III Domenica di Quaresima – Anno C
Luca 13,1-9
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In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici (…) Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque!(…)” Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
(Letture: Esodo 3,1-8.13-15; Salmo 102; 1 Corinzi 10,1-6.10-12; Luca 13,1-9).

Dio ama per primo, ama in perdita, senza condizioni
Ermes Ronchi
Che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla della torre di Siloe? E i tremila delle Torri gemelle? E i siriani, le vittime e i malati, sono forse più peccatori degli altri? La risposta di Gesù è netta: smettila di immaginare l’esistenza come un’aula di tribunale. Non c’è rapporto alcuno tra colpa e disgrazia, tra peccato e malattia. La mano di Dio non semina morte, non spreca la sua potenza in castighi.
Ma se non vi convertirete, perirete tutti. È tutta una società che si deve salvare. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che non va, se la convivenza non si edifica su altre fondamenta, e non la disonestà eretta a sistema, la violenza del più forte, la prepotenza del più ricco.
Mai come oggi capiamo che tutto nel mondo è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere privato del loro contributo, della loro intelligenza; se la natura è sofferente, soffre e muore anche l’uomo.
Su tutti scende l’appello accorato e totale di Gesù: Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Senza questo non ci sarà futuro. Alla serietà di queste parole fa da contrappunto la fiducia nel futuro nella parabola del fico: da tre anni il padrone attende invano dei frutti, e allora farà tagliare l’albero. Invece il contadino sapiente, che è un “futuro di cuore”, dice: «Ancora un anno di lavoro e gusteremo il frutto». Dio è così: ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia, cure perché quest’albero è buono; quest’albero, che sono io, darà frutto.
Dio contadino, chino su di me, su questo mio piccolo campo, in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità; e invia germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Per lui il frutto possibile domani conta più della mia inutilità di oggi.
«Vedremo, forse l’anno prossimo porterà frutto». In questo forse c’è il miracolo della fede di Dio in noi. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il tempo di Dio è l’anticipo, il suo è amore preveniente, la sua misericordia anticipa il pentimento, la pecora perduta è trovata e raccolta mentre è ancora lontana e non sta tornando, il padre abbraccia il figlio prodigo e lo perdona prima ancora che apra bocca.
Dio ama per primo, ama in perdita, ama senza condizioni. Amore che conforta e incalza: «Ti ama davvero chi ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare» (R. M. Rilke). La sua fiducia verso di me è come una vela che mi sospinge in avanti, verso la profezia di un’estate felice di frutti: se ritarda attendila, perché ciò che tarda di certo verrà (Ab. 2,3).
Avvenire
“Lascia il fico per un altro anno!”
Enzo Bianchi
Dopo le prime due domeniche di Quaresima, che fanno sempre memoria delle tentazioni di Gesù nel deserto e della sua trasfigurazione sul monte, la chiesa ci fa percorrere un itinerario diverso in ogni ciclo. Quest’anno (ciclo C), seguendo il vangelo secondo Luca, il tema dominante nei brani evangelici è quello della misericordia-conversione, cammino da rinnovarsi soprattutto nel tempo di preparazione alla Pasqua.
Questa pagina contiene due messaggi: il primo sulla conversione, il secondo sulla misericordia di Dio. Gli ascoltatori di Gesù sono stati raggiunti da una notizia di cronaca, relativa a una strage avvenuta in Galilea: mentre venivano offerti sacrifici per chiedere a Dio aiuto e protezione, la polizia del governatore Pilato aveva compiuto un eccidio, mescolando il sangue delle vittime offerte con quello degli offerenti. I presenti vogliono che Gesù si esprima sull’oppressivo e persecutorio dominio romano, sulla situazione di quei galilei forse rivoluzionari, sulla colpevolezza di quei loro concittadini che erano stati massacrati tragicamente. La mentalità corrente, infatti, considerava ogni disgrazia avvenuta come castigo per una colpa commessa.
Ma Gesù, che dà un giudizio negativo sui dominatori di questo mondo – i quali opprimono, dominano e si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25 e par.) –, risponde coinvolgendo l’uditorio su un altro piano, indicando come decisiva non la morte fisica ma l’ora escatologica. Dice infatti: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Egli replica sul piano della fede e della conoscenza di Dio. È come se dicesse: “Voi pensate che il peccato commesso dall’uomo scateni automaticamente il castigo da parte di Dio, ma non è così. In tal modo date a Dio un volto perverso!”. Gesù, infatti, sa che ogni essere umano è abitato in profondità da un ancestrale senso di colpa, che emerge prepotentemente ogni volta che accade una disgrazia o appare la forza del male. Quando ci arriva una malattia, quando ci capita un fatto doloroso, subito ci poniamo la domanda: “Ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. È radicata in noi la dinamica ben espressa dal titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, “delitto e castigo”: dove c’è il delitto, il peccato, deve giungere il castigo, la pena, pensiamo…
Gesù vuole distruggere questa immagine del Dio che castiga, tanto cara agli uomini religiosi di ogni tempo, in Israele come nella chiesa. Per farlo, menziona lui stesso un altro fatto di cronaca, non dovuto alla violenza e alla responsabilità umana, ma accaduto per caso, e lo accompagna con il medesimo commento: “Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Qual è dunque il cammino indicato da Gesù? Innanzitutto egli ci insegna ad avere uno sguardo diverso sulla vita: ogni vita è precaria, è contraddetta dalla violenza, dal male, dalla morte. Dietro a questi eventi non bisogna vedere Dio come castigatore e giudice – perché Dio potrà eventualmente fare questo solo nel giudizio finale, quando saremo passati attraverso la morte – ma discernere le nostre fragilità, i nostri errori inevitabili, la precarietà della vita. Nessuno è tanto peccatore da meritare tali disgrazie inviate da Dio, il quale non è uno spione in attesa di vedere il nostro peccato per castigarci! Tra peccato commesso e responsabilità nella colpa c’è però una relazione che sarà manifestata nel giudizio finale.
Quelle uccisioni e quelle morti sono comunque un segno di un’altra morte possibile, che attende chi non si converte, perché chi continua a fare il male cammina su una strada mortifera e, di conseguenza, si procura da solo il male che incontrerà già qui sulla terra e poi nel giudizio ultimo di Dio. Oltre la morte biologica del corpo, che ci può sempre sorprendere, c’è un’altra perdizione, eterna, provocata dal male che scegliamo di compiere nella nostra vita. Gesù, come profeta, non fornisce dunque una spiegazione teologica al male ma invita alla conversione. Non si dimentichino i significati di questa parola. Secondo l’Antico Testamento convertirsi (shuv/teshuvah) significa “tornare”, cioè ritornare al Signore, ritornare alla legge infranta, per rinnovare l’alleanza con Dio. Il cammino richiesto riguarda la mente e l’agire e si manifesta anche come pentimento/penitenza nel tempo presente, ultimo spazio prima del giudizio. Per questo Gesù ha predicato: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15; cf. Mt 4,17), ovvero “convertitevi credendo e credendo convertitevi”. Gesù è un profeta e, come tale, sa che gli umani sono peccatori, commettono il male; per questo chiede loro di aderire alla buona notizia del Vangelo e di accogliere la misericordia di Dio che va loro incontro, offrendo il perdono.
E affinché i suoi ascoltatori comprendano la novità portata dal Vangelo, Gesù racconta loro una bellissima parabola. Un uomo ha piantato con fatica un fico nella propria vigna e con tanta fiducia ogni estate viene e cercare i suoi frutti ma non ne trova, perché quell’albero pare sterile. Spinto da quella delusione ripetutasi per ben tre anni, pensa dunque di tagliare il fico, per piantarne un altro. Chiama allora il contadino che sta nella vigna e gli esprime la sua frustrazione, intimandogli di tagliare l’albero: perché deve sfruttare inutilmente il terreno e rubare il nutrimento ad altre piante? Tutti noi comprendiamo questa decisione del padrone della vigna, ispirata dal nostro concetto di giustizia retributiva e meritocratica: non si paga chi non dà frutto, mentre gli altri si pagano proporzionalmente al frutto che ciascuno dà!
Ma il contadino, che lavora quella terra, ama ciò che ha piantato, sarchiato, innaffiato e concimato. Il vignaiolo, si sa, ama la vigna come una sposa; per questo osa intercedere presso il padrone: “Signore (Kýrie), lascia il fico per un altro anno, perché io possa ancora sarchiarlo e concimarlo, con una cura più attenta e delicata. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, tu lo taglierai!”. Straordinario l’amore del vignaiolo per il fico: ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro. Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice; in ogni caso, lui non lo taglierà, ma lo lascerà tagliare al padrone, se vorrà: “Tu lo taglierai, non io!”. Questo “tu lo taglierai” è un’ulteriore intercessione, che equivale a dire: “Io sono pronto ad aspettare ancora e ancora che esso dia frutto”. Qui stanno l’una di fronte all’altra la giustizia umana retributiva e la giustizia di Dio, che non solo contiene in sé la misericordia, ma è sempre misericordia, pazienza, attesa, sentire in grande (makrothymía). Il contadino accorda la fiducia, sa aspettare i tempi degli altri.
Questo contadino è Gesù, venuto nella vigna (cf. Lc 20,13 e par.) di Israele vangata, liberata dai sassi, piantata da Dio come vite eccellente: “e Dio aspettò che producesse uva” (Is 5,2)… Sì, è venuto il Figlio di Dio nella vigna, si è fatto vignaiolo tra gli altri vignaioli, ha amato veramente la vigna e se n’è preso cura, innalzando per lei intercessioni in ogni situazione, ponendosi tra la vigna-Israele e il Dio vivente, facendo un passo, compromettendo se stesso nella cura della vigna, aumentando il suo lavoro e la sua fatica per amore della vigna, facendo tutto il possibile perché dia frutto e viva. È stando “in medio vineae”, in mezzo alla vigna, che dice a Dio: “Lasciala, lasciala ancora, attendi i suoi frutti; io, intanto, me ne assumo la cura, che è responsabilità!”. Così la vigna-Israele e la vigna-chiesa, a volte colpite dalla sterilità, sono conservate anche quando non danno i frutti sperati da Dio, perché Gesù il Messia è il vignaiolo in mezzo a loro (cf. Gv 15,1-8), è il loro sposo (cf. Lc 5,34-35 e par.) e sa attendere con quell’attesa che è la “pazienza di Cristo” (2Ts 3,5).
Giovanni il Battista aveva predicato: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,9; Mt 3,10). Ciò avverrà alla fine dei tempi, nel giorno del giudizio, ma ora, nel frattempo, Gesù continua a dire a Dio: “Abbi pazienza, abbi misericordia, aspetta ancora a sradicare il fico. Io lavorerò e farò tutto il possibile perché esso porti frutto”. Attenzione però: il frattempo termina per ciascuno di noi con la morte.
Conversione per la vita
Clarisse Sant’Agata
Il grido dell’uomo, la sua sofferenza, l’assurdità del dolore provocato dalla prepotenza umana, dalle ingiustizie, ma anche davanti alle catastrofi sono realtà che feriscono il cuore dell’uomo, spesso lo mettono in crisi, ma che toccano anche il cuore di Dio che ode il grido del suo popolo. Gesù si misura sugli assurdi della cronaca che sono catastrofi o opera della crudeltà del tiranno, ma risponde in modo strano: “credete che quei galilei fossero più peccatore per subire tale sorte? No, ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. Gesù sembra invitarci, quando la vita è inspiegabile, a trovare la domanda giusta che ci permette di entrare per quella porta che il fatto apre.
“Credete che quei galilei fossero più peccatore per subire tale sorte? No, ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”
Si mettono sullo stesso piano il fatto di poter andare sotto gli eventi terrificanti e il convertirsi. C’è qualche cosa che sa affrontare queste cose ed è più forte di queste cose. Spesso davanti a ciò che ci accade o accade nel mondo rimaniamo come paralizzati o rassegnati, ma al fondo di tutto c’è una domanda che ci interpella. La conversione non è tanto il momento del cambio globale della realtà. In latino vuol dire il cambiamento di direzione, del verso in cui sto camminando. In ebraico significa ritornare, ritrovare il proprio punto di origine, tornare nel punto di partenza. In greco vuol dire andare oltre al pensiero. Io non posso vivere se non vado oltre al mio pensiero ritornando costantemente alla mia vera origine. Nelle cose che accadono a noi e intorno a noi è fondamentale crescere, tornare alla verità, tornare a Dio. La conversione è continua perché la vita è cambiamento, apprendimento, e chiede di entrare in dialogo con le cose, con ciò che accade. Abbiamo bisogno di essere cambiati da ciò che accade.
La gente presenta a Gesù dei fatti terribili cercandone il senso e lui li invita a crescere dentro tutto ciò che accade. Se rimaniamo a ragionare a livello solo di logica non troviamo via di uscita: dobbiamo entrare in relazione con Dio. Davanti ai fatti gravi della vita più che cercare una spiegazione, a cui non arriviamo mai definitivamente, Gesù ci spinge a chiederci come possiamo essere cambiati da questo fatto e solo così anche un evento terribile può diventare una via privilegiata per amare, per farmi carico del prossimo. Non cercare il senso, ma chi mi chiede di essere.
“Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna”
Gesù aggiunge una parabola che parla di un non portare frutto e una cura esagerata perché il fico possa portare frutto. I fatti crudeli sono domande, è il padrone che viene a cercare i frutti, forse è un appello, una chiamata all’amore. Il Signore ci da altro tempo, ma posso non sfruttarlo e andare verso un taglio inevitabile. Possiamo sprecare la vita non lasciandoci cambiare. Attraverso ciò che non possiamo spiegare perché ci supera, possiamo capire però che il padrone bussa alla nostra porta anche attraverso il dolore altrui e mi chiama a farmi accanto nell’amore.
È stando in mezzo alla vigna, che il vignaiolo chiede a Dio di lasciarla ancora, di dargli ancora del tempo mentre lui continua a prendersene cura. E’ l’essere di Gesù in mezzo alla vigna che permette a questa di vivere. L’Amore Misericordioso non si arrende di fronte all’aridità del cuore umano e continua a riversare su di esso tutte quelle cure amorevoli che sono necessarie perché esso si svegli dallo stato di torpore improduttivo, per fargli conoscere nuove stagioni primaverili.
E’ tipico e proprio dell’Amore avere pazienza, continuare a sperare, prorogare le scadenze, prolungare le attese, concedere nuove opportunità, essere misericordiosi, fare continui e ripetuti sacrifici per non perdere nessuno, lottare con tutte le sue forze e fino allo stremo pur di dare la vita stessa, pur di salvare la persona amata.
http://www.clarissesantagata.it
Il male oscuro che ci abita: prima di giudicare, guardati dentro!
Gaetano Piccolo
Nessun grido resta inascoltato
Quando ci sentiamo attaccati ingiustamente, quando la vita ci costringe a stare davanti alla sofferenza, quando siamo vittime della cattiveria umana o quando ci interroghiamo davanti al dolore innocente, ci ritroviamo improvvisamente a fare i conti con l’interrogativo più drammatico dell’esistenza umana: da dove viene il male? Perché nella mia vita? Perché proprio a me?
Davanti a questa domanda, il popolo d’Israele aveva levato un grido, mentre era schiavo in Egitto, un grido che non sapeva neppure a chi rivolgere esattamente. È il grido di chi è esasperato sotto il peso di un male ingiusto. Qualcuno però raccoglie quel grido. Quel popolo appartiene a Dio, come a Dio appartiene la vita di ogni uomo. Dio non resta mai sordo davanti al nostro lamento.
Dio confida a Mosè di aver ascoltato quel grido (Es 3,7). Per questo, come ogni padre che sente il lamento di suo figlio, Dio non può non scendere per liberarlo dal male che lo attanaglia. L’azione di Dio non è magica o indolore: il testo dice che Dio scende per strappare con forza il popolo al suo male.
Il nome stesso di Dio è una rassicurazione circa la sua presenza: Dio si presenta come colui che sta nella storia (Es 3.6), è il Dio di tuo padre, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe…e continua a essere padre dell’umanità. È un Dio che accompagna le vicende delle generazioni. Non è semplicemente colui che è, come un essere metafisico astratto e lontano. Sarebbe meglio tradurre che egli è colui che c’è. È presente in ogni istante della nostra esistenza. Questa è la sua risposta allo scandalo del male: Io ci sono e attraverso con te questo male!
Il male che abita dentro
Ma c’è un’esperienza del male che risuona in maniera forse ancor più drammatica: è il male che incontriamo dentro di noi, quando scendiamo nei nostri abissi (o sarebbe meglio dire scivoliamo in essi) e la vita ci costringe a guardare i nostri mostri interiori, il male che ci portiamo dentro.
È il male oscuro, la perdita di senso, la violenza gratuita contro sé e contro la vita, l’indifferenza, il rifiuto del mondo. Il male prende forme a cui neppure noi siamo capaci di dare un nome.
Come le persone che interrogano Gesù in questo testo del Vangelo, così anche noi siamo più propensi a cercare fuori di noi il senso del male, ci avventiamo con violenza contro la degenerazione inspiegabile del mondo, contro la cattiveria umana (Pilato aveva massacrato alcuni Galilei) o contro l’irrazionalità della natura (il crollo di una torre), ma siamo molto più prudenti quando si tratta di interrogare il senso del male che noi stessi ci portiamo dentro. Eppure è proprio il male che ci abita dentro che ci porta alla morte eterna, al vuoto interiore che non finisce mai.
Gesù parte da questi avvenimenti di morte per parlare di un’altra morte. Se è vero che non è stato il peccato a causare la tragedia del gruppo di Galilei o delle persone morte nel crollo della torre, è però il peccato (il male che ci abita) a impedirci di trovare la vita. È questo il male contro cui dobbiamo lottare.
Il male che ci portiamo dentro toglie vita, ci rende sterili, ci riduce come il fico che era stato piantato nella vigna e che non dà più frutti.
Il male che ci rende sterili
Nella Bibbia la vigna è spesso l’immagine di Israele (Sal 79; Ct 8,11), ma proprio per questo è anche l’immagine della vita donata a ogni figlio di Dio. In questa vigna, Dio ha piantato un fico, simbolo della Legge donata al popolo di Israele, e dunque a ogni uomo. Ora, questa Legge piantata nel nostro cuore non porta più frutto. La Legge è la Parola che il seminatore ha gettato in noi, ma che noi continuiamo a soffocare: sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero.
Gesù non si stanca di venire a cercare frutti di bene nella nostra vita. I tre anni sono una possibile allusione al suo ministero, così come quell’anno in più che il vignaiolo-Gesù chiede al Padrone della Vigna è l’anno di grazia che Gesù aveva annunciato nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,19).
Noi abitiamo in questo dialogo tra il dono del Padre che ha piantato la vigna e l’azione del Figlio che con pazienza si prende cura dell’albero. Il desiderio di Dio è che la nostra vita possa fiorire. Quando? Non si sa: vedremo se porterà frutti per l’avvenire. Il vignaiolo aveva chiesto un anno, il padrone della vigna concede una vita intera.
Leggersi dentro
- Quale nome sei capace di dare al male che ti abita?
- Quali percorsi di conversione possono permettere alla tua vita di fiorire?
Semplici fatti di cronaca o storia di salvezza?
Romeo Ballan, mccj
Auschwitz, Hiroshima, Torri Gemelle, terremoti, tsunami, cicloni, ennesimo incidente del sabato notte… E tutte le altre vittime di attentati, massacri, incidenti, fatti di cronaca nera, catastrofi, violenza, schiavitù, epidemie, aids… Di chi è la colpa di questi mali? Un castigo di Dio? Esiste un modo diverso di guardare le disgrazie? Possono essere un invito alla conversione del cuore? Come interpreta Gesù fatti del genere? Sono alcune delle molte domande che affiorano davanti a mali come questi. Anche Gesù è attento e informato sui fatti del giorno (Vangelo): ci riflette, li giudica con criteri propri, non secondo la mentalità corrente, ne fa un’analisi critica, li commenta in modo che noi oggi diremmo politicamente scorretto, scomodo, controcorrente.
Alcuni volevano coinvolgere Gesù in una critica pubblica a Pilato per un atto certamente sanguinario e sacrilego (v. 1). La lezione che Gesù trae da quel fatto, come pure dalla morte di 18 persone per la caduta della torre di Sìloe, va ben oltre l’interpretazione comune della maggioranza: Gesù vi legge l’invito di Dio ad un cambio di vita, al fine di non perire tutti allo stesso modo (v. 3.5). La tentazione era duplice: nel caso di Pilato, credere che bastasse ribellarsi e soppiantare il procuratore romano; nel caso delle vittime della torre, pensare subito ad un castigo per un peccato, o all’opera di agenti esterni (Dio, compreso). È la reazione più frequente e più comoda: puntare il dito sugli altri, cercare un colpevole esterno, pensare che il male sia nelle cose fuori di noi, vincolare malattie o disgrazie a colpe commesse o a un castigo divino… Sono atteggiamenti tipici della mentalità pagana, che i missionari riscontrano spesso in ambienti non cristiani, ma anche tra cristiani non del tutto convertiti.
Tale mentalità, da un lato, impedisce di arrivare alle cause vere dei mali che capitano e ci porta al fatalismo e alla passività; e dall’altro lato, ci induce all’idea falsa di un Dio castigatore e interventista. Gesù ci libera da quella mentalità; Egli va alla radice dei problemi: invita a convertirsi, a cambiare il cuore affinché le cose migliorino. Le cose andranno meglio se le persone cambiano dal di dentro; solo dal cambio del cuore verrà un miglioramento delle strutture umane, religiose, socio-politiche. Questa è la notizia buona e nuova: il Vangelo che cambia la mentalità, il cuore, la vita.
Quel commento di Gesù sui fatti di cronaca non è un’evasione, ma una lettura più profonda. Il Vangelo non passa ai margini della storia, non si limita a sfiorarla, ma entra dentro i fatti, arriva alla coscienza delle persone: è lì che Dio costruisce il suo Regno di amore e di libertà. “Il Regno di Dio non è qualcosa di parallelo alla storia, ma la interpella e la interpreta. I fatti della nostra vita ci permettono di comprendere meglio la portata del messaggio” (Gustavo Gutiérrez). Sfioriamo qui il rapporto, sempre misterioso, fra la Provvidenza divina e l’autonomia della storia con i suoi avvenimenti, che non sono, di per sé, portatori di castigo o di premio. Il cristiano, con discernimento illuminato dalla fede, sa leggervi dentro un messaggio, un’opportunità di ravvedimento, il senso dell’esistenza umana. Il cristiano sperimenta che l’amore di Dio non ci libera ‘dalla’ sofferenza, ma ci accompagna ‘nella’ sofferenza e la riempie della sua presenza.
Davanti a fatti dolorosi e atroci, non serve domandarsi: dov’era Dio con la sua onnipotenza? Si rischia di dimenticare gli ampi spazi di libertà che Dio affida all’uomo: solo l’uomo è responsabile delle ingiustizie che commette, dei mali che non evita, delle disgrazie che non previene. Dio non fa morire gente innocente; Dio non c’entra nulla con il crollo di una casa. Ermes Ronchi commenta: “Dov’era Dio? No. Dov’era l’uomo, quel giorno? Se l’uomo non cambia, se non si converte in costruttore di alleanza e di libertà, questa terra andrà in rovina perché fondata sulla sabbia della violenza e dell’ingiustizia”. Se non vi convertite, perirete tutti” (v. 3.5). Per questo Dio ci usa misericordia e pazienza: ci fa dono del tempo come realtà nella quale si attua la salvezza. Anzi ci concede un tempo supplementare, “ancora quest’anno”, per portare frutti (v. 7-9). Nel padrone che vuole tagliare l’albero (v. 7), possiamo vedere la nostra falsa idea di un dio castigatore, impaziente. Al contrario, il nostro Dio ama identificarsi con il vignaiolo che coltiva e pota la vite perché porti più frutto (cfr. Gv 15,1-2); Egli è il “Dio contadino” innamorato di ogni sua pianta, che attende con pazienza, disposto a dare sempre nuove opportunità, fare interventi di cura e di mantenimento (potatura, zappatura e concime: v. 8). Dio non si ferma a quello che abbiamo fatto ieri, ci offre nuove stagioni per fare meglio.
L’esperienza del popolo d’Israele, avverte Paolo (II lettura), serva da esempio e ammonimento per noi (v. 6.11): nonostante che tutti siano stati testimoni e partecipi di innumerevoli opere di Dio a loro favore, molti non corrisposero alle attese di Dio e si persero (v. 5). Il monito è chiaro: non cullarsi in illusioni per presunti meriti, ma vivere umilmente nella coerenza (v. 12). Sempre con la fiducia riposta in Dio, amante e liberatore del suo popolo. Infatti, nel roveto che ardeva senza consumarsi (I lettura) Dio si è auto-rivelato a Mosè come Dio della vita, Dio degli antenati (v. 6), Dio che vede la miseria del suo popolo, ode il suo lamento, conosce le sue sofferenze, si fa vicino per liberarlo (v. 7-8). Egli è Colui che è (v. 14), Dio presente sempre, ovunque, per tutti. Emmanuele. Una presenza creatrice e liberatrice. L’impegno evangelizzatore dei grandi missionari nasce sempre, come per Mosè (v. 4-5), da una forte esperienza di Dio e dal coinvolgimento personale nella sofferenza della gente: tale è stato il cammino di Francesco Saverio, Pietro Chanel, Daniele Comboni, Francesca Saverio Cabrini, Teresa di Calcutta…
La Gran Paciencia de Dios!
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