità un’opportunità per gli altri, del nostro tempo e delle nostre emozioni un’attenzione rivolta ai fratelli. Nicodemo (e noi) ha ancora molto da imparare.

Mercoledì della II settimana di Pasqua
Gv 3,16-21: Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo figlio a salvare il mondo. Questa affermazione di Gesù raccolta da un tentennante Nicodemo, capo dei farisei, e riconsegnata ai discepoli, diventa la chiave di lettura del progetto divino sull’umanità. Il nostro Dio ama e salva, desidera la nostra felicità più di quanto noi stessi la sappiamo desiderare. Dobbiamo abbandonare la nostra piccina idea di un Dio severo pronto a coglierci in fallo. Gesù ha dimostrato con la sua predicazione e con la sua vita che il suo Dio è un padre/madre pieno di ogni tenerezza e compassione. Ma Dio non è nemmeno un bonaccione, un innocuo Babbo Natale che dà pacche sulle spalle. La vita è una cosa seria e la felicità un percorso che richiede fatica e costanza: la croce di Gesù testimonia, se ancora ce ne fosse bisogno, fino a che punto Dio è disposto ad amarci e a collaborare alla nostra gioia. Prendiamo molto sul serio il messaggio del Vangelo, siamo stati amati a caro prezzo: accogliamo la proposta di conversione del Signore, lasciamo che sia la sua Parola a guidare i nostri passi, ad orientare le nostre scelte. Oggi viviamo da salvati!

La reazione della gente di Nazaret a proposito della sapienza di Gesù fa pensare al capitolo del Siracide, che contrappone il lavoro manuale e la legge. La gente del popolo (operai, contadini) dice il Siracide, mette tutta la sua attenzione nelle cose materiali; lo scriba invece ha pensieri profondi, cerca le cose importanti e può essere consultato per il buon andamento della città.
La gente di Nazaret si domanda: “Da dove mai viene a costui questa sapienza? Non è il figlio del carpentiere?”, che non ha studiato e non può avere cultura?
È chiaro: la sapienza di Gesù è sapienza divina ed egli ha insistito varie volte sul mistero di Dio che viene rivelato ai piccoli, ai semplici e nascosto ai sapienti ed ha criticato gli scribi “che dicono e non fanno”.
D’altra parte il Vangelo insiste anche sulla parola: è necessario accogliere la parola di Dio E soltanto se ispirato alla parola di Dio il lavoro vale. “Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”.
“Tutto quello che fate”, siano lavori materiali, siano discorsi. Il Vangelo inculca il servizio sincero, umile, la disponibilità nella carità, per essere uniti a Gesù, figlio del carpentiere, che ha dichiarato di essere venuto a servire.
La vera dignità consiste nel servizio dei fratelli, secondo le proprie capacità, in unione con Gesù, Figlio di Dio.
Verifichiamo la nostra scala di valori, per renderla sempre più aderente ai pensieri di Dio.

Giovedì della II settimana di Pasqua
Gv 3,31-36: Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa.

Gesù racconta ad uno spaesato Nicodemo il cuore del suo messaggio: egli è venuto per rendere testimonianza al Padre perché lui e Dio sono una cosa sola. Gesù vuole smontare l’idea approssimativa di Dio che l’uomo si è fatta, ma anche l’idea a volte zoppicante che ne ha Israele. Dio non è uno che ti premia se ti comporti osservando scrupolosamente i suoi precetti, come pensavano i farisei, ma colui che desidera salvarti e opera perché questa salvezza si realizzi. Gesù manifesta il vero volto di Dio: siamo talmente abituati a questa affermazione da non sobbalzare più quando la udiamo! La domanda birichina da porci, allora, è sempre la stessa: il Dio in cui credo è il Dio di Gesù? Conosco molti cristiani che hanno una qualche idea religiosa ma che, spesso, di Dio si fanno un’idea davvero orribile! Tutta la nostra vita diventa una conversione dall’idea di Dio che portiamo nel cuore a quella splendida e adulta raccontata da Gesù. Leggere e meditare correttamente la Parola, scrutarne il significato animati dallo Spirito e guidati dall’esperienza millenaria della comunità cristiana ci permette di verificare continuamente la verità della nostra fede.

l Vangelo presenta in modo molto realistico le difficoltà dei testimoni della fede: per questo lo si legge nella festa di sant’Atanasio, quattro volte esiliato, costretto a fuggire e a nascondersi proprio per la sua fede nella divinità di Gesù. Gesù Figlio di Dio non è al nostro livello, ci è infinitamente superiore, in un modo che possiamo appena intravedere nel racconto della trasfigurazione, e accettare nella fede. Ma nella storia della Chiesa sorgono ogni tanto uomini che vogliono ridurre Gesù alla misura umana, alla nostra statura di creature. Così è accaduto ai tempi di sant’Atanasio, con l’eresia di Ario, affermante che Gesù era semplicemente un uomo, grande, santo, adottato da Dio, ma non Figlio di Dio. E molti, anche vescovi, anche imperatori, accettavano questa teoria, perché è più facile, non esige l’adesione ad un mistero ineffabile, incomprensibile.
Atanasio difese questa verità di fede: è un mistero da cui dipende la nostra salvezza, perché se Gesù non è Figlio di Dio, noi non siamo né redenti né salvati, essendo la salvezza opera di Dio. Certo è una esistenza travagliata, una condizione penosa quella del fedele, e in più senza nessuna evidenza di vittoria. E’ difficile credere che Gesù abbia vinto il mondo quando si subiscono persecuzioni. Ma la vittoria non ci può essere senza lotta, senza essere passati attraverso la passione del Signore. Crediamo nel mistero “totale” di Gesù: il mistero di una morte sfociata nella risurrezione. Un cristiano non può meravigliarsi troppo di essere, come Gesù, perseguitato, perché solo a queste condizioni si giunge alla vittoria della fede.

Venerdì della II settimana di Pasqua
Gv 6,1-15: Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.

Ha ragione Filippo, come dargli torto! Sono cinquemila le famiglie presenti, con duecento denari, l’equivalente di duecento giornate di lavoro, si riuscirebbe a malapena a dar loro il necessario per calmare la fame. Fa sorridere il gesto ingenuo e disarmante dell’adolescente che offre a Gesù la propria merenda. Cosa mai si riuscirà a fare con così poco? Eppure Gesù preferisce la folle iniziativa del ragazzo alla ponderata analisi dell’apostolo. Perché lascia spazio alla fantasia di Dio, perché sa che ha a che fare con l’inaudito perenne del Maestro. Perché sa che esiste una dimensione che ci sfugge, che va oltre le nostre analisi corrette. Giovanni è l’unico evangelista a sottolineare questo particolare, a dirci che i famosi pochi pani e pesci che sfameranno la folla provengono da un ragazzo che diventa il modello del nostro agire pastorale, della nostra fede. Invece di passare il tempo a vedere le tante cose che non vanno nella nostra parrocchia e nella Chiesa in generale, mettiamo in gioco quel poco che abbiamo, il resto sarà Dio a farlo. Facciamo nostro quel tocco di follia che ci aiuta ad entrare nel grande sogno di Dio!   

Gli apostoli Filippo e Giacomo sono festeggiati assieme perché, secondo la tradizione, le loro reliquie sono state poste sotto l’altare della basilica dei Dodici Apostoli a Roma il giorno della sua dedicazione.
Le letture scelte chiamano in causa la vita di questi due apostoli. Nella prima lettura, è l’apostolo Paolo – che scrive ai Corinzi – a menzionare l’apparizione del Signore risorto a Giacomo.
Nel Vangelo assistiamo a un dialogo piuttosto complesso e impegnativo che prende l’abbrivio dall’autopresentazione di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
Siamo alla fonte della paràdosis cristologica. Le parole tecniche non ci spaventino. Oltre alla “trasmissione” – è il significato di paràdosis – del Vangelo, di cui parla Paolo nella prima lettura, Gesù indica ai suoi discepoli un posto dove Lui andrà, ma dove loro per ora non possono venire. Tuttavia essi conoscono la via: è Gesù stesso, via al Padre, perché chi ha visto Lui, ha visto il Padre.
Non è facile per noi umani capire Dio quando ci parla da Dio. Gesù vuol semplicemente dire che in Lui è aperta ogni “trasmissione” verso il Padre, perché chi conosce Lui e il suo amore, conosce anche il Padre. Ecco allora la richiesta di Filippo a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È proprio attraverso l’amore di Gesù che individuiamo un’altra via di trasmissione: l’amore dei fratelli.
Anch’essa è via al Padre. Via forse più facile da capire, ma certo non facile da praticare.

Oggi facciamo memoria di due delle colonne su cui si fonda la nostra fede: Filippo e Giacomo, così splendidamente diversi nella loro avventura interiore e indicati come modelli per ogni cercatore di Dio.
Riflettiamo sempre poco sulla splendida diversità dei dodici apostoli! Noi che vorremmo una Chiesa compatta, un pensiero unico, noi che mal sopportiamo le differenze nella nostra parrocchia… Filippo, è discepolo del Battista, e il nome greco ci fa supporre che fosse di origine meticcia, in contatto con i greci, quei pagani che sono ammirati dalla predicazione del Signore. Giacomo il minore è il cugino di Gesù, egli sostituirà l’altro Giacomo, primo apostolo ucciso, alla guida della comunità di Gerusalemme, e ci viene presentato come un apostolo decisamente conservatore. Un amico dei pagani e un amico dei giudei tradizionalisti fanno parte del primitivo gruppo dei discepoli, che meraviglia! E la Chiesa, per sottolineare questo fatto, li festeggia insieme… Sono come i due simboli, le due facce della Chiesa che, sempre, è chiamata a non svendere il prezioso tesoro del vangelo consegnatoci da Cristo e, nel contempo, a non arroccarsi o chiudersi al mondo. Che i due apostoli, così diversi nei loro percorsi interiori e nella loro esperienza, ci insegnino a difendere la diversità come un valore all’interno della Chiesa, senza adottare logiche mondane che tradiscono il grande sogno voluto dal Signore.

Sabato della II settimana di Pasqua
Gv 6,16-21: Videro Gesù che camminava sul mare.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci si è rivelato un vero fallimento. Il miracolo che segna l’inizio della fine di Gesù, che scardina il suo ottimismo: no, la gente non è pronta a capire. In questa prospettiva gli evangelisti, dopo il segno, raccontano della tempesta sedata. I discepoli sulla barca dovranno affrontare una tempesta di giudizi e di negatività che contraddistinguerà la loro missione da ora e per sempre. E da sempre la Chiesa lotta fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio: anche se il suo obiettivo per sfamare il desiderio di bene e di felicità dell’umanità, molto spesso subisce incomprensioni e violenze. Quante volte, lungo i secoli, la Chiesa ha avuto la terribile e netta sensazione di affondare! Ma proprio in quei momenti il Signore ci raggiunge nel cuore della notte e ci invita a non avere paura. No, la barca della Chiesa, non può affondare se ha il coraggio di prendere con sé il proprio Maestro e Signore. Davanti ad ogni tempesta, personale o comunitaria, non esitiamo ad invocare l’aiuto del Signore che ci soccorre nel cuore della notte…

Da: http://www.lachiesa.it